Speciale Centenario

 

I NOSTRI FRATELLI RUSSI

di Carlo Antonio Fratta
Messina, 3 gennaio 1909.
Fuori del molo dondola leggermente nella sua enorme mole oli­vastra, all'incrocio delle correnti violentissime, la corazzata russa, Slava. Il colossale alveare d'acciaio, irto di cannoni e superbo di bellezza, non brulica oggi nel fermento di novecento uomini, ma riposa in un silenzio alto di monastero. Lassù a poppa la bianca bandiera, crociata in bleu, garrisce al vento. I grossi marinai, dagli occhi dolci come di fanciulli, sono discesi a terra appena arrivati da Napoli ove avevano sbarcato una larga messe di carità e di abnegazione. La piatta pala cosacca si confonde col piccone della nostra fanteria...
Che bravi ragazzi! Io li osservo da tre giorni ai piedi d'una casa diroccata, al letto di un ferito, al duro disimpegno della fatica e non ho mai scorto nel loro sguardo un lampo di ripugnanza, né nelle loro braccia un segno di stanchezza. Quando vibra nell'aria dal ponte di co­mando il suono lento lento e grave della cornetta, sbucano a frotte, si­lenziosi, vestiti di tela, s'armano di arnesi di sgombro, di barelle e via, in un lampo, sulle barche, verso la sponda inerte a cercare i residui della vita. Sparpagliati dappertutto, si sentono uniti dal respiro di una comune cantilena noiosa... Dopo dieci, dodici, quattordici ore di un la­voro grossolano e spossante, a chi li compassiona mostrano una dentiera di mastino e rispondono scrollando le spalle: Nitcevò! (non è niente!).
Ho interrogato stasera — con l'aiuto di un interprete, si intende — alcuni di questi fanciulloni del Volga impolverati, sfiniti, reduci da una giornata sfibrante. Stavano seduti a poppa, senza parlare.
— Oggi, quanti ne avete estratti?
— Pochi, purtroppo. Ventiquattro feriti e tanti tanti morti pei quali abbiamo pregato Iddio.
— Poveretti! Vi vedo molto stanchi...
Nitcevò! No! no! Siamo contenti. Oh, i soldati italiani hanno lavorato molto più di noi! E poi, è il nostro dovere. Nitcevò, signore, Nitcevò.
Almeno i cadaveri di Messina se non hanno fiori sulla bara hanno sulla tomba questi semplici cuori in cui risplende tutta la bontà umana...

Tra le baracche

II ruinare dei calcinacci giù, verso la marina, s'arresta da ieri contro una linea giallognola di casette senza stile e senza piani: è la nuova città che sorge sull'avello dell'antica; la Messina del legno, delle medicine, della lotta, della saggezza. Sotto il tetto basso di queste abitazioni si urta il campionario di tutti i dialetti italiani, di tutte le forme profes­sionali, di ogni età. Ma quanta unione fra tutti, nel comune dolore e nel comune impeto di carità!
La baracca si eleva ormai dovunque un palmo di terra non stia al­l'ombra di una minaccia e offra la garanzia d'una sicura opera di bene. La città interna continua a morire in una spasmodica agonia di fiamma, che la batte, soffocandola.
Dalle buone case che si affrettano ad offrire il fianco squarciato alle ricerche e cadranno poi per sempre, escono lenti i convogli, sulle spalle dei soldati, costituendo l'emigrazione macabra verso le nuove borgate ospitali. Medici di Roma, pompieri di Milano, studenti di Bologna, si­gnori di Genova, volontarii torinesi, napoletani, avvezzi a tutti i viaggi, non dormono né si vestono da quattro giorni, inchiodati ad un lavoro che non finisce mai. Non c'è più nozione del tempo, si mangia quando Dio provvede... e non vi si pensa mai.
Un medico romano accudisce da dieci ore a sette feriti contempora­neamente : ne ha coperto uno con i suoi abiti, rimanendo in mutande. Eppure non se ne da per inteso.
Sei signorine americane arrivate con l'ambasciatore Griscoom, stanno sedute sulla mota, cullando dei poveri piccini, senza mamma. Due ercu­lei pompieri di Milano, privi di cibo da iersera, vuotano la loro sacca ad una famiglia stracciata ed esangue. Una pattuglia di fanteria scende dalla piramide di macerie della palazzata con una cassetta intarsiata d'avorio, contenente due mila lire e parecchi brillanti. Il caporale la consegna ad un ufficiale... Sotto una tenda un can barbone veglia un giovanetto, votato alla morte. La cara bestiola ha una gamba spezzata...
E questi sono gli inquilini della baracca!

Corrispondenti di terremoto

Al lettore piacerà forse di avere anche qualche notizia di ciò che facciamo noi...
Che cosa è il corrispondente del terremoto? — Ecco qui: è un si­gnore che difficilmente dorme su un letto, facilissimamente si stira le membra indolenzite per cinque ore su un assito imbottito di paglia quasi pulita sotto una tenda, che, tutta notte, bisbiglia alla brezza frigida.
Al primo mattino, egli si alza e incomincia ad affacciarsi sull'orlo della morte, per cercare una notizia; litiga quattrocentomila volte con la truppa che non sa leggere nella tessera, mangia a mezzogiorno arance e cioccolato ; va, gira, rigira, da un rottame al mare, trasformandosi anche in infermiere; fa anticamera di un'ora presso il generale Mazza, che lo manda dal prefetto Trinchieri, il quale lo spedisce prima alla Croce Rossa, poi ad un piroscafo per avere informazioni che nessuno sa e saprà, e infine trafelato si rifugia al grande ufficio del telegrafo. Siamo ai piedi di un vagone ferroviario, al quale si accede per mezzo di una porta sdraiata sopra quattro casse di petrolio. Dentro, al buio, su di un tavolino da venditore di cocomeri, quattro impiegati lavorano furiosamente mentre il corrispondente, appoggiato ad una botte di olio riempie in fretta cartelle di numerose notizie, che arriveranno Dio sa quando... Poi, oltre mezz'ora di anticamera a ciel piovoso sul fango, prima di poter consegnare il telegramma voluminoso. L'impiegato lo guarda terrorizzato ; ma subito vi da la buona notizia : — Sa ? i suoi telegrammi di ieri vanno per posta a Roma. Partiranno domani da Palermo!...
E con tutto ciò l'inviato speciale sul luogo della sventura è fiero della sua missione. Perché essa è faticosa, dolorosa, ma è tanto nobi­le! Ed è tanto bello potere qualche volta, oltre che servire il pubblico, servire, semplicemente, l'umanità!


Corriere d’Italia, 8 gennaio 1909