Contrariamente a quanto si è comunemente affermato, il suo libro sul terremoto del 1908 non è il frutto di un viaggio sui luoghi del disastro. Pubblichiamo la relazione proposta ad un recente convegno di studi dalla docente universitaria Aleksandra Parysiewicz che analizza e spiega le ragioni di una credenza che ha ingannato studiosi italiani e russi.
 
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Maksim GorkijOggi vorrei approfondire l’ipotesi della mancata presenza dello scrittore russo Maksim Gor’kij a Messina, autore del libro dal titolo Terremoto in Calabria e Sicilia, terminato appena 28 giorni dopo la catastrofe.
 
Per quasi 100 anni si è dato per scontato che gli effetti della tragedia descritti da Gor’kij fossero il frutto della sua presenza fisica nelle zone terremotate (anche se c’è qualche eccezione, come p.e. Salvo Di Matteo, che nella sua opera in 4 volumi Viaggiatori stranieri in Sicilia, non ha inserito il nome di Gor’kij) e della sua testimonianza diretta. Invece, durante la presentazione del libro dello scrittore russo, avvenuta il 2 marzo 2007, Giuseppe Iannello ha affermato pubblicamente il contrario, cioè che «Gor’kij non fu mai a Messina». E proprio dall’intento di approfondire quell’affermazione è scaturita la mia ricerca.


Si potrebbe obbiettare, che questa constatazione ha poca o addirittura nessuna influenza sull’opera meritoria dello scrittore a favore delle vittime della tragedia messinese. Ne sono completamente convinta. Tuttavia, è incredibile che per tantissimi anni si sia scritto sia in Italia che in Russia, con un grado di certezza pressoché assoluta che lo scrittore russo fosse accorso tra i primi sui luoghi della catastrofe.

È noto, che la tragica notizia lo raggiunse a Capri dove si era stabilito dall’ottobre 1906 e che “letteralmente lo sconvolse” come dice il grande slavista Pietro Zveteremich, che ha descritto i due lunghi esili di Gor’kij in Italia.

Ma cerchiamo di approfondire quest’ipotesi citando alcuni studiosi che si sono espressi su questo argomento. Scrive Angelo Tamborra (studioso di Storia Orientale) nel suo libro Esuli russi in Italia dal 1905 al 1917: «Sullo Stretto, fra Messina e Reggio distrutte, Gor’kij era giunto proprio nel colmo della tragedia, insieme al suo amico tedesco Wilhelm Meyer, incontrandovi tanti uomini illustri e oscuri, giornalisti e scrittori, politici e civili e militari: dal re Vittorio Emanuele III […] a Giovanni Cena e Sibilla Aleramo, da Umberto Zanotti Bianco […] a Napoleone Colojanni, ecc.». E più avanti: «…l’atteggiamento di Gor’kij e (del suo amico Meyer) non fu quello del semplice testimone, pronto come altri a scrivere il proprio pezzo di bravura da inviare al giornale. Al contrario, essi si rimboccarono le maniche… ». Anche Pietro Zveteremich nel già menzionato libro cita questa ultima affermazione e aggiunge che: «Lo scrittore prese parte personalmente e fisicamente ai soccorsi, ferendosi anche a un piede» E nella recensione del libro Ventotto Dicembre Zveteremich non soltanto conferma tale convinzione: «[…] egli [Gor’kij – A.P.] aveva visto tutto da vicino, tuffandosi nel caos della catastrofe» ma sottolinea il meritevole comportamento di Gor’kij a Messina aggiungendo che «ciò fu notato […] da non pochi che ne scrissero in Italia (R. Bracco, G. Cena, P. Villari) e in Russia (V. Korolenko, I. Romanov, I. Babel), etcetera».

Ma quali sono le fonti che permettono a Tamborra, a Zveteremich e a molti altri, compreso i russi, di affermare con certezza che Gor’kij «si recò subito nei luoghi del disastro» come scrive anche Fabio Mollica nell’introduzione del libro da lui tradotto dal russo, o come precisa Nicola Aricò nella sua presentazione del libro: «Gor’kij e Meyer […] giunsero insieme a Messina all’alba del primo gennaio 1909, […] con le intenzioni giornalistiche del reportage.».

Viste queste descrizioni così dettagliate (ne ho citato solo alcune ma ne esistono molte altre) che sembrano anche molto convincenti, ci poniamo la domanda su quali documenti si basano tali affermazioni.

Consultando molti riferimenti qui menzionati, siamo arrivati alla convinzione che tali deduzioni siano dovute in primis ad un’erronea interpretazione del testo del libro scritto da Gor’kij e in secondo luogo, da una frammentaria valutazione di alcuni degli altri suoi scritti aventi come oggetto il terremoto del 1908. E così quando Tamborra riporta diverse citazioni dal libro attribuendole allo stesso scrittore, in realtà, siamo in presenza di testimonianze rilasciate, in parte dal capitano messinese in riposo De Angelis che salvatosi fu trasportato a Capri, dove ricordo si era stabilito Gor’kij, ed in parte da un volontario catanese accorso a Messina per recare aiuto. Così pure, lo stesso Tamborra, quando per riaffermare la “presunta” presenza dello scrittore a bordo di una corrazzata «per invocare aiuti dal re Vittorio Emanuele», cita Ricordi di R. Bracco apparsi nel 1917, le nostre perplessità iniziano ad assumere consistenza, visto che nel testo citato non si fa alcun cenno circa la presenza di Gor’kij a Messina, ma solo si riferisce di una confidenza dello scrittore a Bracco che il sovrano «era il solo re al quale egli [cioè Gor’kij –A.P.] perdonava di essere re» .

Sorprende il fatto, che anche Zveteremich segua questo indirizzo, visto che ha riempito 22 cartelle contenenti materiale sulla vita e l’attività dello scrittore in Italia come lui stesso afferma nella lettera di trasmissione all’Archivio di Mosca: «Questa raccolta comprende praticamente tutto ciò che la stampa italiana ha pubblicato su M. G. dal 1905 al 1928». Sorprende, a me che ho avuto l’onore di poter collaborare con lui, come Zveteremich, in possesso di tutti questi documenti, non approfondì ulteriormente questo argomento, ma si fidò delle affermazioni di altri, come emerge dalle sue stesse parole: «Tamborra ha rievocato quei fatti, […] sulla base dei materiali a suo tempo pubblicati». Naturalmente, sia Zveteremich che Tamborra citano anche altre fonti che quasi tutte sono state da noi consultate non trovandovi alcun riscontro sia nei ricordi di Giovanni Cena, sia nel Carteggio di Umberto Zanotti Bianco, che secondo Margherita Giambalvo e Salvatore Settis proprio a Messina ebbe il primo incontro con Gor’kij «dove entrambi erano accorsi in seguito alla terribile disgrazia».

Proviamo a ricostruire i “movimenti” e l’attività di Gor’kij nei primi 25 giorni di gennaio del 1909 perché tutti coloro che hanno scritto su questo argomento, legano la presenza di Gor’kij a Messina con la raccolta dei materiali necessari per scrivere il suo libro sul terremoto, che proprio in detto periodo fu terminato.

Il 1 gennaio 1909 Gor’kij scrive da Capri a K.P. Pjatnickij, redattore della casa editrice «Znanie» di Pietroburgo:

 

Caro Amico – non credete che è possibile aprire una sottoscrizione per un mio libro sul terremoto in Sicilia e Calabria, libro con illustrazioni, per il prezzo di 11/2 o 2 rubli il cui ricavato sarà devoluto per le opere di soccorso?

Se –sì, fate questo al più presto, perché il libro lo sto già scrivendo.

C’è bisogno di denaro.

Raccoglietene, se potete.

A. Peškov

 

Da questa lettera, firmata con il suo vero cognome, risulta chiaro, che Gor’kij oltre ad essere a Capri già si mette a scrivere il libro sul terremoto. Molti, sia italiani che russi per affermare la presenza dello scrittore nei luoghi del disastro, citano un frammento del telegramma mandato al giornalista russo I.I. Skvorcov-Stepanov: «Qui impera l’orrore: feriti, cadaveri, gente impazzita! Ma il popolo italiano è grande; sa lavorare e ha sviluppato un forte senso di solidarietà e di dignità». Ma anche questo telegramma è stato mandato da Capri con la data del 2 gennaio. Lo stesso giorno, manda un altro telegramma al già nominato K.P. Pjatnickij. Nei primi due giorni di gennaio comparve anche, su vari giornali russi («Sovremennoe slovo», «Reč», «Birževye vedomosti», «Kievskaja mysl’», «Obzor teatrov» ecc.) un appello di Gor’kij a favore delle popolazioni terremotate. Il contenuto di questo appello come dei due seguenti usciti rispettivamente il 3 e 5 gennaio su «Reč’» e «Russkoe slovo» può considerarsi di relativo interesse. Mentre, degna d’attenzione è l’annotazione nel diario di K.P. Pjatnickij in data 6 gennaio 1909: «Di notte è arrivato il telegramma da Gor’kij…». Anche questo telegramma fu mandato da Capri, perciò lo scrittore almeno fino al 7 gennaio rimase nella sua residenza caprese.


Il 13 gennaio su «Rannee utro» comparve il terzo appello di Gor’kij:

Qui succedono cose inimmaginabili, terribili ed impressionanti.

[…] C’è urgente bisogno d’aiuto.


Il giorno dopo scrive, sempre da Capri, all’editore I.P. Ladyžnikov:

Perché non rispondete a proposito del libro sul terremoto? Esso è quasi pronto...


Due giorni dopo, il 15 gennaio 1909, sempre da Capri, Gor’kij comunicava alla sua prima moglie Ekaterina Peškova:

Ho quasi finito il libro sul terremoto, non so come va la sottoscrizione, ma penso, che andrà bene, giudicando dal fatto, che mi mandano i soldi.

 

Il 17 gennaio 1909, sul pietroburghese «Reč’» esce un comunicato sulla prossima uscita del libro di Gor’kij in edizione “Znanie” a favore degli italiani, vittime del terremoto.

Il libro fu terminato il 25 gennaio come Gor’kij stesso dichiara alla Peškova:

Ho appena finito con il terremoto - è uscito male,- ma meglio fare – non c’è tempo!

 

Abbiamo così percorso questi primi 25 giorni del nuovo anno 1909, periodo durante il quale, secondo tanti che si sono occupati del cataclisma, lo scrittore dovrebbe essersi trovato nelle zone terremotate. Come è evidente da quest’ultimo telegramma Gor’kij non era contento del suo scritto, ma voleva scriverlo in fretta per donare il ricavato a favore dei terremotati, come si leggeva sul frontespizio. Il suo meritevole comportamento verso le vittime della catastrofe non può essere sminuito dal fatto che lui non fosse presente sul luogo del cataclisma. Come giustamente osserva Iannello basandosi sulla attenta lettura del libro, lo scrittore «non inganna il lettore», perché «non parla mai in prima persona e riporta sempre esperienze altrui, tutte rintracciabili nei giornali dell’epoca […] o riferibili a persone con le quali Gor’kij aveva potuto intrattenersi personalmente a Capri.».

Concludendo, posso riconfermare, sulla base dei riscontri che ho cercato di evidenziare, che nel periodo della scrittura del suo libro Gor’kij non si mosse da Capri. D’altronde nello scritto non c’è nulla, né un’indicazione esplicita né una testimonianza diretta, che faccia pensare il contrario; lo stesso esordio del libro («Le sconnesse parole di coloro che si salvarono dalla morte si intrecciano in un’unica impressione […]») rendono più l’idea di trovarsi alla presenza di una raccolta di testimonianze che di una presa diretta con la realtà di quell’evento drammatico: le voci, le immagini impresse negli occhi della gente miracolosamente scampata a quell’inferno in terra che si era generato in pochi secondi.



Messina, 26 febbraio 2009


Aleksandra Parysiewicz Lanzafame