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UN PERSONAGGIO SCOMODO

La recente scomparsa di Alexander Solgenitsyn mi ha condotto ad alcune considerazioni su di un personaggio sicuramente scomodo, almeno per tutti coloro che sono animati da onestà intellettuale.
Solgenitsyn è divenuto famoso per aver denunciato in maniera inoppugnabile il mondo dei gulag in Unione Sovietica ed ha vissuto per anni da esiliato in America. Per questo, più di una persona che guardava con attenzione all’esperienza politica dell’URSS è stata costretta a fare i conti col sistema totalitario del mondo comunista. Ancor oggi, anche chi rifiuta di considerare la realtà sovietica esclusivamente come una dittatura repressiva, imbattendosi nella vicenda Solgenitsyn è costretto a misurarsi col silenzio colpevole che caratterizzò gran parte delle coscienze dello schieramento progressista internazionale. Il quesito è ancor più dirompente a livello individuale, dove credo sia inevitabile chiedersi come sia stato possibile ammettere dei comportamenti repressivi che mai avremmo accettato a casa nostra. Se ci pensiamo bene, è un atteggiamento ancora attuale, che ci porta a non vedere gli aspetti negativi della realtà; sto pensando ad esempio a gran parte del mondo cattolico italiano che è impegnato nella difesa ad oltranza della vita e nel contempo guarda con favore alla politica degli Stati Uniti, paese dove da sempre si pratica la pena di morte. Spesso, per comodità o pigrizia intellettuale, evitiamo di porre la dovuta attenzione alle contraddizioni che ci circondano. Personalmente, quando vedo una fotografia di Solgenitsyn, quella foto mi ricorda che l’esperienza sovietica abbia avuto degli aspetti drammatici ed illiberali.
Ma Solgenitsyn è stato scomodo sicuramente anche nella sua veste di dissidente. Non ci siamo trovati infatti di fronte al solito fuoriuscito che disprezzava l’URSS ed inneggiava al capitalismo. Il suo anticomunismo, infatti, non si è mai tradotto in un peana all’Occidente e Solgenitsyn non ha di certo lesinato le critiche ad un mondo che considerava debole e decadente. Misurandosi col sistema occidentale, ha sempre indicato la sua pochezza di valori e queste suo atteggiamento poco conciliante con una realtà che gli aveva pur offerto un rifugio, ci costringe a guardare con più attenzione al nostro sistema di vita, e forse ci porterà a chiederci perché oggi le esigenze degli individui sono sempre più subordinate al denaro ed al potere che ne deriva. Forse potremmo chiederci se può bastarci dire “ma in Cina è peggio!”, e magari ci verrà in mente che anche in casa nostra vanno valutate tutte le situazioni, comprese quelle meno piacevoli. Come, ad esempio, i motivi per l’intervento in Iraq, con tutti quei morti - nostri e loro - , per fare gli interessi di chi? Lungi da me l’intenzione di fare un discorso politico, solo dico che la figura di Solgenitsyn ci ricorda che non dobbiamo credere all’esistenza del Paese delle Meraviglie.
Una volta tornato in Russia, nel 1994, Solgenitsyn ha più volte manifestato il suo disappunto per averla trovata preda di un nugolo di affaristi e speculatori senza scrupoli. A questo “nuovo ordine” contrapponeva un’idea salvifica della Russia, certamente poco comprensibile fuori dei suoi confini. Recentemente aveva ricevuto da Putin la massima onorificenza della Russia di oggi, ma credo che più che il suo pensiero sia la sua vicenda a costringerci a fare i conti con le distorsioni del sistema: il comunismo ed il suo aspetto autoritario, con la negazione della libertà individuale, il capitalismo con la subordinazione al denaro degli esseri umani e dei loro bisogni.
Ciascuno di noi troverà le sue risposte, ma è probabilmente proprio Solgenitsyn che dovremo ringraziare, se ci porremo qualche domanda in più.



07/08/08
Maurizio Lo Passo






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