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La nota - Archivio

Putin poliglotta

I giochi olimpici invernali del 2014 sono stati assegnati a Soci, una splendida località turistica sul Mar Nero, con le montagne del Caucaso alle spalle. I russi l’hanno spuntata sulle proposte concorrenti austriache e coreane. La riunione decisiva del comitato olimpico internazionale tenutasi in Guatemala è stata seguita passo passo dai canali d’informazione russa che hanno anche mostrato alcuni passi dell’intervento di Putin, che dopo essere stato ospite di Bush, è volato in Centro America per sostenere in prima persona la candidatura di Soci.
Ha destato particolare impressione nei russi - e non solo - sentire un’intonazione e una cadenza famigliare pronunciare suoni e parole di un’altra lingua. Putin, infatti, ha parlato in inglese, cavandosela niente male, anche se la pronuncia tradiva e richiamava la consolidata conoscenza del tedesco. Putin aveva un discorso preparato, ma è riuscito a coinvolgere l’auditorio dando ad ogni frase una carica partecipativa e logica che non hanno lasciato indifferenti, riuscendo alle volte perfino ad improvvisare, senza per questo mostrare esitazioni linguistiche. Non solo, in segno di particolare attenzione nei confronti dei molti rappresentanti francofoni presenti, ha concluso il suo discorso in francese chiedendo alla platea di dare la possibilità a «tutti i russi di realizzare il sogno di ospitare per la prima volta le Olimpiadi invernali».
Un rappresentante del comitato olimpico francese ha detto che senza dubbio la presenza di Putin e il suo discorso hanno avuto un peso determinante nella votazione finale. Le idee, i concetti portanti sono arrivati al destinatario senza il filtro della traduzione. Chi ha ascoltato non ha potuto sottrarsi alle ragioni dell’interlocutore, non ha potuto rifugiarsi nella neutralità ovattata della traduzione sotto le cuffie.
L’episodio guatemalteco mi ha fatto per contrasto ritornare alla mente un evento al quale avevo assistito di persona agli inizi del 2006 a Messina. Sergej Ivanov, allora ministro della difesa, viene invitato all’Università nell’ambito di un convegno sulla Russia; il direttore del più diffuso quotidiano locale gli si rivolge con simpatia, all’americana -“siamo in fondo dei buoni amici, anche se faresti meglio a comportarti diversamente”: insomma gli chiede ragione del nuovo interesse al riarmo militare della Russia. Ivanov ascolta l’intervento in cuffia, mette da parte il discorso scritto e sempre sorridente inizia a parlare e a dare risposte precise agli intervenuti, che rimangono impassibili: non gli sarà giunta la traduzione in cuffia? O gli è bastato fare la domanda, dire la loro? Io propendo per la seconda variante. Anche perché delle parole di Ivanov non c’è traccia né nelle conclusioni dei convegnisti né sui giornali il giorno dopo.
Noi tutti europei siamo abituati a fare tante domande alla Russia, ma solo raramente ne ascoltiamo le risposte. Sennò la prossima volta che ci incontriamo di che parliamo?

6 luglio 2007

Giuseppe Iannello

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