Le ossessioni delle classi impiegatizie. Nella lettura travolgente dei racconti dello scrittore russo.

Stregati da Cechov. Appiccicati alla sedia, le parole dello scrittore russo sono risuonate alla Libereria “Circolo Pickwick” grazie all'interpretazione straordinaria e coinvolgente di Gianni Di Giacomo. Parole e contenuti niente affatto tranquillizzanti che sono riusciti a tenere sempre viva l'attenzione del pubblico.

In occasione del 150° anniversario della nascita del grande drammaturgo, l'Associazione Culturale “Messina-Russia” ha promosso una “Serata con Anton Cechov” che ha visto protagonisti oltre all'attore Di Giacomo della compagnia “Le Maschere”, Alexandra Voitenko dell'Università di Messina, che ha introdotto alla vita e all'opera dello scrittore e Marcello Brignone, che ha scelto foto e filmati d'epoca che hanno fatto da sfondo alla recitazione.

Cechov, conosciuto come grande drammaturgo, ha pagato lo scotto come narratore di “giungere” dopo i grandi romanzieri dell'Ottocento (Gogol', Dostoevskij. Tolstoj) e allo stesso tempo di non appartenere alle nuove correnti del Novecento. “Cechov è rimasto sempre quello che era – ha sottolineato la Voitenko - uno scrittore antiromantico, lucido, impietoso, ironico e satirico, capace di analisi della realtà profonde e oneste, eseguite con precisione chirurgica” D'altronde Cechov fu anche un medico.

Durante la serata abbiamo visto dei veri e propri schizzi della società dell'epoca, in particolare della classe impiegatizia, afflitta dalle sue ossessioni, dall'incapacità di trovare un posto e una dignità sociale, fino al ridicolo, fino al punto di perdersi e perire nel mare di piccolezze e bigotterie da essa stessa creato. Il racconto “La morte dell'impiegato” non è altro che questo: un suicidio che giunge alla fine di una incredibile (ma realmente accaduta) sequenza di scuse per uno starnuto i cui schizzi avevano raggiunto in teatro un suo superiore.

Di Giacomo non ha solo letto le opere in programma, ma le ha interpretate con tutto se stesso, da attore a 360 gradi sulla scena. Si prestava alla scena in particolare “Il Tabacco fa male”, un atto unico a se stante in forma di monologo. Argomento: la messa in scena di una conferenza sui danni del fumo. Di Giacomo ha avuto il merito di far sentire il pubblico “dentro” quella conferenza, che altro non è che la confessione di un uomo disperato, non certo a causa delle sigarette, ma di una infelicità profonda che trova improvvisamente sfogo davanti alla platea. Di forte impatto anche il brevissimo racconto “La gioia” e lo “Scherzetto”, accompagnato quest'ultimo dalle immagini di un cortometraggio degli anni '50 in cui si vede un giovanissimo Nikita Michalkov - il più noto all'estero fra gli attori e registi russi - interpretare il ruolo da protagonista nella riduzione cinematografica stesso racconto.

A fine serata, tra le reazioni del variegato pubblico da notare quella: “racconti a pennello per Messina”. Scelta voluta? Ma soprattutto la sensazione di essersi goduti un'ora di autentica letteratura, senza che la disperazione dei personaggi rappresentati rimanesse “disperazione”. Probabilmente grazie ad una sorta di processo di sublimazione indotto dalla sensibilità della penna dello scrittore e dalla recitazione dell'attore. Tra i commenti captati anche quello di uno degli spettatori più anziani della serata, che fa notare quanto era stato stampato nel programma; sono le parole di Sonia nel monologo finale dello “Zio Vanja”: “Vivremo. Vivremo una lunga, lunga fila di giorni, di lente serate: sopporteremo pazientemente le prove che il destino ci manderà; lavoreremo per gli altri, e adesso e nella vecchiaia, senza riposo, e… moriremo umilmente. Sentiremo gli angeli, vedremo il cielo che sfolgorerà di diamanti, vedremo tutto il male della terra e tutte le nostre sofferenze annegare nella misericordia che inonderà il mondo…e la nostra vita diventerà serena, tenera e dolce come una carezza… E noi riposeremo”.

Gabriele Gottardi

 

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