Tra i fantasmi di San Pietroburgo.

Viaggio in Russia in compagnia dei classici, da Dostoevskij alla Achmatova.

di Dacia Maraini.

(dal "Corriere della Sera" del 13/12/2000)

Ogni volta che si visita un paese lo si re inventa dentro la nostra testa. Si ricostruiscono le strutture ottiche, i segni di riconoscimento, le atmosfere, perfino i sapori e gli odori, che rimarranno nel magazzino della nostra memoria, per poi, alla prossima visita, rimettere in discussione quei dati e integrarli e sostituirli con qualcosa di nuovo.

Per me la conoscenza dei paesi passa prima di tutto attraverso i libri. Non saprei niente di Pietroburgo se non avessi letto Gogol' e Dostoevskij. Non saprei niente di Mosca se non avessi letto di Lenin e di Stalin e di un bellissimo sogno di redenzione finito stracciato e ferito, distrutto da una dittatura brutale e sanguinaria. Il turismo è il peggiore dei sistemi per farsi un' idea del mondo. Per il turista i luoghi tendono a farsi tutti accessibili attraverso risapute parole d' ordine, stazioni di un percorso prestabilito che conferma idee standardizzate e non rivela mai niente. Per questo evito le guide e i tragitti prestabiliti.

Eccomi a Mosca, con la traduzione in russo di un mio libro in mano, gli studenti che aspettano all' università. Sono tutt' altro che una turista, eppure tutto mi spinge a quel tipo di consumo di una città che tanta parte ha avuto nelle nostre fantasie storiche. Il turismo riesce col tempo a trasformare i fatti in immaginette: le statuette di Lenin sulle bancarelle, i modellini in miniatura dei grandi palazzi barocchi, le matriosche con la faccia di Gorbaciov, di Putin. Devo cacciare di nuovo il naso nei libri per ritrovare la gioia del viaggio.

Questa volta si tratta di un libro moderno dal titolo semplice "San Pietroburgo". Scritto nel ' 95 da Solomon Volkov, musicista russo nato nel ' 44 ed emigrato negli Stati Uniti, è un libro splendido che consiglierei a chiunque voglia conoscere meglio la Russia. Da noi è stato pubblicato dalla Mondadori nel ' 98. Si tratta della storia della città di San Pietroburgo, ovvero Pietrogrado, ovvero Leningrado, raccontata con leggerezza e profondità da qualcuno che ama conoscere a fondo non solo la città di cui sviscera il passato, ma anche tutto il resto della Russia, la sua memoria lontana e quella più vicina. È la storia narrata da un non storico: un musicista che ha frequentato più gli anfratti dei teatri che le cattedre dell' università. La lettura diventa così una passeggiata sapiente accanto ad una guida attenta e spiritosa. Che racconta di Pietro il Grande come fosse un parente, di Anna Achmatova, di Block, di Sostakovic, di Balanchin, come fossero amici di infanzia.

Volkov ci fa capire il destino speciale di una città nata per un superbo atto di volontà. Pietro il Grande odiava Mosca perché vi aveva visto morire ammazzati i suoi e decise di fondare una città nel luogo più inospitale, più malsano, più infido che si potesse immaginare, in mezzo agli acquitrini e alle zanzare. Una città che correva il pericolo di congelarsi ogni inverno e i cui palazzi rischiavano di sprofondare nel fango ogni estate. Eppure, quest' uomo alto due metri, dalle mani abilissime, che si piccava di lavorare il legno come un falegname, di sbalzare la pietra come un marmorista, di cavare denti come un medico, riuscì nel suo intento. E costruì la sua città, contro tutti i pronostici sfavorevoli, anche se dovette pagare dei costi altissimi in vi te umane e sacrifici per tutti. Per cavare i denti pare che avesse una vera passione Pietro il Grande, tanto che i suoi cortigiani fuggivano come il vento appena si vedevano guardare con un poco di attenzione la bocca. Dopo la sua morte è stato trova to un sacco pieno di denti nella sua camera da letto.

Poche città sono state tragicamente divise come San Pietroburgo: da una parte la ricca bellissima capitale delle visioni barocche di Rastrelli, dei palazzi sull'acqua, dei giardini all'occidentale e dall'altra la metropoli dei vicoli tortuosi e sudici, delle nebbie gelate, dei sottoscala in cui fiorivano deliri e progetti criminali. La Pietroburgo degli elegantissimi Romanov, dei grandi mercanti che importavano pianoforti e lini ricamati dall' Olanda, dell'intellighenzia decadente e francesizzata che si contrappone a quell'altra Pietroburgo degli umiliati e offesi di Dostoevskij, degli impiegatucci disperati e soli di Gogol' , dei fantasmi miserabili di Belyi. L' una sembra irriducibile all'altra. E i poeti, i pittori, i musicisti l'hanno vissuta o da una parte o dall'altra senza mai trovare una conciliazione, una via di mezzo.

Forse solo Anna Achmatova, suggerisce Volkov, riuscì in questa difficilissima impresa: umanizzare il mito negativo di una Pietroburgo nemica e ostile, brutale e gelata, senza per questo adularla o diventare vittima del trionfalismo imperiale o dell' ottimismo bolscevico. Forse per questo, commenta Volkov, con molta ammirata tenerezza, è una delle poche pietroburghesi che non abbia voluto trasferirsi all'estero quando molti altri prendevano la via dell'esilio. La Achmatova non ha mai veramente ceduto alle pressioni dei comunisti, come invece ha fatto suo marito, Gumilev, che poi è stato fucilato su ordine di Stalin. La grande poetessa ha voluto rimanere nella sua casa di Pietroburgo condividendo gli orrori e le privazioni dei suoi concittadini. «Sopra le acque della Neva/ io vivo / sotto il gelido sorriso / dell' imperatore Pietro», scrive la Achmatova.

Non si capisce la Russia se non si sa quanto abbiano contato e contino i poeti per il suo popolo. Ed è curioso che proprio in America, il paese da sempre nemico e avversario della Russia, si trovino oggi alcuni poeti russi più significativi, come il geniale Brodskij. I giovani russi, a quanto dice Volkov, lo leggono con attenzione. 


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