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Potrebbe
sembrare di primo acchito un romanzo di fantascienza. In realtà, è ambientato
in un futuro prossimo, talmente prossimo da confondersi terribilmente con la
realtà di oggi, forse solo un poco peggiore. Volos si limita a inventarsi un
nuovo mestiere, quello dell'"animator", una selezionata schiera di uomini dotati
di tanta immaginazione dal riuscire a trasferire in un prisma di cristallo un qualcosa dell'anima dei
defunti che hanno davanti a loro, un effetto di
luminescenza che durerà in eterno: una dote, la loro, ma anche un business e,
per certi versi, una condanna. Detto questo, è la Russia che circonda le
vicende di Barmin, l'Animator, la vera protagonista: un paese prigioniero di un
incubo vissuto con rassegnato fatalismo, schiacciato dall'incapacità di accettare la sua molteplice identità
razziale, preda di un terrorismo islamico cieco e sanguinario, in cui bombe
scoppiano nella metropolitana e sugli autobus e i teatri diventano scenari di
sanguinosi tentativi di fare degli ostaggi una merce di scambio, mentre le forze
di polizia corrotte e altrettanto violente, diventano, in qualche modo, complici
dei loro nemici. Il ricordo del Dubrovka e della strage di Beslan è troppo
fresco per non pensare che questi episodi abbiano ispirato Volos nel costruire
la Mosca del suo romanzo, i conflitti etnici che la sconvolgono. Le storie dei
personaggi, aguzzini o vittime che siano, si intrecciano abilmente per tutto il
corso del libro, portando infine in dote al lettore un finale amaro...
Pubblichiamo un'intervista all'autore comparsa su "D La Repubblica delle donne" del 1 ottobre 2005.
Marcello Brignone
di R. R.
Andrej Volos è russo ma è nato
a Dushanbè, in Tagikistan; è ingegnere geofisico ma è stato militare,
operaio, agente immobiliare; ha vissuto a Mosca e nelle province remote dell'ex
impero sovietico. La traduttrice Elena Kostioukovitch parla di lui come di uno
tra i più originali "cantori" della doppia anima russa, del suo
eterno oscillare tra Asia ed Europa.
Nei Racconti di Churramabad narrava la guerra
dimenticata del Tagikistan, i traffici di armi e di droga.
In Maskavskaya Mecca (La Mecca di Mosca) coltivava
l'ipotesi di una futura islamizzazione.
In Animator ora Volos mescola invece motivi
fantastici e spietato realismo per raccontare la minaccia terroristica e la
confusione politica dell'ex Urss. Protagonista del romanzo è
l'"animatore" Sergey Barmin, pagato per estrarre dai morti una
'luminescenza eterna', leggendo nei loro ultimi pensieri.
Come nasce
l'idea dell'"animatore"?
Dalla tradizione filosofica e dal pensiero di Nikolaj Fëdorov, il contemporaneo
di Tolstoj che sosteneva la necessità di resuscitare i defunti. Tuttavia la mia
idea non ha alcun legame con un certo misticismo oggi molto diffuso in Russia.
Non c'è niente di esoterico nel libro: l'elemento magico mi serviva solo per
creare straniamento. Un "trucco" usato da molti classici, da Gogol a
Dostoevskij, a Bulgakov.
Il tema della
molteplice identità russa è molto forte in Animator.
La Russia si considera gemella d'Europa e insieme specchio dell'Asia. Credo che
nella nostra mentalità non si possa separare il lato asiatico da quello
prettamente russo. Ed essendo cresciuto a Dushanbè sono immune dal pericoloso
nazionalismo che oggi ha contagiato molti, convinti che sia un bene essere
russo, tartaro, ebreo o kazako. Scrivo invece per mostrare i fili invisibili che
legano i popoli.
Lei descrive un
giovane kamikaze, un orfano plagiato dai religiosi, come una vittima; da dove
viene questa immagine?
Dalla vita reale. Nei mercati asiatici ho visto molti ragazzi come Salakh che
aspettavano qualcuno che desse loro un lavoro o uno scopo. Combattere il
terrorismo per me significa raccogliere i segni della realtà: far sentire il
lettore come se salisse su un pullman che sta per esplodere, ma anche come se
fosse colui che lo fa saltare in aria.
Il libro si
chiude con la rivisitazione dell'attacco terroristico al teatro Dubrovka. Lei
suggerisce una responsabilità dei servizi segreti.
La mia visione dei fatti del Dubrovka, con l'intelligence che complotta con i
terroristi e poi ne perde il controllo, è frutto dell'immaginazione. Tuttavia,
il mio compito è inventare storie che siano più vere del vero.
A cosa lavora
adesso?
Alla sceneggiatura di Il vincitore, un film
sull'invasione sovietica dell'Afghanistan, la storia di un ufficiale del KGB che
comprende l'iniquità di quella guerra. C'è gente a cui non piacerà.
Il potere non ama vedersi rinfacciare i propri misfatti.
(da D La Repubblica delle donne, 01 ott. 2005)