Il presente articolo vuole essere una riflessione sulla risoluzione1 del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria per il futuro dell’Unione Europea.

Nei giorni scorsi il Parlamento Europeo ha votato ed approvato la risoluzione n. 2019/2819 (Risoluzione sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa). La risoluzione è stata votata con questi numeri: 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti. Il testo2, presentato in occasione dell’ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, ha suscitato numerose critiche. Di seguito riporto i passi più controversi:

[…] B. considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;

C. considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal "trattato di amicizia e di frontiera" nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l'Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;

D. considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall'Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;

[…] F. considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste;

[…] L. considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

[…]2. sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza;

[…]5. invita tutti gli Stati membri dell'UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista;

6. condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione;

[…]15. sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato;

16. è profondamente preoccupato per gli sforzi dell'attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l'Europa democratica allo scopo di dividere l'Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi; […]

Il contenuto della risoluzione non può lasciare indifferenti. Il testo contiene tutta una serie di inesattezze che, in tempi di revisionismo storico, possono rivelarsi un cocktail pericoloso che può ottenere effetti contrari a quelli che la stessa risoluzione vuole (o vorrebbe) ottenere. Con questo testo, l’istituzione del Parlamento Europeo ne esce sconfitto, mortificato, vittima di chi siede tra i suoi banchi e di conseguenza di una superficialità che non rende merito agli obiettivi dell’UE. La risoluzione in realtà soffre molto del contraddittorio del concetto di memoria, oggi sbandierato da più parti. Non si può confondere la memoria con la storia: la storia è un continuo comprendere indagando intorno alle cose credute, ampliare il più possibile la conoscenza angusta che abbiamo del passato per tentare di giungere, nei limiti delle nostre possibilità, ad avere solo un’idea di ciò che accadde nel passato. La pretesa di sapere come le cose esattamente accaddero è un vecchio lascito del positivismo che non appartiene più alla ricerca storica. La memoria non ha il carattere scientifico della storia anche se quest’ultima fa un uso critico della prima. La memoria è condizionata, la memoria è soggettiva, personale, influenzata da come l’io, la famiglia, gli affetti personali vissero un momento del passato, ma non può essere sempre condivisa da una collettività che su uno stesso avvenimento può aver provato effetti diversi. La risoluzione mantiene da questo punto di vista una certa “coerenza” e può essere spiegata soprattutto alla luce dell’allargamento ad Est dell’Unione Europea degli ultimi decenni; paesi in cui la memoria del passato sovietico e comunista è ancora viva e condiziona la communis opinio di generazioni ancora viventi che hanno avuto esperienza diretta dei decenni del blocco di Varsavia, dell’apogeo e del fallimento di un sistema, delle sue illusioni, dei suoi segreti, dei suoi morti. Questo documento, visti anche i firmatari, pecca proprio di conoscenza e analisi storica e semplificazioni disarmanti su almeno tre punti:

1) Sulle cause dello scoppio del secondo conflitto mondiale:

La risoluzione riconduce le responsabilità della guerra al patto di non aggressione Molotov-Ribbentrop. L’accordo, che scioccò i contemporanei proprio perché firmato da due paesi sostanzialmente agli antipodi, aveva motivazioni ben diverse da quelle di scatenare il conflitto o spartirsi il mondo. Il patto con la Germania fu solo l’ultima spiaggia per Stalin. Le tensioni internazionali erano evidentemente palesi se, solo nei mesi precedenti, l’Unione Sovietica, la Francia e l’Inghilterra avevano iniziato delle trattative in vista di un conflitto con la Germania. Tuttavia i negoziati si protrassero per le lunghe. Infine, impegnato in una lunga guerra con il Giappone per il controllo della Mongolia e stanco di attendere una risposta da Francia e Inghilterra che non arrivava, Stalin dovette scegliere di accordarsi in un patto di non aggressione con la Germania per non impegnare ulteriori truppe. In soldoni, per proteggere i confini occidentali in caso di scoppio di un conflitto. La guerra tra le due potenze era solo rimandata.

2) La confusione tra stalinismo e comunismo:

Nel testo più volte vengono messi sullo stesso piano stalinismo e comunismo, come se si trattasse di sinonimi. Il comunismo fu la prima vittima dello stalinismo. Lo stalinismo fu l’effetto esasperante di anni di guerra civile che non diede alcuna possibilità al comunismo di potersi sviluppare in condizioni di pace.

3) Sulla parificazione tra comunismo e nazismo:

Non si tratta di negare che anche il comunismo ha i suoi morti, si tratta di dare a Cesare quel che è di Cesare. L’Unione Sovietica, il cui contributo in vite umane nel secondo conflitto mondiale non va assolutamente dimenticato, aveva alla sua base un’ideologia totalmente opposta rispetto al nazismo. Gli scopi dei due inferni erano totalmente diversi: sotto il governo di Stalin si assistette ad una repressione tra uguali per eliminare ogni dissenso interno (anche allo stesso Partito Comunista) che era funzionale ad edificare il più presto possibile quell’economia socialista che aveva l’obiettivo di difendere la rivoluzione in Patria e diffondere i suoi ideali. Una repressione politica ed intellettuale di cui ebbero a soffrire uomini e donne e che impoverì culturalmente la società dei contemporanei e le generazioni successive. Le condizioni nei Gulag erano disumane e la mortalità paurosamente alta, ma l’esistenza dei Gulag non si basava su un primato razziale, non divideva gli uomini in superuomini o sottouomini. L’Unione Sovietica, pur nelle tragedie di cui si è macchiata, non aveva l’intenzione di dividere l’umanità in signori e schiavi razzialmente inferiori. Il disprezzo della Germania hitleriana per l’uguaglianza dei diritti era la caratteristica fondante del regime. I sovietici non possono essere assolti, ma non possono nemmeno essere accusati di non aver fatto ammenda. Il rapporto Chruščëv e gli ultimi anni dell’Unione sono stati continue fratture per un popolo che del passato aveva avuto idee diverse.

Il testo della risoluzione appare raffazzonato, confuso, svilisce la storia, il suo studio, mortifica tutti i tentativi di giungere ad una conoscenza del passato. La storia è fatta anche di sfumature, mettere concetti sullo stesso piano conduce inevitabilmente ad incomprensioni che si possono propagare con effetti pericolosissimi. I fatti storici non possono essere soggetti a semplificazioni, la politica non può farsi portavoce di nozioni che possono scavare una fossa sempre più profonda tra Occidente ed Oriente, tra Europa e Russia. Come gli Stati Uniti, in seguito al secondo conflitto mondiale, l’Unione Sovietica aumentò capillarmente la sua sfera d’influenza e questa fu mantenuta con la forza quando necessario. Nessuna giustificazione. Tuttavia, nel corso degli ultimi settanta anni molti dei paesi europei hanno difeso a prezzo di lunghe guerre le loro sfere d’influenza. Con le dovute differenze rispetto al caso sovietico, mi riferisco alle guerre di difesa coloniale effettuate dal Portogallo o dalla Francia, queste non sono state meno sanguinose e nel caso francese hanno “sospeso” i progetti d’integrazione europea. Non si tratta di mettere su piani diversi i morti dei regimi coloniali o totalitari, ma di saper inquadrare le ideologie che ne furono portanti senza attualizzazioni di sorta e senza che il giudizio sia influenzato dai rapporti tra UE e Russia. L’Europa, oggi come negli anni ’50, oscilla tra il blocco americano e porsi come terza via rispetto a Stati Uniti e Russia. Il ritorno ad un’Europa del dialogo, come fu concepita dai padri fondatori e da Pio XII, deve tuttavia rimanere l’obiettivo, il punto di arrivo di una classe politica che oggi vuole definirsi di respiro europeo. Fare politica è difendere il bene comune, ma questa difesa deve passare attraverso un duro studio, attraverso una preparazione che non si basi solo sul concetto di: noi siamo europei, noi abbiamo superato la nazione. L’ampia maggioranza con cui questa risoluzione è stata votata non può non preoccuparci, non può lasciarci indifferenti. È la rappresentanza che noi stessi abbiamo scelto. La forza della democrazia risiede anche nella nostra consapevolezza di essere cittadini che hanno diritti e doveri, non ultimo quello di essere informati e informarci sulle persone, sulle liste elettorali e sui partiti che occuperanno le sedi istituzionali. Quella maggioranza è anche figlia della nostra ignoranza e superficialità. L’Unione Europea è tutt’oggi un importante, coraggioso e contraddittorio esperimento politico di convivenza tra le nazioni europee, frutto di quella stagione di ricostruzione e riconciliazione tra quei paesi dell’Europa Occidentale che, negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, hanno cercato nuove strade verso uno sviluppo pacifico che impedissero il riemergere di tradizioni politiche nemiche dei Diritti Universali dell’Uomo e nuovi conflitti. Da allora il progetto europeo si è esteso ad Est. Il sentimento dei cittadini dell’est verso il passato comunista è senz’altro contrastante, non univoco, ma generalmente negativo e continua ad essere oggetto di ricerca storica. Diversa la situazione nella parte occidentale dove, nonostante il generale tentativo di tenere sottocontrollo i partiti comunisti nazionali, questi si sono rivelati fondamentali nella dialettica politica e nella formazione, ad esempio, della nostra Repubblica. Giulio Andreotti, ai tempi della Svolta della Bolognina, poteva ben dire che la questione mi dà un certo avvilimento perché, pur avendo creato momenti terribili di lotta, di difficoltà, il PCI, lo riconosco è stato in altri momenti elemento essenziale della vita politica italiana, nel costruire la Repubblica. Non è il nome da cambiare: bisogna abbandonare qualunque eventuale nostalgia per formule passate. In tal senso, non posso guardare con sospetto e con preoccupazione per il futuro il punto 17 della risoluzione:

[…] 17. esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti; […]

Probabilmente questa riflessione si è rivelata prolissa, lontana dal sentimento comune di molti cittadini che, oggi, chiedono all’Europa soluzioni su molti temi: lavoro, ecologia, sviluppo economico, emigrazione ed immigrazione, convivenza comune. Tuttavia l’Unione è soprattutto un progetto politico di ampio respiro che mira a coinvolgere le nazioni non solo sulla base di una storia non sempre comune, quanto di un consapevole percorso futuro che ha (o si pone di avere) come obiettivo quello di evitare gli sbagli del passato. Il testo della risoluzione si pone comunque come un tradimento di questa ambizione, una semplificazione della storia che, come ho cercato di spiegare nei miei limiti, può dare vita a considerazioni errate che possono ri-condurci esattamente a quel passato cui oggi vogliamo porre rimedio. Probabilmente, nell’approvazione del testo, le intenzioni di molti sono state buone e dettate da una conoscenza superficiale della storia, ma in un periodo di revisionismo e di alterazione della realtà è necessario stare vegliare sull’operato dei nostri rappresentati, a maggior ragione se si formula una risoluzione che ottiene un senso opposto a quel che vuole predicare. Per scimmiottare uno dei miei personaggi cinematografici preferiti, Alan Grant, alcune delle cose tremende che si possano mai immaginare sono state fatte con le migliori intenzioni.

"Collocare sul medesimo piano morale il comunismo russo e il nazifascismo, in quanto entrambi sarebbero totalitari, nel migliore dei casi è superficialità, nel peggiore è fascismo. Chi insiste su questa equiparazione può ben sentirsi un democratico, in verità e nel fondo del cuore è in realtà già fascista, e di certo solo in modo apparente e insincero combatterà il fascismo, mentre riserverà tutto il suo odio al comunismo." Thomas Mann.

 

Eugenio Enea

1 La risoluzione è un atto d’indirizzo che il Parlamento (in questo caso europeo) pone ai governi degli stati membri. Non è un atto vincolante, ma ha senz’altro una sua ben chiara connotazione politica. [n.d.a.]

2 Il testo completo è consultabile al seguente link: http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-9-2019-0021_IT.html?fbclid=IwAR3nFNJzs4aWwBusCtfUQxDKus0OpEm24vq9DEj4w30i5hhFYu2rU6jaa80

[Tratta da “Novaja Gazeta”, novembre 2006 - versione in lingua russa]

Prosatore, dissidente e seguace degli “Anni sessanta” [Šestidesjatnik], Vasilij Aksënov osserva ciò che accade in Russia, ora dal continente americano, ora dalla rivierasca Biaritz, ora da una finestra di un grattacielo staliniano che si affaccia sul Cremlino. In procinto di terminare il romanzo sulla vita in Russia negli ultimi anni, lo scrittore non cede allo sconforto. Al contrario, trova più di un argomento a sostegno del fatto che la vita nel paese nonostante tutto si stabilizzi per il meglio.

- Oggi prova vergogna per la Russia?

Adesso provo vergogna per la storia con la Georgia. A qualcuno è stato dato semaforo verde, da qualcuno altro che ha nostalgia del proprio lavoro, quello di fare interrogatori notturni. Ma in questo caso non si può non notare che la colpa è anche del “comandante” georgiano. Che non si è comportato certo a modo ed ha innestato la crisi. La Russia e la Georgia sono due imperi multinazionali: uno enorme, l’altro minuscolo. L’uno in preda alla stupidità, l’altro all’isteria.

- Nazionalismo e xenofobia: sono oggi per la Russia due segni dei tempi?

Questo è un nostro retaggio. La maggior parte dei nostri concittadini proviene da quella metà della popolazione che ha esercitato una supervisione sull’altra metà della popolazione. Da qui è possibile che traggano origine le idee di un nuovo impero, di potenza, di una dittatura etnica. E’ chiaro che non si discute di un ritorno al regime sovietico, ma le masse vogliono chiaramente qualcosa di non meno possente. Negli ultimi tempi per le strade della città si vedono proteste, assembramenti con diverse motivazioni. Protestano i seguaci di Limonov, che ormai si sono completamente confusi e non sanno più chi sono: se bandiere rosse o camice nere … La gioventù è evidentemente attratta dalla strada, tende all’attivismo, sebbene poi le stesse persone non comprendano a pieno per quali idee si stiano battendo.

- Ci vuole poco allora: fornire l’idea giusta. Adesso tutti invece vengono imbottiti da un patriottismo di cassetta.

Proprio questo patriottismo da noi vive non di vita propria ma in contrapposizione all’occidentalismo. Le idee antioccidentali nella Russia moderna per qualche ragione suscitano in molti attrazione. Molti abboccano. Si dice che l’Occidente ha deluso tutti, che in esso non si trovi la verità. Ma nessuno pensa che la Russia ha deluso l’Occidente. Io ho vissuto 24 anni in America e conosco bene gli umori degli ambienti universitari. Un tempo molti mi dicevano: quando finirà tutto questo, semplicemente sogniamo che la Russia entri a far parte della famiglia dei popoli occidentali. C’è stata invero in occidente una qualche forma di nostalgia per la Russia. Ma quando la cortina è caduta, in Russia è diventato chiaro che non era così semplice farsi accettare dall’Occidente. Lì lo stereotipo dell’ottuso sovietico è stato presto sostituito dallo stereotipo della mafia russa o del bolscevico nascosto. Non ci danno molta fiducia.

- Perché quindi dovremmo puntare sull’Occidente?

Se non aderiamo all’Occidente, per noi è la fine. Ci disintegreremo come stato e come popolo. Per il momento ci stiamo soltanto a lamentare: che l’America è una merda, fatta di pragmatici, dalla vita interiore debole … “E da voi invece sarebbe forte dopo l’eliminazione di milioni di concittadini?” Effettivamente in Russia è rimasto una sorta di bolscevismo mentale nascosto. Noi non vogliamo unirci agli altri. Vogliamo essere i più importanti. Benché sia vero che non possiamo fare a meno dell’Occidente, anche questi non può fare a meno di noi. L’Occidente non va da nessuna parte per via della necessità di rafforzarsi in senso etnico. Noi siamo bianchi da qualsiasi lato ci si guardi. E per il momento in Occidente con gli emigrati accolgono anche l’estremismo islamico.

- E perché facciamo di tutto perché l’Occidente si allontani da noi?

La situazione non si presenta del tutto chiara. Da un lato nella società appaiono umori antioccidentali, come ho già detto. D’altro canto il presidente promette ovunque la qualsiasi, fa amicizia con tutti. Quasi non volesse affatto separarsi dall’Occidente. Non sono sicuro che il presidente sia sempre libero di fare ciò che effettivamente desidera.

Il sogno di tutta mia vita è che la Russia diventi un comune, normale stato all’interno dell’Europa senza ambizioni morbose. Che invece ricompaiono. I nostri terribili generali annunciano: «Una qualsiasi nostra unità della marina è in grado con un solo colpo di far fuori una nave della NATO!». Non sanno assolutamente nient’altro. Credono che il lancio dei missili dal polo nord ci debba riempire di orgoglio. In verità è semplicemente nauseante. Abbiamo un esercito bigotto, ma nel complesso tutti gli eserciti sono bigotti.

- Perché l’idea di una società civile in Russia stenta a farsi largo?

Da noi nessuno ha idea di cosa sia la società civile. Tutti però ne parlano. In Russia non c’è neanche l’odore della democrazia. Quanto è avvenuto negli anni ’90, senza tener conto delle riforme serie in senso democratico, ricordava più l’anarchia, con regolamenti di conti senza fine e assassini. Mi preoccupa molto il fatto che questi sintomi si rinnovano anche adesso. Nel 1917 la democrazia durò in tutto mezz’anno. I rossi odiavano i liberali e i democratici più dei funzionari dello zar.

- E oggi? Di nuovo le grandi speranze stanno avendo termine con un ritorno al recente passato?

Per il momento beneficiamo ancora dei frutti della rivoluzione degli anni ’90. Il potere stesso non vuole un ritorno al passato totalitarismo. Riportare il paese indietro lo si può fare solo col terrore. E il potere non lo farà. In primo luogo perché comprende che se avrà inizio il terrore di stato, “loro” stessi non sopravvivrebbero oltre il primo round. Questa è la legge eterna di tutte le rivoluzioni. In secondo luogo il potere non vuole che si riproduca una società della ripartizione collettiva dei beni … “Loro” sono ricchi, “loro” non vogliono né il comunismo, né il socialismo …

- A cosa sono finalizzati tutti gli ultimi mutamenti politici nel paese?

Credo che il potere si sforzi semplicemente di stabilizzare la società traballante. Almeno formalmente. Così da creare anche una linea verticale perché ciascuno sappia da chi dipendere affinché ci sia l’ordine. Bisogna però ricordarsi che questa verticale potrebbe tramutarsi in una lancia appuntita. Ma per il momento grazie a Dio ciò non avviene. Per il momento ci si sforza di conservare alcuni elementi della società libera.

- Lo si fa per piacere all’Occidente?

Ma no, questa è un’esigenza della nostra società. Ad esempio tengono aperti i confini. Adesso ciò sembra rientrare nell’ordine delle cose, ma noi abbiamo vissuto tutta la vita con le frontiere chiuse.

Mia mamma non poteva credere che un giorno avrebbe oltrepassato il confine dell’Unione Sovietica. Mi ricordo che la portavo in Francia e lei tremava come una foglia. Il confine con la Polonia, poi quello con la DDR, i controlli interminabili. Il susseguirsi delle stazioni, le guardie di confine sui binari con i mitra. Lei che guarda dal finestrino e che chiede continuamente: “Vasja, siamo già in Occidente?”. Ed ecco che finalmente attraversiamo una stazione dove invece di uno col mitra sta un vecchietto con un buon cappotto di lana e con tre bassotti al guinzaglio. Fu allora che dissi: mamma siamo in Occidente.

- Cosa pensa, da dove proviene al nostro presidente un tale rating di fiducia da parte dei cittadini?

In primo luogo è raro che da noi si consideri colpevole il presidente di quello che non và. In tutto ciò che è negativo siamo stati abituati a vedere l’azione di forze segrete, nell’ombra, una sorta di camarilla. D’altro lato la fioritura economica ricade favorevolmente su Putin. I prezzi vantaggiosi del petrolio, i colossali accumuli del Fondo per la Stabilizzazione. Il risultato: una vita più stabile. E’ impossibile negare che la gente stia meglio. Entro allo ZUM e vedo una quantità di marche costose e allo stesso tempo una quantità di compratori. E tutto grazie al capitalismo. Il capitalismo messosi a girare - poniamo pure con mezzi non molto onesti - ha stimolato la circolazione che ha riempito la città di merci. C’è tutto, basta avere i soldi.

- Se ne ricava che dobbiamo accontentarci dei confini aperti e delle boutique dello ZUM, accessibili fra l’altro da piccole porzioni dell’intera popolazione. Altro che parlare di democrazia …

C’è ancora un altro argomento. La letteratura. Non c’è il minimo accenno di censura. Il minimo! Capite, questo in Russia non è mai successo, che la letteratura non fosse controllata. Oggi invece è libera al 150 percento. Tutta l’arte nel suo complesso: nei teatri danno quello che vogliono, gli artisti impiantano iniziative senza controllo. E di tutto ciò si discute liberamente nella stampa

- La libertà degli artisti è una cosa notevole, ma la maggior parte della gente si rimpinza di televisione che è stata completamente usurpata dal potere.

La televisione in qualunque paese fa pena. Non credo che da noi sia tutto così controllato. Pozner, Archangelskij hanno modo di esprimersi e fanno parlare gli altri.

In generale uno degli errori più evidenti di Putin consiste nel non parlare col popolo delle disgrazie del momento. Ne parla soltanto allora quando non può farne a meno. E il fatto che fino a questo momento abbia taciuto sui licenziamenti alla Procura Generale e sul caso Chodorkovskij non è affatto un bene. E’ tuttavia possibile che Putin sia colpevole solo del fatto di essere stato indotto all’errore, di seguire l’opinione altrui. Come si suol dire: “lo zar è quasi buono, i boiardi quasi cattivi”

- Ci dica, da dove nasce uno sguardo così ottimistico sul paese?

Da cosa lo ricava? Al contrario, il mio sguardo, purtroppo, non è molto ottimistico. Mi appiglio a pochi elementi positivi, ma nel complesso temo per le sorti del paese. Prima non simpatizzavo molto per Putin, perché in generale non ho mai simpatizzato per quelli dell’apparato. Ma lui almeno ha effettivamente garantito una qualche stabilità

- Chi a vostro parere dovrebbe succedergli? In senso ideale...

Dostojevskij non è il caso. Lev Nikolaevič non è il caso. Pasternak non sarebbe male.

- Visto che siamo passati alla letteratura, mi dica, lei come il “nostro poeta” non si è mai lamentato di avere avuto la sfortuna “di nascere in Russia con un anima e del talento”?

La Russia è parte comunque della sfera terrestre, è una terra cristiana. A Puškin non gli è riuscito di svignarsela, a me invece, grazie a Dio, mi hanno messo alla porta … Sotto il potere sovietico potevo e non potevo uscire. Mi accusavano di essere al soldo dei servizi segreti occidentali, mi legavano in tutti i modi le mani. Ed infine mi hanno buttato fuori completamente dal paese. Per questo sono un cosmopolita. I bolscevichi a suo tempo hanno cacciato i filosofi russi ritenendo che non servissero a nessuno e che sarebbero crepati sotto i ponti. Allo stesso modo siamo stati esiliati anche noi. A me offrirono subito di insegnare all’università.

Avvilisce il fatto che l’Occidente abbia sempre voluto vedere la situazione della Russia in maniera catastrofica. E, fra l’altro, questa volontà è stata particolarmente forte tra i russi dell’emigrazione. Quando parlavo degli aspetti positivi della vita in Russia, mi facevano gesti con la mano come per dire che mi avevano comprato. Chi? Per quale piatto di minestra? In Occidente non vogliono stare a sentire quello che succede nel paese al di fuori del Cremlino. E di cose ne succedono molte indipendentemente dalla politica e dal potere.

- Perché la Russia non è mai stata tenera con gli scrittori?

I bolscevichi hanno gonfiato a dismisura il ruolo della letteratura. E ponendo divieti l’hanno resa più influente. Ma vivendo in Occidente ho capito che il più grande favore alla letteratura lo rende il governo che non vi pone attenzione. In America c’è questa espressione: “It’s just a book”. E sicuramente così deve essere. Il libro oggi influenza solo una cerchia molto ristretta di lettori e lo fa fondamentalmente da un punto di vista estetico. Allo scrittore non è più richiesto il titolo di maestro di pensiero.

- La dissidenza è un fenomeno eminentemente russo?

Penso semplicemente che da noi sia particolare. Con radici storiche profonde. Con molti paralleli col secolo precedente. Ci sono stati i seguaci degli “Anni sessanta” del XX secolo e ci sono stati i seguaci “Anni sessanta” del XIX secolo. Anche quest’ultimi sono stati perseguitati dal governo e anche loro hanno lottato contro di esso.

Dopotutto la rivoluzione non l’hanno fatta i marxisti. Ma gli arrabbiati, i romantici, i byroniani, che durante 40 anni, iniziando dall’assassinio di Alessandro II, hanno terrorizzato il governo.

- Come è riuscito nell’emigrazione a rimanere uno scrittore russo?

Nell’emigrazione ho scritto i miei migliori romanzi dei quali per qualche motivo si parla meno degli altri. Adesso sto per completare il mio ultimo romanzo “Terre rare”. E’ la storia di una società che si occupa dell’estrazione di sostanze rare. Come sempre il libro è realistico, ma con una metafora inaspettata.

- Previsioni per il futuro?

Quali previsioni … Tutto si volge in maniera inaspettata. Nessuno della mia generazione poteva immaginarsi il crollo del bolscevismo. L’unica cosa che era lecito sperare era che la politica acquistasse un po’ più di buonsenso e fosse più razionale. Tenendo conto della resistenza che c’era, chi poteva predire che sarebbe arrivato Gorbaciov e avrebbe osato toccare questa pluriennale piramide di merda pietrificata? Questo è stato il suo enorme merito.

Oggi un ritorno al passato è possibile solo in caso di un colpo di stato militare dalle proporzioni enormi. Noi viviamo ancora in una fase di dissoluzione dell’impero. E a causa degli scontri etnici questo processo può andare a finire fuori controllo. In uno scenario del genere potrebbe venir fuori un dittatore. Quindi provate ad immaginarvi il presidente che va via senza garantire normali elezioni, la verticale dei moderati che si spezza … Ma è meglio non immaginarselo.

20-11-2006

Ksenija Krochina

[traduzione di Alexandra Voitenko]

Joomla templates by a4joomla