"Animator", di Andrej Volos

ed. Frassinelli, pagg. 274, 16 euro.

Potrebbe sembrare di primo acchito un romanzo di fantascienza. In realtà, è ambientato in un futuro prossimo, talmente prossimo da confondersi terribilmente con la realtà di oggi, forse solo un poco peggiore. Volos si limita a inventarsi un nuovo mestiere, quello dell'"animator", una selezionata schiera di uomini dotati di tanta immaginazione dal riuscire a trasferire in un prisma di cristallo un qualcosa dell'anima dei defunti che hanno davanti a loro, un effetto di luminescenza che durerà in eterno: una dote, la loro, ma anche un business e, per certi versi, una condanna. Detto questo, è la Russia che circonda le vicende di Barmin, l'Animator, la vera protagonista: un paese prigioniero di un incubo vissuto con rassegnato fatalismo, schiacciato dall'incapacità di accettare la sua molteplice identità razziale, preda di un terrorismo islamico cieco e sanguinario, in cui bombe scoppiano nella metropolitana e sugli autobus e i teatri diventano scenari di sanguinosi tentativi di fare degli ostaggi una merce di scambio, mentre le forze di polizia corrotte e altrettanto violente, diventano, in qualche modo, complici dei loro nemici. Il ricordo del Dubrovka e della strage di Beslan è troppo fresco per non pensare che questi episodi abbiano ispirato Volos nel costruire la Mosca del suo romanzo, i conflitti etnici che la sconvolgono. Le storie dei personaggi, aguzzini o vittime che siano, si intrecciano abilmente per tutto il corso del libro, portando infine in dote al lettore un finale amaro...

Pubblichiamo un'intervista all'autore comparsa su "D La Repubblica delle donne" del 1 ottobre 2005.

Marcello Brignone

Le anime del Dubrovka

di R. R.

 Andrej Volos è russo ma è nato a Dushanbè, in Tagikistan; è ingegnere geofisico ma è stato militare, operaio, agente immobiliare; ha vissuto a Mosca e nelle province remote dell'ex impero sovietico. La traduttrice Elena Kostioukovitch parla di lui come di uno tra i più originali "cantori" della doppia anima russa, del suo eterno oscillare tra Asia ed Europa.
Nei Racconti di Churramabad narrava la guerra dimenticata del Tagikistan, i traffici di armi e di droga.
In Maskavskaya Mecca (La Mecca di Mosca) coltivava l'ipotesi di una futura islamizzazione.
In Animator ora Volos mescola invece motivi fantastici e spietato realismo per raccontare la minaccia terroristica e la confusione politica dell'ex Urss. Protagonista del romanzo è l'"animatore" Sergey Barmin, pagato per estrarre dai morti una 'luminescenza eterna', leggendo nei loro ultimi pensieri.

Come nasce l'idea dell'"animatore"?
Dalla tradizione filosofica e dal pensiero di Nikolaj Fëdorov, il contemporaneo di Tolstoj che sosteneva la necessità di resuscitare i defunti. Tuttavia la mia idea non ha alcun legame con un certo misticismo oggi molto diffuso in Russia. Non c'è niente di esoterico nel libro: l'elemento magico mi serviva solo per creare straniamento. Un "trucco" usato da molti classici, da Gogol a Dostoevskij, a Bulgakov.

Il tema della molteplice identità russa è molto forte in Animator.
La Russia si considera gemella d'Europa e insieme specchio dell'Asia. Credo che nella nostra mentalità non si possa separare il lato asiatico da quello prettamente russo. Ed essendo cresciuto a Dushanbè sono immune dal pericoloso nazionalismo che oggi ha contagiato molti, convinti che sia un bene essere russo, tartaro, ebreo o kazako. Scrivo invece per mostrare i fili invisibili che legano i popoli.

Lei descrive un giovane kamikaze, un orfano plagiato dai religiosi, come una vittima; da dove viene questa immagine?
Dalla vita reale. Nei mercati asiatici ho visto molti ragazzi come Salakh che aspettavano qualcuno che desse loro un lavoro o uno scopo. Combattere il terrorismo per me significa raccogliere i segni della realtà: far sentire il lettore come se salisse su un pullman che sta per esplodere, ma anche come se fosse colui che lo fa saltare in aria.

Il libro si chiude con la rivisitazione dell'attacco terroristico al teatro Dubrovka. Lei suggerisce una responsabilità dei servizi segreti.
La mia visione dei fatti del Dubrovka, con l'intelligence che complotta con i terroristi e poi ne perde il controllo, è frutto dell'immaginazione. Tuttavia, il mio compito è inventare storie che siano più vere del vero.

A cosa lavora adesso?
Alla sceneggiatura di Il vincitore, un film sull'invasione sovietica dell'Afghanistan, la storia di un ufficiale del KGB che comprende l'iniquità di quella guerra. C'è gente a cui non piacerà.
Il potere non ama vedersi rinfacciare i propri misfatti.

 

(da D La Repubblica delle donne, 01 ott. 2005)

 

 

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