[Tratta da “Novaja Gazeta”, novembre 2006 - versione in lingua russa]

Prosatore, dissidente e seguace degli “Anni sessanta” [Šestidesjatnik], Vasilij Aksënov osserva ciò che accade in Russia, ora dal continente americano, ora dalla rivierasca Biaritz, ora da una finestra di un grattacielo staliniano che si affaccia sul Cremlino. In procinto di terminare il romanzo sulla vita in Russia negli ultimi anni, lo scrittore non cede allo sconforto. Al contrario, trova più di un argomento a sostegno del fatto che la vita nel paese nonostante tutto si stabilizzi per il meglio.

- Oggi prova vergogna per la Russia?

Adesso provo vergogna per la storia con la Georgia. A qualcuno è stato dato semaforo verde, da qualcuno altro che ha nostalgia del proprio lavoro, quello di fare interrogatori notturni. Ma in questo caso non si può non notare che la colpa è anche del “comandante” georgiano. Che non si è comportato certo a modo ed ha innestato la crisi. La Russia e la Georgia sono due imperi multinazionali: uno enorme, l’altro minuscolo. L’uno in preda alla stupidità, l’altro all’isteria.

- Nazionalismo e xenofobia: sono oggi per la Russia due segni dei tempi?

Questo è un nostro retaggio. La maggior parte dei nostri concittadini proviene da quella metà della popolazione che ha esercitato una supervisione sull’altra metà della popolazione. Da qui è possibile che traggano origine le idee di un nuovo impero, di potenza, di una dittatura etnica. E’ chiaro che non si discute di un ritorno al regime sovietico, ma le masse vogliono chiaramente qualcosa di non meno possente. Negli ultimi tempi per le strade della città si vedono proteste, assembramenti con diverse motivazioni. Protestano i seguaci di Limonov, che ormai si sono completamente confusi e non sanno più chi sono: se bandiere rosse o camice nere … La gioventù è evidentemente attratta dalla strada, tende all’attivismo, sebbene poi le stesse persone non comprendano a pieno per quali idee si stiano battendo.

- Ci vuole poco allora: fornire l’idea giusta. Adesso tutti invece vengono imbottiti da un patriottismo di cassetta.

Proprio questo patriottismo da noi vive non di vita propria ma in contrapposizione all’occidentalismo. Le idee antioccidentali nella Russia moderna per qualche ragione suscitano in molti attrazione. Molti abboccano. Si dice che l’Occidente ha deluso tutti, che in esso non si trovi la verità. Ma nessuno pensa che la Russia ha deluso l’Occidente. Io ho vissuto 24 anni in America e conosco bene gli umori degli ambienti universitari. Un tempo molti mi dicevano: quando finirà tutto questo, semplicemente sogniamo che la Russia entri a far parte della famiglia dei popoli occidentali. C’è stata invero in occidente una qualche forma di nostalgia per la Russia. Ma quando la cortina è caduta, in Russia è diventato chiaro che non era così semplice farsi accettare dall’Occidente. Lì lo stereotipo dell’ottuso sovietico è stato presto sostituito dallo stereotipo della mafia russa o del bolscevico nascosto. Non ci danno molta fiducia.

- Perché quindi dovremmo puntare sull’Occidente?

Se non aderiamo all’Occidente, per noi è la fine. Ci disintegreremo come stato e come popolo. Per il momento ci stiamo soltanto a lamentare: che l’America è una merda, fatta di pragmatici, dalla vita interiore debole … “E da voi invece sarebbe forte dopo l’eliminazione di milioni di concittadini?” Effettivamente in Russia è rimasto una sorta di bolscevismo mentale nascosto. Noi non vogliamo unirci agli altri. Vogliamo essere i più importanti. Benché sia vero che non possiamo fare a meno dell’Occidente, anche questi non può fare a meno di noi. L’Occidente non va da nessuna parte per via della necessità di rafforzarsi in senso etnico. Noi siamo bianchi da qualsiasi lato ci si guardi. E per il momento in Occidente con gli emigrati accolgono anche l’estremismo islamico.

- E perché facciamo di tutto perché l’Occidente si allontani da noi?

La situazione non si presenta del tutto chiara. Da un lato nella società appaiono umori antioccidentali, come ho già detto. D’altro canto il presidente promette ovunque la qualsiasi, fa amicizia con tutti. Quasi non volesse affatto separarsi dall’Occidente. Non sono sicuro che il presidente sia sempre libero di fare ciò che effettivamente desidera.

Il sogno di tutta mia vita è che la Russia diventi un comune, normale stato all’interno dell’Europa senza ambizioni morbose. Che invece ricompaiono. I nostri terribili generali annunciano: «Una qualsiasi nostra unità della marina è in grado con un solo colpo di far fuori una nave della NATO!». Non sanno assolutamente nient’altro. Credono che il lancio dei missili dal polo nord ci debba riempire di orgoglio. In verità è semplicemente nauseante. Abbiamo un esercito bigotto, ma nel complesso tutti gli eserciti sono bigotti.

- Perché l’idea di una società civile in Russia stenta a farsi largo?

Da noi nessuno ha idea di cosa sia la società civile. Tutti però ne parlano. In Russia non c’è neanche l’odore della democrazia. Quanto è avvenuto negli anni ’90, senza tener conto delle riforme serie in senso democratico, ricordava più l’anarchia, con regolamenti di conti senza fine e assassini. Mi preoccupa molto il fatto che questi sintomi si rinnovano anche adesso. Nel 1917 la democrazia durò in tutto mezz’anno. I rossi odiavano i liberali e i democratici più dei funzionari dello zar.

- E oggi? Di nuovo le grandi speranze stanno avendo termine con un ritorno al recente passato?

Per il momento beneficiamo ancora dei frutti della rivoluzione degli anni ’90. Il potere stesso non vuole un ritorno al passato totalitarismo. Riportare il paese indietro lo si può fare solo col terrore. E il potere non lo farà. In primo luogo perché comprende che se avrà inizio il terrore di stato, “loro” stessi non sopravvivrebbero oltre il primo round. Questa è la legge eterna di tutte le rivoluzioni. In secondo luogo il potere non vuole che si riproduca una società della ripartizione collettiva dei beni … “Loro” sono ricchi, “loro” non vogliono né il comunismo, né il socialismo …

- A cosa sono finalizzati tutti gli ultimi mutamenti politici nel paese?

Credo che il potere si sforzi semplicemente di stabilizzare la società traballante. Almeno formalmente. Così da creare anche una linea verticale perché ciascuno sappia da chi dipendere affinché ci sia l’ordine. Bisogna però ricordarsi che questa verticale potrebbe tramutarsi in una lancia appuntita. Ma per il momento grazie a Dio ciò non avviene. Per il momento ci si sforza di conservare alcuni elementi della società libera.

- Lo si fa per piacere all’Occidente?

Ma no, questa è un’esigenza della nostra società. Ad esempio tengono aperti i confini. Adesso ciò sembra rientrare nell’ordine delle cose, ma noi abbiamo vissuto tutta la vita con le frontiere chiuse.

Mia mamma non poteva credere che un giorno avrebbe oltrepassato il confine dell’Unione Sovietica. Mi ricordo che la portavo in Francia e lei tremava come una foglia. Il confine con la Polonia, poi quello con la DDR, i controlli interminabili. Il susseguirsi delle stazioni, le guardie di confine sui binari con i mitra. Lei che guarda dal finestrino e che chiede continuamente: “Vasja, siamo già in Occidente?”. Ed ecco che finalmente attraversiamo una stazione dove invece di uno col mitra sta un vecchietto con un buon cappotto di lana e con tre bassotti al guinzaglio. Fu allora che dissi: mamma siamo in Occidente.

- Cosa pensa, da dove proviene al nostro presidente un tale rating di fiducia da parte dei cittadini?

In primo luogo è raro che da noi si consideri colpevole il presidente di quello che non và. In tutto ciò che è negativo siamo stati abituati a vedere l’azione di forze segrete, nell’ombra, una sorta di camarilla. D’altro lato la fioritura economica ricade favorevolmente su Putin. I prezzi vantaggiosi del petrolio, i colossali accumuli del Fondo per la Stabilizzazione. Il risultato: una vita più stabile. E’ impossibile negare che la gente stia meglio. Entro allo ZUM e vedo una quantità di marche costose e allo stesso tempo una quantità di compratori. E tutto grazie al capitalismo. Il capitalismo messosi a girare - poniamo pure con mezzi non molto onesti - ha stimolato la circolazione che ha riempito la città di merci. C’è tutto, basta avere i soldi.

- Se ne ricava che dobbiamo accontentarci dei confini aperti e delle boutique dello ZUM, accessibili fra l’altro da piccole porzioni dell’intera popolazione. Altro che parlare di democrazia …

C’è ancora un altro argomento. La letteratura. Non c’è il minimo accenno di censura. Il minimo! Capite, questo in Russia non è mai successo, che la letteratura non fosse controllata. Oggi invece è libera al 150 percento. Tutta l’arte nel suo complesso: nei teatri danno quello che vogliono, gli artisti impiantano iniziative senza controllo. E di tutto ciò si discute liberamente nella stampa

- La libertà degli artisti è una cosa notevole, ma la maggior parte della gente si rimpinza di televisione che è stata completamente usurpata dal potere.

La televisione in qualunque paese fa pena. Non credo che da noi sia tutto così controllato. Pozner, Archangelskij hanno modo di esprimersi e fanno parlare gli altri.

In generale uno degli errori più evidenti di Putin consiste nel non parlare col popolo delle disgrazie del momento. Ne parla soltanto allora quando non può farne a meno. E il fatto che fino a questo momento abbia taciuto sui licenziamenti alla Procura Generale e sul caso Chodorkovskij non è affatto un bene. E’ tuttavia possibile che Putin sia colpevole solo del fatto di essere stato indotto all’errore, di seguire l’opinione altrui. Come si suol dire: “lo zar è quasi buono, i boiardi quasi cattivi”

- Ci dica, da dove nasce uno sguardo così ottimistico sul paese?

Da cosa lo ricava? Al contrario, il mio sguardo, purtroppo, non è molto ottimistico. Mi appiglio a pochi elementi positivi, ma nel complesso temo per le sorti del paese. Prima non simpatizzavo molto per Putin, perché in generale non ho mai simpatizzato per quelli dell’apparato. Ma lui almeno ha effettivamente garantito una qualche stabilità

- Chi a vostro parere dovrebbe succedergli? In senso ideale...

Dostojevskij non è il caso. Lev Nikolaevič non è il caso. Pasternak non sarebbe male.

- Visto che siamo passati alla letteratura, mi dica, lei come il “nostro poeta” non si è mai lamentato di avere avuto la sfortuna “di nascere in Russia con un anima e del talento”?

La Russia è parte comunque della sfera terrestre, è una terra cristiana. A Puškin non gli è riuscito di svignarsela, a me invece, grazie a Dio, mi hanno messo alla porta … Sotto il potere sovietico potevo e non potevo uscire. Mi accusavano di essere al soldo dei servizi segreti occidentali, mi legavano in tutti i modi le mani. Ed infine mi hanno buttato fuori completamente dal paese. Per questo sono un cosmopolita. I bolscevichi a suo tempo hanno cacciato i filosofi russi ritenendo che non servissero a nessuno e che sarebbero crepati sotto i ponti. Allo stesso modo siamo stati esiliati anche noi. A me offrirono subito di insegnare all’università.

Avvilisce il fatto che l’Occidente abbia sempre voluto vedere la situazione della Russia in maniera catastrofica. E, fra l’altro, questa volontà è stata particolarmente forte tra i russi dell’emigrazione. Quando parlavo degli aspetti positivi della vita in Russia, mi facevano gesti con la mano come per dire che mi avevano comprato. Chi? Per quale piatto di minestra? In Occidente non vogliono stare a sentire quello che succede nel paese al di fuori del Cremlino. E di cose ne succedono molte indipendentemente dalla politica e dal potere.

- Perché la Russia non è mai stata tenera con gli scrittori?

I bolscevichi hanno gonfiato a dismisura il ruolo della letteratura. E ponendo divieti l’hanno resa più influente. Ma vivendo in Occidente ho capito che il più grande favore alla letteratura lo rende il governo che non vi pone attenzione. In America c’è questa espressione: “It’s just a book”. E sicuramente così deve essere. Il libro oggi influenza solo una cerchia molto ristretta di lettori e lo fa fondamentalmente da un punto di vista estetico. Allo scrittore non è più richiesto il titolo di maestro di pensiero.

- La dissidenza è un fenomeno eminentemente russo?

Penso semplicemente che da noi sia particolare. Con radici storiche profonde. Con molti paralleli col secolo precedente. Ci sono stati i seguaci degli “Anni sessanta” del XX secolo e ci sono stati i seguaci “Anni sessanta” del XIX secolo. Anche quest’ultimi sono stati perseguitati dal governo e anche loro hanno lottato contro di esso.

Dopotutto la rivoluzione non l’hanno fatta i marxisti. Ma gli arrabbiati, i romantici, i byroniani, che durante 40 anni, iniziando dall’assassinio di Alessandro II, hanno terrorizzato il governo.

- Come è riuscito nell’emigrazione a rimanere uno scrittore russo?

Nell’emigrazione ho scritto i miei migliori romanzi dei quali per qualche motivo si parla meno degli altri. Adesso sto per completare il mio ultimo romanzo “Terre rare”. E’ la storia di una società che si occupa dell’estrazione di sostanze rare. Come sempre il libro è realistico, ma con una metafora inaspettata.

- Previsioni per il futuro?

Quali previsioni … Tutto si volge in maniera inaspettata. Nessuno della mia generazione poteva immaginarsi il crollo del bolscevismo. L’unica cosa che era lecito sperare era che la politica acquistasse un po’ più di buonsenso e fosse più razionale. Tenendo conto della resistenza che c’era, chi poteva predire che sarebbe arrivato Gorbaciov e avrebbe osato toccare questa pluriennale piramide di merda pietrificata? Questo è stato il suo enorme merito.

Oggi un ritorno al passato è possibile solo in caso di un colpo di stato militare dalle proporzioni enormi. Noi viviamo ancora in una fase di dissoluzione dell’impero. E a causa degli scontri etnici questo processo può andare a finire fuori controllo. In uno scenario del genere potrebbe venir fuori un dittatore. Quindi provate ad immaginarvi il presidente che va via senza garantire normali elezioni, la verticale dei moderati che si spezza … Ma è meglio non immaginarselo.

20-11-2006

Ksenija Krochina

[traduzione di Alexandra Voitenko]

Joomla templates by a4joomla