Abbiamo voluto riprendere quest'anno una vecchia “nota” scritta più di dieci anni fa e poi semplicemente “aggiungere” qualcosa. Perché il Nove Maggio nessuno potrà mai cancellarlo, si potrà solo aggiornarlo, arricchirlo di nuove “storie”.

 

*   *   *

“Questa è una festa con le lacrime agli occhi” recita una canzone che in Russia tutti conoscono a memoria, meglio dell’inno nazionale. Il nove maggio è il “giorno della vittoria e della memoria”. La festa più sentita tra la gente. Ancora oggi, quando ormai anche gli ultimi testimoni “attori” si accingono a lasciarci… Una “festa” di popolo perché non si celebrano generali geniali, ma il sacrificio inaudito di un intero popolo. 27 milioni - dicono le ultime statistiche – furono le vittime russe nel secondo conflitto mondiale. Il nazismo fu fermato dal popolo russo, nonostante, oseremmo dire, parte della sua classe dirigente, soprattutto nonostante gli errori di Stalin. Che non fu sempre un geniale stratega e in molti casi male gestì i suoi migliori generali (quelli sopravvissuti alle purghe della fine degli anni ’30).

La vittoria sul nazismo è la vittoria dei russi. Perdonateci questa affermazione categorica. Un russo non lo direbbe ad un reduce di americano o inglese che sia: perché i morti non si ostentano si piangono. Ma la classe dirigente americana e inglese, Churcill in testa, lo sapeva benissimo: solo la sconfitta sul fronte russo, poteva dare una chance di successo alle azioni militari sul fronte occidentale. Per questo mandarono armi e rifornimenti ai sovietici; ai loro nemici ideologici. Per questo sperarono che nazisti e sovietici si facessero fuori a vicenda e per questo avevano preparato già nel 1945 i piani per una nuova guerra contro la Russia (la cosiddetta “Operazione Impensabile”).

Ma… questi sono i tristi e squallidi giochi della geopolitica, che ebbero continuazione nell’architettura della Guerra Fredda. Molti russi porteranno al braccio, come sempre, un nastrino nero arancione, ricordo dei colori delle Gvardejskie Vojska (i Reparti della Guardia) simbolo dell’eroismo di un popolo. Non ci sarà la tradizionale parata sulla Piazza Rossa, ma sarà ugualmente il giorno del ricordo di tutte le vittime, del minuto di silenzio, della visita, solitaria e silenziosa, ai tanti monumenti al milite ignoto, in ricordo di tutti quelli che scomparvero, senza lasciare nessuna traccia di sé. Molte organizzazioni in Russia ancora si dedicano alla ricerca dei dispersi. Vanno sui campi di battaglia e trovano i resti di soldati ai quali si cerca di dare un nome, restituendone le spoglie ai loro cari.

Il nove maggio è sempre stata una “festa” sia pubblica che privata: pubblica perché la vittoria fu della nazione, ma oggi più che mai privata perché ogni famiglia la vivrà in casa piangendo i suoi morti, stavolta anche quelli della pandemia causata dal Covid-19: oggi più che mai, “questa è una festa con le lacrime agli occhi”. Ricordare è d’obbligo. Anche per noi, a migliaia di chilometri di distanza. Quanti italiani furono sepolti in quelle terre per una guerra combattuta dalla parte sbagliata? Eppure i russi non ci serbano rancore. Non dimentichiamolo!

 

9 maggio 2009 / 9 maggio 2020

La Redazione

 

Il presente articolo vuole essere una riflessione sulla risoluzione1 del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria per il futuro dell’Unione Europea.

Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha votato ed approvato la risoluzione n. 2019/2819 (Risoluzione sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa). La risoluzione è stata votata con questi numeri: 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti. Il testo2, presentato in occasione dell’ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ha suscitato numerose critiche. Di seguito riporto i passi più controversi:

[…] B. considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;

C. considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal "trattato di amicizia e di frontiera" nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l'Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;

D. considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall'Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;

[…] F. considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste;

[…] L. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

[…]2. sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza;

[…]5. invita tutti gli Stati membri dell'UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista;

6. condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione;

[…]15. sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato;

16. è profondamente preoccupato per gli sforzi dell'attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l'Europa democratica allo scopo di dividere l'Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi; […]

Il contenuto della risoluzione non può lasciare indifferenti. Il testo contiene tutta una serie di inesattezze che, in tempi di revisionismo storico, possono rivelarsi un cocktail pericoloso che può ottenere effetti contrari a quelli che la stessa risoluzione vuole (o vorrebbe) ottenere. Con questo testo, l’istituzione del Parlamento Europeo ne esce sconfitto, mortificato, vittima di chi siede tra i suoi banchi e di conseguenza di una superficialità che non rende merito agli obiettivi dell’UE. La risoluzione in realtà soffre molto del contraddittorio del concetto di memoria, oggi sbandierato da più parti. Non si può confondere la memoria con la storia: la storia è un continuo comprendere indagando intorno alle cose credute, ampliare il più possibile la conoscenza angusta che abbiamo del passato per tentare di giungere, nei limiti delle nostre possibilità, ad avere solo un’idea di ciò che accadde nel passato. La pretesa di sapere come le cose esattamente accaddero è un vecchio lascito del positivismo che non appartiene più alla ricerca storica. La memoria non ha il carattere scientifico della storia anche se quest’ultima fa un uso critico della prima. La memoria è condizionata, la memoria è soggettiva, personale, influenzata da come l’io, la famiglia, gli affetti personali vissero un momento del passato, ma non può essere sempre condivisa da una collettività che su uno stesso avvenimento può aver provato effetti diversi. La risoluzione mantiene da questo punto di vista una certa “coerenza” e può essere spiegata soprattutto alla luce dell’allargamento ad Est dell’Unione Europea degli ultimi decenni; paesi in cui la memoria del passato sovietico e comunista è ancora viva e condiziona la communis opinio di generazioni ancora viventi che hanno avuto esperienza diretta dei decenni del blocco di Varsavia, dell’apogeo e del fallimento di un sistema, delle sue illusioni, dei suoi segreti, dei suoi morti. Questo documento, visti anche i firmatari, pecca proprio di conoscenza e analisi storica e semplificazioni disarmanti su almeno tre punti:

1) Sulle cause dello scoppio del secondo conflitto mondiale:

La risoluzione riconduce le responsabilità della guerra al patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop. L’accordo, che scioccò i contemporanei proprio perché firmato da due paesi sostanzialmente agli antipodi, aveva motivazioni ben diverse da quelle di scatenare il conflitto o spartirsi il mondo. Il patto con la Germania fu solo l’ultima spiaggia per Stalin. Le tensioni internazionali erano evidentemente palesi se, solo nei mesi precedenti, l’Unione Sovietica, la Francia e l’Inghilterra avevano iniziato delle trattative in vista di un conflitto con la Germania. Tuttavia i negoziati si protrassero per le lunghe. Infine, impegnato in una lunga guerra con il Giappone per il controllo della Mongolia e stanco di attendere una risposta da Francia e Inghilterra che non arrivava, Stalin dovette scegliere di accordarsi in un patto di non aggressione con la Germania per non impegnare ulteriori truppe. In soldoni, per proteggere i confini occidentali in caso di scoppio di un conflitto. La guerra tra le due potenze era solo rimandata.

2) La confusione tra stalinismo e comunismo:

Nel testo più volte vengono messi sullo stesso piano stalinismo e comunismo, come se si trattasse di sinonimi. Il comunismo fu la prima vittima dello stalinismo. Lo stalinismo fu l’effetto esasperante di anni di guerra civile che non diede alcuna possibilità al comunismo di potersi sviluppare in condizioni di pace.

3) Sulla parificazione tra comunismo e nazismo:

Non si tratta di negare che anche il comunismo ha i suoi morti, si tratta di dare a Cesare quel che è di Cesare. L’Unione Sovietica, il cui contributo in vite umane nel secondo conflitto mondiale non va assolutamente dimenticato, aveva alla sua base un’ideologia totalmente opposta rispetto al nazismo. Gli scopi dei due inferni erano totalmente diversi: sotto il governo di Stalin si assistette ad una repressione tra uguali per eliminare ogni dissenso interno (anche allo stesso Partito Comunista) che era funzionale ad edificare il più presto possibile quell’economia socialista che aveva l’obiettivo di difendere la rivoluzione in Patria e diffondere i suoi ideali. Una repressione politica ed intellettuale di cui ebbero a soffrire uomini e donne e che impoverì culturalmente la società dei contemporanei e le generazioni successive. Le condizioni nei Gulag erano disumane e la mortalità paurosamente alta, ma l’esistenza dei Gulag non si basava su un primato razziale, non divideva gli uomini in superuomini o sottouomini. L’Unione Sovietica, pur nelle tragedie di cui si è macchiata, non aveva l’intenzione di dividere l’umanità in signori e schiavi razzialmente inferiori. Il disprezzo della Germania hitleriana per l’uguaglianza dei diritti era la caratteristica fondante del regime. I sovietici non possono essere assolti, ma non possono nemmeno essere accusati di non aver fatto ammenda. Il rapporto Chruščëv e gli ultimi anni dell’Unione sono stati continue fratture per un popolo che del passato aveva avuto idee diverse.

Il testo della risoluzione appare raffazzonato, confuso, svilisce la storia, il suo studio, mortifica tutti i tentativi di giungere ad una conoscenza del passato. La storia è fatta anche di sfumature, mettere concetti sullo stesso piano conduce inevitabilmente ad incomprensioni che si possono propagare con effetti pericolosissimi. I fatti storici non possono essere soggetti a semplificazioni, la politica non può farsi portavoce di nozioni che possono scavare una fossa sempre più profonda tra Occidente ed Oriente, tra Europa e Russia. Come gli Stati Uniti, in seguito al secondo conflitto mondiale, l’Unione Sovietica aumentò capillarmente la sua sfera d’influenza e questa fu mantenuta con la forza quando necessario. Nessuna giustificazione. Tuttavia, nel corso degli ultimi settanta anni molti dei paesi europei hanno difeso a prezzo di lunghe guerre le loro sfere d’influenza. Con le dovute differenze rispetto al caso sovietico, mi riferisco alle guerre di difesa coloniale effettuate dal Portogallo o dalla Francia, queste non sono state meno sanguinose e nel caso francese hanno “sospeso” i progetti d’integrazione europea. Non si tratta di mettere su piani diversi i morti dei regimi coloniali o totalitari, ma di saper inquadrare le ideologie che ne furono portanti senza attualizzazioni di sorta e senza che il giudizio sia influenzato dai rapporti tra UE e Russia. L’Europa, oggi come negli anni ’50, oscilla tra il blocco americano e porsi come terza via rispetto a Stati Uniti e Russia. Il ritorno ad un’Europa del dialogo, come fu concepita dai padri fondatori e da Pio XII, deve tuttavia rimanere l’obiettivo, il punto di arrivo di una classe politica che oggi vuole definirsi di respiro europeo. Fare politica è difendere il bene comune, ma questa difesa deve passare attraverso un duro studio, attraverso una preparazione che non si basi solo sul concetto di: noi siamo europei, noi abbiamo superato la nazione. L’ampia maggioranza con cui questa risoluzione è stata votata non può non preoccuparci, non può lasciarci indifferenti. È la rappresentanza che noi stessi abbiamo scelto. La forza della democrazia risiede anche nella nostra consapevolezza di essere cittadini che hanno diritti e doveri, non ultimo quello di essere informati e informarci sulle persone, sulle liste elettorali e sui partiti che occuperanno le sedi istituzionali. Quella maggioranza è anche figlia della nostra ignoranza e superficialità. L’Unione Europea è tutt’oggi un importante, coraggioso e contraddittorio esperimento politico di convivenza tra le nazioni europee, frutto di quella stagione di ricostruzione e riconciliazione tra quei paesi dell’Europa Occidentale che, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, hanno cercato nuove strade verso uno sviluppo pacifico che impedissero il riemergere di tradizioni politiche nemiche dei Diritti Universali dell’Uomo e nuovi conflitti. Da allora il progetto europeo si è esteso ad Est. Il sentimento dei cittadini dell’est verso il passato comunista è senz’altro contrastante, non univoco, ma generalmente negativo e continua ad essere oggetto di ricerca storica. Diversa la situazione nella parte occidentale dove, nonostante il generale tentativo di tenere sottocontrollo i partiti comunisti nazionali, questi si sono rivelati fondamentali nella dialettica politica e nella formazione, ad esempio, della nostra Repubblica. Giulio Andreotti, ai tempi della Svolta della Bolognina, poteva ben dire che la questione mi dà un certo avvilimento perché, pur avendo creato momenti terribili di lotta, di difficoltà, il PCI, lo riconosco è stato in altri momenti elemento essenziale della vita politica italiana, nel costruire la Repubblica. Non è il nome da cambiare: bisogna abbandonare qualunque eventuale nostalgia per formule passate. In tal senso, non posso guardare con sospetto e con preoccupazione per il futuro il punto 17 della risoluzione:

[…] 17. esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti; […]

Probabilmente questa riflessione si è rivelata prolissa, lontana dal sentimento comune di molti cittadini che, oggi, chiedono all’Europa soluzioni su molti temi: lavoro, ecologia, sviluppo economico, emigrazione ed immigrazione, convivenza comune. Tuttavia l’Unione è soprattutto un progetto politico di ampio respiro che mira a coinvolgere le nazioni non solo sulla base di una storia non sempre comune, quanto di un consapevole percorso futuro che ha (o si pone di avere) come obiettivo quello di evitare gli sbagli del passato. Il testo della risoluzione si pone comunque come un tradimento di questa ambizione, una semplificazione della storia che, come ho cercato di spiegare nei miei limiti, può dare vita a considerazioni errate che possono ri-condurci esattamente a quel passato cui oggi vogliamo porre rimedio. Probabilmente, nell’approvazione del testo, le intenzioni di molti sono state buone e dettate da una conoscenza superficiale della storia, ma in un periodo di revisionismo e di alterazione della realtà è necessario stare vegliare sull’operato dei nostri rappresentati, a maggior ragione se si formula una risoluzione che ottiene un senso opposto a quel che vuole predicare. Per scimmiottare uno dei miei personaggi cinematografici preferiti, Alan Grant, alcune delle cose tremende che si possano mai immaginare sono state fatte con le migliori intenzioni.

"Collocare sul medesimo piano morale il comunismo russo e il nazifascismo, in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben sentirsi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo." Thomas Mann.

 

Eugenio Enea

1 La risoluzione è un atto d’indirizzo che il Parlamento (in questo caso europeo) pone ai governi degli stati membri. Non è un atto vincolante, ma ha senz’altro una sua ben chiara connotazione politica. [n.d.a.]

2 Il testo completo è consultabile al seguente link: http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html?fbclid=IwAR3nFNJzs4aWwBusCtfUQxDKus0OpEm24vq9DEj4w30i5hhFYu2rU6jaa80

Kiev - Comunque vada a finire la faccenda di Majdan, chiunque si troverà in mano le leve del potere – sarà prioritario cambiare rotta al “Titanic” dell’economia ucraina, prima che vada a schiantarsi contro l’iceberg. L’Ucraina è l’unico stato postsovietico che in un quarto di secolo non ha aumentato la produzione di beni e servizi rispetto ai tempi dell’URSS. Il prodotto interno lordo reale è l’86% del vecchio valore sovietico del 1992.

La rivoluzione sulla Majdan deve fare i conti, per esempio, con uno dei più bassi livelli di diffusione di internet in tutta la CSI. L’ex granaio dell’URSS si è trasformato in una periferia dell’Europa dove la popolazione campa di reddito sommerso e economia naturale, mentre oppositori di ogni tipo battagliano sulla Majdan.

Abbiamo affrontato i paradossi dell’economia ucraina con alcuni esperti. Aleksandr Ohrimenko, presidente del centro studi analitici ucraino:

“E’ necessario capire che l’economia ucraina è strutturata in maniera differente da quella russa. Le elite locali da noi sono molto deboli, contano gli oligarchi. Scelgono il presidente, il primo ministro e perfino l’opposizione. Ci sono oligarchi filo-occidentali e ci sono quelli i cui affari sono collegati con la Russia. E la “pausa europea” è dovuta al fatto che in quel preciso momento ha prevalso il gruppo di oligarchi orientati verso la Russia. Non bisogna credere che da noi il Partito delle Regioni sia tutto filo-russo o Udar completamente filo-europeo. Niente di simile. Ci sono oligarchi in tutti i partiti, il piccolo e medio business dipende interamente da loro e grazie a loro sopravvive, per questo appena compare qualche piccola incomprensione gli oligarchi mettono in campo i propri vassalli, cioè il piccolo e medio business. Quello che sta accadendo da noi è una rivoluzione degli oligarchi. Alcuni finanziano l’opposizione, alcuni il potere – quelli più furbi l’opposizione, il potere, e pure i combattenti.”

– Faccia qualche nome per chiarire il concetto…

“Per esempio, Tariel Vasadze di “Ukrauto”, produce automobili utilitarie del segmento della russa Zhiguli. Si possono vendere in Russia, nel Kazakhistan, ecco, in Polonia sarebbe già impossibile. In teoria sono in corso trattative per l’assemblaggio in territorio ucraino di automobili europee, già da qualche tempo funziona la catena della Skoda, ma qualsiasi altro tentativo di far arrivare altre case automobilistiche naufraga per la carenza di infrastrutture. Oppure l’uomo più ricco d’Ucraina, Rinat Ahmetov. Metallurgia e, in parte agricoltura. Ma la cosa principale è che vuole comprare fabbriche in Europa, creare una multinazionale. Ha accumulato capitali, nelle sue aziende lavorano manager stranieri, si è dato uno stile euro-americano. Da un pezzo ha già messo un piede in Europa, è interessato a questi cambiamenti.”

– E il gruppo “DF” di Dmitryj Firtash?

“Firtash è il più scaltro. Fa i suoi affari con la Russia, i suoi concimi chimici possono prenderli solo là. Nessuno in Europa acquista i suoi prodotti, manca la certificazione. Però i suoi prodotti alimentari vuole venderli in Europa. Non solo, vuole acquistare fabbriche ed entrare attraverso la Polonia nel mercato europeo dei generi alimentari.”

– Perché per questa gente sono così importanti i mercati esteri?

Perché l’economia nel complesso è orientata all’export. L’attività dei principali oligarchi è l’export. Noi esportiamo soprattutto metalli. L’economia si è adagiata su questo: estrazione dei minerali, energia. Adesso qualcosa sta cambiando, c’è stata la moda improvvisa dell’agricoltura, tutti gli oligarchi hanno preso ad occuparsi di agricoltura, industria alimentare, trasformazione. Investono in questo campo, stanziano capitali vogliono assolutamente il libero mercato della terra, poiché da noi la compravendita dei terreni agricoli è proibita. Pochi sanno che nel 2013 l’Ucraina ha occupato il secondo posto nel mondo per l’esportazione di cerali – per questo motivo il mondo degli affari è così euforico. Si commercia soprattutto mais, ma l’Ucraina è anche leader mondiale nella produzione di girasoli.”

– I volumi delle esportazioni ucraine sono andati via via aumentando dal 1999 (17 miliardi di dollari), hanno raggiunto la cifra di 41 miliardi di dollari nel 2004, 64 miliardi nel 2007, 84 miliardi nel 2008. La crisi di fine 2008 – inizio 2009 ha abbattuto l’export ucraino a 54 miliardi di dollari, poi di nuovo la crescita, 89 miliardi nel 2011, 90 nel 2012. Nonostante ciò, il prodotto interno lordo nel 2013 è sceso a zero. Come mai?

“Per un semplice motivo: sono calate le esportazioni. E’ crollata la domanda di metalli nel mondo, il mercato è saturo. L’80% del metallo prodotto in Ucraina viene esportato, è impensabile venderlo qui in queste quantità, pur con tutta la volontà. Lo stesso accade con l’industria chimica: una tale quantità di fertilizzanti minerali non sappiamo nemmeno dove metterla. Per questo le nostre fabbriche hanno resistito 6 mesi, comunque era possibile produrre, ma poi? Il 95% dell’export metalmeccanico va in Russia. Sono crollate le esportazioni di attrezzature per il mercato dell’energia, pure perlopiù dirette in Russia. Anche l’introduzione da parte della Russia della tassa di utilizzo (una specie di bollo auto – NdT) nell’industria automobilistica ha contribuito al forte calo del prodotto interno lordo. In Ucraina l’hanno fatto un anno dopo. E’ successo così che non era possibile esportare in Russia auto ucraine, mentre quelle in arrivo dalla Russia avevano addirittura un costo inferiore di quelle di produzione nazionale. Solo nella primavera del 2013 è stata introdotta una tassazione speciale e poi, in autunno, la tassa di utilizzo. Così se all’inizio del 2013 il crollo della produzione automobilistica ha raggiunto il 50%, per la fine dell’anno si è assestata sul 25%. Nel complesso l’industria dell’auto ha perso il 5% mentre l’agricoltura ha avuto un’impennata del 15%.”

– Se dunque l’Ucraina è un paese esportatore, con quale partner effettua i maggiori scambi commerciali, Russia o Europa?

“Il 30% delle nostre esportazioni se ne va in Russia, un altro 30% in Europa, il restante 40% in Asia, Turchia e Medio Oriente. All’Europa vendiamo perlopiù generi alimentari, ma anche ghisa. I nostri lobbisti non vogliono rinchiudersi in una sola nazione, per questo vanno in Cina, puntano alla Turchia, hanno sottoscritto un accordo di libero scambio commerciale con Israele. Hanno cominciato a vendere prodotti metallurgici in Iran, componentistica per centrali elettriche in India. Sulla Cina riponiamo grandi speranze. Daremo in affitto ai cinesi 3 milioni di ettari di terra, loro hanno intenzione di costruire un porto in Crimea, autostrade, due fabbriche per la produzione di gas sintetico, due centrali elettriche. L’Ucraina ha intensificato le vendite di generi alimentari alla Cina e c’è un accordo per la vendita di prodotti metallurgici.”

– A che punto siamo con la dipendenza energetica dalla Russia? C’era un’intesa per l’estrazione del gas di roccia in Ucraina …

“E’ un altro progetto sostenuto dagli oligarchi alla cui realizzazione partecipano multinazionali americane, la Shell, la Shevron. Giungere a un accordo è stato duro, ma alla fine abbiamo ottenuto condizioni eque: il 50% delle estrazioni a loro, il 50% a noi. Se il progetto parte, si calcola che dal 2020 non sarà più necessario fare acquisti all’estero per il fabbisogno energetico.”

– Che ne pensa dello squilibrio che c’è nello sviluppo economico fra le regioni occidentali e quelle orientali? Quanto è corretto dire che l’Oriente dà da mangiare all’intera nazione?

“L’industria è concentrata principalmente nelle regioni orientali. Nell’Ovest ci sono meno fabbriche. Però anche la spesa assistenziale incide di più nelle regioni orientali, soprattutto per i minatori, vuol dire stipendi e pensioni di ogni genere. Così otteniamo che le regioni orientali contribuiscono maggiormente al prodotto interno lordo ma ricevono anche maggiori fondi pubblici. E’ l’eterna disputa su chi dà da mangiare a chi: forse è vero che l’Est dà da mangiare, ma riceve di più. Le regioni occidentali sono meno sviluppate da un punto di vista industriale. Se vogliamo fare una classifica regionale per l’apporto al prodotto interno lordo allora direi: Dnepropetrovsk, Donezk, Lugansk, Karkhov, Odessa, L’vov, all’ultimo posto la regione occidentale di Ternopol’. Lì si vive di commercio, non di industria. Nelle regioni occidentali c’è un ottimo sviluppo del turismo, la gente lì punta sulla sfera dei servizi, è intenzionata a ricevere una buona formazione e andare a lavorare nel campo dell’IT.”

– In quanto all’esportazione della forza lavoro?

“Fra un milione e mezzo – due milioni di persone lavorano parte in Russia, parte in Europa Occidentale. Chi lavora in Russia, sostiene la Russia, chi lavora in Europa – perlopiù in maniera illegale e, se scoperto, viene spedito indietro – sostiene con forza l’abolizione dei visti con l’Europa. E quando con l’accordo di associazione all’UE fu promessa loro l’abolizione dei visti esplose un’incontenibile euforia, sebbene l’associazione all’UE in effetti non preveda l’abolizione dei visti d’ingresso. L’Ucraina Occidentale è attratta dall’Europa perché lì c’è lavoro. Abbiamo intere aree dove la maggior parte della popolazione lavora in Europa e fino ad oggi si dispera perché a suo tempo venne strappata dall’Austria-Ungheria, dalla Polonia. Dicono: magari da noi fosse come in Polonia!”

– Nel 2013 il debito pubblico dell’Ucraina ha raggiunto i 73 miliardi di dollari, una cifra molto seria…

“E’ cresciuto, ma è stata restituita una grande parte di crediti al Fondo Monetario Internazionale. Inoltre si è leggermente modificata la struttura del debito pubblico. Un tempo era quasi tutto in mani straniere, ora questa parte costituisce solo il 40% del totale, il 60% è interno. Il debito pubblico è pari al 34% del prodotto interno lordo, si prevede per quest’anno che cresca fino al 36%.”

– Perché è prevista una crescita del debito pubblico?

“Per le elezioni presidenziali del 2015 e altri fattori prettamente politici. Si parla di un aumento degli stipendi degli statali, per quest’anno, del 18%, del 15% per le pensioni. La generosità non conosce limiti.”

– Di tutti i partiti politici, qual è quello che propone il programma più assennato?

“I loro programmi sono seriali. Tutti prevedono la lotta alla corruzione, l’aumento di rimborsi, pensioni, stipendi. Nessun programma è davvero reale. Hanno deboli alleanze economiche, sono leader politici e se qualcuno prova a dare loro qualche consiglio, si offendono a morte.”

– Qual è il vero tenore di vita in Ucraina?

“Lo stipendio base è due volte inferiore rispetto alla Russia. Tuttavia da noi il prodotto interno lordo è sceso mentre il commercio al dettaglio è cresciuto del 13%, strano, no? E’ l’effetto dell’economia sommersa e degli stipendi nelle buste da lettera, credo che i guadagni reali siano maggiori del 50% circa. Un ucraino ha nelle tasche dollari in contanti per una somma pari al doppio di un cittadino russo. La popolazione ha per le mani 87 miliardi di dollari! Sono risorse colossali. Ma di questo non si tiene conto da nessuna parte. L’ammontare della valuta in contanti dei russi, secondo i dati della Banca Centrale per il 2013, è pari a 21 miliardi di dollari. Lo stesso indicatore, in Ucraina, oscilla dai 40 miliardi (secondo l’esperto finanziario Erik Nayman, 2012) ai 100 miliardi (stima dell’ex capo della Banca Nazionale Sergey Arbuzov, 2013). Questo, nonostante la popolazione ucraina sia un terzo di quella russa. Questa differenza enorme si può spiegare solo con l’elevato tasso di economia sommersa, nell’ordine del 40% dell’intera economia ucraina.”

– Nel quadro che ci ha disegnato il paese vive la propria vita, anche economica, le elite, anche. Ma allora quando si risolverà questa crisi?

"La crisi finirà appena gli oligarchi si saranno spartiti le cariche nel consiglio dei ministri e definito chi avrà il dominio su quale regione. La rivoluzione finirà il giorno dopo. La gente sulla Majdan non sta necessariamente lì “a stipendio”, però qualcosa in tasca se la mettono, gli attivisti bisogna pagarli, anche i mass-media hanno un costo salato. In futuro gli oligarchi si metteranno d’accordo e formeranno 2-3 partiti che si daranno il cambio tra loro, come in America. Bisogna solo sopportare questa fase di cambiamento."

Ruslan Grinberg, direttore del dipartimento di economia dell’Accademia Russa delle Scienze:

“Il debito pubblico dell’Ucraina continua a crescere, ha raggiunto i 73 miliardi di dollari, ma se consideriamo tutto questo nell’ottica di un eventuale ingresso nella UE occorre allora tener presente il criterio per cui il debito pubblico può costituire fino al 60% del prodotto interno lordo, e per l’Ucraina questo indicatore è inferiore. Molti paesi europei ritenuti modello hanno un debito superiore. Da un punto di vista formale non c’è alcun problema. Però quest’anno avranno uscite per circa 9 miliardi e le loro riserve valutarie sono piuttosto malandate, 20 miliardi di dollari per 46 milioni di persone. Da noi per esempio, giusto per fare un confronto, una popolazione 3,3 volte superiore ha riserve pari a 500 miliardi. Una differenza di 25 punti. Certo, noi siamo in grado di aiutarli. Ma l’Ucraina ha intenzione di diventare in prospettiva parte dell’Europa, quindi sarà il Fondo Monetario Internazionale a ristrutturare il loro debito.”

– Cioè, l’Ucraina non può farvi fronte autonomamente?

“Credo che senza un aiuto esterno non sia in grado di onorare il proprio debito. L’Europa, gli USA e la Russia devono capire che è scandaloso trasformare l’Ucraina in una sorta di pomo della discordia. Credo che a entrambe le parti sia chiaro di aver giocato abbastanza. Occorre convocare dei negoziati a tre, poiché nessuno credo abbia interesse a una Ucraina turbolenta, povera e assolutamente instabile, stiamo parlando dopotutto di 46 milioni di persone! No, sul piano economico non credo ce la facciano senza un aiuto esterno. Dovrà essere, in qualche modo, coordinata.”

– La Russia, a quanto pare, ha prestato aiuto nei limiti del possibile …

“E’ vero, la Russia ha fatto all’Ucraina un sontuoso regalo alla fine di dicembre, 15 miliardi più uno sconto sulle tariffe del gas. Sono cifre sostanziose, e io sono d’accordo, a differenza di molti miei colleghi. Ma l’Europa, insieme all’America, in un momento così grave per l’Ucraina deve convincere il FMI a rivedere le modalità delle erogazioni.”

– Si può arrivare al default?

“Non si arriverà al default. Nessuna delle parti in causa ha interesse a che ciò accada, non la Russia, non l’UE e neanche l’America. Ho la sensazione che perfino la Cina sia pronta a prestare aiuto. Un paese così grande non può sostenere un default. Dichiara fallimento, e poi? Bisogna comunque aiutarli. Quando una persona o una piccola impresa vanno in bancarotta vuol dire che quello era il loro destino. Ma l’Ucraina è too big to fail, troppo grande per cadere.”

– A giudicare dalle cifre l’Ucraina è l’unico paese dell’ex URSS dove il prodotto interno lordo reale è inferiore a quello dell’inizio degli anni ’90

“Sì, finora occupano gli ultimi posti per le riforme di mercato. Nonostante fossero quelli che più di tutti volevano uscire dall’URSS e credevano di ottenere un posticino al sole senza gli odiati russi,,,,”.

Come spiega questo crollo del prodotto interno lordo reale in un quarto di secolo? Eppure era una repubblica ricca. Forse si deve al fatto che l’economia ucraina è stata edificata come parte integrante di quella sovietica?

“Certamente. L’URSS era un’unica grande fabbrica e l’Ucraina era orientata verso solidi rapporti di cooperazione con la Russia e con le altre repubbliche: industria atomica, cantieri navali, razzi spaziali, tecnica missilistica … tutto questo piano piano è andato in rovina. Putin ha usato molto buonsenso decidendo di passare dal bastone alla carota alla fine dell’anno scorso, mi riferisco ai 15 miliardi elargiti. Bisogna considerare questa cosa favorevolmente. Sarà ancora meglio se Russia e Ucraina rinnoveranno quei rapporti di cooperazione per salvare quel che resta del potenziale tecnico-scientifico dei tempi dell’URSS, ormai in via di disfacimento. Voglio far presente, inoltre, che dopo il 1991 le cose per noi si misero male, ma per loro ancora peggio in quanto, a differenza nostra, non hanno materie prime. Per questo non è il caso di montarsi troppo la testa se il livello effettivo della nostra economia è superiore al loro.”

– Ma se guardiamo gli indicatori di macroeconomia loro cedono il passo perfino alla Bielorussia che pure è rimasta ferma agli anni ’90.

“In Bielorussia, che ci piaccia o no, c’è una economia molto controllata. Certo, questo ostacola l’iniziativa privata, a differenza dell’Ucraina, ma bisogna ammettere che, a volte, un regime strettamente autoritario può essere economicamente più valido di una democrazia imperfetta, come sta succedendo in Ucraina. Prendete la Cina, la Malesia, il Vietnam, là si stanno registrando grandi successi in campo economico sotto la direzione dei partiti comunisti. Questa cosa personalmente, in quanto anticomunista, non mi piace, ma non si può negare che le riforme di mercato sanno farle anche i comunisti, curioso no? In Ucraina invece, democrazia imperfetta, prevale l’economia di mercato di stampo familistico, in cui la fazione politica vincente ottiene il diritto di opprimere i restanti soggetti economici. Sicuramente le regole del club in cui l’Ucraina desidera entrare sono quelle per lei più auspicabili, in primo luogo la supremazia della legge. Ma a parte queste regole, l’UE non ha nient’altro da offrire.”

– Pur nella sua imperfezione questa democrazia, però, nel 2007-2008 ha registrato una crescita del prodotto interno lordo. Come si spiega?

“In buona parte, come per noi, grazie a una congiuntura molto favorevole del commercio con l’estero dei nostri articoli principali. Questo ora non c’è più, inoltre il protrarsi della crisi politica manda all’aria tutte le speranze ucraine di uno sviluppo stabile.”

– L’anno scorso il prodotto interno lordo è sceso a zero…

“Perché è un’economia che si regge sulle esportazioni. Un ruolo significativo l’ha giocato, poi, anche il calo dei volumi di scambio con la Russia e con gli paesi della CSI.”

– Come pensano di aderire all’UE se ancora hanno questa forte dipendenza che li lega alla Russia e ai paesi della CSI?

“Ed è proprio questo il dramma, se non la tragedia, della situazione, cioè che gli affari bisogna farli con noi però vogliono vivere secondo gli standard della UE. Posso capirli molto bene, bisogna ammettere che il nostro modello di vita civile non è poi così attraente. Però si tratta senz’altro di una illusione: anche entrando nell’Unione Europea non avranno mai fin da subito gli standard di vita dell’Austria o della Germania, sarà più una versione bulgaro-rumena, tanto più che la stessa UE non gode di ottima salute. Ma quello è il loro obiettivo, e fanno bene, sono stanchi di questo continuo folle sottrarre e opprimere qualsiasi attività imprenditoriale o, più in generale, dalla totale assenza di legalità.”

– E’ possibile che l’Ucraina destini altrove i flussi di esportazioni che aveva con la Russia?

“E’ difficile, forse a lungo andare ce la faranno, ma nel medio-breve termine non è pensabile. Mi sembra che abbiano fatto una scelta razionale del tipo: economicamente, è necessario cooperare con la Russia per poi, con i bilanci a posto, entrare nelle istituzioni della UE. Perché una simile grande nazione, precipitata nel regresso tecnologico, per la UE sarebbe solo un fardello.”

– Che dimensioni ha lo squilibrio dello sviluppo fra le regioni dell’Est e quelle del’Ovest?

“E’ capitato che tutta l’industria e le risorse dell’export fossero in gran parte concentrate ad Est. L’Est guarda alla Russia ed è più ricco dell’Ovest, ci sono carbone e metalli, ed economicamente è più stabile. La parte occidentale dell’Ucraina è in media 2-2,5 volte più povera dell’Est. Però si avvicina di più all’Europa: se ci vai ti accorgi che le case dei villaggi sono più belle. Povera, ma ordinata. Ecco il paradosso. Le persone responsabili, non importa se ad Est o ad Ovest, non vogliono la scissione. Questo è il punto più importante e tragico, quando i radicalismi prevalgono da una parte e dall’altra e la gente di buon senso, meno battagliera, esce sconfitta. Questo è molto pericoloso.”

– Secondo alcuni dati in mano alla popolazione ucraina c’è un enorme quantità di valuta, sebbene non esistano stime univoche.

“Sì, ci sono stime diverse, anche noi abbiamo provato a fare dei calcoli e siamo arrivati a una sola conclusione incontrovertibile: l’economia sommersa in Ucraina è molto maggiore della media CSI. Ma questo, per quanto possa sembrare strano, è un fattore positivo, aiuta la gente a vivere e perfino a godere la vita, attenua le difficoltà. Il fatto che la quota di economia sommersa, da loro, sia maggiore rispetto ad altri paesi li aiuta a mantenere il proprio tenore di vita a un livello più o meno accettabile. Sempre due volte più basso, tuttavia, che in Russia, sia per stipendi che per consumi.”

– Perché una parte così grande dell’economia resta in nero?

“Dipende dal livello di fiducia che un paese ha nel proprio governo. Se è alto, la gente deposita i soldi in banca. Al momento loro hanno un livello di sfiducia molto alto per questo, come kulaki, nascondono i soldi. Se serve, li cambiano in gryvne (la moneta ucraina – NdT) e tirano avanti. Con un governo efficiente, secondo me, sarebbero inclini a trasformare la repubblica da presidenziale a parlamentare, e le cose volgerebbero al meglio. Gli ucraini sono lavoratori accurati e indefessi, serve solo sostenerli e non incitarli allo scontro. Ma in fin dei conti, questi sono i costi del cambiamento.”

– E mentre il cambiamento si compie, il debito cresce, non è così?

“E’ inevitabile. Il debito e il deficit di bilancio. Bisogna sopportare, e loro sono in grado di farlo, ma devono fidarsi del governo e un governo, oggi, non c’è. Quando l’Ucraina avrà una classe politica di cui potrà fidarsi, allora ci sarà una chance di risanamento economico. Non sono i primi e non saranno gli ultimi a cadere in questa trappola. Corea del Sud, Malesia, Cina tutte disastrate dopo la rivoluzione culturale, adesso si dice che fra 10 anni Washington telefonerà al Comitato Regionale di Pechino per chiedere cosa si può fare e cosa no. Nessuno è condannato alla sofferenza eterna, nemmeno l’Ucraina.”

(fonte: Moskovskij Komsomolez; traduzione dal russo di Simone Corazza)

Un convegno dell'Associazione Culturale “Lombardia-Russia” ripropone i temi dell'euroasiatismo in contrapposizione alla corrente euroatlantica

Il 4 luglio 2014 ha avuto luogo a Milano, all'Hotel dei Cavalieri un incontro davvero interessante: Aleksandr Dugin, fondatore del movimento neo-eurasiatico, ha illustrato per quasi due ore i principi essenziali dell'euroasiatismo, rispondendo anche a domande specifiche. L'ampiezza di queste tematiche avrebbe richiesto maggior tempo a disposizione, ma sentire la viva voce di uno dei rappresentanti della cultura russa odierna, senza riassunti né commenti di altri, è stata comunque una notevole opportunità. Oltretutto A. Dugin, docente all'Università di Mosca, parla bene in italiano, con qualche lieve influsso francese e spagnolo, quindi si è espresso in prima persona.

Un monologo per ricordare la tragedia? O qualcos'altro?

Recentemente nellla tv italiana, nel corso della trasmissione “Quello che (non) ho” su La7, Roberto Saviano ha dedicato un

alla tragedia di Beslan del 2004, al quale è seguita un'intervista in studio a Susanna Dudieva, presidente di “Madri di Beslan”, condotta da Fabio Fazio. Finalmente c'è chi se ne ricorda – ci sarebbe da esclamare.

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