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Mettendo per adesso da parte le ipotesi e le risposte che
ci siamo date sul perché della solennizzazione del 98°, ci limitiamo a
fare alcune constatazioni. Le iniziative sono state fortemente volute dal
nostro ministro della Difesa Antonio Martino ed hanno avuto in sede di
ideazione e realizzazione una direzione, quella dall’alto in basso: il
ministero ha contattato i preposti alle
nostre istituzioni, Provincia, Comune e Prefettura e questi a loro volta
si sono attivati alzando la cornetta del telefono, distribuendo incarichi
e compiti. Se questa procedura può funzionare in materia di ordine e
cerimoniali, ha dimostrato tutti i suoi limiti nei contenuti e nella
sostanza degli eventi. Paradigmatico è stato il convegno di studi
organizzato all’Università sui rapporti italo-russi. La buona volontà
di qualche docente sul quale è caduta la patata bollente di preparare il
tutto nello spazio di qualche settimana, non è stata sufficiente a
colmare il deficit di partecipazione dal basso. E’ così che nel corso di tutta la prima giornata e di
quasi tutta la seconda (fino all’arrivo del codazzo dei due ministri
della difesa) ad assistere non c’erano che una decina di persone: e si
deve ringraziare gli alunni di
un liceo della città (dove non a caso si studia il russo) se con la loro
presenza ad inizio convegno hanno evitato ai relatori, peraltro di
notevole spessore culturale, di parlare immaginando ipotetici ascoltatori
sedere nell’elegante aula magna del rettorato. Chi come noi aveva partecipato, quasi in solitudine, ai
lavori del convegno non ha potuto non storcere il muso ascoltando i
discorsi finali celebrativi del convegno da parte di persone che non
c’erano state e soprattutto davanti all’improvviso comparire di un
nuvolo di giornalisti, fotografi e telecamere che obbedienti seguivano i
maestri di cerimonia.
Un’accoglienza che non vuole essere solo formale deve
supportarsi sulla conoscenza reciproca. Politici e governanti accorti non
disdegnano il contributo degli studiosi, degli intellettuali ed anche
della gente comune che possa aiutarli a comprendere dal di dentro le realtà
di cui non hanno sufficiente esperienza diretta. Molti ad esempio sono gli
stereotipi che si creano nell’immaginario collettivo nei confronti di
altri popoli; in questo senso, ritornando al convegno, è da segnalare
l’acuta introduzione del prof. Pasquale Fornaro, che ha parlato in
chiave storica di alcuni di questi pregiudizi nei confronti dei russi. Ci
ha poi particolarmente colpito quanto ha detto un insegnante della scuola
media “Pascoli” che attendeva con la sua classe, il primo giorno,
l’arrivo delle navi: «io non sono qui soltanto per ricordare
l’impresa dei marinai, ma per salutare i connazionali di quello che io
ritengo il maggiore romanziere di tutti i tempi, Fiodor Dostojevskij».
Questo piccolo episodio, raccontato ai nostri ospiti russi, ha fatto
particolarmente impressione.
Non siamo sicuri che la stessa cosa si possa dire di
Messina, che ha curato molto le “autorità” della marina russa e molto
meno i marinai (per loro solo visite guidate a Messina e dintorni). Ci
piacerebbe essere smentiti su questo. Perché il problema rimane a monte;
chi ha organizzato ha pensato in
primis (e non avrebbe potuto fare altrimenti perché funzionario)
ad adempiere a quanto gli era stato richiesto. La partecipazione
della gente era solo funzionale allo spettacolo, quello ideato e promosso
dal ministro. Tutti noi messinesi eravamo solo di contorno. Ma abbiamo
ancora due anni di tempo per riappropriarci di ricordi e di anniversari.
Quello del centenario deve essere il “nostro”. Da “Centonove” del 17/2/2006
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