Un grande rinnovamento spirituale percorse i monasteri russi del XIX secolo. Un rinnovamento che ebbe influenze profonde su molti scrittori russi, da Gogol’ a Dostoevskij. Il racconto “Padre Sergio” di Tolstoj ripercorre all’indietro la figliolanza spirituale del suo protagonista, fino ad arrivare a Paisij Veličkovskij, grande figura di starec dei monasteri moldavi, che alla fine del secolo precedente furono punto di partenza di quella rinascita. L’autobiografia di quest’ultimo, pubblicata in italiano presso le edizioni Qiqajon del monastero di Bose, è stata tradotta dai Fratelli contemplativi di Gesù, che in una nota a proposito del racconto di Tolstoj affermano: “peraltro così poco consono alla concezione ortodossa del monachesimo”. Colpiti da queste parole, abbiamo chiesto agli autori del libro, di spiegarcele meglio. L’intervento che vi presentiamo è il testo di una relazione tenuta nel 2005 che fra Adalberto Mainardi ci ha concesso gentilmente di pubblicare.

Russianecho

La figura dello "strannik"nella cultura russa 1

di Adalberto Mainardi

monaco di Bose

 

 

 

 

Nel 1881, l’anno della morte di Dostoevskij e del mortale attentato ad Alessandro II, lo “zar liberatore” dei servi della gleba, esce a Kazan’, città di provincia, un piccolo libro anonimo, curato come dice il frontespizio dall’igumeno Paisij Fedorov del monastero di San Michele Arcangelo, nella regione dei Ceremissi (un popolazione non ancora del tutto cristianizzata, presso cui il monastero aveva sede). Questo libretto era destinato ad essere uno dei più grandi successi editoriali del xx secolo e fu tradotto in tutte le lingue europee. Il lungo titolo, poi abbreviato (insieme a gran parte del testo) nelle successive edizioni, suona: Racconto sincero di un pellegrino al suo padre spirituale, scritto da chi l’ha ascoltato, persuaso della seguente espressione nella Parola di Dio: “È bene custodire il segreto del re, ma glorioso rivelare le opere di Dio”, Tobia XII,7 . Questo racconto è anche il filo rosso che guida il nostro itinerario questa sera.

Sono subito messi in scena tre attori, tutti anonimi: un “pellegrino”, o meglio uno strannik , che è al tempo stesso un viandante e insieme un forestiero, uno straniero mosso da una ricerca; un “padre spirituale” che ne ascolta il racconto; e infine colui che raccoglie questo racconto, lo scrive per consegnarlo ai lettori, a noi che ne riascoltiamo la voce fissata nella scrittura. Di che cosa parlano questi tre misteriosi personaggi? La citazione biblica dice che parlano di un “segreto”, di più, del segreto del Re. Un segreto da custodire, ma la cui custodia è in realtà una manifestazione: la rivelazione delle opere di Dio. La parola russa che qui traduciamo con “segreto” – tajna – significa propriamente “mistero”, ed è utilizzata nel senso anche di “santi misteri”, “sacramenti”. Velatamente, parlando del “segreto del Re”, il titolo allude ai “misteri del Regno dei cieli”, di cui è necessario serbare una parte nascosta, affinché nel volto di chi porta in sé il mistero si manifesti “la gloria della bellezza delle opere di Dio”.

 

I. La ricerca di un pellegrino

 

Ora che abbiamo tutti gli elementi, che cercheremo di ascoltare e indagare nel nostro itinerario, lasciamo che sia il pellegrino stesso a presentarci la sua ricerca.

 

lettura 1 : da “ Racconti sinceri di un Pellegrino al suo padre spirituale 2

Per misericordia di Dio sono uomo e cristiano, per opere gran peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più umile, che va forestiero di luogo in luogo. I miei averi sono: una bisaccia di pan biscotto sulle spalle, e in seno la Sacra Bibbia, ecco tutto.

La ventiquattresima domenica dopo Pentecoste ero in chiesa per la divina liturgia, a pregare; leggevano la Lettera di Paolo ai Tessalonicesi, il passo in cui si dice: Pregate incessantemente. Queste parole si fissarono nella mia mente, e cominciai a pensare: com’è possibile pregare incessantemente, quando ognuno di noi, per vivere, è costretto ad occuparsi anche d’altre cose? Cercai nella Bibbia, e là vidi con i miei occhi quello che avevo ascoltato: che bisogna pregare incessantemente, pregare in ogni tempo nello spirito, innalzare le mani in preghiera in ogni luogo. Pensavo e ripensavo, senza trovare soluzione. Allora domandai a un d’jak:

— Che significa pregare incessantemente e come lo si deve fare?

— Prega come ti si dice, così bisogna fare — rispose quello.

— Va bene, ma com’è possibile farlo incessantemente —, insistetti.

— Ancora ti metti a far domande? —, disse il d’jak, e se n’andò via.

Allora mi rivolsi a un prete:

— Com’è possibile pregare incessantemente?—, domandai anche a lui.

— Vai più spesso in chiesa, partecipa alle funzioni d’intercessione, accendi le candele, prostrati fino a terra più volte...

— Ma dove ne parla la Bibbia? —, gli chiesi.

— E da quando in qua ti metti a leggere la Bibbia? Non soltanto a voi, ma nemmeno a noi è permesso leggerla senza la guida della santa chiesa.

Detto questo il prete mi cacciò via. Che fare, pensai, dove trovare chi avrebbe potuto interpretarmi questa parola?

 

La meta del nostro pellegrino cessa di essere un luogo nello spazio fisico; diventa un problema: come pregare incessantemente ? La parola di Dio ascoltata accende in lui il desiderio di metterla in pratica. Diviene così cercatore della preghiera incessante . Ma chi è in realtà questo pellegrino?

Il testo de Il racconto di un pellegrino , il cui titolo nella terza edizione del 1884 diventerà Racconti di un pellegrino , prima ancora di essere pubblicato conosceva un’ampia circolazione manoscritta tra i fedeli e anche tra i monaci, sia sul Monte Athos sia in Russia. Ne troviamo menzione in una lettera indirizzata nel 1879 da Amvrosij di Optina alla monaca Leonida Frizel’, economa del monastero del Salvatore delle Blacherne e sua figlia spirituale:

 

Scrivi che ti è capitato per le mani un manoscritto in cui è indicato un metodo semplice, con il quale un contadino del governatorato di Orel ha imparato a praticare la preghiera di Gesù dapprima orale, poi mentale e infine del cuore, seguendo l’insegnamento di un certo starec sconosciuto. Scrivi che il manoscritto, o gli appunti di questo contadino si concludono nel 1859. Non molto tempo prima di allora, il nostro starec buon’anima, padre Makarij, ci aveva raccontato che da lui era venuto un laico, che possedeva un grado così elevato della preghiera spirituale, che padre Makarij non sapeva nemmeno che cosa rispondergli, quando quest’uomo, per ricevere consiglio, raccontava al nostro starec i diversi stati della preghiera; e padre Makarij riuscì a dirgli soltanto: “Mantenete l’umiltà, mantenete l’umiltà”. Dopodiché ce ne parlò con meraviglia. A quel tempo pensai che si trattasse del mercante Nemytov di Orel, che era un grande uomo di preghiera, ma ora penso che forse era proprio la persona di cui scrivi tu3.

 

Amvrosij chiede alla sua corrispondente di inviargli il manoscritto, che farà copiare per sua “personale edificazione e conoscenza”. Recentemente gli esemplari copiati a Optina sono stati ritrovati e hanno permesso di scoprire il retroterra del racconto del pellegrino 4 . Dal seguito della corrispondenza si viene a sapere dell’approvazione del testo da parte dello starec Amvrosij, che consiglia tuttavia all’interlocutrice di continuare a seguire la sua regola di preghiera monastica, senza intraprendere il metodo descritto dal pellegrino (“ Tu non fare come il pellegrino, perché il pellegrino è un pellegrino; tu sei una monaca, devi stare in monastero, non sei libera e l’obbedienza e l’umiltà valgono più per te, piuttosto che intraprendere questo metodo che il pellegrino trova dopo una lunga ricerca ”).

La convinzione dello starec Amvrosij, che i Racconti fossero l’autentica trascrizione dell’esperienza di preghiera di un anonimo pellegrino — persuasione condivisa dai redattori del suo epistolario e, un secolo dopo, dalla quasi totalità degli interpreti — incontra una naturale corrispondenza nella spontaneità di un testo, il cui maggior pregio letterario è forse quello di dissimulare con discrezione la calcolata costruzione letteraria. “ Non c’è nulla di premeditato, nulla di artificioso ”, scriveva ancora nel 1948 l’archimandrita Kiprian Kern nella prefazione all’edizione parigina: “ Indubbiamente l’autore aveva ascoltato questa parlata, per così dire, dal vivo, penetrandone pienamente il ritmo, che riesce a reggere con maestria e fedeltà ”. Non ci soffermeremo questa sera sull’attribuzione di questi racconti, che ci porterebbe molto lontano 5 . Diremo solo che si sono individuati alcuni di questi monaci anonimi che li hanno redatti: uno è un monaco proveniente dai vecchi credenti, Michail (Kozlov) che nel 1846, grazie anche all’incontro con l’arciprete Matfej Konstantinovskij, il padre spirituale di Gogol’, si converte alla chiesa ortodossa, divenendo monaco all’Athos nel 1858: a lui si deve uno scritto dal titolo “ Il cercatore della preghiera incessante ”, successivamente rielaborato, ricopiato e diffuso in Russia negli anni ’70. Entrano a far parte di questo testo anche altri scritti più o meno anonimi, redatti da monaci ed eremiti che parlano di come si deve raggiungere la preghiera e soprattutto di quali siano gli effetti straordinari che la preghiera interiore manifesta in chi la pratica. Il risultato, secondo un percorso a tutt’oggi non ancora del tutto chiarito nei suoi dettagli, sono proprio i Racconti di un pellegrino .

Ecco allora la peculiarità del nostro testo: sorgere all’incrocio tra una figura popolare tipica della tradizione russa – quella del pellegrino, della Russia pellegrina, che dal medioevo ai tempi recenti caratterizza una delle costanti della spiritualità di questo popolo – e la tradizione ascetica della chiesa d’Oriente, che parla della preghiera interiore, della bellezza spirituale, del regno di Dio ‘che è dentro di voi’ (cf. Lc 17,21) e che costituisce la trama nascosta dei nostri racconti.

La storia del testo dei Racconti è infatti un complesso mosaico di riscritture, in cui il personaggio dello strannik interseca la riscoperta della tradizione ascetica dei padri, resa possibile dalla diffusione a stampa della Filocalia slava di Paisij Veličkovskij, di cui si susseguirono tra il 1793 e il 1857 ben sei edizioni.

La Filocalia è anche la guida sicura che conduce — come vedremo — il nostro pellegrino alla soluzione della sua cerca. Prima di parlare della Filocalia , dobbiamo però chiederci che cosa significhi propriamente strannik. Qual è l’origine di questo archetipo così radicato nella tradizione popolare russa?

 

 

II. Lo strannik nella tradizione russa

 

Strannik è lo straniero e viandante di luogo in luogo 6 , che l’italiano “pellegrino” restituisce nella misura in cui ritiene anche il significato del latino peregrinus , il forestiero, condizione esistenziale di ogni cristiano che quale “straniero e pellegrino” (1Pt 2,11) “dimora nella propria patria come in terra straniera” ( A Diogneto ). Di più: in Lc 24, è lo stesso Cristo risorto che accompagna come pellegrino i due discepoli che (in una sorta di anti-pellegrinaggio centrifugo) da Gerusalemme ritornavano a Emmaus. “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme, da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni” (Lc 24,18), dice uno dei due a Gesù, senza riconoscerlo.

Uno dei primi e più diffusi testi antico-russi in cui il “viandante forestiero”, il “pellegrino”, si rivela l’uomo di Dio, l’inviato in cui è racchiusa la benedizione divina — secondo la tipologia del “santo nascosto”, che nell’agiografia bizantina troviamo all’origine anche del sálos , “il santo folle in Cristo” 7 — è la Leggenda di Sant’Alessio, uomo di Dio 8 .

La leggenda di questo santo nasce e si diffonde in ambiente siriaco nel V secolo, cioè nella culla del movimento monastico antico. Tra VI e IX secolo, la leggenda si diffuse a Costantinopoli, e di qui nella Rus’ di Kiev. Il più antico manoscritto antico-russo che ne possediamo risale al xii secolo 9 .

La vicenda è fantasiosa, leggendaria, ma vi sono elementi importanti. Figlio del patrizio Eufemiano e della nobile Aglasia o Aglaia, Alessio abbandona inspiegabilmente la compagna prima di consumare il matrimonio, la notte stessa delle nozze, secondo un modello diffuso nell’agiografia antica. La Vita antico-russa (che dipende dal Βιος greco) allude alla conversazione segreta tra gli sposi che precede la fuga notturna di Alessio: “ Entrato nella camera nuziale, egli sedette nel trono nuziale dorato, si tolse l’anello d’oro, e avvoltolo in un drappo di seta, lo diede alla sposa: ‘Prendilo e custodiscilo, che Dio sia tra me e te sino al tempo in cui il Signore vorrà’. E le rivelò altri misteri. Uscito dalla camera, andò nella camera del tesoro, prese una parte delle sue ricchezze e abbandonò Roma nella notte, di nascosto 10 .

La lunga assenza lo vede a Edessa, per diciassette anni mendicante alla porta della cattedrale. Sopporta con umiltà, pazienza e devozione tutte le ingiurie e le umiliazioni che gli vengono inferte. Privatosi di tutto, straniero in terra straniera, umiliato e dimenticato da tutti, Alessio è in realtà il tipo del santo nascosto che nell’assoluta spogliazione diviene egli stesso preghiera, somigliantissimo al Cristo nel suo cammino di spogliazione fino alla condizione di servo, di abbassamento fino alla morte di croce.

È la Madre di Dio a rivelare in sogno al sacrestano che nella città di Edessa c’è un santo, un uomo di Dio, ed è proprio quel mendicante seduto alla porta della chiesa. Alessio fugge gli onori che gli abitanti della città gli vogliono tributare, e si imbarca come il profeta Giona su una nave che lo deve portare a Tarso; per provvidenza divina, però, il vascello è fortunosamente trasportato da una terribile tempesta fino a Roma. Qui Alessio ritorna alla casa paterna, senza essere riconosciuto, e chiede al padre di essere accolto “come un pellegrino forestiero , uno strannik ”, che si sarebbe nutrito delle briciole che cadono dalla tavola insieme ai servi del padre. Trascorre così — da strannik ignoto a tutti (al padre, alla madre, alla fidanzata che ne piangono la dipartita) — altri diciassette anni, nel silenzio, nella preghiera, nelle umiliazioni sopportate con amore e pazienza.

Quando sente vicina l’ora della sua morte, scrive su un foglio “il segreto (il mistero) della sua vita, quello stesso che aveva confidato alla sposa nella camera nuziale”, e lo affida all’amico che l’aveva assistito negli ultimi suoi giorni, affinché lo consegni ai famigliari dopo la sua dipartita dalla vita terrena. Alla sua morte, durante la divina liturgia, il papa Marciano (mai esistito) sente una voce misteriosa che chiede ai romani di “cercare l’uomo di Dio nella casa di Eufemiano”. E nella casa del padre avverrà lo svelamento del segreto di Alessio: l’uomo di Dio è proprio quel mendicante che nessuno aveva sospettato essere in realtà il figlio di Eufemiano, colui che si era spogliato delle ricchezze e del nome, aveva cancellato il proprio passato per diventare un forestiero, un viandante. Alessio si è in realtà trasformato in un ánghelos , ossia un messaggero, portatore di un messaggio di salvezza destinata a manifestarsi alla fine dei tempi, ma celata a chi non sa comprendere il senso di una vita spesa per Dio nel nascondimento. La leggenda si chiude con la narrazione dei miracoli avvenuti sulla sua tomba.

Se ci siamo dilungati su questa leggenda, non è solo per la sua grande popolarità in Oriente e nell’Occidente medievale — dove Alessio è generalmente raffigurato con l’abito del pellegrino di Santiago (p. es. nella statua di G.B. Caccini nella Chiesa di S. Trinita a Firenze) —, ma perché presenta il tipo dello strannik nel suo significato originario di peregrinus , forestiero e viandante.

Nel typos di Alessio sono ancora in embrione due forme della santità bizantina che evolveranno in terra russa da un lato nella figura dello jurodivyj , il “santo folle” (ma urod significa “strano, insolito, mostruoso”: è ancora il proveniente da un altro mondo che contesta con la sua presenza inquietante l’ipocrisia della religione esteriore), e dall’altro nel santo strannik .

Certo, lo strannik non è l’unico “tipo” di pellegrino in terra russa: la letteratura critica su pellegrini e pellegrinaggi in Russia è molto vasta 11 . In alcune pagine penetranti Nina Kauchtschischwili ha messo a confronto il senso del pellegrinaggio in Occidente e in Russia 12 , in tutta la sua ricca tipologia: dai palomniki , i portatori di palme di ritorno da Gerusalemme , ai kaliki , i mendicanti che si trasformano nei prodi cavalieri erranti nelle byliny della tradizione popolare (come nel canto intitolato I quaranta pellegrini e la pellegrina ).

In età moderna la figura dello strannik mantiene una sua fisionomia peculiare, vicina all’ambiente monastico, legata ai padri spirituali dei monasteri, fino a diventare sinonimo di una specifica vocazione cristiana. Anche se non mancano mistificazioni. L’archimandrita Aleksandr di Arzamas, padre spirituale di Mosè di Optina, scrive nel luglio 1835 a un suo confratello: “ Per quanto riguarda le due lettere e certi pacchi, che mi avreste mandato per il tramite di un certo vagabondo, che voi vi premurate di chiamare strannik , ti dirò non solo che non ho ricevuto nulla, ma anche che non ho visto nessuno strannik . In futuro sta’ più attento. Di stranniki in Russia non ce ne sono e non possono essercene, ma ecco come si chiamano: vagabondi impenitenti, che fanno il proprio comodo: con la presunzione di salvarsi da sé ingannano i sempliciotti e se stessi 13 .

Al di là del disappunto del celebre archimandrita Aleksandr, è significativo che all’inizio del xix secolo il termine strannik designasse già una particolare vocazione nella vita cristiana, espressamente riconosciuta.

In alcune sue lettere, il grande starec Amvrosij di Optina chiarisce il senso spirituale di questa vocazione: “ Scrivi che ti sei decisa a fare la pellegrina (stranstvovat’). Ma questa decisione non è salda. Di essere pellegrina non hai la forza, per la tua debole salute, e per la tua vocazione non si addice né conviene affatto, ed è persino sconveniente e irrealizzabile. E oltre a questo, lo stranničestvo spirituale non consiste nell’errare pellegrini per il mondo, ma, vivendo in un solo luogo, vivere come stranieri e pellegrini, senza avere propria dimora, come il Signore stesso testimonia delle proprie peregrinazioni, dicendo: Le volpi hanno una tana e gli uccellini il nido, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc 9,58) 14 .

Ecco una dimensione interiore, interiorizzata del pellegrinaggio, che deve essere custodita accanto alle motivazioni esterne.

Un prete, Sergij Sidorov, che sarà fucilato nel 1937 durante le purghe staliniane, prima della rivoluzione, raccoglie a Optina le testimonianze di questi stranniki (erano molto numerosi prima che il regime comunista cristallizzasse la Russia pellegrina, facendone il censimento e impedendone la libera mobilità, e creando paradossalmente un’immane migrazione forzata di popolazione…).

Neg li appunti di padre Sidorov, recentemente pubblicati 15 , si è così conservata la confessione di uno di questi viandanti – affidata allo starec Anatolij (Zercalov) – sul motivo che lo ha spinto a farsi pellegrino: “ Ecco, padre mio, come sono diventato uno strannik . Andavo dal santo Sergio a Radonež… Era autunno. La via era lunga e faticosa, ma io, guardando la strada, non solo non ero triste — e le gambe mi facevano male — ma c’era come una gioia che mi si versava nel cuore. Ormai non desideravo più che il mio cammino avesse fine. È questa gioia che mi ha fatto diventare pellegrino. Continuavo ad andare da un luogo santo a un altro. E se, pensai, questa stessa strada anche oltre mi conducesse alla gioia… E così fino ad oggi vado forestiero e pellegrino ”.

Che cosa trasforma, in realtà, il pellegrinaggio esteriore in un itinerario spirituale? Riascoltiamo il seguito della ricerca del nostro pellegrino che si chiede come acquisire la preghiera incessante:

 

lettura 2 : da “ Racconti sinceri di un Pellegrino al suo padre spirituale

“… Mi rimisi in cammino, senza sapere io stesso per dove. Mi rattristavo della mia incomprensione, e per rallegrarmi leggevo la Bibbia. Passarono così quattro o cinque giorni lungo la grande strada; infine, verso sera, mi raggiunse un vecchietto, dall’aspetto si sarebbe detto un monaco o un prete.

Alla mia domanda, disse di essere uno schimonaco di una pustyn’ a circa dieci verste dalla grande strada, e mi invitò ad andare con lui nel loro monastero. — Da noi, — mi diceva — accolgono bene i pellegrini, danno loro da riposare e mangiare insieme ai pellegrini nella foresteria.

— Il mio riposo non dipende da un alloggio, risposi, ma da un insegnamento spirituale; non vado in cerca di cibo, ho molto pan biscotto nella borsa.

— E che insegnamento vai cercando, quale dubbio ti tormenta? Vieni, vieni da noi, amato fratello; da noi ci sono anziani esperti, capaci di dare nutrimento spirituale e indirizzare sulla via della verità, nella luce della parola di Dio e del discernimento dei santi padri.

— Ecco, vedete, padre, è passato circa un anno da quando io, durante la liturgia eucaristica, ascoltai dalla lettura dell’Apostolo questo comandamento: pregate incessantemente. Non riuscendo a comprendere queste parole, mi misi a leggere la Bibbia. Vi trovai in molti passi il comandamento di pregare incessantemente, sempre, in ogni tempo, in ogni luogo, non solo in tutte le occupazioni, non solo durante la veglia, ma persino nel sonno… Io dormo, ma veglia il mio cuore. Questo mi meravigliò molto, e io non riesco a capire come sia possibile metterlo in pratica… Ed è per questo che ho cominciato ad andare di chiesa in chiesa, per ascoltare le prediche sulla preghiera; ma per quante ne abbia ascoltate, nessuna mi ha insegnato come pregare incessantemente…

L’anziano monaco si fece il segno della croce e cominciò a parlare:

— Ringrazia Dio, fratello amatissimo, per averti rivelato nell’intimo quest’invincibile attrazione per la conoscenza dell’incessante preghiera interiore. Riconosci in questo una chiamata di Dio e datti pace, persuadendoti che fino a questo momento si è compiuto per te un tempo di prova, per accordare la tua volontà alla voce di Dio…

 

— Vi prego, venerabile padre, spiegatemi che cosa significa l’incessante preghiera interiore, e come è possibile apprenderla; vedo che lo sapete bene e per esperienza!

L’anziano monaco accolse la mia preghiera con affetto e mi invitò da lui: — Vieni ora da me, ti darò un libro dei santi padri, dal quale potrai comprendere la preghiera in modo chiaro e distinto, e impararla con l’aiuto di Dio.

Dopo che fummo entrati nella sua cella, il monaco mi parlò così: — L’incessante preghiera interiore di Gesù è l’invocazione senza interruzione né intermissione del divino Nome di Gesù Cristo con le labbra, la mente e il cuore, pensando che egli è sempre presente, e implorando la sua misericordia, in tutte le occupazioni, in ogni luogo, in ogni tempo, persino nel sonno, con queste parole: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me!”. E chi si sarà abituato a quest’invocazione sperimenterà una grande consolazione e la capacità di fare questa preghiera sempre, tanto che non potrà più vivere senza preghiera, ed essa stessa risuonerà da sola in lui.

Ora ti è chiaro che cosa sia la preghiera incessante?

— Certo che mi è chiaro, padre mio! Per amor di Dio, insegnatemi a raggiungerla! — esclamai pieno di gioia.

— Come imparare la preghiera, si legge proprio in questo libro. Si chiama Filocalia. Contiene la scienza completa e dettagliata dell’incessante preghiera interiore, esposta da venticinque santi padri, ed è un’opera tanto alta e utile da essere ritenuta la più importante e principale guida nella vita spirituale contemplativa e, come si esprime san Niceforo, “porta alla salvezza senza fatica né sudore”.

— Davvero è più alta e santa della Bibbia? —, chiesi io.

— No, non è né più alta né più santa della Bibbia, ma contiene luminose spiegazioni di ciò che nella Bibbia è racchiuso in modo arcano… Il sole è l’astro più grande, luminoso e importante; ma tu non puoi contemplarlo né fissarlo a occhio nudo, senza protezione. È necessario un certo vetro apposito, che pure è milioni di volte più piccolo e oscuro del sole, attraverso il quale tu possa guardare questo grandioso re degli astri, ammirare e ricevere i suoi raggi infuocati. Così anche la sacra Scrittura è il sole luminoso, e la Filocalia è il vetro che occorre per essere in grado di accedere a quella luce eccelsa.

Ora ascolta, ti leggerò in che modo si apprende l’incessante preghiera interiore —. Il monaco aprì la Filocalia, vi cercò gli insegnamenti di san Simeone il Nuovo Teologo, e cominciò a leggere: “Siedi nella quiete e nella solitudine, china il capo, chiudi gli occhi; trattieni il respiro, con l’immaginazione guarda dentro il cuore, fa’ discendere la mente, cioè il pensiero, dalla testa nel cuore. A ogni respiro di’: ‘Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me, piano piano con le labbra, oppure solo mentalmente. Cerca di cacciare i pensieri, abbi un’imperturbata pazienza, e ripeti sempre più spesso quest’operazione”.

Dopodiché l’anziano mi spiegò tutto quanto, mostrandomi degli esempi, e dalla Filocalia proseguimmo a leggere san Gregorio il Sinaita e i santi Callisto e Ignazio. A conferma di tutto quel che leggevamo nella Filocalia, l’anziano mi mostrò diversi punti della Bibbia, dicendo: “Ecco, vedi da dove sono state attinte tutte queste cose!”. Io ascoltavo tutto con meraviglia e attenzione, afferravo ogni particolare con la memoria… Conversammo tutta la notte, e senza andare a dormire vegliammo sino al mattutino.

 

Che cos’è la Filocalia che affascina il nostro pellegrino?

 

 

III. La preghiera del cuore

 

La Filocalia è un’antologia di scritti ascetici e spirituali, pubblicata a Venezia nel 1782 dal metropolita Macario di Corinto e dal monaco dell'Athos Nicodemo: come specifica il lungo titolo 16 , era dedicata alla contemplazione della luce divina. Si trattava di una sorta di summa che comprendeva opere di diverse epoche; l'arco cronologico abbracciato va dall'antico monachesimo egiziano, agli autori palestinesi e del Monte Sinai, ai monaci medievali del Monte Athos. Questi testi sono stati tradotti poi in slavo in epoca ancora medievale; nella metà del XVIII secolo un monaco ucraino Paisij Veličkovskij – anche lui straniero sul Monte Athos in cerca della preghiera interiore – riscopre questi testi, li corregge, li traduce in slavo ecclesiastico e verso la fine degli anni ’90 del 1700 su richiesta del metropolita di Pietroburgo Gavriil Petrov li manda in Russia, nella Russia della ‘zarina illuminata’ Caterina II, affinché vengano stampati nel grande tomo del Dobrotolubie – come è stato tradotto in slavo il termine greco ‘Filocalia’, ovvero ‘Amore del bello’. Questo tomo esce nel 1793, una seconda parte nel 1799 e, come abbiamo già detto, nell’arco della prima metà dell’Ottocento vide ben sei ristampe 17 .

Non va però dimenticato che la Filocalia è più che un’opera letteraria: è la testimonianza di una tradizione viva che la precede e la segue, trasmessa all’interno di una vera e propria iniziazione. Paisij scrive in una sua lettera: “Guai a chi intraprende quest’opera della preghiera così terribile, senza l’iniziazione di una guida esperta”. Ed era a tal punto esitante, che all’inizio non voleva affatto diffondere per mezzo della stampa le sue traduzioni, che erano destinate solo ai monaci. Non a caso anche nel nostro racconto è un monaco anziano (uno starec ) che introduce il nostro pellegrino all’esatta comprensione degli insegnamenti dei padri sulla preghiera.

La Filocalia per molti aspetti è una tradizione all’opera anche oggi: a metà del XX secolo, negli anni ’50, un monaco della Chiesa ortodossa romena scrive un importante saggio, “ L’avvento filocalico della Chiesa romena contemporanea 18 , in cui parla della rifioritura della preghiera del cuore nella Romania sotto il regime comunista, negli eremi dei Carpazi, dove i monaci vivevano nella clandestinità. Allo stesso modo, negli anni ’30, ad un professore che si stupiva che i monaci del monastero athonita di San Panteleimon leggessero Giovanni Climaco, Simeone il Nuovo Teologo, Gregorio Sinaita, Massimo il Confessore e tutti gli altri padri della Filocalia , lo starec Silvano del Monte Athos († 1938) rispose: “Non solo i nostri fratelli leggono quei libri, ma se per un motivo o per l’altro quei libri dovessero andare perduti, allora i monaci ne scriverebbero di nuovi…” 19 .

L’insegnamento che l’anziano monaco trasmette al pellegrino riguarda un tipo particolare di orazione 20 , chiamato “preghiera di Gesù” e che, come abbiamo ascoltato, consiste nella ripetizione di una breve formula composta di due elementi: il Nome di Gesù e la domanda di aiuto e di misericordia. La formula che si è imposta nell'ultima età bizantina, nei paesi slavi e in Russia, sino ai nostri giorni, è: “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me (peccatore)”.

Le origini di questa preghiera coincidono di fatto con quelle del monachesimo in Egitto, con l'epoca dei Padri del deserto. Questa forma di preghiera è una creazione monastica, diffusa in primo luogo, anche se non esclusivamente, tra i monaci. Di fronte al comando dell'Apostolo di pregare senza sosta (1Ts 5,17), nell'evidente impossibilità di un atto continuo, si cercò di arrivare a uno stato permanente di preghiera, alla continua memoria di Dio.

Come si fa ad avere memoria solo di Dio? Il nostro pensiero è occupato da tante cose, distrazioni, pensieri. Per giungere a questa condizione è stata così sottolineata la necessità di eliminare gli ostacoli che la impediscono, i pensieri. Un mezzo privilegiato per combatterli diventa la meditazione interiore, la “ruminazione” di una breve preghiera (o di un passo della Scrittura). L'orazione del Nome divino è allo stesso tempo il mezzo e il fine. Grazie a essa sono cacciati dalla mente (o dal cuore) i pensieri “seminati” dal demonio, che si dissolvono “come fumo”: la preghiera è una spada che li recide, una sferza che li flagella, e i pensieri bruciano, “come paglia sul fuoco”.

La ripetizione della preghiera, di questa breve formula prima verbalmente, poi nella mente e quindi nel cuore, permette alla preghiera di interiorizzarsi, fino a diventare preghiera del cuore. La pratica assidua, quindi, conduce a una interiorizzazione della preghiera che passa da un momento vocale, o legato alla ragione relazionata con il mondo esterno (che, secondo alcuni, risiede nella testa) a una fase più intima, quando è ripetuta dal verbo interiore (che sta nel petto). Poi subentrerà la preghiera del cuore, luogo per eccellenza dell'orazione e, infine, l'essere intero dell'orante diventerà come un'unica bocca che pronuncia la preghiera. E anche la formula ripetuta nell'orazione subisce delle modifiche, diventando sempre più breve, sino a ridursi a un'unica parola (vi sono alcuni monaci che ripetono solo il nome di Gesù). Se questo è il processo di interiorizzazione da un punto di vista spaziale (si tratta, come è ovvio, di uno spazio tutto interiore), anche lungo l’asse temporale si tende – attraverso un esercizio graduale e progressivo – a raggiungere la continuità della preghiera in ogni momento, in ogni attività.

Nella parte che non abbiamo letto del racconto, lo starec consiglia al nostro pellegrino di ripetere inizialmente la preghiera mille volte; poi, una volta abituatosi, gli chiede di ripeterla tremila volte, poi seimila, infine dodicimila volte; il pellegrino ubbidisce, sgranando sul rosario questa formula e incontra difficoltà, oscurità, ma poi la lingua si scioglie, il corpo inizia a partecipare alla preghiera e poco alla volta anche nel sonno il pellegrino avverte la preghiera, si addormenta con la preghiera ed è risvegliato dalla preghiera.

Al tempo stesso, lo starec guida il pellegrino attraverso quei testi della Filocalia che insegnano questo processo di interiorizzazione e assimilazione della preghiera. All’interno di questa voluminosa antologia è infatti possibile delineare una sorta di sistema, basato su alcune nozioni chiave che ritornano di continuo. Si tratta di un percorso spirituale dall’esteriorità all’interiorità, che inizia con la lotta ai pensieri, con gli sforzi per riuscire a cacciare i pensieri fin dal loro sorgere. Con grande profondità di indagine psicologica è analizzato il meccanismo della loro formazione: “ Viene prima la suggestione, poi il legame, quindi il consenso, in seguito la prigionia e infine la passione, che deriva dalla continuità e dall'abitudine ” (Filoteo il Sinaita). Una mente sobria e vigilante deve cogliere il singolo pensiero prima che prenda forma, quando è un semplice germoglio, deve reciderlo e annientarlo prima che prenda il sopravvento sulla persona. Tutto questo processo avviene nel cuore, in quel vero e proprio mondo che sta all'interno dell'uomo: i testi filocalici parlano così del cielo, degli astri, della terra e delle praterie del cuore. In questo panorama interiore è importante che la mente sia governata e frenata, in modo da essere sottomessa assieme a ogni pensiero: “ Attendete a voi stessi incessantemente e persistete nel Signore Dio nostro fino a quando non abbia pietà di voi e non chiedete nient'altro che misericordia nel cuore umile e compassionevole. Chiedete e gridate da mattina a sera, se vi è possibile, e tutta la notte: 'Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di noi' ”.

Accanto a questa teoria, che abbiamo molto sintetizzato, c’è però una pratica, che è un vero e proprio metodo (lo abbiamo ascoltato anche nell’istruzione che lo starec dà al nostro pellegrino). Questo metodo è descritto in particolare in un testo, intitolato Metodo della santa preghiera e attenzione , che dalla seconda metà del XIII secolo circolava sotto il nome del grande mistico Simeone il Nuovo Teologo (946-1022). Ecco quel che vi leggiamo: “Seduto in un angolo, fa' quello che ti dico. Chiudi la porta ed eleva la tua mente al di sopra di ogni oggetto vano e temporale. Quindi appoggia la tua barba sul petto…”. Stando alle indicazioni, ellittiche ma allo stesso tempo chiare dell'anonimo, il monaco deve sedersi nella cella a gambe incrociate o, curvo, con la testa tra le ginocchia: posizioni a noi note grazie alle testimonianze letterarie e iconografiche. Il capo andava invece inclinato per favorire una sorta di ritenzione del respiro, sulla quale l'autore ritorna dicendo: “Comprimi l'inspirazione che passa per il naso in modo da respirare con difficoltà”. Questa tecnica era unita a una pratica di visualizzazione interiore che veniva poi descritta: “Volgi l'occhio del corpo con tutta la tua mente nel centro del ventre, cioè nell'ombelico. Esplora con la mente l'interno delle viscere per trovare il luogo del cuore ove risiedono tutte le potenze dell'anima. All'inizio, troverai tenebre e una durezza invincibili, ma poi, perseverando e praticando quest'opera notte e giorno, troverai, oh meraviglia!, una felicità infinita. Infatti, quando la mente trova il posto del cuore, vede subito cose alle quali non avrebbe mai creduto prima. Vede infatti l'aria che sta al centro del cuore e se stessa tutta luminosa e piena di discernimento. D'ora in poi, quando un pensiero si leva, prima che si realizzi e prenda forma, lo scaccia e lo annienta con l'invocazione di Gesù Cristo”.

I Racconti del pellegrino fanno riferimento anche a una tecnica analoga, dovuta a un altro autore presente nella Filocalia , Niceforo l’esicasta (XIII secolo), che non prevede la ritenzione, ma solo il controllo ritmico del respiro. I nostri Racconti introducono però anche un’innovazione nel metodo: in un passo lo starec insegna ad accordare il battito del cuore alle parole della preghiera; ad ogni battito del cuore, ad ogni respiro una parola – ‘Signore’, ‘Gesù’, ‘Cristo’ e cosi via. Questi accorgimenti producono sensazioni piacevoli, e in particolare provocano una sorta di estasi in colui che li applica. In un’appendice che si trova nella prima edizione dei Racconti del pellegrino , ma che sarà poi eliminata nelle successive edizioni (e quindi non è stata finora mai tradotta), l’anonimo autore accosta questo metodo di preghiera alle pratiche dello yoga, dei fachiri indiani, degli ‘sceicchi’ musulmani (quei monaci che ripetono incessantemente il nome di Allah praticando il dhikr ), e contempla così una vera e propria estensione universale della preghiera del cuore: essa conduce alle soglie della vita interiore, introduce alla vita per Dio e con uno sguardo molto aperto è considerata un patrimonio comune a tutte le religioni. Sono proprio queste parti che susciteranno un po’ di imbarazzo in teologi come Teofane il Recluso, che nella sua edizione (1884) le eliminerà.

L’essenziale della preghiera, al di là delle tecniche specifiche, resta però il cammino di interiorizzazione, di conoscenza di sé, per ritrovare quella luce interiore che nell’interpretazione mistica della Scrittura è il ‘Regno di Dio dentro di Voi’ (Lc 17,21).

A questo punto il pellegrino legge con occhi diversi anche la Scrittura: come abbiamo sentito la Filocalia è il vetro affumicato che permette di guardare il sole (la Bibbia). Quando nella prima lettera di Pietro il nostro viandante legge l’espressione “l’uomo nascosto del cuore” (1Pt 3,4), quando sente in Giovanni “l’adorazione in Spirito e verità” (Gv 4,23), in Paolo “ l’intercessione dello Spirito santo che indicibilmente geme ” (Rm 8,26), in Luca “il Regno di Dio dentro di voi” (Lc 17,21), ecco che interpreta questi passi nel senso della discesa della mente nel cuore insegnata dai padri della Filocalia , come la preghiera interiore che nasce dall’unificazione completa della persona.

La figura del nostro pellegrino ha ormai conosciuto una metamorfosi, una trasfigurazione essenziale. Il racconto prosegue e ci dice che, alla morte dello starec , il protagonista compra per due rubli una vecchia e consunta Filocalia , per imparare a poco a poco la vera preghiera spirituale. Il viandante della religiosità popolare e del folklore inizia ora un pellegrinaggio interiore nelle profondità dell'orazione : egli è diventato veramente il “folle in Cristo”, il puro di cuore che “vede Dio”.

 

lettura 3 : da “ Racconti sinceri di un Pellegrino al suo padre spirituale

Ed eccomi ora in cammino, mentre incessantemente compio la preghiera di Gesù, che mi è più preziosa e dolce di ogni altra cosa al mondo. Talvolta percorro fino a settanta e più verste al giorno, e non mi accorgo di camminare; ma sento solo che sto facendo la preghiera. Quando mi afferra il freddo tagliente, incomincio a recitare la preghiera con più intensità, e ben presto mi riscaldo tutto. Se la fame sta per sopraffarmi, mi metto a invocare con più frequenza il nome di Gesù Cristo e mi dimentico di voler mangiare. Se accade che qualcuno mi insulti, non faccio che ricordarmi quanto è dolce la preghiera di Gesù, e dimentico tutto. Mi sono fatto come pazzo, non mi preoccupo di nulla, non c’è nulla che mi dia pensiero, me ne starei sempre solo con me stesso; di un’unica cosa soltanto ho sempre desiderio, di compiere incessantemente la preghiera, ma non oso ancora accingermi ad acquisire la preghiera spirituale all’interno del cuore… Aspetto l’ora voluta da Dio, sperando nelle preghiere del mio compianto anziano. E così, benché io non abbia raggiunto la preghiera spirituale che da sola opera incessantemente nel cuore, tuttavia, grazie a Dio!, ora comprendo chiaramente che cosa significano le parole dell’Apostolo: Pregate incessantemente.

 

 

IV. La discesa agli inferi

 

Prima di raggiungere la purezza della preghiera spirituale, della perfetta unificazione interiore, è necessario attraversare un cammino oscuro, una vera e propria discesa agli inferi, dove il pellegrino può anche smarrirsi. Questa dimensione (di cui se volete possiamo rintracciare le radici mitiche nella discesa all’Ade di Odisseo, ma che è latente anche nel misterioso viaggio a Edessa di sant’Alessio) è presente nella tradizione letteraria occidentale: dal pellegrinaggio infero di Dante, all’allegorico viaggio nell’oltremondo del pellegrino di John Bunyan, un predicatore inglese del XVII secolo che nel 1675 pubblica un libro che avrà una grandissima fortuna, The Pilgrim’s Progress : il protagonista, Cristiano, abbandona la casa e la famiglia per iniziare un pellegrinaggio mistico verso la salvezza, un cammino allegorico che lo condurrà, attraversando l’inferno, sofferenze e combattimenti contro le potenze oscure dell’anima, fino alla città celeste, il paradiso, la Gerusalemme dell’alto. Questo testo fu tradotto negli ambienti massoni russi tra xvii e xix secolo, e trasposto poeticamente da Puškin nell’incompiuto Strannik (1835).

La dimensione infera del Wanderer percorre tutto il romanticismo tedesco, da Goethe e Schiller fino alle trasformazioni post-romantiche di Richard Wagner (Wotan nel Götterdammerung ). Ma il viandante dell’Occidente romantico è una figura tragica, non è la figura luminosa che abbiamo ascoltato nella tradizione russa: è un viandante che si perde, un Odisseo che scende negli inferi senza ritorno, l’orizzonte si dilata nello smarrimento del cuore. Il pellegrino non è più il forestiero, l’angelo-messaggero, portatore di un segreto messaggio di salvezza, ma l’individuo che si ritrova solo fuori di casa, in una landa desolata, dove la meta del suo peregrinare si rivela irraggiungibile.

Un’interprete tra i più acuti di questa Sehnsucht romantica, ma con insospettati precorrimenti contemporanei, è Franz Schubert, con una serie di Lieder sul tema del Wanderer, — e, se vogliamo, l’intero ciclo della Winterreise . Il Lied Der Wanderer (D 493) nasce nell’ottobre 1816 su testo di Georg Philipp Schmidt:

 

Discendo dai monti,

nella valle nebbiosa, sul mare in tempesta;

cammino in silenzio, senza gioia,

e sempre sospiro e domando: verso dove?

… ovunque sono forestiero

 

Io vago silenzioso e infelice,

e sempre mi domando sospirando: dove?

E sempre: dove?

Una voce misteriosa mi risponde: “Là dove tu non sei, là c’è la felicità!”

 

L’altro testo emblematico della visione del pellegrino nel romanticismo tedesco è la ballata Der Pilger di Schiller (1803), che Schubert musicò nel maggio 1823 (D 794) e che era nota ai lettori russi nella versione di V. A. Žukovskij ( Putešestvennik , del 1809); anche qui il pellegrino inizia felice il suo viaggio, ascoltando una voce:

Ero ancora nella primavera della mia vita Quando me ne andai… “Va’ la strada è aperta sempre avanti verso oriente. Finché raggiungerai un portone d’oro; allora entra poiché lì ciò che è terreno sarà celeste, eterno”.

 

Ma l’esito di questo viaggio sarà un’amara delusione: il Wanderer di Schiller e Schubert raggiunge un mare che si stende nella sua vastità vuota:

Fino a un grande mare che si stende nella sua vastità vuota. Non sono più vicino di prima alla meta. Ahimé, nessun ponte mi conduce laggiù. Il cielo sopra di me non toccherà la terra. E laggiù non è mai qui.

 

C’è qui un pellegrinaggio senza luce, un itinerario che non conduce alla luce interiore, ma si perde nel vuoto dello smarrimento. Anche nella tradizione russa incontriamo un tipo religioso analogo, che incarna la dimensione ‘tellurica’, se vogliamo ‘notturna’, della religiosità russa. Ci affidiamo per descriverlo alla penna di Nikolaj Berdjaev, che nel saggio Duchovnoe christianstvo i sektanstvo v Rossii , apparso su Russkaja mysl’ nel novembre 1916 21 , definisce questo tipo religioso “Cristianesimo spirituale”:

Il tipo di pensiero religioso che si può convenzionalmente chiamare “cristianesimo spirituale” ha un grande significato e occupa un posto particolare nella vita popolare russa, ma non può assolutamente essere definito a partire dai libri o da specifici pensatori religiosi.

È una corrente viva, non letteraria, e più popolare che colta. Vi sono molte sfumature in questo movimento, ma si può tuttavia scorgervi un tipo caratteristico di pensiero religioso e di sentimento religioso della vita. Questo movimento religioso affonda nelle viscere stesse della vita popolare, nel settarismo, nella ricerca popolare di Dio e della verità divina della vita. È la fuoriuscita (уход) dalla cultura, la fuga dai peccati della civiltà, la ricerca della semplicità divina. È la Russia vagabonda, interamente soffocata dalle domande sulla fede e la vita giusta. La Rus’ pellegrina, che cerca la Città, che si libera dalla Russia della realtà quotidiana e della religiosità abituale. Ad essa appartengono non solo gente “del popolo”, contadini, ma provenienti da tutti gli strati della società russa, che avvertono l’impossibilità di continuare a vivere nella falsità e nell’empietà della vita mondana. Il pathos morale è molto intenso in questo tipo di vita spirituale, ma il problema morale non si raccoglie qui sulla superficie della vita personale e sociale, ma affonda nella profondità della sua essenza religiosa. Lev Tolstoj appartiene a questo tipo22

 

Per Berdjaev, questa posizione, che è quella del moralismo mistico dell’ultimo Tolstoj, delle innumerevoli sette russe (dai chlysty ai bessmertniki , gli immortali , ai beguny o stranniki , che predicano la fuga dal mondo irrimediabilmente dannato: “la coscienza del misticismo settario è notturna, non diurna”), ha però un limite: la liberazione che questi ‘settari’ attendono, peregrinando in cerca della mitica città di Kitež, vaticinando la fine del vecchio mondo e il nuovo avvento dello Spirito santo, è ancora una liberazione collettiva e materiale. “La vera libertà spirituale, la liberazione religiosa della persona, il settarismo è incapace di raggiungerla”. È una religione al fondo razionalistica, “umana, troppo umana”, che

… presuppone anzitutto l’uomo, la natura umana, che può salire sulla croce, può essere capace di grandi sacrifici e rinunce, ma deve essere e rimanere per sempre umana. E le stesse cattive passioni umane devono essere trasformate in buone … Tutto il male nell’uomo non è che una falsificazione del bene divino23.

 

In un racconto pubblicato postumo, Padre Sergij , ma il cui primo abbozzo risale al 1890, Lev Tolstoj rappresenta al vivo il dramma della ragione morale che non riesce a superare le proprie contraddizioni, a liberarsi dal “pensiero” che la rende prigioniera. È il contrasto tra le pulsioni del cuore, le pulsioni sensibili, la passionalità e il rigido schema morale che impone alla coscienza di resistere alle passioni sensuali, ma non è in grado di dargliene la forza. Siamo di fronte alla rappresentazione di un essere abitato dalla divisione, l’esatto contrario dell’unificazione della persona che abbiamo visto essere la specificità della via “ filocalica” .

La trama di Padre Sergij è intessuta di motivi che ritornano in racconti come la Sonata a Kreutzer e Il diavolo (anch’esso postumo), ma l’esito di questo insolito racconto contiene una paradossale reincarnazione della figura dello strannik . Il “padre Sergij” del titolo è un nobile, il principe Stepan Kasatskij, che alla vigilia delle nozze scopre che la promessa sposa lo ha tradito con lo zar. Allora egli abbandona la fidanzata – se si vuole un’antileggenda di Alessio – per farsi monaco; ma quello che lo muove non è una ricerca interiore, una ricerca di amore, ma è solo l’orgoglio. E diventa il più famoso dei monaci della regione, compie miracoli, guarisce le persone; egli, però, sente dentro di sé che questa non è una vita spirituale, in quanto è dominato dall’orgoglio, ed è sempre vittima delle proprie passioni. Vi è un episodio che accresce la sua fama: una donna dissoluta va una notte per sedurlo e padre Sergij, per resistere alla tentazione si taglia un dito. La donna rimane sconvolta ed entra in monastero; la fama di Sergij cresce, ma egli in realtà non è diventato più santo e alla prima occasione cade in peccato con la figlia malata di mente di un mercante, che gli era stata portata affinché fosse guarita. Padre Sergij fugge, ritorna da una sua amica d’infanzia, Pašen’ka, che lavora per mantenere il genero ubriaco, affaticandosi ogni giorno per gli altri, tra grandi difficoltà: qui egli comprende che quella semplicità di vita è ciò che gli avrebbe permesso di vincere se stesso e trovare Dio, e perciò si fa anche lui pellegrino.

 

lettura 4 : da “ Padre Sergij ”, Lev Tolstoj 24

Ecco cosa significava il mio sogno. Pašen’ka era proprio quello che io avrei dovuto essere e quello che ero realmente. Io ho vissuto per gli uomini col pretesto di Dio, lei vive per Dio credendo di vivere per gli uomini. Sì, l’unica vera opera buona è una tazza d’acqua offerta senza pensare ad alcuna ricompensa, e vale più di tutte le buone azioni compiute da me per gli uomini.

E si avviò, così com’era andato da Pašen’ka, trovando e lasciando pellegrini e pellegrine e chiedendo pane e asilo in nome di Cristo. Ogni tanto qualche cattiva donna lo insultava o lo ingiuriava un mužik ubriaco, ma per lo più gli davano da mangiare, da bere e perfino qualche provvista per proseguire. Le sue sembianze signorili accattivavano spesso chi lo aiutava. Altri, al contrario, era come se si rallegrassero che anche un signore si fosse ridotto a una simile indigenza. Ma la sua mitezza conquistava tutti.

Spesso, trovando in una casa il Vangelo, lo leggeva e la gente ovunque si commuoveva sempre e si stupiva: lo ascoltavano come una cosa nuova e insieme nota da tempo. Se gli capitava di aiutare qualcuno, o di riconciliare i litiganti, non aspettava riconoscenza, e se ne andava via prima. Un po’ alla volta Dio cominciò a manifestarsi in lui.

Una volta stava camminando con due vecchiette e un soldato. Una coppia di signori in un calesse, insieme a un uomo e una donna a cavallo, li fermarono, per mostrare al compagno di viaggio, chiaramente un francese, les pélérins, che per superstizione propria del popolo russo invece di lavorare vanno da un luogo all’altro.

Parlavano in francese, pensando che non li capissero. “Demandez leur”, disse il francese, “s’ils sont bien sûrs de ce que leur pélérinage est agréable à Dieu”25. Lo chiesero. Le vecchiette risposero: “Come Dio vorrà: con le gambe ci siamo arrivati, speriamo di esserci arrivati col cuore!” …

Chiesero a Kasatskij chi fosse. “Servo di Dio”. “Qu’est-ce qu’il dit? Il ne répond pas”. “Il dit qu’il est un serviteur de Dieu”. “Cela doit être un fils de prêtre. Il a de la race. Avez-vouz de la petit monnaie?”26.

Il francese prese degli spiccioli e diede a ognuno venti copechi …

“Che Cristo ti salvi”, rispose Kasatskij senza rimettersi il berretto e chinando la testa calva.

 

L’orizzonte tolstojano, nonostante tutto, sembra restare quello di un’espiazione senza redenzione, di una spogliazione esteriore e di un’umiliazione dell’orgoglio senza l’illuminazione dell’amore – molto vicina all’“abiezione senza catarsi” (S. Vitale) del protagonista della Sonata a Kreutzer .

I Racconti di un pellegrino presentano un’altra visione del peccato: nonostante la caduta, tutta la realtà è salvata dal perdono di Dio. La conoscenza della Filocalia permette di superare quella fragilità, quell’impossibilità che conducono in effetti allo smarrimento interiore. L’impressione che questa dimensione del peccato sia assente nei Racconti è dovuta alle censure della “revisione” di Teofane il Recluso (1884), dalla quale dipendono tutte le traduzioni fatte in Occidente nel xx secolo. Rileggiamo nella prima edizione un significativo episodio, in cui la tentazione e la debolezza del protagonista diventano un’occasione di conoscenza dell’amore di Dio:

 

lettura 5 : da “ Racconti sinceri di un Pellegrino al suo padre spirituale

Camminavo per la steppa, e per almeno quindici verste non incontrai nessun villaggio. Infine, verso sera, scorsi una locanda proprio sulla strada.

Avvicinatomi, vidi un vecchio ubriaco, avvolto in un cappotto militare, seduto sul rialzo di terra intorno all’entrata. Gli feci un inchino e domandai:

— A chi potrei chiedere se si può pernottare qui?

— Chi è che dà il permesso qui dentro, io o chi altro?! —, si mise a urlare il vecchietto. — Sono io il capo! Questa è una stazione di posta e io sono l’ufficiale.

— Allora permettetemi, padre mio, di passare la notte da voi.

— Ma ce l’hai il passaporto? Esibisci i documenti di riconoscimento.

Gli diedi il passaporto. Lo prese in mano e tornò a chiedere:

— E dov’è il passaporto?

— Lo avete in mano — risposi.

— Su, andiamo dentro —. L’ufficiale di posta si mise gli occhiali, lesse il documento e disse: — Proprio tutto regolare, puoi startene qua. Vedrai che sono un uomo buono, ti darò anche un goccetto.

— Non bevo da che sono nato —, risposi.

— Bah, me ne infischio, almeno cenerai con noi.

Si misero a tavola, lui e la cuoca, una ragazzona anche lei un po’ brilla, e mi fecero sedere con loro. Per tutta la durata della cena non fecero che litigare e insultarsi a vicenda, finché verso la fine vennero alle mani. L’ufficiale se ne andò a dormire nella dispensa, mentre la cuoca cominciò a sparecchiare e a lavare le stoviglie, senza smettere d’imprecare contro il vecchio.

Io me ne restavo seduto, pensando che non si sarebbe calmata in fretta. Le dissi:

— Dove potrei mettermi a dormire, madre mia? Sono molto stanco per il viaggio.

— Ti preparo subito il letto, padre mio! — fece lei e, accostata una panca a quella sotto la finestra, vi stese sopra una coperta e ci mise un cuscino. Allora mi coricai e chiusi gli occhi, come se stessi dormendo. La cuoca si diede da fare ancora a lungo, finché finalmente ebbe riordinato tutto quanto. E poi che ti fa? Spegne la lampada, si corica con me e comincia ad accarezzarmi… In un attimo fui preda d’un desiderio sessuale intenso, senza più saper che cosa fare. Cercai di risvegliare la preghiera, ma si era arrestata e non venne. Ero ad un soffio dal lasciarmi cadere e perdermi… All’improvviso la finestrella sopra di noi andò in frantumi: i vetri e gli infissi, in mille pezzi, ci vennero addosso con un terribile boato e frastuono, mentre dietro la finestra si udivano forti gemiti e grida… Io mi spaventai a morte, e respinsi da me la ragazza così bruscamente, che finì stesa in mezzo alla stanza, mentre l’isba tremava tutta. Saltai su, e caduto in ginocchio elevai un grido a Dio, pensando che la terra sotto di me si spalancasse a inghiottirmi per il mio peccato. In quel momento vidi due postiglioni che portavano nell’isba un uomo tutto insanguinato, tanto che non gli si poteva nemmeno vedere il volto. Tutto questo mi spaventò ancor di più. Era un corriere imperiale, arrivato di gran carriera per cambiare i cavalli. Il suo postiglione aveva preso male la svolta nell’ingresso, e una stanga aveva sfondato la finestra; siccome davanti all’isba c’era il rialzo, la carrozza si era rovesciata, e il corriere, cadendo, si era gravemente ferito alla testa su uno dei pali appuntiti che rinforzavano il terrapieno. Il corriere chiese acqua, e vodka, si lavò la ferita, bagnandola con la vodka, poi vuotò a sua volta il bicchiere e gridò: — Cavalli! —-. Io, stando in piedi accanto a lui, gli dissi:

— Padre mio, come farete a rimettervi in viaggio così ferito?

— Un corriere dello zar non ha tempo d’esser malato! — rispose, e ripartì di corsa.

I due uomini trascinarono la ragazza vicino alla stufa. Era svenuta, e la coprirono con una stuoia, dicendo: — È svenuta per lo spavento, ma si ripiglierà —. L’ufficiale di posta tracannò un bicchierino e se ne ritornò a dormire.

Rimasi solo e, Dio mio, in che condizioni! Ero triste e amareggiato, e più mi tormentava il timore che la ragazza potesse morire a quel modo, poiché mostrava ormai pochi segni di vita, se non un respiro irregolare e pesante. Mi misi a pregare e implorai la misericordia del Signore. Posi il rosario del mio anziano sul capo dell’agonizzante, e cominciai a invocare su di lei il nome di Gesù Cristo.

Ben presto la ragazza si alzò e si mise ad andare su e giù per la stanza, come invasata, finché non uscì dall’isba. Pregai ancora un po’, ma sentii venir meno le forze, e poco prima dell’alba mi addormentai. D’un tratto udii una voce dentro di me: “Pusillanime! Impara a riconoscere le vie della provvidenza di Dio nelle cose umane! Quanti miracoli, quante lezioni edificanti è possibile scorgere in quel che è accaduto. Prendi coraggio e credi nell’onnipresente e divino amore di Gesù Cristo! Leggi con più attenzione i capitoli 7 e 12 di Gregorio Sinaita e consolati!”.

Destatomi, presi subito in mano la mia Filocalia, cercai i capitoli che mi erano stati indicati e lessi quanto segue:

“Se qualcuno per debolezza e contro la sua volontà viene sopraffatto, sarà perdonato da colui che conosce le intenzioni del cuore”.

“Se sopraggiunge la tentazione, ciò avviene per acquisire l’esperienza e la corona della vittoria, per le quali conosce i simboli, ricevendo prontamente l’aiuto del Dio che permette la tentazione”.

Queste parole mi fecero rivivere! Da allora credo fermamente che tutto quel che capita nella vita, avviene attraverso la provvidenza e tutto conduce al bene.

E così il mattino, dopo aver salutato l’ufficiale di posta, mi rimisi in cammino. Nell’andare, pregavo ricolmo di fede, speranza e gratitudine nel Padre delle misericordie e di ogni consolazione, che non mi aveva abbandonato alla perdizione del mio peccato!

 

 

V. Conclusione. La compagnia dell’Angelo

 

Questo episodio ci conduce anche alla conclusione del nostro itinerario. La vera purificazione della mente è un dono della grazia di Dio, non dipende dagli sforzi dell’asceta: l’unificazione della mente e del cuore, infatti, non è fine a se stessa, ma è sempre al servizio della carità. “Di ogni contemplazione spirituale – fratelli – siano guida la fede, la speranza e la carità, ma più la carità” , scrive Diadoco di Fotica nella Filocalia ( Discorso ascetico 1), echeggiando san Paolo (1Cor 13,13). La grande lezione della Filocalia è arrivare a conoscere il perdono di Dio, lasciare che l’amore trasfiguri il nostro sguardo. La bellezza spirituale è la capacità di amare.

La “bellezza spirituale” è anche la trama interiore degli ultimi grandi romanzi di Dostoevskij. In questo senso è illuminante la rappresentazione letteraria del pellegrino spirituale che incontriamo nell’ Adolescente (1875). Lo strannik Makar Ivanovič è il personaggio chiave del complesso romanzo, la figura attorno alla quale anche gli altri personaggi giungono alla loro verità: l’“adolescente” Arkadij, di cui Makar è il padre legale; la moglie Sofia (che era stata “perdonata una volta e per sempre” dal “proprio legittimo marito e pellegrino Makar Ivanovič”); l’aristocratico Versilov (il padre naturale del protagonista), che nelle sue peregrinazioni ( stranstvovanija ) in Europa predica la rigenerazione dell’umanità europea, ma che è incapace di vincere le proprie contraddizioni.

A ben guardare, nel romanzo c’è un altro pellegrino (ma non è mai detto strannik ): il mercante Maksim Ivanovič Skotobojnikov, il peccatore che va ramingo per espiare la propria colpa, protagonista di una storia popolare narrata dallo stesso Makar Ivanovič (l’identità delle iniziali non è casuale). Ma è in realtà quest’ultimo il vero strannik , capace di amare e perdonare, pellegrino proprio perché spogliato di ogni desiderio di possesso, straniero al mondo di odio, sospetto e intrigo che invischia gli altri personaggi: egli è l’autentico strannik , il forestiero che è anche “messaggero”, “angelo”, portatore di un mistero , che diviene per chi lo circonda “rivelazione dell’opera di Dio”. È questo l’insegnamento che egli lascia ad Arkadij, tormentato dall’idea della “bellezza spirituale”:

— Preghi tu, prima di dormire?

— No, lo considero una pura formalità rituale …

— Fai male, amico mio, a non pregare; la preghiera fa bene, reca gioia al cuore. Ecco che cosa voglio dirti. Un’estate, nel mese di luglio, ci affrettavamo verso il monastero della Madre di Dio per la festa. Più ci avvicinavamo, più la gente affluiva… Passammo la notte all’aperto; io mi svegliai presto al mattino, dormivano ancora tutti, e il sole non aveva fatto capolino dietro il bosco. Chinai allora la testa, volsi lo sguardo attorno e sospirai. Che bellezza indicibile! Regna la pace, l’aria è leggera, cresce l’erba – cresci pure, erba di Dio! – canta l’uccellino – canta pure, uccellino di Dio! – un lattante vagisce in braccio a una donna – che Dio sia con te, piccolo uomo, cresci felice, bimbo mio! E fu come se per la prima volta in vita mia comprendessi tutto questo. Mi coricai di nuovo e mi addormentai facilmente. È bella la vita, mio caro. Se starò meglio, me ne andrò di nuovo, quando verrà la primavera. E se c’è il “mistero”, tanto meglio; dà al cuore una sensazione di timore e di prodigio, e quel timore porta la gioia. “Tutto è in Te, Signore, ed io stesso sono in Te, accoglimi Tu”. Non mormorare, ragazzo mio. È tanto più bello appunto perché è un mistero — soggiunse commosso.

— “È tanto più bello appunto perché è un mistero”. Mi ricorderò sempre di queste vostre parole …

 

Anche il pellegrino protagonista dei Racconti sinceri al suo padre spirituale , giungerà alla fine a sperimentare la preghiera interiore come una via misteriosa di trasfigurazione, vera meta del pellegrinaggio interiore, secondo il detto di Esichio di Batos “Al principio la preghiera ti sembrerà una scala, poi un libro su cui leggerai, infine, sempre più progredendo, ti si rivelerà quale Gerusalemme celeste, la città del Re delle potenze in cui egli regna con il Padre suo consustanziale e lo Spirito santo egualmente adorato” ( A Teodulo 117) . La conoscenza della misericordia di Dio – ci insegna il solitario camminare del pellegrino – è l’esperienza che rischiara la nostra via e illumina il nostro sguardo:

La preghiera del cuore mi dava una tale dolcezza che mi sembrava che nessuno fosse più felice di me sulla terra, e non riuscivo a capire come nel regno dei cieli ci potesse essere una gioia maggiore e migliore. Non solo la sperimentavo in me, ma anche al di fuori tutto il mondo mi appariva meraviglioso, ogni cosa mi attraeva ad amare e ringraziare Dio. Uomini, alberi, piante, animali, tutto mi era famigliare, in ogni cosa vedevo impresso il nome di Gesù Cristo. A volte avvertivo una tale leggerezza, quasi che non avessi più corpo, e non camminassi più, ma mi librassi gioiosamente nell’aria. Altre volte penetravo interamente in me stesso e vedevo con chiarezza tutta la mia vita interiore, colmo di stupore per la sapiente architettura del corpo umano; a volte sentivo una tale gioia, ch’io ero come fatto re, e in tali consolazioni desideravo che Dio mi concedesse al più presto di morire ed effondermi in gratitudine ai suoi piedi nel mondo degli spiriti

— Perdonatemi, per amore di Dio, ho già chiacchierato troppo a lungo. I santi padri affermano che anche la conversazione più spirituale, se priva di misura, è una parola vana. È tempo ch’io vada a incontrare il mio compagno di viaggio per Gerusalemme. Pregate per me, miserabile peccatore, affinché il Signore nella sua grande misericordia predisponga al bene il mio cammino.

— Ti auguro di tutto cuore, fratello amatissimo in Cristo, che la traboccante grazia dell’amore di Dio rischiari il tuo cammino e ti sia compagna, come l’angelo Raffaele a Tobia!

 

* * *

 

1 Conferenza tenuta il 21 aprile 2005 al seminario “Percorsi dello Spirito Russo”, della Fondazione Italia-Russia.

2 La traduzione dei Racconti è tratta da I racconti sinceri di un pellegrino al suo padre spirituale, a cura di A. Mainardi, prefazione di A. Rigo, in corso di stampa presso le edizioni Qiqajon.

3 Sobranie pisem Optinskogo starca ieromonacha Amvrosija k monašestvujščim (Raccolta delle lettere dello starec di Optina ieroschimonaco Amvrosij ai monaci) 2 voll., Sergiev Posad 1909, vol. II, pp. 119-121.

4 Cf. A. Pentkovskij, “Osservazioni sulla storia del testo”, in Racconti di un pellegrino russo, a cura di A. Pentkovskij, presentazione e traduzione di A. Ferrari, introduzione di T. Špidlík, Città Nuova, Roma 20022, pp. 43-88.

5 Cf. A. Mainardi, “Postfazione” a I racconti sinceri di un pellegrino, in corso di stampa.

6 Il dizionario slavo ecclesiastico di Djačenko registra странный nel senso del greco ξενος, il forestiero di Mt 25,35 (“ero forestiero e non mi avete ospitato”; cf. Mt 27,7: “il campo del vasaio per la sepoltura degli stranieri”). Il grande dizionario ottocentesco del russo letterario compilato da Dal’ accosta strannik a strannyj, “l’estraneo (postoronnyj, pobočnyj), il forestiero, lo straniero”, e solo derivatamene il “devoto visitatore di luoghi santi”, il pellegrino nell’accezione corrente. Se risaliamo all’etimologia indoeuropea, ritroviamo la stessa radice nel greco στορνυμι (“dispongo, colloco nello spazio”), nel latino sterno, -ere, (spandere, distendere ecc.) del tedesco (hin)streuen (L. Sadnik – R. Aitzetmüller, Handwörterbuch zu den Altkirchenslavischen Texten, nr. 889, L’Aja 1955, p. 310).

7 Cf. S. A. Ivanov, “From ‘Secret Servant of God’ to ‘Fools for Christ’s Sake’ in Bizantine Hagiography”, in The Holy Fool in Byzantium and Russia, Papers presented at a Symposium arranged by The Norwegian Committee of Bizantine Studies, 28 August at the University of Bergen, edited by I. Lunde, Bergen 1995, pp. 5-17.

8 Cf. E. Josi, s.v. “Alessio”, in Biblioteca Sanctorum I, coll. 814-823.

9 A. G. Bobrov, s.v. “Žitie Alekseja čeloveka božija”, in Slovar’ knižnikov i knižnosti Drevnej Rusi I, Leningrado1987, pp.129-131.

10 Biblioteka literatury drevnej Rusi II, San Pietroburgo 1999, pp. 244-247.

11 Una presentazione del fenomeno nei suoi echi letterari si trova in M. Evdokimov, Pellegrini russi e vagabondi mistici, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1990.

12 Cf. N. Kauchtschischwili, “Il pellegrinaggio in Russia e in Occidente”, in Optina Pustyn’ e la paternità spirituale. Atti del X convegno ecumenico internazionale di spiritualità ortodossa (sezione russa), Bose, 19-21 settembre 2002, a cura di A. Mainardi, ed. Qiqajon, Magnano 2003.

13 Žitie i pisanija moldavskogo starca Paisija Veličkovskogo (Vita e scritti dello starec moldavo Paisij Veličkovskij), Mosca 18472 (rist. anastatica Mosca 2001), p. 299.

14 Dušepoleznye poučenija prepodobnych Optinskich starcev (Insegnamenti utili all’anima dei santi starcy di Optina), Optina Pustyn’ 2000, vol. II, p 420.

15 S. Sidorov, “O strannikach russkoj zemli” (I pellegrini della terra russa), in Zapiski svjaščennika Sergija Sidorova, s priloženiem ego žizneopisanija, sostavlennogo dočer’ju, V. S. Bobrinskoj (Appunti del sacerdote Sergij Sidorov, con l’aggiunta della sua vita, scritta dalla figlia, V. S. Bobrinskaja), Mosca 1999.

16 Filocalia ovvero discorsi e capitoli della santa sobrietà, raccolti dagli scritti dei santi padri ispirati da Dio, nel quale libro attraverso la filosofia pratica e teoretica la mente (ум, noàj) si purifica, è illuminata e diviene perfetta.

17 Cf. Paisij, lo starec. Atti del III Convegno ecumenico internazionale di spiritualità russa, Bose, 20-23 settembre 1995, a cura di A. Mainardi, ed. Qiqajon, Magnano 1997.

18 Un Moine de l’Eglise Orthodoxe de Roumanie [Andrè Scrima], “L’avènement philocalique dans l’Orthodoxie roumaine”, in Istina 5 (1958), pp. 295-328 e 443-475.

19 Silvano dell’Athos, Non disperare, Qiqajon, Magnano 1994, pp. 37-38.

20 Nella presentazione della “preghiera del cuore” nella spiritualità ortodossa, riprendiamo qui la “Prefazione” di Antonio Rigo alla citata traduzione dei Racconti sinceri di un pellegrino.

21 Ora in Sobranie sočinenij III, Paris 1989, pp. 441-462.

22 Ibid., p. 441.

23 Ibid., p. 451.

24 L. N. Tolstoj, La sonata a Kreutzer e altri racconti, introduzione di S. Vitale, traduzione di L. Salmon, Garzanti, Milano 1987, pp. 209-211.

25Domandate loro se sono veramente sicuri che il loro pellegrinaggio sia gradito a Dio”.

26 “Che ha detto? Non risponde”. “Dice che è un servo di Dio”. “Dev’essere il figlio di un prete. Ne ha l’aspetto. Avete degli spiccioli?”.

 

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