Centocinquant’anni fa, il 15 dicembre del 1859 nasceva nella cittadina di Bialystok, nel regno di Polonia, all'interno dell'Impero Russo, Lejzer Ludwik Zamenhof, inguaribile idealista che passerà alla storia per aver ideato e propugnato la lingua più pratica di questo mondo: l'Esperanto.

La lingua della comunicazione internazionale, almeno negli intenti di Zamenhof, la lingua di nessuno e di tutti. Facile da apprendere e da parlare, ma capace di svilupparsi e di esprimersi ai più alti livelli letterari, in grado di riprodurre qualsiasi capolavoro della letteratura mondiale, dalla Divina Commedia ai capolavori della letteratura russa dell'Ottocento. La lingua che perfino Lev Tolstoj riconobbe come strumento fondamentale per costruire una vera fratellanza universale.

Zamenhof, di famiglia ebreo polacca, parlava il russo ed amava il russo, la sua aspirazione era quella di diventare un grande scrittore in lingua russa. Ma fin da piccolo coltivò un altro sogno, quello di una lingua che fosse in grado di avvicinare di più gli uomini tra loro, che offrisse a tutti le stesse opportunità; per questo non poteva essere una lingua di un popolo specifico, doveva essere una lingua “altra”. Nuova ma non estranea, fondata su quelle già esistenti.

Il sogno si materializzerà nel 1887 con la pubblicazione del primo manuale della “Lingua Internazionale” rivolto ai parlanti il russo. Il primo di una lunga serie, che a catena usciranno nelle lingue più diverse. L'inizio di una diffusione che apparirà nei primi decenni travolgente. E sarà proprio la Russia a dare, all'inizio, l'impulso alla sua diffusione: quattro quinti degli abbonati di “La Esperantisto”, la prima rivista al mondo dei fautori della lingua di Zamnehof, saranno russi. E nonostante il colpo di mannaia della censura zarista, che nel 1895 ne vieterà la sua diffusione in Russia, l'Esperanto continuerà a trovare in tutto l'Impero sostenitori e ferventi propagandisti. Nel 1892, nascerà a San Pietroburgo il primo circolo ufficiale esperantista, la sua notizia arriverà fino a Yalta, dove Il’ja Ostrovskij, il medico di Cechov, inizierà con la figlia a studiarlo appassionandosene fino al punto da essere definito “il più attivo propagandista dell’Esperanto nel mondo”. Un esempio tra i tanti.

Sono gli albori di una storia, lunga e tormentata, di grandi successi e terribili persecuzioni. Per rimanere dentro i confini russi, Trockij benedisse l’Esperanto come la lingua della rivoluzione mondiale, ma Stalin la “maledì”, e il Grande Terrore della fine degli anni ‘30 fu tale anche per gli esperantisti sovietici. L'Esperanto si proponeva al mondo come la lingua della fratellanza e della pace universale. Niente di più destabilizzante in un'Europa che si è cibata dell'odio nazionalistico e razziale, ingoiandosi in due guerre mondiali decine e decine di milioni di suoi figli. L'esperantista fu oggetto di vera e proprio caccia all'uomo sotto Hitler, nella Yugoslavia degli ustascia, nella Spagna di Franco, nel Portogallo di Salazar.

Più sottile ma sostanzialmente più efficace si rivelata la guerra fattagli dalle grandi potenze linguistiche occidentali, prima la Francia, e poi l'Inghilterra e gli Stati Uniti. La supremazia linguistica di quest'ultime non poteva essere intaccata ed ogni tentativo a livello di grandi organismi internazionali di porre seriamente nel mondo il problema della democrazia linguistica è stato abilmente normalizzato con dichiarazioni di principio, che hanno riconosciuto all'Esperanto dignità e validità, e allo stesso tempo hanno lasciato che prima il francese e poi l'inglese occupassero silenziosamente tutti gli spazi.

L'Esperanto è stato sconfitto, ma rimane vivo nell'animo dei tanti, che sparsi in tutto il mondo ancora “ci credono”, lo parlano e ne condividono la testarda utopia. Anche in Russia.

 

Giuseppe Iannello

 

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