Cento anni fa il tour dell'isola. In macchina!

Difficile trovare un viaggio più completo e meglio programmato, volto a cogliere l'identità suggestiva e così articolata della Sicilia e capace poi di descriverne i caratteri paesaggistici e monumentali e, in generale, la ricchezza della sua civiltà artistica, di quello intrapreso dalla principessa russa e scrittrice Marija Michajlovna Volkonskaja (1863-1943), vissuta prevalentemente all’estero (Francia, Svizzera, Italia), convertitasi al cattolicesimo nel 1901 e stabilitasi a lungo a Roma sino alla morte.

Ella, di cui ci offre un’ampia scheda Salvo Di Matteo nel suo “Il Grande Viaggio in Sicilia” (Palermo 2008), confondendola però inizialmente con la moglie di un decabrista, fu autrice di molte opere religiose (tra cui una su Don Bosco pubblicata a San Pietroburgo nel 1908) e anche altri suoi parenti divennero cattolici: uno di loro, il fratello Alexander, era l’attaché militare dell’ambasciata russa a Roma, tra il 1908 e il 1912 e fu poi ordinato sacerdote di rito orientale nel 1930.

La Volkonskaja nel 1913 giunge in treno in Sicilia, in una Messina ancora piegata dalla catastrofe del terremoto di quattro anni prima. Nelle sue “Impressions de Sicile” (Paris, 1914), illustrato da alcuni acquarelli dell’autrice, ella così scrive (la traduzione dal francese è nostra): “Messina è di fronte a noi. Un mare agitato, d’un blu scuro striato di macchie glauche, ci separa dalla povera città distrutta. Le onde s’infrangono sul ponte e il loro spruzzo schiumoso arriva fino a noi. Non resta più nulla di ciò che costituiva il fascino e la grazia della ridente Messina che esisteva alcuni anni fa. Sono in piedi solo pezzi di muro, facciate di palazzi o di chiese, i cui interni e le cui pareti laterali sono crollati. Dappertutto macerie. Vagoncini e carretti trasportano mucchi di rovine a mare... La cattedrale ci mostra, in un crollo generale desolante a vedersi, la metà di una cupola tutta ornata di mosaici fondo oro e di resti di scultura gotica. In mezzo a queste rovine, una nuova Messina è sorta nei sobborghi e in città. Baracche di legno dipinte di bianco e coperte di lamiera, tutte eguali, ospitano gli abitanti che non vogliono abbandonare la loro città a dispetto dei pericoli che corrono. La vita è ripresa; nei seminterrati delle case crepate si sono aperti negozi. La popolazione vivace, pacata, piena di energia, ripara, ricostruisce, rifà la sua bella Messina così bene che in una dozzina d’anni questi ammassi senza nome lasceranno il posto ad una città attiva, prospera e piena di promesse. Il “libeccio” soffia sulle coste della Calabria. Grosse nuvole grigie lasciano cadere grevi acquazzoni; le montagne illividiscono; poi, passato l’acquazzone, il sole macchia lo stretto di chiazze d’azzurro”. Appare evidente dal testo la sensibilità coloristica dell’autrice.

Dalla città si allontanò subito in automobile per recarsi a Taormina. Ed ecco altre sue impressioni lungo il tragitto: “Sulla strada da Messina a Taormina, quanto mai ingombra e poco percorribile, incontriamo pesanti carrette, trainati da buoi scuri, e leggeri carretti a due ruote pieni di originalità. Una bardatura arricchita da piume colorate, da “paillettes” argentate e da un corno di cuoio rosso, fissata alla selletta, adorna di una nota vibrante la mula o il cavallo che tira il veicolo. Questa bardatura brillante e ricca; questi carretti dipinti con vari soggetti, dalle tonalità vivaci, danno, fin dall’ingresso in Sicilia, l’impressione nettissima che gli abitanti del paese hanno una marcata predilezione per la pompa e gli orpelli. E fa uno strano contrasto vedere spesso i conducenti di questi ricchi carretti vestiti di stracci, con la testa avvolta da un fazzoletto colorato e il corpo coperto da un grande scialle a frange o da una cappa di colore scuro: contrasto che fa presentire le anomalie e le stranezze di quest’isola ancora piena di mistero. I pannelli di questi “carretti” sono decorati da pitture che ricordano episodi del Medioevo. Il culto della cavalleria, che è al fondo dell’anima siciliana, si manifesta, nelle classi più basse della popolazione, con la rappresentazione di scene di guerra e di sangue, improntate, per la maggior parte, alle lotte sostenute per l’indipendenza dell’isola. Ornamenti in ferro battuto stanno sugli assi e completano la decorazione di questi “carretti”, di cui avevo spesso sentito parlare, ma nei quali non pensavo di trovare tante. Seguiamo la costa. La strada affonda a tratti nella terra per raggiungere dei ponti che attraversano larghi torrenti ora quasi in secco. I villaggi si succedono senza interruzione: sono attorniati da bei giardini “d’agrumi”, i cui frutti ancora verdi lasciano presagire una ricca raccolta”.

Alloggiò, quindi, in un albergo di Taormina, passeggiò per le sue strade, osservò la fisionomia della gente, notando la folta presenza di stranieri ed emozionandosi alla vista del paesaggio. Più tardi proseguì per Acireale, di cui ammirò lo splendido barocco, e si fermò a Catania, dove le apparve vivo il contrasto tra la tristezza della periferia industriale, con edifici grigi nei quali viveva una popolazione povera, e il tenore di vita dei quartieri del centro, con gente ben vestita, tanto passeggio su bei “landaus”, molte librerie. L’indomani s'avviò a Siracusa, attenta sempre lungo la via ai carretti che incontrava e ai tipi a cavallo dei muli: scese all' "Hotel Villa Politi", le cuicamere davano sulle latomie dei Cappuccini. Molte ore trascorse nel dedalo delle rocce bianche e grigie, immersa nella lussureggiante vegetazione di aranci, cipressi, lauri, limoni, confessando che le sembrava di trovarsi in un paese da racconto di fate. Nelle catacombe, avvolte nella più completa oscurità, provò la tristezza delle antichità cristiane, mentre fu più piacevole visitare i resti grandiosi dell'epoca greco-romana: il teatro e l'Epipoli (uno dei quartieri dell’antica Siracusa nel cui punto più alto era il famoso Castello di Eurialo) la riportarono ai tempi aurei della città. Visitò il Duomo, il museo famoso per la sua Venere e Aretusa, luogo pieno di fascino al crepuscolo; poi si recò alla bocca dell'Anapo, fiancheggiato dalle folte fioriture di papiri, un fiume da fiaba, esotico come un gioiello orientale; fu così presa da una strana sensazione, una sorta d’angoscia che a poco a poco divenne tenera stanchezza, intorpidimento.

Il giorno successivo, in viaggio per Girgenti, sostò, durante il tragitto, per visitare la barocca Noto, poi Modica, posta al centro di una ricca campagna, notando che in questa parte della Sicilia il contadino non è povero, dato che coltiva la terra a mezzadria oppure lavora alla giornata con un salario che andava da quattro a sei franchi. Passò, quindi, per Ragusa, Comiso e Vittoria, dopo la quale la strada peggiorava e tutto era deserto. Era notte quando raggiunse Gela, dove pernottò; quindi, lungo la costa, si diresse a Licata e proseguì oltre, fino a Girgenti con la grandiosità dei suoi templi. La città moderna era terra di miniere, povera e non certo piacevole come Taormina o Siracusa: girovagando per le strade, la gente le parve chiusa e composta nella serie infinta dei propri lutti, il clima malsano. Si fermò un giorno solo, rimettendosi in viaggio per Selinunte: qui l'imponente e drammatica maestà dell'acropoli e lo spettacolo del mare sullo sfondo, magnifico sotto il sole morente, le ispirarono di nuovo sensazioni languide; per quella sera, però, dovette accontentarsi di pernottare nella vicina e povera Castelvetrano, in un albergo malandato.

La risollevò, il giorno dopo, il magnifico tempio di Segesta, lasciato il quale, l'accolse un paesaggio nuovo, con la meravigliosa successione degli aranci della Conca d'Oro; infine Palermo, incoronata dai monti, adagiata su un golfo incomparabile. Un giorno di assoluto riposo per riordinare le idee e rinfrancarsi dalla fatica, e quindi la visita, accurata, a cominciare dal Museo, al quale la viaggiatrice dedicò una descrizione molto attenta e competente; quindi, il giro per la città, a scoprirne le attrattive, gli edifici d'arte, i giardini e le passeggiate, in una continuità di suggestioni, tra cui le più vive al chiostro degli Eremiti, per cui scriverà: “Di tutti i giardini di Palermo, è questo chiostro pieno di fiori che mi ha incantato di più. Lo stesso disordine delle piante, il loro esuberante vigore ne fanno un luogo di sogno”. Palermo, che le era sembrata, in un primo tempo, una città dall'arte un po' barbara, se paragonata a quella della classicità, ora l’attraeva con le delizie della sua arte arabo-bizantina: ritornò alla Cappella Palatina, in un primo momento poco apprezzata, avvertendone l’abbagliante bellezza e comprendendo di essere di fronte ad un autentico capolavoro d'arte; proprio con questo spirito visitò gli altri monumenti, effettuando pure escursioni nei dintorni (S. Maria di Gesù, la palazzina cinese, le catacombe dei Cappuccini) e spingendosi fino a Solunto e Bagheria, per visitare qui le celebri ville. Dopo tale prolungato soggiorno, poté consapevolmente affermare che Palermo era una città affascinante. Ed eccola in automobile, lungo la litoranea, dirigersi di nuovo a Messina, passando per Cefalù, dove visitò il Duomo normanno; ma dopo Capo d'Orlando dovette deviare per i monti, attraversò Randazzo e giunse a Francavilla.

Manifestò allora la sua gioia di rivedere di nuovo la bella costa inondata di una luce così diversa da quella di Palermo e volle ancora riempirsi gli occhi delle meraviglie di Taormina: vi salì a piedi per meglio gustare i luoghi, rivide il teatro antico, immergendosi nella trasparenza di quei luoghi. A sera si ritrovò a Messina e l'indomani, da bordo del battello che la riportava via, mandò “un ultimo addio alla bella Sicilia”.

Quella del libro di un secolo fa della Volkonskaja è una rappresentazione intensa della Sicilia, connotata dalla presenza di tanti elementi, allora come oggi, spesso così difformi tra loro, che ne costituiscono la caratteristica e provocano in una viaggiatrice ricca di cultura e sensibilità, impressioni, sensazioni ed emozioni che riesce a trasmettere nella sua coinvolgente e spesso coloristica scrittura.

Felice Irrera

di Giulietto Chiesa- Il Fatto Quotidiano

Sono in fila, nella stazione Kropotkinskaja del metro di Mosca. Sto contando i rubli necessari per comprare un biglietto. Costa 28 rubli, ma io sono disordinato e tengo sempre monete e banconote nella stessa tasca. Così tiro fuori una manciata di soldi, a caso, con il risultato che un biglietto da 100 rubli cade a terra.

Non faccio a tempo a chinarmi a raccoglierlo. Un uomo si precipita più velocemente di me. Afferra la banconota, e me la porge con un gesto gentile e umile al tempo stesso.

Ha una barba incolta, ma non lunga, arruffata, con qualche filo bianco. Il viso è largo, scavato, russo come quello dei marinai della Corazzata Potiomkin. L’avevo notato distrattamente, con la coda dell’occhio, mentre mi guardava con intenzione. Io l’avevo catalogato frettolosamente come un candidato mendicante. Cioè come un mendicante che non si è ancora esplicitato come tale. O, peggio, come uno di quelli che colgono l’occasione, cercano il pollo, lo studiano con cura e poi colpiscono. Ce ne sono anche a Mosca, e la Kropotkinskaja, proprio vicino alla Chiesa del Salvatore, è un posto tra i più adatti per i polli.

L’occasione gliel’ho offerta io, mostrandogli quel fascio di banconote. Penso che un tempo una cosa del genere non sarebbe stata semplicemente possibile. Parlo dei tempi sovietici, ormai così lontani che nessuno se ne ricorda più. Almeno in Occidente. Adesso l’omogeneizzazione, l’amalgama globalizzatore, è tale che i mendicanti, i borseggiatori, i poveri diavoli si vedono con la stessa triste intensità di ogni capitale del mondo. Mosca non fa più eccezione.

Non è che allora non ci fossero i miserabili. C’erano, ma non si vedevano. Erano di meno comunque, erano diversi. Quando si vedevano venivano semplicemente e velocemente tolti alla vista, come si faceva con gli ubriachi, specie d’inverno, perché non morissero assiderati….

Ma lui, questo, i 100 rubli me li ha rimessi in mano. E l’anomalia dev’essere spiegata.

Sarà lui stesso a togliermi l’interrogativo dalla testa. Il mio biglietto spegne il rosso e mi fa accedere lungo lo scalone mobile e velocissimo che mi sprofonda nelle viscere, ai treni che portano alla Biblioteca Lenin, e poi alla Tverskaja. E lui mi segue. Anzi, mi affianca. Non è spavaldo, continua a tenere il capo un po’ piegato sulla spalla sinistra, che gli dà un aspetto tra il curioso e il timido. Ma testardo.

“Lei è uno straniero, vero?” Ovvio che mi ha riconosciuto. Non conosco straniero che possa mimetizzarsi, in Russia, anche se sta zitto. Basta un paio di scarpe, una cravatta. Mille dettagli ti tradiscono. Posso solo dire che, con il tempo, sono diventato io stesso come loro. Nel senso che sono in grado di riconoscere un russo – meglio ancora una russa – a trecento metri di distanza, quando sono in un qualche posto fuori dalla Russia. Dunque siamo pari. Ed è l’unico senso in cui possiamo essere pari. Sto sulle mie. Curioso anch’io. Ma che vuole?

“Mi fa piacere incontrare un italiano. Proprio oggi ho composto una poesia sul mare di Crimea. Voi avete un mare bellissimo. Posso dirglielo, anche se l’ho visto solo al cinema. Le va se gliela recito?”

Adesso penso che non siamo pari, niente affatto pari. Come avrà fatto e sapere che sono anche italiano, oltre che straniero? Glielo dico. “Lei ha una faccia nota”, risponde laconico. E comincia a recitare la sua poesia. Io uno scalino di sotto, lui uno scalino di sopra, a voce bassa. Parla e canta, come fanno i russi quando recitano poesie. I versi sono zampillanti, veloci, ironici. Non so se ho capito tutto, ma non importa: mi piacciono. Mi piace come li recita. Il viaggio sarà lungo, c’è un passaggio di stazione, un largo corridoio affollato, che procede come un fiume scuro, che ignora la nostra presenza. E lui recita, una seconda poesia, poi una terza. S’interrompe, per timidezza, solo quando prendiamo il secondo convoglio. E’ pieno di gente e, forse, non vuole essere ascoltato. Infatti recita solo per me, per lo straniero, per l’italiano che si porta dietro il suo mare. E’ un regalo? E perché mai dovrebbe farmi questo regalo? Non ho risposta. Ascolto. Diffidente. Questa è una trappola, anche se non vedo da dove potrebbe venire il pericolo. Oppure è un pazzo, banalmente, che vuole parlare, comunicare, sfogarsi.

La Tverskaja con i suoi marmi sontuosi, ci accompagna verso l’uscita. Questa volta io sono sullo scalino superiore e lui, sullo scalino di sotto, ancora mi propone dei versi. “Questa è di Esenin, la conosce? Shaganè, ty mojà, Shaganè, potomu, chto ja s severa, chto li…”. S’interrompe. “No, dovrei recitare dei versi di Pushkin. Qui fuori, sulla piazza, c’è il suo monumento”. Ci ripensa. Riprende Esenin. Come avrà fatto a sapere che è una delle poche poesie russe che un pò conosco? Mistero, un caso.

“Lei, come si chiama?”, gli chiedo. “Boris”- risponde – Boris Mikhailovic”.

E non aggiunge altro. La scala mobile è ancora lunga. E io non ho ancora capito cosa sta succedendo. Penso che dovrei ringraziarlo. In effetti mi sento in debito. Questo Boris, mi ha regalato mezz’ora di musica, che non gli avevo chiesto.

“Ha un telefono, Boris Mikhailovic? Magari domani possiamo fare colazione insieme, che ne dice?” Scuote la testa, sorride. “Il telefono ce l’ha mia moglie, ma io non vivo più da lei. Ma non importa, è stato un piacere per me”. Lo guardo meglio. La giacca è logora. I bordi delle maniche, appoggiate sul passamano, sono palesemente lisi. Forse gli potrei fare un piccolo regalo, così per ricambiare.

Infilo la mano nella solita tasca disordinata. Là dentro ci sono, oltre ai rubli, anche quel pò di dollari che bisogna portarsi dietro, non si sa mai. L’intenzione è di dargli 100 rubli. Penso che varranno sì e no, per comprarsi un hot dog sulla Piazza Pushkin. Sono meno di tre euro. Con i tempi che corrono non ci sta neanche un hot dog. Meglio duecento. Ma non escono duecento rubli, escono cento rubli e cento dollari. Glieli porgo, un pò rammaricato. Ma non oso trattenere la mano. Dietro di me c’è l’intero mare d’Italia. Ho di fronte la Poesia, non Boris Mikhailovic. Accidenti! Cento dollari sono tanti per cinque poesie! Mi sono fregato da solo. Lui, sorridendomi dal basso verso l’alto, mi afferra la mano, guardandosi intorno in fretta, che nessuno abbia visto. E me la chiude nella sua. “Non ho bisogno di nulla. Era un regalo”.

Poi sparisce in mezzo alla gente, senza darmi nemmeno il tempo di riavermi, di dargli il mio numero di telefono, di dirgli addio.

 

http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/10/22/100-rubli-e-100-dollari-viaggio-in-metropolitana-a-mosca/389286/

Non sono una fotografa di professione, ma comunque amo e mi interesso sempre più di fotografia, ho scattato queste foto due anni fa con una compattina non certo dalle prestazioni paragonabili a una reflex!

Ho scelto quella parte di Russia che trova solitamente meno spazio nelle pagine dei giornali o in altre espressioni artistiche (e non) e che sentivo invece più vicina al mio essere, un po' sognante e malinconico. Dalla realtà più rurale della campagna nei dintorni di San Pietroburgo, Novgorod e Pavlovsk alla frenesia scintillante della città moscovita ho cercato di creare un percorso unitario che mantiene una sua logica nella totalità delle immagini.

E' un lavoro forse un po' al di fuori delle tipiche immagini da cartolina di questa terra: ho voluto mostrarne infatti l'aspetto fiabesco, solitario e via via più coinvolgente che tanto ho amato. Insomma, è una Russia vista attraverso gli occhi accecati di sole di una siciliana che si ritrova nel magico inverno russo! Spero traspaia da queste immagini la mia autentica passione per la terra russa, per la natura che ti respinge per catturarti definitivamente e per le visioni urbane che conservano nella modernità il meraviglioso dei capolavori della sua letteratura.

Novembre 2010

 


clicca sulla foto per accedere alla galleria delle "Immagini dalla Russia" di Donatella Caristina

 

 

 

 

Due si dice siano i protagonisti principali del film “L'isola”, l'attore Pëtr Mamonov (padre Anatolij) e la natura austera, ostile e al contempo fascinosa dei mari del nord. Un viaggio ripercorre i luoghi e la storia del villaggio di Rabočeostrovsk nelle cui vicinanze è stata girata una delle opere cinematografiche più apprezzate degli ultimi anni. Il villaggio nel passato non fu solo la porta alla ricchezza spirituale del Monastero di Solovki ma anche un punto di sosta per i deportati verso i campi di concentramento. Un luogo quindi che riecheggia ancora delle “catene” di dolore di migliaia di uomini che le immense distese d'acqua sembrano aver assorbito senza far scomparire...

dal sito Strana.ru (articolo originale) , di Vika Golovkina

Камера. Мотор. Снято

Место для съемок «Острова» киногруппа подбирала долго. Было 4 экспедиции: съемочная команда проехала по Мурманской области, побывала на Ладоге, Онежском озере, в Кижах, на псковских озерах. Подходящей натуры всё не было. И совершенно случайно во время пятого выезда натура нашлась — это был маленький поселок Рабочеостровск на побережье Белого моря в Карелии. Подошло всё: и пейзаж, который отвечал замыслам сценариста и художника, и естественные декорации. Вокруг — море, в котором разбросаны разнокалиберные острова. На суше — старая навигационная башня, полузаброшенные домики. Из башни сделали колокольню, барак без крыши превратили в церковь: надстроили купола, подлатали, внутри «выпилили» стены, чтобы получилось единое пространство.

С башней, кстати, вышел конфуз. «Местные нам сказали, что это навигационная вышка. Но так как навигации уже почти не было, решили, что ничего страшного, если мы ее задействуем. Но когда она уже стала нашей колокольней, местные стражи порядка нас чуть не арестовали — вышка оказалась действующей. Но снять ее все-таки удалось», — рассказывает директор фильма Вадим Корюзлов.

Котельную отца Анатолия сделали в помещении старого таможенного поста. Построили еще несколько «келий» на территории Соловецкого подворья — и декорации были готовы. В картине действие происходит на острове, к которому добраться можно только по морю. Помните, «миряне» с материка плыли в больших лодках, которыми правили монахи? «Эти лодки я привез из Псковской области. Настоящие, очень тяжелые, раритет. Протекали постоянно — очень старые. Рабочим приходилось из них воду вычерпывать, чтобы ко дну не пошли», — рассказывает Вадим Корюзлов.

Келью отца Филарета, в которой по фильму случился
пожар, построили недалеко от берега Белого моря
Фото: kinoros.ru

На самом деле, остров — это часть Рабочеостровска, которая соединена с материком перешейком, а посему считается полуостровом. Но были и сцены, снятые на настоящих островах. Например, сцена изгнания беса. Котельную снимали в два захода. Сначала в домике таможенной заставы. Но, в основном, съемки в «кочегарке» проводились в павильоне, выстроенном в ста метрах от туркомплекса «Причал», где останавливалась съемочная группа.
Келью отца Филарета, в которой по фильму случился пожар, тоже построили недалеко от берега. «Важно отметить одну деталь: даже павильонные съемки проходили на берегу Белого моря. Мы просто выстроили там павильоны. На том, чтобы мы всё снимали в одном месте, настоял Петр Мамонов: он приехал и «поселился» тут. И, чтобы съемки были органичными, мы решили не прерывать естественное течение «жизни на острове»», — открывает секреты кинопроизводства Вадим Корюзлов.

Снимать пришлось быстро — нельзя было допустить, чтобы Белое море сковал лёд. Уложились буквально в месяц — начали в октябре, закончили в первых числах декабря 2005 года. Лишь пять дней съемки велись вне Рабочеостровска. Военные сцены были отсняты на Волге, под Дубной. «Снимали ночью, чтобы не было видно, что это не море, а река», — признается Вадим Корюзлов. Еще одну сцену — когда Настя со своим отцом Тихоном едут в поезде — снимали на Рижском вокзале в Москве.

За кадром

Съемочная команда оставила все декорации в Рабочеостровске. Сохранились и возведенные для фильма мостки, по которым герой Мамонова катил тачку с углем, и хозяйственные постройки, и церковь. Ее, кстати, вопреки слухам, освящать не стали. Так бы она и разрушалась под ледяными ветрами, если бы через некоторое время после окончания съемок там не поселился некий Виктор, который туристам представляется отцом Варсонофием. На самом деле Виктор не монах, а лицо без определенного места жительства или, как он сам себя называет, «отшельник». Несмотря на отсутствие прописки и священного сана, Виктора из бутафорской церкви выгонять не стали. А какой смысл? Церковь после отъезда киношников стала ветшать, а Виктор ее любовно поддерживает в порядке и охраняет. Кроме того, он с удовольствием устраивает экскурсии для туристов, показывает гроб, в котором по фильму хоронили отца Анатолия, импровизированный алтарь. Некоторым он даже рассказывает о собственном житье-бытие на Афоне. Отметим, что Виктор хоть и не требует, но призывает туристов оставлять пожертвования на поддержание «храма». Давать их или нет — личное дело каждого.

Рабочеостровск — это больше, чем просто место, где снимали «Остров».
И больше, чем точка на пути туристов на Соловки
Фото: kinoros.ru

Точка на карте

Рабочеостровск — это больше, чем просто место, где снимали «Остров». И больше, чем точка на пути туристов на Соловки. Поселок до 1933 года назывался Красный остров, а еще ранее Попов остров — по имени самого большого острова у побережья Белого моря. Поселение было основано в 1888 году, когда в Кеми открылся Лесопильный завод. Организовали его архангельские купцы. Место было выбрано не случайно — бухта у Попова острова очень удобна для захода судов, которые могут подплывать прямо к берегу. Поселение было соединено с Кемью узкоколейкой, по которой пускали вагонетки с лесом.

До прихода рабочих завода постоянного местного населения тут не было. Будущий Рабочеостровск был лишь транзитной точкой. На том самом месте, где сейчас стоит Соловецкое подворье, в течение нескольких столетий был приход Соловецкого монастыря, где останавливали монахи по пути на материк. Ведь путь по морю с Попова острова — самый быстрый способ добраться до Соловецких островов.

Дорога на Соловки

Предполагалось, что люди будут приезжать на Попов остров лишь на сезонные работы. Однако рабочие оставались, постепенно образовался посёлок на несколько тысяч человек. Самым страшным для них оказался 1923 год — на Соловках был устроен Лагерь особого назначения — крупнейший исправительно-трудовой лагерь 1920-х годов. И, поскольку Попов остров к Соловкам был ближе всего, он и был выбран в качестве транзитного пункта пересылки.

«Нам об этом времени мало что известно, старожилы говорить о тех страшных годах не любят. Однако они рассказывали, что в Кемь заключенных привозили на поезде, потом они шли в Рабочеостровск пешком, а это 12 километров. Приходили они всегда ночью, звук кандалов во тьме врезался в память старикам. Арестованных заводили в бараки, где им давали передохнуть до прихода баржи. А потом переправляли их на Соловки. И всё ночью, быстро, люди даже из окон боялись выглянуть», — рассказывает Нина Николаевна Иванова, начальник Управления культуры и спорта Кемского района.

После окончания съемок в Рабочеостровске поселился некий
Виктор, который туристам представляется отцом Варсонофием
Фото: Павел Косенко / LJ.com

С 30-х годов сохранилась лишь та самая вышка, которую для съемок переделали в колокольню. По словам Нины Ивановой, во времена функционирования Кемского пересылочно-распределительного пункта, это могла быть вышка смотрителя. Возможно, там стоял часовой, который следил за арестантами во время пересылки.

В 1936 году Рабочеостровск перестал быть пересылочным пунктом. Завод, на котором работало почти всё местное население, закрылся в начале 90-х годов. На данный момент в поселке живут чуть более 2-х тысяч человек.

По-прежнему Рабочеостровск остается одной из главных точек транзита на Соловецкие острова. Летом здесь много туристов, которые также приезжают посмотреть на уникальные отливы и приливы Белого моря. Они сменяют друг друга каждые шесть часов, и можно подгадать так, чтобы увидеть, как вода отступает на десятки метров, и местность становится еще более суровой и аскетичной, но не менее прекрасной.

Летом в Рабочеостровске много туристов, которые также приезжают
посмотреть на уникальные отливы и приливы Белого моря
Фото: Дмитрий Шипуля / ru.wikipedia

Справка:

На машине до Петрозаводска из Санкт-Петербурга нужно ехать по трассе М18 «Кола», далее мимо Кондопоги и заповедника Кивач по дороге на Кемь. От нее до Рабочеостровска 12 километров.

 

До Кеми можно доехать на поезде Москва-Мурманск, Санкт-Петербург-Мурманск (станция «Кемь»). У вокзала нужно сесть на рейсовый автобус «Кемь-Порт» и доехать до конечной остановки. Вы окажетесь рядом с туркомплексом «Причал», а поодаль слева будет место, где по фильму стояла церковь.

В Рабочеостровске единственным местом, где можно остановиться, является этот самый «Причал», там же можно и поесть. Есть еще подворье Соловецкого монастыря, но оно для паломников. Там нет воды, отопления, трёхъярусные койки.

От причала в Рабочеостровске ходят теплоходы и катера на Соловецкие острова. Официально навигация открывается 1 июня, закрывается приблизительно в сентябре (зависит от погоды). До монастыря можно добраться на теплоходе туркомплекса, он ходит по расписанию: в 8:00 на Соловки, в 17:30 обратно, время в пути — 2,5 часа. Стоимость билета в одну сторону составляет 600 рублей. С частниками можно договориться о цене и о времени отплытия: обычно они подстраивают время отправления под расписание ж/д транспорта.

Через Кемь и Рабочеостровск проходят самые популярные маршруты туров на Соловки.

Все ведущие мобильные операторы — Мегафон, Билайн и МТС — работают.

Вика Головкина

 

 

 

Si parla tanto, forse troppo al giorno d’oggi, di “radici”, di “identità”, di “tradizioni”. Siamo abituati anche a inseguire queste chimere di festa in festa, di manifestazione in manifestazione, tra improbabili bardi celti e dubbi cavalieri medievali, sagre gastronomiche dai sospetti menù e insopportabili comizianti. Diciamo la verità: è un gioco che ormai ci è venuto a noia.

Eppure, di tanto in tanto, i cieli si aprono e il miracolo avviene. E può capitare a chiunque di noi, inatteso, quasi per caso.

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