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Il romanzo di V. Pelevin non è più nuovissimo, è uscito lo scorso settembre, ma il premio Nonino ricevuto a Salisburgo qualche tempo fà ci dà lo spunto per consigliarne la lettura, al di là, detto per inciso, di qualsiasi riconoscimento pubblico. Babylon è la nuova Mosca, vista da un copywriter visionario alle prese con un mondo della pubblicità e della televisione che va oltre l'immagine già estrema del Grande Fratello... Per conoscere meglio l'autore, vi proponiamo l'intervista fattagli da Alberto Stabile per "Repubblica", dal titolo - inquietante :-) - "Lo scrittore che tifa per Gorbaciov"... Buon divertimento!
Viktor Pelevin, che ha appena ricevuto a Salisburgo il
premio Nonino per la narrativa straniera, è per i giovani russi maturati nel decennio
della transizione un vero e proprio cult. Il suo individualismo ispirato alle filosofie
orientali ha offerto a questa generazione senza ideologie qualcosa in cui credere. La sua
critica spietata della pubblicità e dei media, ha evocato un avversario contro cui
combattere.
Viktor Olegovic, come mai ha deciso di fare lo scrittore, dopo essersi iscritto ala
facoltà d'ingegneria aeronautica?
«Perché non volevo andare a lavorare la mattina».
Avrebbe preferito lavorare di sera?
«Avrei preferito non fare niente, ma non ci sono riuscito. Infatti, devo, comunque,
svegliarmi presto perché la mattina è il momento migliore per scrivere, fuori tutto è
fresco e silenzioso. In compenso ho il gran vantaggio di lavorare da solo. La mia natura
è questa, comunicare per dovere mi costa una gran fatica, anche se posso facilmente
entrare in contatto con gli altri».
Le da fastidio essere considerato lo scrittore di una generazione, precisamente quella che
nel suo romanzo Babylon ha definito come «Generation P», dove P sta per Pepsicola?
«La definizione di generazione è molto americana. In America esistono le generazioni. In
Russia il solo modo per diventare uno scrittore di generazione è d'inventarne una».
Che è esattamente quello che lei ha fatto.
«No. Il mio non è un libro su una generazione ma piuttosto sui media e sulla
pubblicità, e su come la cultura dei consumi ha messo radici in un paese povero come la
Russia».
La Russia è un paese povero?
«Se vai duecento chilometri fuori Mosca vedi un paese molto povero, se vai su Rubljoskoje
Chaussée, qui a due passi, e guardi certe dacie, pensi a un paese ricco. Queste
definizioni dipendono molto dalla situazione concreta di chi osserva. Al tempo dell'Unione
sovietica il livello di vita forse era un po' più alto di adesso, ma secondo gli standard
occidentali era bassissimo. Il fatto è che la gente non lo sapeva e, dunque, non si
percepiva come povera».
E lei come vede la Russia?
«Non la vedo, ci vivo. Posso avere opinioni sulla Francia, l'Inghilterra, l'Italia
perché sono paesi che visito di tanto in tanto. Ma la Russia non è per me un oggetto, è
piuttosto un ambiente e un ambiente puoi godertelo o combatterlo. Qui in Russia deve
bruciare un sacco d'energie a combatterlo. Per me la Russia, come la intendete voi dei
media, è una nozione astratta. Per me Russia è l'appartamento dove vivo e il bosco dove
vado in bicicletta».
Ma avrà delle opinioni su quel che succede nel suo paese?
«No ne ho. Da almeno due anni non guardo la tivù e non leggo i giornali. La tv è
orribile e anche il giornali lo sono, ma qui in Russia più che in Occidente, perché
contengono molta più energia negativa».
Bella forza, dire così adesso che in Russia la stampa è libera. Non le sembra uno
snobismo, il suo?
«No, non è uno snobismo. Si sente l'urgenza di seguire le news perché si è dipendenti
dalle news, come si può dipendere dall'eroina. I media sono abilissimi a creare la
sensazione che siamo sempre sulla soglia della novità. Le notizie ci invadono
continuamente, ogni giorno, ogni momento, ma se ti chiedi quali erano le notizie
importanti, poniamo, nell'arco del mese appena trascorso, scopri che non erano più di due
o tre. E se poi ti chiedi cosa è successo di veramente rilevante nell'arco di un anno
vedi che l'unica cosa che conta veramente è che sei diventato più vecchio di un anno».
Quindi, ad esempio, non importa per lei che Eltsin si sia dimesso e Putin sia stato eletto
presidente?
«Quando Eltsin s'è dimesso ero in ritiro in un monastero zen, in Corea, dove sono
rimasto felicemente senza notizie per tre mesi. Finito il ritiro sono tornato a Seul dove
ho scoperto che avevamo un nuovo presidente e non l'avevo saputo, ma non mi sono sentito
spezzato».
Che cos'è la pubblicità?
«Cosa non è, la pubblicità».
Non le sembra una demonizzazione facile facile?
«E' la pubblicità che si serve di meccanismi molto vicini all'occultismo e alla magia
nera. Quello che fa la pubblicità è renderti infelice e questo sentimento d'infelicità
genera fascismo. Le ricordo che dopo la crisi economica del 98 la cosiddetta classe
media, la nuova spina dorsale della società fu completamente spazzata via in pochi
giorni. Infatti, era un'invenzione della pubblicità. E cosa facevano certi politici russi
fautori della famosa terapia da shock, come Gajdar o Javlinskij, se non ripetere degli
spot pubblicitari».
Lei è per il gradualismo di Gorbaciov, mi par di capire.
«Gorby è l'unico politico russo che ammiro. Tutto ciò di positivo che abbiamo oggi,
come la libertà di parola, è stato portato da Gorbaciov. Eltsin era un don della
mafia».
E Putin?
«Putin mi ricorda il personaggio di Musil, l'uomo senza qualità: è parte del suo
background non suscitare impressione alcuna».
In che rapporti è con i classici russi, Tolstoj, Dostojevskij, Cechov.
«Loro sono morti e io sono vivo».