"Duecento anni insieme" , di Alexandr Solzenicyn

(non ancora tradotto in lingua italiana)

Nelle librerie moscovite è uscito, andando letteralmente a ruba, il primo volume dell’opera sulla quale Solzenicyn meditava da anni. Tema: gli ebrei russi.

Dopo l’olocausto gli ebrei sembrano usufruire di una sorte di immunità parlamentare: “l’ingiustizia” subita da questo popolo è stata di tali dimensioni da rendere “giusto” o quantomeno “giustificabile”, in toto, il loro passato, presente e futuro.

Se riusciamo ad uscire da questa logica moralmente incatenante, saremo lettori più liberi, con un pregiudizio in meno, dell’ultima fatica di Solzenicyn: Duecento anni insieme (1795-1995), ricerca storica sulla vicenda del popolo ebraico all’interno dello stato russo negli ultimi due secoli.

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Non ci sembrerà strano sentire parlare di colpe reciproche e non avremo subito bisogno di evocare lo spettro dell’antisemitismo dietro la mano dell’autore.

Solzenicyn – come sottolinea nella premessa- non punta alla polemica ma a far luce senza reticenze e senza paure sui fatti. Con un solo obiettivo: quello di una vera comprensione reciproca tra russi ed ebrei, fondata sul coraggio della verità da entrambe le parti.

(settembre 2001)

 

Il dramma interiore dell’ebreo russo

(tratto dal secondo volume di Duecento anni insieme di A. Solzenizyn)

 

“Un ebreo russo… Un ebreo, un russo… Quanto sangue è stato sparso per questa unione-disunione, quante lacrime, quante sofferenze indicibili vi si sono accavallate, e non se ne vede la fine; ma anche quanta gioia dalla crescita spirituale e culturale… Ci sono stati e sono rimasti molti ebrei che hanno preso sulle loro spalle questa croce – essere un ebreo russo e un russo contemporaneamente. Due amori, due passioni, due travagli … Non è troppo per un cuore? Si, è troppo. Ma proprio in questo sta la fatale tragicità  di questo binomio. La parola binomio non rende, e il binomio in fin dei conti non è l’unità. Nel nostro caso l’equilibrio non è un dato oggettivo, ma precostituito”. – Così è stato scritto, guardando indietro alla Russia prerivoluzionaria, dall’emigrazione  parigina del 1927.

     Passa mezzo secolo e un altro ebreo russo, che ha trascorso la sua vita nella Russia sovietica, guardando da Israele, dice:

     “Noi siamo ebrei, siamo cresciuti in Russia, siamo uno strano ibrido – gli ebrei russi… Di noi dicono: di nazionalità ebraica, di cultura russa. Ma la cultura e la nazionalità sono forse dei vestiti addosso ad un manichino..? Quando una pressa mostruosa unisce due metalli, essi non possono più essere divisi, neanche tagliandoli. Noi siamo stati sottoposti ad un enorme pressione, per decine di anni. I miei sentimenti nazionali  non hanno altra espressione che nella mia cultura. La mia cultura è impregnata dei fili della mia nazionalità. Dividetemi perché anch’io vorrei sapere quali cellule della mia anima sono tinte di russo e quali di ebreo. Non c’è stata tuttavia solo pressione, unione violenta, c’è stata anche un’affinità improvvisa di queste due origini, reciprocamente compenetrantesi a livelli profondissimi dell’anima. Pareva che esse si completassero l’un l’altra sino ad una interezza tutta nuova: lo spazio con il tempo, l’ampiezza dell’anima con la sua profondità, l’accettare tutto col nichilismo estremo; e c’è stata anche gelosia reciproca a proposito della “elezione”, della predestinazione. Perciò io non possiedo due anime in lotta fra loro, che si indeboliscono l’un l’altra e mi dilaniano. La mia anima è una sola, non è duplice, non è biforcata, non è mista, è una sola.”

   E dalla Russia gli rispondono:

     “Io credo che questo non sia accaduto per caso nel cammino della Russia; in questo contatto dell’anima giudea con l’anima slava ci fu una sorte di predestinazione.”

 

(traduzione di Alexandra Voitenko)   

 

"Ebrei e non ebrei (a margine di un libro)" - di G. Iannello

 

 

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