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Il
rito del bere nella Rus’ di Kiev
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Esistono ben tre parole (slave) che indicano tre diverse cerimonie
solenni degli antichi Slavi che hanno in comune il bere e l’ubriacatura
finale come procedura sacrificale. Che cosa è allora il bere? Esiste una
ritualità anche nell’ubriachezza?
Il
bere come attività “umana” non è la semplice riposta allo stimolo della
sete, come ci verrebbe di dire immediatamente, ma al contrario è un rito
“sacro” ben preciso! La sete in un regime dietetico contadino su base
vegetale, che è cibo costituito per ca. il 90 % e più da acqua, raramente si
presenta in modo da richiedere una bevuta urgente di un qualche liquido. Insomma
si beve non per sete e neppure acqua semplice, ma liquidi speciali che di solito
è la donna ad elaborare e a preparare partendo da varie materie prime. Né
questi liquidi, non vogliamo ancora chiamarli bevande, possono essere ingeriti
così semplicemente. Occorre aspettare il momento particolare della giornata o
dell’anno, da soli o in compagnia di certe persone oppure in certi luoghi.
Oggi
non percepiamo più il bere in questo modo come invece lo sente il prete nella
messa o nel Medioevo il volhv che levava al cielo la bevanda sacra prima
di spargerla sull’altare. Eppure nei nostri usi e nei nostri comportamenti di
questa sacralità ereditata dai nostri antenati non tutto è andato perduto. Ci
siamo mai chiesti perché oggi nel supermercato o nel bar ci troviamo davanti ad
una così vasta varietà di liquidi bevibili? A che servono? Perché sono stati
messi a punto? Queste bevande sono realmente destinate a ricostituire le riserve
di liquido del nostro corpo? Sicuramente sono veramente troppe, ammenocchè non
pensiamo alle numerose celebrazioni della vita a ciascuna delle quali potremmo
attribuire il consumo di ciascuna.
Ad
esempio, in un incontro in cui stiamo per concludere un grosso affare, chi
offrirebbe soltanto un caffè al partner commerciale? Nessuno, anzi, un brindisi
con un qualche liquore a caro prezzo è d’uopo! E berreste un whisky la
mattina a colazione? Forse voi no, ma ci sono popoli nel mondo che lo fanno! E
in un pranzo di gala fareste mancare il vino? E per una vittoria conseguita non
stappereste champagne?
Dunque,
riflettiamo bene. Le bevande non estinguono la sete e basta, ma fanno parte
integrante di riti fissati da antichi usi dimenticati, dipendono dal momento
della giornata e dalla rispettiva religione! In questo modo gli smierdy
si fabbricavano le bevande, e non esclusivamente per dissetarsi, ma per poterle
bere solennemente!
Nel
Medioevo il rito del bere aveva ancora alcuni aspetti principali. Il primo era
la sacra libagione davanti agli dèi nelle celebrazioni collettive, ma poi si
brindava anche per sigillare dei contratti, degli accordi o per dare il
benvenuto all’ospite e, in ogni caso, quasi sempre con un liquido diverso. E
si beveva per scacciare gli spiriti maligni dal proprio corpo malato o, se
occorreva, si dava da bere per introdurveli a fini specifici come avvelenare o
inebriare e, perché no?, per indurre certi sentimenti nell’amata, nel rivale,
nell’avversario. Tantissimi e vari gli scopi del bere, quindi!
Nelle
Cronache Russe è rimasta famosa la frase di san Vladimiro quando, rifiutando le
prescrizioni dell’Islam contro l’eccessivo bere delle bevande inebrianti,
dice al sapiente musulmano: “Alla Rus’ il bere dà la carica! (Rusi
est’ veselie piti! traduz. di ACM)”, che non si deve intrepretare come
un’esaltazione medievale dell’’ubriachezza, diventata ormai l’etichetta
per i russi di oggi! In realtà Vladimiro è ben consapevole della sacralità
delle diverse occasioni in cui, con i suoi ospiti, s’indulge in una bevuta (popòika).
Se teniamo presente che Vladimiro era ancora mezzo svedese e che i suoi uomini
erano Variaghi svedesi, possiamo con buona approssimazione rifarci ai costumi
dei Vichinghi per interpretare meglio il ruolo della convivialità solenne e
ufficiale nella nuova corte kieviana del X-XI sec. d.C. in cui bere era un atto
non solito. Purtroppo il compito che ci siamo prefisso è di cercare di capire
meglio la vita dello smierd e non quella dei suoi dominatori, se non
quando questi incidono e influiscono sulle abitudini e i costumi dello smierd
stesso. Per questo motivo delle grandi testimonianze di Ibn Fadhlan o di Ibn
Rusté, non possiamo tener conto come dovuto. Al contrario sono per noi più
utili a questo riguardo gli scritti di Ibrahim ibn Jaqub, l’ebreo andaluso che
visitò Polonia e area baltica nel X sec. e che quindi ispirerà il nostro
discorso, almeno per l’inizio della storia russa.
Ibn
Fadhlan ad esempio nomina una bevanda inebriante dei Rus’ che chiama nabid
(forse dallo slavo napitok?) e dice: “Sono molto affezionati al
nabid e lo bevono notte e giorno. Sovente uno di loro muore con un bicchiere di
nabid in mano.” Se i Rus’ menzionati sono Variaghi svedesi, perché
danno un nome slavo alla loro bevanda? Oppure sono già parzialmente slavizzati?
Rimane incerto…
Cominciamo
allora dalla birra.
Dal
punto di vista filologico occorre subito dire che i nomi usati per i diversi
tipi bevuti nella Rus’ di Kiev sono di origine svedese-norrena ed è strano.
Sicuramente non perché gli Slavi non la sapessero preparare, ma perché
probabilmente le occasioni di berla si moltiplicarono proprio con i contatti fra
Slavi e Variaghi. D’altro canto nessun Variago, con il timore di essere
avvelenato o di bere una bevanda impura (ossia non ben fatta), avrebbe
accettato birra preparata dalle donne degli Slavi e quindi, secondo noi, si
affermarono le ricette germaniche su quelle russe, proprio perché i Variaghi
furono nei primi contatti dei dominatori abbastanza duri. Dunque nel nord, se si
volevano fare affari con loro, i soci Slavi nei conviti dovevano bere solo le
birre che i Variaghi stessi preparavano.
Per
di più quando si allestiva una spedizione vichinga nel Mar del Nord, una delle
derrate che entravano nella cambusa della nave era proprio la pasta acida per
far birra e pane, contenuta in un tino affidato ad un responsabile affinché
stesse molto attento “a non farla morire” per il gelo e di rinnovarla di
tanto in tanto! Non c’è quindi ragione di non pensare che lo stesso avvenisse
nelle spedizioni variaghe nel Mar Baltico visto che la pasta acida (la madre
della birra) era una delle “derrate” importanti di qualsiasi gruppo di
arditi viaggiatori…
Comunque
sia il russo ol (ол), braga (брага),
kvas (квас) e forse anche mol’ba (мольба)
corrispondono più a meno al norreno öl, bjórr, hvas e mungàt,
per i diversi tipi di birra mentre la parola più comune oggi pivo (пиво)
indicava un’altra bevanda (sacra?) – mai l’acqua! – prima di passare (ma
molto dopo) a significare birra! La divisione di classe esiste anche per
la birra che è per l’élite variago-slava mentre l’acqua (l’abbiamo
notato già per le razioni che il virnik portava con sé nel suo giro) o
al massimo miele allungato sono per la gente inferiore.
D’altronde
il convito della classe nobile era un evento speciale diverso dal pranzo sacro
dopo il sacrificio in comune dei villaggi e, ovunque avesse luogo, era
l’occasione buona per bere in grandi quantità bevande raffinate. Dal tempo
della conquista di Kiev da parte di Vladimiro (ca. 980 d.c.), diventò tuttavia
una tradizione allestire anche grandi conviti popolari per le strade della città
affinchè il popolo godesse della magnificenza del principe (knjaz) con
una grande offerta di bevande non eccellenti, ma con mangiare a sazietà. Era
una specie di politica simile a quella distribuzione gratuita del panem et
circenses dell’antica Roma per farsi voler bene continuata a
Costantinopoli e certamente suggerita dalla nascente Chiesa Russa…
Nelle Cronache leggiamo che nel 1128
il Velikii Knjaz di Kiev, Vsevolod, mentre era ad un banchetto con i suoi
uomini e con i bojari locali, comandò di apparecchiare le tavole anche per la
gente “nera” del Podol nella città bassa e raccomandò di offrire da bere vino,
mjod, perevar insieme agli altri cibi. Un’avvenimento
eccezionale certamente, ma necessario per questo principe abbastanza inviso al
popolo kieviano. Per cui conoscendo questo knjaz, questo banchetto per il
popolaccio ci offre la possibilità di fare qualche considerazione un po’
maligna e di parte.
Il vino era sicuramente
importato dalla Grecia o dalla Borgogna, viste le relazioni di Vsevolod fin col
lontano Reno, ma sicuramente annacquato per la gente del popolo che non ne aveva
mai bevuto, salvo averlo visto bere in chiesa nelle celebrazioni cristiane. Il mjod
invece già lo conosciamo, ma quello offerto quella volta alla gente sarà stato
il più diluito chiamato varjonyi e di qualità inferiore. Rimane da
individuare il perevar. La parola significa ricotto o stracotto
per cui doveva essere quello che oggi si chiama sbiten’ poco alcolico e
che a Kiev era in vendita nel mercato nei giorni di lavoro quando si beveva
caldo. Per I. G. Pryzhov il perevar era una miscela non molto fermentata
di miele e composta di frutta (varenie)…

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Sbiten’
di Suzdal non
alcolico (Casa
di Svarog, 2005) In un litro d’acqua diluire 150 g di miele. Aggiungere le spezie importate (chiodi di garofano, cannella, cardamomo, rabarbaro) che sono state pestate ben bene nel mortaio (di qui il nome, sbiten’!). Bollire la miscela per una decina di minuti togliendo la schiuma man mano che si forma. Lasciare a sé per una mezz’ora e filtrare. Riscaldare ancora e bere molto caldo.
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A proposito del miele dobbiamo dire che dal X al XIII sec. questo con
varie ricette e mescolanze con altri liquidi fu la materia prima per tutte le
bevande sacre e laiche della Rus’. Un uso veramente smodato e generale…
L’uso
“laico” e “sacro” del mjod d’altronde è confermato
dall’archeologia dove alcuni reperti di coppe trovate nelle tombe erano
decisamente quelle descritte nei documenti contemporanei per ingurgitare questa
bevanda particolare. Che cosa hanno di distintivo? In primo luogo sono fatte in
modo da non rimanere in equilibrio se poggiate perché mancano sempre di piedino
o di base. Prevalentemente sono i corni di uro (Bos primigenius) con
l’orlo e la punta argentati oppure intere coppe d’argento tutte tonde.
Infatti l’uso era (ed è!) di riempire le coppe e svuotarle d’un fiato e per
questa ragione non dovevano posare stabilmente su una qualche superficie piatta.
Presumiamo naturalmente che lo smierd non si potesse permettere tali
coppe, ma per lo meno doveva averne, con le stesse caratteristiche, fatte di
altri materiali!
Vi chiederete semmai perché non
compare la vodka nel nostro discorso.
Qui
la risposta è molto semplice. Secondo le ricerche più recenti (V. V. Pohlebnik),
la vodka come distillato di vino fu importata nella terra Russa attorno
al XV sec. In verità la tecnica sarebbe stata appresa dai russi nel 1386 o
forse meglio nel 1429 dai mercanti genovesi di Caffa in Crimea che si
presentarono a Mosca invitati in un’ambasciata commerciale. Non ci sono
documenti però in cui viene detto espressamente che i genovesi insegnassero ai
moscoviti a distillare o che portassero con loro i particolari alambicchi e
perciò il problema rimane irrisolto. Invece il veneziano Contarini ricorda,
mentre era in visita a Mosca, un vino artificiale (vinò tvorjònoe)
distillato. Potrebbe essere la vodka, ma come si fa a dirlo con
sicurezza? Secondo I. Kurukin e E. Nikulina, la prima notizia sicura sulla vodka
appare nel Trattato delle due Sarmazie (qui intese per Russia e Polonia)
del Rettore dell’Università Jagellonide di Cracovia stampato nel 1517. Qui si
legge: “Dunque dall’avena essi (i Russi) fanno un liquido ardente
o spirito di vino e lo bevono per proteggersi dai brividi del freddo.”
Tipico, ma certamente riferito alla classe elitaria delle città (Mosca e le
altre vicine)… Qui però chiudiamo con la vodka dicendo che con tale
ultima datazione il nostro interesse trova immediatamente il suo limite
cronologico e quindi per chi voglia saperne di più raccomandiamo il classico
I.G. Pryzhov, Storia delle Osterie (kabak) della Russia,
edito due secoli fa, mentre noi la consideriamo una bevanda “non medievale”.
Tornando al nostro discorso iniziale invece, ci siamo accorti che è
difficile definire nel mondo contadino che cosa distingua una bevanda, eccetto
sempre l’acqua, da un altro cibo più o meno liquido. Ci siamo convinti così
che, se non se ne fissa l’uso per un’occasione particolare, qualsiasi
liquido o semiliquido non può essere per definizione usato come bevanda. E se
guardiamo nelle tradizioni nazionali o regionali troviamo quasi sempre le
bevande come prodotti preparati e tenuti da parte per le occasioni speciali
della vita: un matrimonio, una morte, un compleanno, un addio, un saluto di
benvenuto, un grande incontro, un’offerta agli dèi… Dunque, e lo
ripetiamo!, così doveva essere pure per lo smierd!
E allora da dove estrarre o raccogliere i liquidi da far bevande?
Certamente ci vengono subito in mente le piante. Sono per eccellenza gli esseri
viventi che raccolgono nel loro corpo più acqua possibile e che risentono della
mancanza del prezioso liquido naturale più di ogni altro vivente. E, siccome il
nostro smierd vive dalle e in mezzo alle piante, è anche logico che
traesse le sue bevande giusto da queste. Tuttavia, per ottenerne fermentate e
quindi per elevarle di valore economico e sacrale, occorre conoscere le proprietà
di certi funghi saccaromiceti che riescono a scindere gli zuccheri in alcol e
anidride carbonica e saperli pure selezionare. Noi oggi sappiamo che questi
funghi sono microscopici e vagano nell’aria in continuazione sotto forma di
spore e che queste, non appena cadono in liquidi zuccherini, iniziano a
svilupparsi e cioè a fermentare. Ora, qualsiasi pianta è sorgente di zuccheri
dato che questi sono composti basilari dei tessuti vegetali e dunque la
fermentazione è un processo chimico comunissimo nella marcescenza di frutti e
di semi. E qui si nota un tipico approccio della gente del nord verso i frutti e
le bacche che tengono per migliori, non le bacche appena colte, ma quelle che
sono lasciate a marcire per un po’ prima di consumarle! In questo modo, è
vero!, diventano più dolci (ma anche più liquide!)…
Il
processo fermentativo è molto sensibile alla temperatura e perciò lo si può
addirittura provocare facendo cuocere dolcemente la frutta nell’acqua…
L’unico problema poi rimane la conservazione di questa specie di marmellata
liquida (varenie) affinché essa continui ad essere accettata dal palato.
Su questo punto però è inutile discutere troppo poiché i gusti sono culturali
e cambiano col tempo e, se oggi a noi sembrerebbe vomitevole una poltiglia fatta
di bacche quasi marce, nel tempo passato quella stessa poltiglia veniva bevuta
tranquillamente e con piacere.
Comunque altri liquidi vegetali possono essere direttamente
“spillati” dalla pianta per farne bevande oppure estratti con vari processi
(spremitura, decozione, infusione etc.): Il succo di certi grossi frutti, la
linfa di certi alberi, gli olii dei semi, gli olii eterei di foglie e di fiori e
di cortecce, etc…
E che dire dei liquidi
animali? Le secrezioni animali liquide che l’uomo di solito appetisce sono il
latte dei mammiferi o il sangue, oltre al miele. Tuttavia se il latte (di
capra!) si beve non si potrà produrre formaggio o prodotti simili e, come tutti
sanno, il formaggio si può conservare a lungo, al contrario del latte. Tuttavia
quando si fanno dei prodotti caseari normalmente si separa il cosiddetto siero (syvorotka)
e questo è assolutamente buono da bere e non si getta via. Sappiamo che i
Vichinghi, e quindi anche i Variaghi, lo bevevano volentieri (syr in
norreno), ma per la cultura slavo-russa invece non abbiamo conferme di tale uso
e gli unici prodotti più tipici che lo smierd otteneva dalla lavorazione
del latte non erano bevande, ma il tvorog, la smetana e il burro.
Anzi! I primi due prodotti addirittura trattenevano ancora gran parte del siero
del latte di partenza!
Per quanto riguarda il sangue dobbiamo assolutamente escluderlo poiché
quale linfa della vita poteva essere soltanto offerto agli dèi e dalle Cronache
sappiamo che soltanto i nomadi della steppa ucraina si dissetavano, a volte!,
col sangue spillato dalle vene delle cavalle (oh sacrilegio!).
Un altro liquido animale è lo
strutto, ma questo non può servire da bevanda per la sua alta viscosità!
Anche
le secrezioni del rospo o della rana potrebbero essere bevute (e lo furono!), ma
in questo caso l’uso che se ne faceva era specialmente magico (far perdere il
senno!).
Addirittura sappiamo di un uso russo
antico del veleno delle api contro i reumatismi o i dolori della gotta (malattia
dell’élite che mangiava troppa carne!).
Per
quanto riguarda invece le deiezioni liquide animali, il discorso è del tutto
diverso perché il loro uso era esclusivamente per certe “applicazioni
industriali” o “farmaceutiche” a cui accenneremo in altro luogo.
Resta
alfine il miele che è il più importante prodotto “liquido” animale che lo smierd
ricavava dalla foresta e sul quale si è costruita tutta una parte importante
della cultura del nord Europa. Qui il discorso è molto più articolato. Il mjod
è una bevanda di miele troppo tradizionale per tutto il folclore indoeuropeo
tanto che la somiglianza fra le parole che lo indicano nelle diverse lingue non
implica assolutamente un imprestito tecnologico o culturale.
Abbiamo
detto che se ne preparavano vari tipi anche se, dobbiamo dirlo, il miele
(purtroppo in russo sia miele che idromele è la stessa parola, mjod),
prima di farne una bevanda fermentata, restava troppo prezioso come articolo di
scambio per lasciarlo lavorare in grandi quantità invece che esportarlo.
E
torniamo alla bevanda fermentata per eccellenza. Il mjod più a lungo
fermenta (ossia invecchia) e più alcolico diventa e perciò un mjod di
alta gradazione alcolica è molto vecchio e vale tantissimo. Ad esempio in una bylina
si parla di un mjod che era stato a sé per lungo tempo (stavliennyi),
quasi 15 anni, quando fu tirato fuori per destinarlo ad una celebrazione molto
importante! Naturalmente se un prodotto rimaneva ad invecchiare, causava dei
problemi economici, e quindi un tale mjod se lo potevano permettere solo
i nobili o il Velikii Knjaz di Kiev come infatti ci conferma la stessa bylina.
Ma
perché il mjod fermentato è più importante ritualmente? Il
rilassamento delle inibizioni fisiche e mentali per ingestione di alcol etilico
è rimasto un mistero fino a qualche decennio fa, per quanto riguarda la
spiegazione “scientifica”, ma nel mondo ebraico e musulmano, dove il vino
era comunemente usato, il fatto di perdere il controllo della propria
“anima” causava grande preoccupazione, oltre che mistero, e perciò colui
che diventava ebbro era considerato un debole e facile preda di Satana o di
altri spiriti maligni. Nella mitologia slava invece l’ebbrezza era considerata
in tutt’altro modo. La bevanda inebriante era il tramite per parlare con gli dèi
e addirittura a parlare agli altri per loro conto. Il volhv non parlava
con dio quando era ebbro (sia per aver bevuto il mjod, sia per aver
masticato l’Amanita o la Canapa) e annunciava le decisioni divine predicendo
il futuro? Dunque bere una bevanda inebriante dava dei poteri soprannaturali…
Forse
però val la pena dare qualche informazione su che cosa significasse il miele
per lo smierd e la sua attività di raccolta per il semplice motivo che
per secoli questo prodotto diventò uno degli articoli cardine del traffico
commerciale delle Terre Russe.
Il
miele del nord Europa oggi è naturalmente passato di moda da quando lo zucchero
di barbabietola sin dal tempo di Napoleone ha preso il suo posto come
dolcificante, ma nel Medioevo e fino a tutto il XV sec. era ancora rinomato e
richiestissimo. E questa sua fama risaliva a tempi remoti, se ricordiamo che lo
stesso Erodoto decantava questo prodotto “scitico”. Nelle Cronache Russe si
dice che il traffico del miele poteva mantenere florida l’economia di interi
villaggi e che i principi delle diverse città-stato (udel),
consolidatisi con la caduta di Kiev del 1240, si preoccupavano di riuscire a
controllare tutta la raccolta di miele della rispettiva regione per non deludere
le richieste dei compratori. Addirittura ci sono notizie sull’ordine da parte
di un knjaz russo di trasferire un intero villaggio nella foresta affinché
la raccolta del miele non sfuggisse al controllo! Lo storico polacco del XV sec.
Jan Długosz che si interessò anche della storia dei rapporti fra il suo
paese, ormai sotto la dinastia lituana dei Jagellonidi, si compiace quando
racconta che Casimiro il Grande nel 1352 riprese ai Tatari invasori la Podolia
(parte del territorio una volta kieviano) “…ricca di miele e di bestiame…”,
sebbene sapesse che anche la Polonia non fosse assolutamente da meno per fornire
gli stessi articoli.
Abbiamo
visto come la raccolta del miele “selvaggio” avveniva dopo la scoperta e
l’appropriazione delle arnie nel cavo dei tronchi e dunque aveva un buon
mercato! E per questi motivi un prodotto di tal valore non poteva non
coinvolgere anche quel poco di legislazione che san Vladimiro e suo figlio
Jaroslav produssero sotto il nome di Pravda Russkaja. Qui sono previste
severe pene pecuniarie per chi danneggia o svuota le arnie del Velikii Knjaz!!
Minuziosamente questo codice entra nelle problematiche concernenti gli alberi
che portano gli alveari, su chi sottrae le api per allevarle “di
contrabbando” etc.
Giovanni
il Borsello (Ivan Kalità), uno dei primi principi della nascente Mosca
del XIV sec., accumulò moltissime ricchezze con il miele e quando fece
testamento si preoccupò di dividere le diverse aree “mellifere”
oculatamente fra i suoi figli per assicurare loro un cespite importante di
entrate per il futuro!
Dalle
Cronache sappiamo così che se ne distinguevano vari tipi indicati col nome
della loro provenienza più che per il sapore dei fiori: il miele di Novgorod o
di Pskov di gusto quasi simile (!), quello di Tver’, quello di Murom e di
Rjazan’ e ancora quello di una cittadina chiamata Kadoma in questa ultima
regione che aveva un sapore del tutto speciale.
Tuttavia
avere e mantenere un monopolio di questo genere senza averne i mezzi adeguati di
informazione e di politica commerciale ha molti punti deboli e probabilmente il
mercato arabo la cui cultura molto raffinata nel X-XI sec. era grande
consumatrice di dolci si adoperò affinché non dovesse esclusivamente dipendere
dai prezzi che i principi russi imponevano e cercò altre fonti, ricorrendo alla
canna da zucchero conosciuta in Oriente da secoli come un prodotto indiano
altrettanto buono quanto il miele. I principi russi cominciarono così a
prendere in considerazione maggiore i mercati europei dell’Occidente,
attraverso genovesi e veneziani. Anche qui però si verificò lo stesso fenomeno
di insofferenza al monopolio di principi cristiani “scismatici” come erano
considerati i russi. Già durante le Crociate, quando l’Occidente venne a
contatto con lo zucchero di canna, i Cavalieri di San Giovanni sperimentarono la
coltivazione di questa pianta proprio a San Giovanni d’Acri in Palestina! Non
ci fu gran seguito però dopo la caduta di questa base palestinese occidentale e
si continuò a comprare miele russo…
La
domanda crescente dei sec. XI-XIII d.C. tuttavia portò nella Terra Russa la
produzione del miele ad un’innovazione e cioè all’allevamento delle api
invece che la sola raccolta libera e spontanea negli alveari selvaticie ciò
fece in parte perdere a quest’ultima operazione il suo aspetto sacro finora
conservatosi nel mir.
Il
miele nella Pianura Russa non era tanto un dolcificante quanto invece la
principale materia prima per fare bevande alcoliche! Tutto al contrario che nel
resto d’Europa! Il gusto del dolce è un gusto tutto culturale e non è sempre
apprezzato in tutte le culture umane come tale. Si pensi soltanto
all’apprezzamento del tè, del caffè, del cacao che sono tutti prodotti
naturalmente amari. Se poi si aggiunge che il dolce del miele ha anche un sapore
del tutto particolare (a causa della varietà dei fiori utilizzate dall’ape!)
respinto da molte persone, si può benissimo immaginare che nella casa dello smierd
il miele appariva molto raramente come dolcificante.
Per
addolcire si usavano invece le bacche nel modo che abbiamo detto prima. Dalle
bacche cotte dolcemente con acqua (e non solo dalle bacche), se queste erano
ricche di pectina, si otteneva una gelatina molto densa chiamata kisèl.
Questo è uno dei più antichi dolcificanti mai menzionati nei documenti scritti
della Rus’ di Kiev.
Il
kisèl salva la città di Belgorod
(da
Aldo C. Marturano, 2004) …i Peceneghi colsero l’occasione per procedere verso la città ponendo per primi l’assedio a Belgorod, dopo aver superato le postazioni rus poco guarnite della corrente inferiore del Dnepr. Né da Kiev né da Novgorod poteva giungere alcun aiuto tempestivo e così la vece di Belgorod, quando l’assedio ormai durava da parecchio e il cibo cominciò a scarseggiare, vedendo i morti per fame lungo le proprie strade, si riunì per decidere che cosa fare. Chiaramente, senza difesa armata, stabilirono di arrendersi. Un vecchio però che non aveva partecipato alla vece, quando gli riferirono della decisione, chiamò di nuovo tutti a consiglio ed espose un’idea che gli era venuta in mente per far rinculare i Peceneghi. Tutti sapevano come quelle incolte genti della steppa erano fortemente attratte dal modo di vivere dei russi in città e quanto creduloni essi diventassero quando li si attirava nella vita cittadina. L’idea che il vecchio aveva elaborato era per l’appunto imperniata su questa loro debolezza. Disse dunque che bisognava preparare tini di gelatina dolce (kisèl), tini di idromele (mjod) e tini di altri sciroppi dolcissimi (boltusc’ka). Occorreva poi porre questi tini nei pozzi e invitare i Peceneghi in città ad assaporare l’acqua tirata su dai pozzi così preparati. Nel frattempo si spargesse la voce, facendola giungere anche alle orecchie dei non graditi assedianti, che l’acqua che sgorgava dal terreno e nutriva i loro pozzi non era la solita acqua semplice, ma dolce come i liquori più dolci. Questo avrebbe solleticato la curiosità dei Peceneghi e se avessero creduto a quanto si diceva, avrebbero sicuramente ragionato così: “A che pro continuare l’assedio per così lungo tempo per espugnare questa città? Perchè distruggere questo ben di Dio e queste fonti d’acqua dolcissima? E se hanno da bere cose così buone, figuriamoci che cosa hanno da mangiare!” Il vecchio era sicuro di questo e perciò era altrettanto sicuro che i nemici sarebbero venuti a più miti consigli, se si fossero invitati i loro capi a venire in città e a constatare personalmente che la meraviglia dell’acqua di Belgorod era un fatto vero. Tutti i cittadini però dovevano concorrere affinché la scena risultasse la più realistica possibile. Fu mandata una delegazione con degli ostaggi, da trattenere presso i nomadi per garanzia finchè la delegazione pecenega non avesse completato la visita in città. Naturalmente i Peceneghi videro con i propri occhi come dai pozzi di Belgorod si attingeva liquore e non acqua semplice, rimanendone grandemente impressionati. Notando l’effetto ottenuto i belgorodesi cercarono allora di dissuaderli dal mantenere l’assedio dicendo: Abbiamo da mangiare in abbondanza dalla terra, anzi mangiamo roba buona e dolce! Quando il rapporto della visita fu riportato al capo pecenego, questi decise che era meglio soprassedere e ritirò l’assedio, accettando in cambio dei doni dalla città e promettendo buone relazioni per il futuro.
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Il
miele era anche usato come unguento per curare la pelle, ferite etc. o per farne
pozioni medicamentose e, persino per conservare la carne “sotto miele”!
Quando l’interesse della nobiltà della città si concentrò su questa materia
prima ecco che quasi si impedì allo smierd di continuare ad usarla,
affibbiando multe e tasse non soltanto sul suo consumo, ma anche sulla sua
produzione!
Le bevande al miele e cioè i vari
tipi di mjod però conservarono la loro popolarità e l’élite al
potere fu costretta spessissimo a metterne a disposizione degli abitanti delle
città che non avevano la possibilità di rifornirsi direttamente come gli smierdy.
Un metodo che abbiamo già visto sopra e che però è occasionale…. E allora
dove poter trovare da bere in città nelle celebrazioni più private?
Nelle
città della Polonia c’erano già nel X sec. d.C. dei locali dove si mesceva mjod
a pagamento. Ma soltanto nel 1150 a Smolensk appaiono le cosiddette korc’my
(parola turca per osteria, taverna) ossia delle mescite pubbliche dove,
pagando, si poteva appunto bere del mjod. Qualche anno dopo le troviamo
menzionate anche a Novgorod e a Pskov e sono ora di proprietà della città
mentre a Kiev, dove sono presenti più o meno alla stessa epoca, appartengono al
Velikii Knjaz!
Ecco
che l’abitudine di frequentare il bar (la korc’mà) è già in auge
nei gorod russi del Medioevo…
Vediamo allora in quali cerimonie la
bevuta era obbligatoria di cui abbiamo notizie scritte.
La
strava ad esempio è un vecchissimo tipo di banchetto funebre slavo (del
panorama indoeuropeo) per la morte di un capo e di essa abbiamo la descrizione
classica per la morte di Attila in Jordanes alla quale rimandiamo.
Lo
stesso doveva essere per la triznà come ne parlano le Cronache Russe
quando Olga, alla ricerca del cadavere di suo marito nella Terra dei Drevljani,
la indica per onorare la morte di Igor in cui i Drevljani di Iskorosten’
(questa era la loro capitale a pochi chilometri da Kiev), suoi uccisori, sono
obbligati a fornire tutto il mjod necessario alla celebrazione. Questa triznà
finisce in un’ubriacatura generale, tanto che Olga riesce a far trucidare i
Drevljani ancora ebbri e compie la sua vendetta contro ogni regola di lealtà.
Probabilmente, se accettiamo l’etimologia suggerita da D. Ilovaiskii (1876), triznà
significa “divisione in tre parti” poiché, secondo il racconto di Ibn
Fadhlan, quando moriva un capo dei Rus’, le sue sostanze erano divise in tre:
una parte andava alla sua famiglia, con un’altra si compravano i vestiti e gli
arredi della cerimonia funebre e infine, la terza, veniva tutta spesa per il
convito corrispondente alla triznà!
Pir invece è una parola molto
più generale per banchetto, convito. Sicuramente il pir ricalcava
modelli molto anteriori e il codice che lo regolava doveva essere più o meno lo
stesso a parte le celebrazioni per le quali veniva allestito. In altre parole
ogni qual volta si richiedeva un pir c’erano dei menu obbligatori
fissati dalla tradizione e le bevande adatte da mescere. Vediamo allora di
scoprirne qualche aspetto curioso. Molte descrizioni di banchetti presso la
corte moscovita ci vengono riferite da ospiti stranieri fra il XV e il XVII sec.
e, presumendo che i cambiamenti siano stati minimi col passare dei secoli, ci
rifaremo in parte ad esse come se fossero ancora i piry medievali tanto
per mettere in evidenza qualche loro stranezza per noi che viviamo nel XXI sec.
Ci
scusiamo con il lettore per questa digressione che in realtà ha poco a che
vedere con la nostra ricerca, ma lo scopo è di raffrontare la vita nel gorod
distante mille anni luce da quella del villaggio al fine di dimostrare che il gorod
appariva agli occhi dello smierd come un altro mondo, grande pauroso e
potentissimo, ma a lui… assolutamente estraneo!
Ribadiamo
che i riti dedicati alla sacralizzazione continua e costante dell’élite al
potere erano importantissimi ed essenzialmente ricercati erano quelli che
implicavano il cibo, l’uso delle risorse per ottenerlo e il ruolo religioso
del capo nel distribuirlo (a se stesso e agli altri). E il teatro per questo
spettacolo della sacralizzazione è proprio il gorod, nel nostro caso,
Kiev! Prima di tutto un pir si teneva o nelle piazze o a corte nel terem
del principe ossia nel palazzo più alto del gorod. Abbiamo visto come
san Vladimiro in occasione della conquista di Kiev se ne fosse fatto costruire
uno nella città alta. Ne daremo perciò una breve descrizione in modo da
saperci muovere con la fantasia fra i vari ambienti mentre si svolge un incontro
ufficiale con ospiti di riguardo.
Il
terem del knjaz si distinse sempre da tutte le altre costruzioni
civili di Kiev (e delle altre città russe, a parte Novgorod la Grande) per la
sua magnificenza. Il terem visibile da lontano per chiunque si
avvicinasse alla città era costruito sul cosiddetto Monte di Vladimiro (Vladimirskaja
Gorà). In questa area non era permesso a nessun’altro avere case di
abitazione senza autorizzazione. Solo intorno al XI sec. fu concesso ad
alcuni bojari di avere le proprie case non lontane dal terem, ma per la
semplice ragione che il knjaz in questione, Jaroslav (erede e figlio di
san Vladimiro) in questo modo poteva avere costantemente sott’occhio questi
personaggi della nobiltà “campagnola”!
Il
terem aveva un primo piano (podklet) a livello del suolo molto
alto e fatto di solito con pareti di ciottoli di fiume cementati insieme (o di
mattoni, che vennero in uso più comune con i bizantini nel XII sec.). Sul podklet
poggiava la travatura che faceva da pavimento al secondo piano. A partire da
questo la costruzione continuava ora tutta in legno, secondo il vecchio
pregiudizio che vivere in ambiente di legno (la foresta!) era più sano che non
circondati dalla terra (l’argilla cotta ossia il luogo sotterraneo dove
giacciono i morti!). Sul secondo piano poi si trovava la cosiddetta gridniza
e la povaluscia, due sale di pari dimensioni nelle quali si viveva di
giorno (nella prima) e si dormiva (nella seconda). Nella gridniza di
solito si tenevano le riunioni fra gli uomini del knjaz e talvolta anche
qualche banchetto più intimo, ma i grandi banchetti si allestivano nel piano di
sotto. Qui lo spazio era più ampio e soprattutto, dato che questi eventi erano
serali e notturni, a causa dell’illuminazione con fiamme nude si limitava al
massimo il pericolo di incidenti che avrebbero potuto causare un incendio
devastante. Nel podklet infatti erano sistemate le cucine (strjapusci)…
A
parte nel piano superiore c’erano le cosiddette svetlizy o camere delle
donne in cui l’illuminazione era data dalle finestre e non c’erano pec’ki
per riscaldamento!!
Nella
povaluscia si dormiva per terra su stuoie di feltro coperte da pellicce e
ci si copriva con altre pellicce e il knjaz, temendo per la propria vita,
dormiva insieme ai suoi uomini più fidati e sempre all’erta. Soltanto
quando desiderava incontrare sua moglie, andava a visitarla nella di lei svetliza.
Il
timore costante dell’attentato poneva il knjaz in modo molto critico
anche di fronte al cibo e a chi lo preparava per cui il cuoco o la cuoca
dovevano essere fidatissimi e attentissimi poiché in qualsiasi caso dubbio in
cui il knjaz si fosse sentito male, i primi a temere per la propria vita
erano proprio loro! E’ probabile che proprio a causa di ciò, la carne
arrostita fosse preferita senza salse e intingoli in principio sospetti!
Dalla
sommaria descrizione data sopra non dobbiamo immaginarci il terem come
una costruzione semplice e solitaria e isolata, ma come parte di un’usad’ba
(che abbiamo preferito tradurre con cascina) dove c’erano campi e orti
in cui si coltivava di tutto, salvo naturalmente molte derrate che venivano
dalla campagna o addirittura dall’estero! Nel terem di Kiev probabilmente si
piantarono anche i primi alberi da frutto dopo che questi erano stati
“provati” nel vicino Convento delle Grotte dove infatti è registrata la
piantumazione del primo melo intorno al XIII sec. d.C.! Dalle Cronache Russe
sappiamo che il podklet era sempre ricolmo di derrate alimentari in
quantità veramente enormi ed eccessive, stando alle descrizioni fatte in
occasione di rivolte e conseguente saccheggio da parte del cosiddetto popolaccio
(cjorn’). Queste rivolte successe abbastanza di frequente a Kiev (e in
altre città) e talvolta taciute dalle Cronache Russe ci dicono come il rapporto
fra il potere e il popolo fosse molto instabile… ma questa è un’altra
faccenda!
Dunque
una volta fissata la data, veniva nominato un capo del pir che doveva
presiedere all’ordinamento dei posti a seconda dell’importanza degli ospiti
e dei commensali soliti e, al momento del banchetto, aveva pieni poteri su
chiunque (in teoria persino sul Velikii Knjaz) per qualsiasi questione,
in special modo nel caso che sorgessero litigi a causa della bevuta oppure per i
caratteri permalosi dei convitati. Costui fissava in accordo col cuoco il menu e
l’ordine di portata, controllava la salubrità dei cibi e si preoccupava di
essere sempre presso il Velikii Knjaz in modo da accontentarlo in
qualsiasi sua richiesta, per quanto possibile. A quanto sembra la maggior parte
delle stoviglie erano di legno (naturalmente coperte di foglia d’oro!), ma
c’era anche argento ben lavorato a profusione come grandi bacili per pulirsi
le mani o grandi coppe dove pescare da bere etc. Invece non erano ammessi
coltelli in vista né esistevano
forchette in uso. I cibi non erano serviti in piatti personali e i convitati si
servivano direttamente con le mani dalle portate messe davanti a loro.
In
un pranzo presso Basilio II a Mosca (siamo nel XVI sec.) il Barone di
Herberstein vide servire un cigno arrosto dal quale Basilio staccò con le mani
alcune parti per sè.
Il
Knjaz sedeva più in alto degli altri invitati e intorno a lui nessuno
era ammesso, salvo l’andirivieni del capo convito. Di solito tutti i piatti
preparati erano posti dinanzi al Knjaz tutti quanti insieme e questi ne
mangiava per primo e quanto restava veniva passato al resto dei commensali
seguendo un certo ordine di importanza. A volte per onorare uno di loro il Knjaz
poteva anche raccomandare al capo convito di servire questo ospite prima di
altri…
La
cerimonia più interessante erano però gli innumerevoli brindisi. Si diceva che
un banchetto non era riuscito, se non si fossero consumate numerose (decine)
botti di mjod… Ogni commensale aveva il dovere di brindare salutando e
augurando fortuna e salute al Knjaz e poi con qualche parola di
circostanza anche inneggiare all’avvenimento per il quale il pir era
stato allestito. Si beveva in corni di uro con orlo e punta argentati. Non
vuotare un corno pieno significava non partecipare pienamente al pir e
quindi offendere il proprio anfitrione e se restava del fondo significava che
chi aveva appena bevuto era un bugiardo e l’augurio da lui partecipato non era
tutto sincero. A questo badava l’attenzione del capo convito e del ganimede (ciasc’nik)
che poteva poi riportarlo in un orecchio al Knjaz, causando un putiferio!
I giri di brindisi erano numerosi perché era un obbligo finire il pir…
in grandissima allegria, ma soprattutto ubriachi! E, attenzione!, l’ebbrezza,
come abbiamo detto, non era un comportamento negativo. Al pir tutti
avevano il diritto di dire male o bene, prendere in giro o elogiare presenti e
assenti, deboli e potenti dopo la prima bevuta senza tema di rappresaglie!
Naturalmente c’era chi non accettava le parole dette al suo indirizzo e si
inalberava causando un parapiglia che era subito represso dal capo convito che
interveniva con uomini armati e lasciava che l’eventuale lite si sciogliesse
in un nuovo brindisi oppure in un combattimento privato, ma fuori dal pir.
Un costume sopravvissuto fino ad oggi, ma che faceva parte anche della gost’bà
del Knjaz, era quello di riempire gli ospiti di quanto era rimasto da
mangiare quando abbandonavano il banchetto e nessun poteva rifiutare o fingersi
ammalato per respingere una tale offerta! Ogni ospite lasciando la tavola doveva
ringraziare ad alta voce, non il Knjaz, per carità!, ma Dio che aveva
concesso questa possibilità e tanta ricchezza da poter nutrire il convitato con
soddisfazione! Addirittura, quasi sempre nei conviti era presente un prelato…
In
certi banchetti c’erano naturalmente canti e danze al centro della sala con i
cantautori mantenuti dal knjaz stesso. I testi cantati logicamente erano
l’esaltazione della figura del knjaz presente e delle sue imprese
oppure di quelle dei suoi antenati.
Quanti
erano gli ospiti? Abbiamo dei numeri enormi che vanno oltre le migliaia, ma non
ci meraviglia. Infatti a seconda della festività è naturale che il knjaz
(o il signore locale) invitasse quanta più gente possibile, anche soltanto per
propaganda politica pura. Pure in questo, niente è cambiato fino ad oggi!
D’altronde il knjaz aveva presso di sé in ogni pir la sua
compagnia d’armi fidatissima chiamata in russo druzhina (resti
dell’antico equipaggio variago!) e già costoro, come ospiti fissi, erano più
centinaia!
Se
questo era il pir presso il terem, più o meno dello stesso tenore
erano quelli tenuti dai bojari e quelli collettivi nei villaggi per le feste
comandate.
La
Chiesa Russa naturalmente intervenne per evitare orgie e ubriachezza che
considerava eventi pagani da aborrire. L’ubriachezza era però ancor più
temuta per le ragioni sopra dette e poi perché dava una brutta immagine
dell’autorità specialmente se l’ubriaco era un prelato o un pop!
Per
primo è lo stesso san Teodosio delle Grotte (XI sec.) che si esprime così
sull’ebbrezza: “Una cosa è l’ubriachezza maligna e un’altra è il
bere misurato e secondo le leggi (!) e in tempi giusti e alla gloria di Dio!”,
mentre la Pravda Russkaja contemporanea prescrive delle multe e le
addebita tutte al vescovo se l’ubriaco è un suo prelato o sottoposto!
Nel
XII sec. ancora il Velikii Knjaz di Kiev Vladimiro Monomaco nel suo Insegnamento
(poucenie) in modo chiaro condanna l’ebbrezza quando esorta i suoi
discendenti a non cadere mai in tale stato.
In
verità tutte queste prescrizioni, condanne e pene che appaiono negli scritti
ufficiali sono soltanto degli intenti dei legislatori o di coloro che se ne
preoccupano perché poi della vita del villaggio e di come qui si risolvessero i
problemi, l’élite kieviana (sia laica che religiosa) si interessò pochissimo
e con insufficienza.
Il pop del villaggio nei suoi
sforzi di integrarsi alla popolazione delle cui anime doveva occuparsi si trovò
davanti tantissime difficoltà, persino a trovar moglie fra le ragazze del
posto! Figuriamoci poi per il problema di vietare il bere “smodato”! Invece
possiamo immaginare come il pop che aveva a disposizione il pregiatissimo
vino da messa indulgesse a gustarselo insieme ai pochi amici del villaggio (al
di là dell’additare i piry ufficiali come riti pagani) al posto del
plebeo e pagano mjod…come ci raccontano le byline! Nel villaggio
si continuò a frequentare il pir come l’occasione dove stare insieme
in serenità e allegria edonistica, ma prima di tutto per solennizzare la
propria appartenenza etnico-culturale con tutte le abitudini e i costumi
tradizionali di cui si restò gelosamente custodi.
Si
conservò anzi un sano costume da parte delle donne che di solito bevevano meno
dei loro congiunti maschi: Fare un’ispezione alla fine di un pir
all’aperto per vedere se tutti gli uomini fossero in piedi e non corressero il
rischio di morire rimanendo stravaccati per terra all’addiaccio. Era credenza
che una morte di questo genere destinava il defunto ad una vita senza pace
nell’aldilà giacché era un morto impuro e nessuno lo avrebbe mai sepolto.
Perciò occorreva rimettere in piedi l’ubriaco per portarselo vivo a casa! Per
far ciò c’erano degli scongiuri da pronunciare ad alta voce oppure lasciarlo
dormire ben infagottato sotto l’occhio vigile della donna. Questa rimaneva
allora attenta, ma non doveva assolutamente dormire! In questo specifico caso
per riuscire a vegliare occorreva tenere nelle mani della cera bianchissima e si
pronunciavano degli scongiuri ad alta voce.
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Scongiuro
per smaltire la sbornia Alcol
e vino abbandonate questo corpo e andatevene nella foresta dove gli
uomini giusti non vanno, dove i cavalli non pascolano e gli uccelli non
volano … Fatelo ritornare in sé quest’uomo, vostro schiavo (cioè
degli dèi)… Scongiuro per tenersi sveglia Alba-albuccia
bella bimba, tu stessa madre e regina e tu o luna e voi o stelle
portatemi l’insonnia e tu… stenditi vicino a me e manda via dal mio
corpo questo cattivo spirito (prendendo su di sé la personalità
dell’ubriaco che dorme)… _____ N.B.
Tutti questi scongiuri sono stati naturalmente registrati dopo
l’introduzione del Cristianesimo e quindi sono accompagnati da
ripetuti segni di croce e da ripetute invocazioni al Dio cristiano, alla
Trinità, agli Angeli etc. (ACM)
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