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I nuovi quartieri di Mosca hanno nomi che
finiscono in «vo»: Beliaievo, lassenevo, Certanovo, Novoghireievo, Medvedkovo,
Biriuliovo, Orekhovo-Borissovo, Bibirevo, Golianovo... E non posso fare a meno
di associare questa desinenza all'esclamazione popolare «vo!!!» (ma guarda un
po'), in cui si combinano stranezza e minaccia, servilismo e buffonaggine, in
breve tutto ciò che costituisce l'essenza della mentalità contadina che nel
nostro Paese resta predominante. Sarebbe, in fondo, piuttosto giusto vedere
nella Russia d'oggi un Paese di contadini urbanizzati: la maggior parte delle
città sovietiche è in effetti popolata da contadini che, negli ultimi
cinquant'anni, hanno levato l'ancora dai loro villaggi in decomposizione per
affluire nelle città.
Mosca, se la si giudica dai suoi nuovi quartieri
che, a partire dal dopoguerra, sono cresciuti come funghi, essenzialmente per
ospitare questi sradicati, non fa eccezione alla regola. Le loro dimensioni sono
letteralmente agghiaccianti. Riuniti, tutti questi Medvedkovo-Biriuliovo
potrebbero contenere tredici volte la Mosca di un tempo, racchiusa nei confini
della Cintura dei Giardini. Comicamente i nuovi quartieri sono ufficialmente
definiti «microsettori». E un'immensa parte di essi è abitata dai contadini
di ieri, che, fuggiti a testa bassa dalla vita di miseria dei kolkhoz, si sono
fatti assumere nelle officine di Mosca e dopo lunghi anni di pesante lavoro,
hanno ottenuto la propiska [registrazione; diritto di residenza] dei loro sogni,
che permetteva di accedere permanentemente (ma davvero permanentemente?) al
salame, al burro, alla carne.
I nuovi quartieri della maggior parte delle città
sovietiche si somigliano fino alla nausea. Di regola, si tratta di «edifici-tipo»
costruiti su terreni incolti o destinati a sostituire villaggi rasi al suolo.
Questi stabili-conigliere edificati rapidamente (in un arco di tre-cinque anni),
hanno in comune un'assenza totale di ricerca architettonica e si differenziano
solo per il numero di piani, che cambia contemporaneamente ai dirigenti del
potere, ma continua a progredire costantemente: quattro all'epoca di Krusciov,
sei e otto sotto Breznev, poi quindici e anche ventitré. Le battute
sull'anonimato e l'uniformità dei nuovi microsettori sono innumerevoli. Come
questa strofa, popolare un tempo tra i conducenti di tassi:
Ti condurrò nella tundra / e anche a Ivanovo. /
Ti condurrò dove vorrai, / ma non a Certanovo.
E, in effetti, non è difficile perdersi nei
nuovi quartieri. Un film di Riazanov è basato su un fatto curioso ma vero: il
protagonista, che vive a Mosca, in via della Costruzione (romantico, non è
vero?), si ritrova, completamente ubriaco, in un aereo per Leningrado; là,
ridiventato lucido, sale in un tassi, da il suo indirizzo al conducente che lo
sbarca in una via della Costruzione in tutto e per tutto identica a quella di
Mosca. Anche lo stabile è lo stesso. Perfino le chiavi, che aprono la porta
dell'appartamento...
L'INVASIONE DI MOSCA
I nuovi quartieri di Mosca sono essenzialmente
abitati da limitciki - persone che sono fuggite dalla provincia e si sono fatte
assumere nelle industrie moscovite con un «limite», cioè per due o tre anni,
senza il diritto di optare per un'altra ditta; di solito, dopo circa sette anni
di inferno negli alloggi dei lavoratori, essi formano una famiglia e ottengono,
grazia suprema dello Stato, un appartamento individuale, lontano, in una
periferia atroce, per esempio a Lianozovo. I limitciki sono considerati, a
Mosca, come esseri inferiori. I moscoviti li squadrano con disprezzo, a causa
della loro aria da bifolchi, del loro accento provinciale e anche delle
mostruose file d'attesa nei negozi, che, senza di loro, sarebbero sicuramente
dieci volte più corte.
«Hitler non è riuscito a prendere Mosca, i
limitciki sì!», scherzano malignamente i moscoviti.
«E da lì che vengono le nostre disgrazie»
dicono spesso, durante le code, i moscoviti di mezza età.
Tuttavia, va detto che i limitciki stessi, dopo
aver trascorso cinque anni a Mosca, si sentono totalmente moscoviti e cominciano
a insultare i nuovi arrivati, a definire «canaglie» dei giovani che forse sono
nati nel loro stesso villaggio.
Di fatto, i limitciki non sono un fenomeno
recente. I primi sono comparsi a Mosca a metà degli anni '30. Erano, per la
maggior parte, impiegati nella costruzione della metropolitana, nelle industrie
e in altri edifìci amministrativi - altrettante realizzazioni definite,
all'epoca, «cantieri della Gioventù comunista». Ormai divenuti anziani, essi
raccontano gli orrori e i sacrifici che hanno dovuto sopportare per avere il
diritto di abitare in un appartamento con l'acqua calda e di comprare al negozio
delle galline di Ungheria. Ad esempio, i genitori di uno dei miei amici, che
erano fuggiti dal kolkhoz alla fine degli anni ’30 e avevano trovato lavoro
alla ZIL, la grande fabbrica di automobili, non avevano potuto ottenere neanche
una camera in un alloggio per lavoratori. Allora hanno corrotto il gestore di un
immobile, scavato una cantina con il suo permesso e lì sono vissuti in sei,
senza alcun comfort, fino al 1955. Stranamente, il mucchio di terra che hanno
prodotto durante questi lavori è ancora lì, vero e proprio monumento alla loro
ostinazione contadina. Un’altra famiglia, formata da quattro persone, è
vissuta per diciotto anni in una stanza dell’alloggio per lavoratori
dell’industria in cui lavoravano, con la figlia che, fino all’età di
diciassette anni, ha condiviso il letto con sua madre.
Ma, per quanto riguarda le difficoltà, i
limitciki di oggi non hanno nulla da invidiare ai loro predecessori. Un film
documentario uscito di recente e intitolato Limita [sinonimo di limiticiki], in
cui gli autori presentavano alcune scene di vita dei limitciki, ha letteralmente
sconvolto i moscoviti: sullo schermo, dei giovani raccontavano la loro esistenza
di schiavi, le angherie inflitte dal caposquadra dell'industria in cui
lavoravano («si è formato un harem di limitciki-donne»), i furti quotidiani
negli alloggi per i lavoratori, la prostituzione, l’alcoolismo, la
tossicomania (aspirano colla, benzina, diversi prodotti di drogheria...) e tutto
questo per vivere nella capitale...
L'EDIFICIO IN SE STESSO
Tuttavia i limitciki non sono i soli ad abitare
nei nuovi quartieri. L'intellighenzia si ritrova lì a poco a poco, insieme a
persone semplicemente agiate (che si occupano principalmente di commercio), che
comprano dallo Stato un appartamento cooperativo.
Ci vivo anch'io - a lassenevo -, in uno stabile
cooperativo di quindici piani, a soli cinquanta metri dalla Cintura di
Circonvallazione che divide implacabilmente il mondo tra Mosca e non-Mosca. Una
volta superato questo stretto nastro d’asfalto, si trovano già le foreste di
betulle dei dintorni di Mosca; comincia la non-Mosca, ovvero la Russia e il suo
spazio non moscovita (neve, neve ancora neve), il suo tempo non-moscovita
(l’eternità, il nulla del tempo), i suoi problemi non-moscoviti (dove scovare
del salame?).
Passeggio raramente nel mio quartiere,
preferisco attraversare la strada e andare nella foresta, da dove le scatole
bianche degli edifici, ammucchiate le une contro le altre, appaiono
particolarmente estranee. Ma oggi, ho un pretesto per una passeggiata a
lassenevo. Mi vesto pesantemente e prendo l’ascensore. Fuori si gela (siamo
alla fine di novembre ), nevica e c’è vento (c'è sempre vento a lassenevo,
la zona più elevata di Mosca). Su una panchina ghiacciata, all'ingresso dello
stabile, sta, rigida come una statua, un'anziana donna con un bastone. Di queste
vecchie immobili, ce n'è una ad ogni ingresso. Con ogni tempo, esse escono
dalla loro tana per «passare un momento di fronte alla casa», perpetuando così
l'usanza contadina ereditata dalle loro nonne che, cinquant'anni fa, appoggiate
ai loro bastoni, facevano delle lunghe soste sullo scalino d'ingresso della loro
isba, individuando e seguendo con lo sguardo, senza dire neanche una parola,
ogni passante.
Supero la nonna e imbocco il cammino tortuoso
che costeggia gli stabili. In pieno pomeriggio, la gente che va a passeggio è
rara. Molta neve, invece, ghiaccio e bambini che fanno crollare con gran rumore
un monticello gelato. Neve e muri di edifici, muri di edifici e neve. Mi
inerpico sulla collina e getto un'occhiata al panorama. La prima idea che si
forma quando si guardano queste costruzioni è che esse siano state costruite
non da uomini, ma da una macchina statale senza volto. I grattacieli stalinisti
producono la stessa impressione, soprattutto l'Università, grandioso monumento
dello stalinismo. Ogni volta che vado a passeggio sui Monti Lenin, mi dico,
assiderato, che no, decisamente, quest'edificio non è stato creato da uomini né
per gli uomini, ma piuttosto dallo Stato e per lo Stato. E questa sensazione mi
abbandona solo progressivamente, man mano che mi avvicino all'Università,
quando scorgo finalmente delle minuscole finestre, un'entrata nascosta dietro le
colonne e, ormai quasi sul posto, degli uomini-formiche. Che peccato che della
gente vi studi! Sarebbe molto meglio se l'edificio esistesse per se stesso e in
se stesso, senza nessun essere umano, temibile simbolo di pietra dello Stato
stalinista, una sorta di Ding an sich [In tedesco, l'espressione, specifica del
linguaggio filosofico, significa «cosa in sé»]...
È vero che gli edifici di lassenevo non hanno
la solennità dei colossi di Stalin, ma sono anch'essi costruiti dallo Stato e
non dagli uomini, dal momento che mai questi ultimi avrebbero edificato qualcosa
di simile per se stessi. No, è lo Stato l'autore; tuttavia, non li ha eretti
per sé, come l'Università, ma per il popolo. Questa architettura infernale
mostra molto bene che l'uomo non è considerato, da noi, come individuo, ma come
parte di una massa biologica battezzata «popolo» e che Io Stato tratta come un
panettiere la sua pasta da pane, torcendola, stendendola, dandole la forma che
più gli piace...
NEL REGNO DEI MORTI
Scendo dalla mia collina e mi dirigo verso il
negozio di alimentari, l'unico e solo della nostra via Odoievski, dove vivono
circa ottomila persone. È un negozietto di vecchio tipo, senza casse per il
pagamento, ma con tre venditrici sonnolente, al punto che le si direbbe
congelate nei loro camici di un bianco sporco, infilati su grossi pullover (è
vero che fa piuttosto fresco). Al di sopra del banco, un manifesto sbrindellato,
che rappresenta Lenin nell'atto di scrivere. Sullo stesso banco, dei pesci
conservati, margarina, un inverosimile salame e un enorme cubo di burro giallo.
Nel settore panetteria, degli scaffali di legno scheggiato, vuoti, e una
commessa che legge la «Pravda».
«Non c'è pane?» chiedo, stupidamente.
Senza alzare la testa ne muovere un solo
muscolo, la commessa biascica, alla fine di un lungo silenzio: «Lo consegnano
alle cinque».
I compratori, in quattro, formano una fila muta
nel settore macelleria. Come ipnotizzati, guardano la venditrice dai gesti lenti
come quelli di una sonnambula, tagliare un pezzo di quel salame indefinibile,
posarlo su di una bilancia antidiluviana, aggiungere un contrappeso e seguire
con occhio torvo l'ago oscillante.
«Un rublo e venticinque», sembra dire a se
stessa, poi riprende il pezzo di salame dalla bilancia e lo avvolge, senza
fretta, in una spessa carta marrone. Le si da il danaro, lo prende senza
guardare l'acquirente e, allo stesso modo, porge il salame.
Tutto qui sembra fossilizzato, come se i
presenti fossero altrettanti defunti usciti dalla bara per compiere un rito
strano quasi inutile. Tutto sembra sprofondato in un sonno prolungato,
interminabile. Un inserviente dal viso tondo e gonfio, vestito con una giacca
imbottita sporca, entra spingendo un carrello contenente cartoni di latte; è
l'ultimo tocco a questo quadro fantomatico. Perché lo fa? Impossibile dirlo. E
perché proprio del latte? Al suo posto starebbero ugualmente bene delle teste
umane congelate o dei pupazzi di metallo ghignanti. Il suo viso consunto
dall'alcool è morto, inerte. L'inserviente abbandona il latte, fa dietro-front
e se ne va.
Esco dal negozio e, per la strada, il contatto
con la natura russa, fredda, gelata, rafforza ulteriormente in me l'impressione
che intorno la vita sia finita. E mi ritorna in mente Sologub [Poeta simbolista
(1863-1927); celebre autore del romanzo "Il demone meschino".]:
"La strada era morta, le case apparivano
ricoperte da un sudario brillante, sontuoso e crudele, simile ai drappi di
broccato d'argento di una bara di lusso, là dove i raggi del sole colpivano la
neve."
Cammino nel regno dei morti. Ed ogni arbusto,
l'angolo di ogni casa, ogni donna anziana sulla sua panchina mi conferma che ho
guardato il fiume Lete.
Ma perché non ho paura? Perché non sono più
vivo di quella vecchia immobile, di quell'inserviente dal viso gonfio, di quegli
acquirenti che facevano la fila. Sono morto, anch'io, perché sono nato e
cresciuto qui, tra queste nevi senza vita, sotto Io sguardo implacabile di uno
Stato senza misericordia. Sono un abitante legittimo di questo regno, partecipo
a questa vita inumana e ai suoi cupi rituali... Oltrepasso un intero gruppo di
immobili. Il crepuscolo viene a concludere la breve giornata invernale, si
accendono sporadici riverberi, il grande momento del giorno si avvicina - le
diciotto, l'ora di punta, quella in cui gli abitanti di lassenevo rientrano dal
lavoro. Le fabbriche di Mosca chiudono alle 17, ma per ritornare dalla ZIL, o da
altri luoghi, fino alla nostra lontana terra promessa, bisogna calcolare circa
un'ora di viaggio.
Non c'è ancora la metropolitana per lassenevo,
la stazione più vicina è quella di Tioply Stan, da cui partono, in questo
momento, verso tutte le direzioni, autobus che avanzano a fatica, strapieni. Mi
piazzo alla fermata di Via Golubinskaia, aspetto circa un quarto d'ora ed ecco
apparire la prima rondine che annuncia l'ora di punta, eccolo, il primo autobus
arancio, con i fianchi inzaccherati di neve. Avanza a fatica e si ha paura di
guardare nell'interno dove, come aringhe in un barile, si accalca gente sfinita.
L'autobus si ferma, le porte si aprono cigolando
e la massa biologica grigio-bruna si riversa sulla neve. Arriva un secondo
autobus, poi un terzo e mi trovo, ben presto, al centro di una folla compatta,
che, con un'ostinazione muta, si muove verso l'edificio illuminato del
supermercato, oasi di speranza nelle tenebre degli stabili coperti di neve.
Nella folla, i volti si confondono - limitciki, intellettuali, studenti - e vi
si leggono soltanto stanchezza e disagio.
All'ingresso del supermercato, si opera una
divisione tra i sessi, rapida e silenziosa: le donne si precipitano nel settore
alimentare, gli uomini in quello dei vini, che, grazie alla campagna
anti-alcoolismo, è ormai stato separato. In quanto uomo, mi dirigo
automaticamente anch'io in quel settore, osservando attraverso la vetrina le
donne che si gettano sui pacchetti di salame, burro, formaggio, che sgraffignano
cavoli o sacchetti di patate sotto il naso di quelle che stanno lì con la testa
fra le nuvole.
La coda degli acquirenti nel settore dei vini -
un centinaio di persone - si snoda attorno ad un monticello di casse per legumi
rotte, si arrampica verso le grandi porte di ferro spalancate. Nei gesti della
gente, lo stesso automatismo di morte. La fine della coda è quasi immobile, il
vento è freddo, l'oscurità e la neve accentuano l'aspetto di cadaveri gelati
di coloro che attendono; è solo avvicinandosi alla porta al di là della quale
si trovano tutti i loro desideri che gli acquirenti cominciano a sgelarsi, a
muoversi mollemente, a spingersi perfino a rubacchiare qualche cosa, ma questa
agitazione improvvisa non li rende comunque più vivi, anzi essa sottolinea la
loro inerzia, la loro indifferenza, il loro distacco da se stessi. Sulla soglia
della porta, un blando litigio; le voci sono basse, voci d'oltretomba.
«Che spingi a fare, porco Dio?». «Ma insomma,
ero prima di te!». «Assolutamente noi Tu non hai fatto la fila!» «Sono un
invalido di guerra.». «E allora? Io ero con i partigiani. Ferito due volte!».
«Ehi, ragazzi, non lasciate passare nessuno che non sia stato in fila! Ci sarà
vino per tutti.». «Tentar non nuoce! Tieni, fuma!».
Superando ogni difficoltà, respingendo gli
assalitori, dei fortunati tornano indietro dal luogo dei loro sogni stringendo
fra le braccia delle bottiglie di infame vinaccio.
«Cosa vendono oggi?». «Del vino a tre rubli».
«Ce n'è anche per noi?». «Ne restano due casse.»
DICHIARAZIONE D'AMORE
La strada piena di neve, le sagome scure, le
bottiglie che mandano smorti luccichii; nella notte, il freddo. E tutte le sere
è la stessa cosa, da anni, da decine di anni. Ciò non toglie che in un certo
qual modo, questo mi riscaldi il cuore. Perché? Perché tutta l'esperienza
dell'avanguardia letteraria e artistica di Mosca dimostra che gli autori
emarginati non potrebbero trovare luogo di residenza migliore di questi nuovi
quartieri, di queste zone immerse nel nulla come il mio lassenevo, dove, attorno
al loro tavolo di lavoro o al loro cavalletto, si estendono per chilometri
intorno, le nevi, l'assenza di tempo e il vuoto sociale dove nulla li distrae
dal loro compito.
Ma non è pesante, alla lunga, vivere in queste
zone senza vita? E pesante per colui che si accontenta di vivere Per chi crea,
invece, questo vuoto è appagante, permette di concentrarsi. Non c’è luogo
migliore per osservare la società e questi nuovi quartieri sono, per gli
artisti emarginati, come le cime tibetane per i Lama: si vede lontano, si
capiscono molte cose. Senza contare, poi, che si tratta di settori di isolamento
in cui ci si sente al riparo dalla vita reale, *viva*, al riparo dalla cultura
ufficiale, dalle speranze e dalle illusioni.
Nei nuovi quartieri vivono Kabakov, Prigov,
Monastyrski, Syssoiev, Cuikov, Gundlakh, Zvezdocotov, Gorokhovski, Ovcinnikov,
Zakharov, Volkov, Anufriev, Pepperstein, Gandlevski, Popov, Baitov, Bakstein,
Jigalov, Abalakova, Albert, Stolpovskaia, Roshal, Shablavin, Sukhotin, Lebedev,
Orlov, Panitkov, Barach.
E questo li ha aiutati? Indubbiamente. In questi
ultimi quindici anni hanno creato opere notevoli, sia nel campo artistico che in
quello letterario, hanno praticamente resuscitato l'avanguardia moscovita
annientata da Stalin all'inizio degli anni '30.
E tu? Il tuo lassenevo ti è stato di una
qualche utilità? Ma certamente! Ho scritto sei libri. Se avessi vissuto al
centro di Mosca, ne avrei scritti tre volte di meno. Allora sei riconoscente a
questo freddo e a questi edifici-conigliere? Si sono riconoscente a questo
freddo e a questi edifici-conigliere. Ti piacciono queste panchine ghiacciate e
le eterne donne anziane che vi seggono? Sì, mi piacciono queste panchine e le
eterne donne anziane congelate. Ti piacciono anche gli scaffali vuoti dei
negozi? Mi piacciono gli scaffali vuoti dei negozi. I cumuli di neve
all’ingresso degli stabili e i cadaveri ambulanti? Sì, mi piacciono i cumuli
di neve, il ghiaccio, i cadaveri ambulanti, l'assenza del tempo. Per dirla con
poche parole, ti piacciono i nuovi quartieri di Mosca? Ebbene sì, mi piacciono
i nuovi quartieri di Mosca. T piace lassenevo? Mi piace lassenevo. Ti piace
Beliaievo. Mi piace Beliaievo. E Certanovo? Sì, Certanovo. E anche Biriuliovo.
Ti piacciono Novoghireivo, Medvedkovo, Orekhovo-Borissovo? Mi piacciono
Novoghireivo, Medvedkovo, Orekhovo-Borissovo, Bibirevo, Golianovo. Mi piaccono
Bykovo, Orlovo, Vasnetsovo. Mi piacciono Kabakovo, Frigovo, Syssoievo,
Nekrassovo, Jigalovo, Monastyrskoio. Mi piacciono Shablalovo, Lebedevo,
Baksteinovo. Mi piacciono Baitovo, Bulatovo, Cuikovo, Popovo. Mi piacciono
Erofeievo, Sakharovo, Panitkovo [Nomi costruiti su quelli degli artisti, amici
dell’autore, citati in precedenza, o di personalità conosciute.].
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