Si intitolerà “La religione del progresso e i falsi fondamenti dell'istruzione” il libro di prossima pubblicazione in Italia che conterrà il saggio di Lev Tolstoj di cui vi proponiamo in anteprima alcuni stralci. Uno dei numerosissimi interventi sulla società del suo tempo del grande scrittore russo di cui nel 2010 ricorrerà il centenario della morte. A dir la verità, la produzione saggistica di Tolstoj costituisce il 90 per cento di tutte le sue opere. Tolstoj romanziere è a tutti noto; Tolstoj critico radicale del suo tempo lo è molto di meno, quasi sconosciuto al grande pubblico. Eppure molto di quel 90 per cento ha una valenza che trascende il suo tempo e diventa pietra di paragone con la realtà di oggi. Il pensiero tolstojano è un pensiero scomodo, che ha la forza di mettere a nudo problematiche chiavi per il cosiddetto uomo moderno. L'idea di progresso e quella dell'istruzione sono due pilastri della civilizzazione che l'analisi di Lev Nikolaevič mina alle fondamenta.

G.I.

 

 

PROGRESSO E DEFINIZIONE DI ISTRUZIONE

(Risposta al sig. Markov, «Russkij vestnik», 1862, N° 5)

[Stralci di un articolo pubblicato da Lev Tolstoj nella rivista “Jasnaja Poljana” (n. 12, marzo 1863)]

 

[...] Il signor Markov ha assimilato a pieno la visione storicista; lui, come la maggior parte dei russi pensanti di questi tempi, possiede l’arte di appiccicare la concezione storicista ad ogni manifestazione della vita, sa dire in ogni occasione molto di dotto e intelligente, in senso storicista ovviamente, possiede completamente il calambour storicista. […]
Le persone con la visione storicista credono che il pensiero astratto, che amano chiamare in senso dispregiativo metafisica, sia sterile, quando non contrario alle condizioni storiche, cioè, dicendola più semplicemente, contrario alle convinzioni che vanno per la maggiore; credono che perfino il pensare sia inutile, visto che è stata scoperta la legge universale per la quale l’umanità procede in avanti anche senza bisogno di quelli che pensano diversamente dalla maggioranza. Questa legge immaginaria dell’umanità si chiama progresso. Tutta la ragione del nostro disaccordo col sig. Markov e del totale accantonamento dei nostri argomenti ai quali non si dà risposta, sta nel fatto che il sig. Markov crede nel progresso e io invece non ho questa credenza.

Ma in cosa consiste l’idea di progresso e la fede in esso? L’idea base del progresso e la sua espressione sono: « L’umanità muta continuamente, supera il passato, mantenendo di esso le opere intraprese e i ricordi». [...] Complessivamente in senso traslato noi diciamo che l’umanità si muove in avanti. Questo stato delle cose, sebbene non espresso chiaramente, è fuori di dubbio. Ma a questo indubbio stato delle cose i credenti nel progresso e nello sviluppo storico aggiungono un altro elemento non dimostrabile e cioè che l’umanità nelle epoche precedenti abbia goduto di meno benessere e che questo sia sempre minore più ci si inoltri nel passato e, viceversa, sempre maggiore quanto più si vada avanti. Da ciò ne deriva che per una agire fruttuoso occorra agire soltanto in rapporto alle condizioni storiche e che ogni azione, secondo la legge del progresso, conduca di per sé ad un miglioramento del benessere comune e che quindi tutti i tentativi di fermare o contrastare il movimento della storia siano inutili. Tale conclusione è illegittima perché il secondo elemento, quello sul continuo migliorarsi dell’umanità sulla strada del progresso, non è per nulla dimostrato e risulta ingiusto.

Da tempi immemorabili l’umanità intera é percorsa – dice lo storico fedele del progresso – da un processo, quello del progresso, e per dimostrarlo si confronta, ad esempio, l’Inghilterra del 1685 con l’Inghilterra dei nostri giorni. Ma anche se fosse possibile dimostrarlo – mettendo a confronto la Russia, la Francia e l’Italia di oggi con quella di Roma antica, della Grecia o di Cartagine – che il benessere dei popoli recenti sia superiore a quello degli antichi, continuerei a rimanere stupito e a non capire una cosa: si trae una legge universale, valida per tutta l’umanità, da un confronto fra passato e presente, fatto su una piccola parte dell’umanità, l’Europa. Il progresso – dicono – è legge comune a tutta l’umanità, ad eccezione dell’Asia, dell’Africa, dell’America e dell’Australia, cioè ad eccezione di due miliardi di persone. Abbiamo constato la legge del progresso nel ducato di Hohenzollern-Sigmaringen dove vivono tremila persone. Sappiamo anche che la Cina, con i suoi duecento milioni di abitanti, smentisce tutta la nostra teoria del progresso e noi, neanche per un attimo, dubitiamo che il progresso sia legge comune a tutta l’umanità e che noi, fedeli del progresso, siamo nel giusto e che i non credenti in esso siano colpevoli, e per questo andiamo dai cinesi con cannonii e fucili ad inculcargli l’idea di progresso. Il buon senso mi dice che se la gran parte dell’umanità, quella che identifichiamo con l’Oriente, non conferma la legge del progresso, ma al contrario la smentisce, allora quella legge non vige per tutta l’umanità, ma vige solo come credenza di una parte dell’umanità a noi nota. Io, come tutte le persone libere dalla superstizione del progresso, vedo soltanto che l’umanità “vive”, che i ricordi del tempo passato ora si accumulano, ora scompaiono; che le opere del passato spesso servono da base per nuove opere del presente, spesso costituiscono un ostacolo per esse; vedo che il benessere della gente aumenta in un posto, per un determinato strato sociale e in un determinato senso, mentre altrove diminuisce; vedo che, se anche lo desiderassi, non riuscirei a trovare nessuna legge universale nella vita dell’umanità. “Leggere” la storia con l’idea del progresso è egualmente superficiale che leggerla con l’idea del regresso o di qualunque altra volete fantasia storicista. Dirò di più: non vedo alcuna necessità di trovare leggi universali, ancora prima di dire se questo sia possibile. La legge universale ed eterna è scritta nell’anima di ogni uomo. La legge del progresso, o della perfezione, è scritta nell’anima di ogni uomo e soltanto per errore la si può trasferire nella storia. Finché riferita alla persona, questa legge è produttiva e accessibile a tutti, quando la si trasferisce nella storia diventa chiacchiera inutile e vuota, che conduce a giustificare qualunque no-sense e fatalismo. Il progresso è complessivamente, per tutta l’umanità, un fatto non dimostrato e per tutti i popoli orientali inesistente; il dire perciò che il progresso è una legge dell’umanità è privo di fondamento quanto il dire che tutti sono biondi ad eccezione di quelli con i capelli neri.

I fratelli Lev e Nikolaj Tolstoj (1850 ca.) Tuttavia probabilmente non abbiamo ancora definito il progresso così come molti lo capiscono. Ci sforzeremo quindi di darne la definizione più comune e ragionevole. Il progresso è probabilmente una legge svelata solo ai popoli europei, ma così importante da dover assoggettare ad essa tutta l’umanità. In questo senso il progresso è la strada percorsa da una parte nota dell’umanità e che è riconosciuta da questa parte come via al suo benessere. Nello stesso senso Buckle comprende il progresso della civilizzazione dei popoli europei, includendo in questa idea generale di progresso, il progresso sociale, economico, delle scienze, delle arti, dei mestieri e in particolare le invenzioni della polvere da sparo, della stampa e dei mezzi di trasporto. Una tale definizione di progresso è chiara e comprensibile: ma suscita senza volerlo delle domande. 1) Chi ha stabilito che questo progresso conduce al benessere? Per crederlo mi occorre che lo riconoscano non persone particolari appartenenti ad una classe esclusiva – storici, pensatori e giornalisti – ma che tutta la massa del popolo, soggetta all’azione del progresso, riconosca che il progresso conduce al proprio benessere. In ciò scorgiamo una contraddizione permanente. 2) La seconda domanda è: cosa riconoscere come benessere? Il miglioramento dei mezzi di trasporto, la diffusione dei libri stampati, l’illuminazione a gas delle strade, le case di ricovero per i poveri, i bordelli e via di seguito? Oppure la primordiale ricchezza della natura, le foreste, la selvaggina, il pesce, uno sviluppo fisico forte, la purezza dei costumi etc.? L’umanità vive contemporaneamente una tale molteplicità di aspetti nella sua vita quotidiana, che determinare il grado di benessere in una determinata epoca e attribuirlo all'uomo è impossibile. Un uomo vede soltanto il progresso dell’arte, un altro il progresso della virtù, un terzo il progresso delle comodità materiali, un quarto quello della forza fisica, un quinto quello dell’organizzazione sociale, un sesto quello delle scienze, un settimo quello dell’amore, dell’uguaglianza e della libertà, un ottavo quello dell’illuminazione a gas e delle macchine per cucire. Anche colui che si rapportasse indifferentemente nei confronti di tutti gli aspetti della vita, troverà sempre che il progresso di un aspetto soltanto fa sempre comunella con il regresso di un altro aspetto della vita umana. Gli uomini politici più coscienziosi, che credono nel progresso dell’uguaglianza e della libertà, forse non si sono convinti e non si convincono ogni giorno di più che nella Grecia antica e a Roma ci sia stata più libertà e eguaglianza che nella moderna Inghilterra con le sue guerre cinesi e indiane, o nella Francia moderna con i suoi due Bonaparte o nella stessa America moderna con la sua furiosa guerra per il diritto alla schiavitù? I più coscienziosi credenti nel progresso dell’arte, non si sono forse convinti che ai nostri giorni non c’è un Fidia, un Raffaello, un Omero? Gli economisti progressisti e più svegli non si sono forse convinti che è necessario vietare al popolo operaio di fare figli per poter nutrire la popolazione esistente? E così, rispondendo alle domande da me poste, io dico che riconoscere che il progresso porta al benessere, lo si può fare solo: 1) quando tutto il popolo, sottoposto all’azione del progresso, riconoscerà questa azione come buona e utile e che invece oggi, come nel passato, i 9/10 della popolazione, il cosiddetto popolo semplice ed operaio, continua a dimostrare ostilità; 2) quando sarà dimostrato che il progresso conduce al perfezionamento di tutti gli aspetti della vita umana o che tutte le conseguenze della sua influenza prese insieme prevarranno per la loro bontà e utilità su quelle cattive e dannose. Il popolo, cioè la massa del popolo, i 9/10 dell’intera popolazione dimostra una costante avversione nei confronti del progresso e continua non soltanto a non riconoscerne l’utilità, ma praticamente e coscientemente ne constata il danno.

[...]

Soltanto una piccola parte della società crede nel progresso, lo predica e si sforza di dimostrarne i benefici. L’altra grande parte della società lo contrasta e non crede ai suoi benefici. Da ciò io ne traggo la conclusione che il progresso è un bene per questa piccola parte della società e invece un male per quella grande. Traggo questa conclusione perché tutti, coscientemente o non coscientemente, tendono al bene oppure si allontanano, che è la stessa cosa, dal male. Fatta questa conclusione, le do credito supportandola con i fatti. Chi è questa piccola parte che crede nel progresso? È quella cosiddetta società istruita, quelle classi non occupate, secondo l’espressione di Buckle. Chi è quella grande parte che non crede nel progresso? È il cosiddetto popolo, le classi occupate. Gli interessi della società e del popolo appaiono sempre contrastanti. Ciò che è più vantaggioso all’uno, lo è meno all’altro. Nella questione del progresso la mia posizione si conferma e ne derivo che il progresso più è vantaggioso per la società, meno lo è per il popolo. A conferma del mio pensiero, involontariamente mi si presenta alla mente il parallelo tra credenti nel progresso e credenti cattolici. Il clero credeva sinceramente e con particolare sincerità, perché questa fede gli era di vantaggio; per lo stesso motivo la inculcava con tutti i mezzi nel popolo che ci credeva di meno perché gli era meno vantaggiosa. Lo stesso accade con i credenti nel progresso.

I credenti nel progresso credono sinceramente perché una tal fede gli è conveniente e per questo la diffondono in maniera esasperata e con accanimento. Mi viene istintivamente in mente la guerra di Cina, con la quale tre grandi potenze del tutto sinceramente e ingenuamente hanno portato in quel paese la fede nel progresso, servendosi di polvere da sparo e pallottole.

Forse mi sbaglio?
[...]

Tolstoj con la famiglia a jasnaja PoljanaLa stampa è un altro dei temi preferiti e battuti dai progressisti. La sua diffusione e di conseguenza l’alfabetizzazione si sono sempre considerate, senza alcun dubbio, un bene per tutto il popolo. Perché? La stampa, l’alfabetizzazione e tutto quello che noi chiamiamo istruzione costituiscono i cardini superstiziosi della religione del progresso ed è per questo che chiedo al lettore di rinnegare convinti qualunque fede e chiedersi con tutta sincerità: perché le cose stanno così, perché quell’istruzione che noi, minoranza, riteniamo per noi un bene, e conseguentemente quella stampa e quella alfabetizzazione che noi vorremmo diffondere, perché tutto questo dovrebbe essere un bene anche per la maggioranza, per il popolo? […]
Ho già parlato delle esperienze da me fatte nel fare assimilare la nostra letteratura di società al popolo. Io mi sono convinto di quanto ciascuno si può convincere e cioè che per fare amare all’uomo del popolo la lettura del Boris Godunov di Puškin o la storia di Solovёv occorre che questi smetta di essere quello che è e cioè un uomo indipendente, appagato in tutte le sue necessità umane. La nostra letteratura non attecchisce e non attecchirà nel popolo – spero che chi conosce il popolo e la letteratura non abbia dubbio su questo. Quale sarebbe questo bene che il popolo riceve dalla letteratura? Di Bibbie e calendari ecclesiastici a poco prezzo fino a questo momento non ce ne sono e gli altri libri che gli capitano fra le mani, non fanno altro che smascherare davanti agli occhi del popolo la stupidità e la meschinità di chi li compone; si spendono soldi e lavoro, ma vantaggi dalla stampa per il popolo – quanto tempo è già passato – non ne vediamo minimamente. A faticare, a fare il kvas, ad intrecciare i lapti, a tagliare legna, a cantare canzoni e perfino a pregare, il popolo non lo apprende e non lo apprenderà dai libri. Qualunque giudice coscienzioso, non ossessionato dalla fede nel progresso, riconoscerà che il popolo non ha tratto alcun vantaggio dalla stampa. Gli svantaggi invece sono evidenti. Dal’, osservatore coscienzioso, ha pubblicato le sue osservazioni sull’influenza dell’alfabetizzazione sul popolo ed ha dichiarato che essa lo corrompe. Sull’osservatore sono piovute le grida e i rimproveri furiosi di tutti i fedeli del progresso; questi ultimi hanno infatti stabilito che l’alfabetizzazione fosse un male quando rimanesse un’eccezione e che il danno si sarebbe eliminato quando essa fosse diventata regola comune. Teoria, probabilmente, acuta in se stessa, ma solo teoria. I fatti, invece, rimangono fatti e confermano le osservazioni del sottoscritto e di tutte quelle persone che hanno in qualche maniera legami diretti col popolo: mercanti, borghesi, preti e contadini stessi. Ma si dirà, probabilmente che, pur riconoscendo giuste le mie conclusioni, se il progresso della stampa non ha portato benefici diretti al popolo, ha tuttavia contribuito al suo benessere, levigando le usanze sociali; si dirà ad esempio che la risoluzione del problema della servitù della gleba è frutto soltanto del progresso della stampa. A ciò risponderò che questo beneficio delle usanze sociali è tutto da dimostrare e che personalmente non vedo e non ritengo necessario credere sulla parola. Non trovo ad esempio che i rapporti tra industriale e operaio siano più umani di quelli fra possidente e servo della gleba. Ma questo è un punto di vista personale che non può essere dimostrato. La cosa principale invece che ho da dire contro questa tesi è che prendendo ad esempio la liberazione della servitù della gleba, non vedo come la stampa abbia potuto contribuire alla sua progressiva soluzione. Se il governo non avesse pronunciato la sua parola definitiva, la stampa avrebbe trattato la questione in maniera totalmente diversa. La gran parte degli organi di informazione avrebbe preteso la liberazione senza la terra e avrebbe portato a tal fine argomenti egualmente ragionevoli, acuti e sarcastici. Vorrei chiedere perché il processo di liberazione dei contadini si sia fermato all’Editto del 19 febbraio, che non è chiaro ancora se abbia migliorato o peggiorato la vita quotidiana dei contadini, privandoli dei diritti di pascolo e di utilizzo dei boschi, imponendo loro nuovi obblighi che non sono in grado di adempiere. Vorrei chiedere perché il progresso della stampa si sia fermato all’Editto del 19 febbraio. A tutti è risaputo che l’equa distribuzione della terra tra tutti i cittadini è un bene del quale non si può dubitare. Eppure perché nessuno, ad eccezione di persone che per questo vengono ritenute matte, non parla della divisione delle terre? Non c’è niente di assurdo in ciò e la stampa, proprio in nome del progresso, dovrebbe spiegare la necessità di tale spartizione; e invece non c’è nessuno, né in Russia, né in Inghilterra, né in tutta l’Europa, che pubblichi qualcosa a riguardo. La ragione di tale fenomeno è per me completamente chiara. Il progresso della stampa, come quello del telegrafo, è monopolio di una data classe sociale, è a vantaggio soltanto degli appartenenti a questa classe che per progresso intendono il loro vantaggio personale, le cui conseguenze vanno sempre a discapito del popolo. Mi fa piacere leggere i giornali della domenica e anch’io mi interesso ad Ottone, il sovrano greco. Mi fa piacere scrivere o pubblicare un articolo e ricevere per questo soldi e notorietà. Mi fa piacere ricevere per telegrafo notizie sulla salute di mia sorella e sapere con certezza che prezzi dovrò aspettarmi per il frumento. Nell’uno e nell’altro caso non c’è niente di riprovevole nel piacere che provo facendo ciò e nel desiderio che tali comodità aumentino; ma è completamente sbagliato pensare che i miei piaceri corrispondano ad un aumento di benessere per tutta l’umanità. Pensare ciò non è giusto, come il pensare che l’appaltatore di imposte o il possidente, guadagnando senza fatiche grandi somme, rendano felice l’umanità per il solo fatto che incoraggiano l’arte e con il loro lusso danno lavoro a molti. Voglio far notare al lettore che Omero, Socrate, Aristotele, le favole e le canzoni tedesche, l’epos russa e anche la Bibbia e il Vangelo non hanno avuto bisogno della stampa per rimanere eterni.

[….]

In ogni fenomeno dell’istruzione, noi scorgiamo due soggetti: colui che istruisce e colui che viene istruito, l’educatore e l’educato. Per studiare il fenomeno istruzione, così come noi lo comprendiamo, e per trovare una definizione e un criterio, ci è necessario studiare l’una e l’altra componente e trovare la causa che le mette insieme in unico fenomeno, chiamato istruzione o educazione. Analizziamo dapprima l’agire di colui che viene istruito e le sue ragioni. L’agire di colui che viene istruito, in qualunque modo, ovunque e qualunque cosa studi (perfino se fosse il solo a leggere i libri), consiste nel far propri il modo, la forma e il contenuto del pensiero di quell’uomo o di quelle persone che lui ritiene sappiano più di lui. Quanto prima eguaglia le conoscenze dei suoi formatori, tanto prima considererà i suoi formatori non superiori a lui per conoscenze – l’istruzione in questo modo, dal lato dell’istruendo, avrà naturalmente fine e non ci potrà essere niente che lo induca a continuare. Un uomo non può continuare a studiare da un altro, quando questi che insegna ne sa quanto quello che studia. L’insegnante di aritmetica che sconosce l’algebra, interrompe per forza di cose il suo insegnamento di aritmetica appena l’allievo avrà pienamente acquisito le quattro operazioni. Dovrebbe essere superfluo dimostrare che appena le conoscenze del maestro e dell’allievo si eguagliano, l’azione dello studio, dell’educazione nel senso comune di istruzione, viene inevitabilmente interrotta e ha inizio una nuova azione che consiste: o nel fatto che il maestro dischiude all’allievo nuove prospettive di conoscenze, da lui possedute ma ignote all’allievo, in questo o in quell’altro campo del sapere – e anche in questo caso il processo d’istruzione continuerà fino a quando l’allievo non avrà eguagliato il maestro; oppure l’allievo, una volta raggiunto il maestro nella conoscenza dell’aritmetica, abbandonerà il maestro e si prenderà un libro per lo studio dell’algebra. In questo caso il libro o l’autore del libro rappresenta il nuovo maestro e il processo formativo continuerà fino a quando l’allievo non avrà eguagliato il libro o il suo autore. E di nuovo il processo formativo si interromperà immediatamente dopo il raggiungimento della parità delle conoscenze. Dimostrare questa verità, accertabile in tutti i possibili scenari dell’istruzione, sembrerebbe superfluo. Lev TolstojDa queste osservazioni e considerazioni noi ne traiamo la conclusione che il processo formativo, analizzato solo dal lato dell’istruendo, ha come fondamento l’obiettivo del raggiungimento, da parte di chi viene istruito, della parità nelle conoscenze con chi istruisce. Questa verità si dimostra con la semplice osservazione che appena la parità è raggiunta, immediatamente e inevitabilmente si interrompe lo stesso processo formativo; e si dimostra ancora con un’altra, più semplice osservazione: che in ogni processo(?) tale raggiungimento della parità è visibile in un grado maggiore o minore. Una buona o cattiva istruzione, sempre e ovunque, in tutto il genere umano, si misura soltanto dalla velocità con cui si raggiunge la parità tra insegnante e studente: più si andrà a rilento, peggio sarà, più velocemente si procederà, meglio sarà. Questa verità semplice ed evidente non ha bisogno di dimostrazioni. Bisogna invece dimostrare perché questa semplice verità non venga in mente, non venga formulata da nessuno e quando ciò accade incontri un’opposizione esasperata. Le cause di ciò sono le seguenti: oltre il fondamento principale dell’istruzione, derivante dalla stessa sostanza dell’istruire – l’aspirazione alla parità nelle conoscenze - nella società sono emerse altre ragioni che spingono all’istruzione. Queste ragioni appaiono talmente pressanti che i pedagoghi tengono soltanto queste in considerazione, tralasciando il fondamento principale. Analizzando ora soltanto l’agire di colui che viene istruito, troveremo molti apparenti fondamenti, ad eccezione di quello sostanziale che abbiamo esposto. L’impossibilità di ammettere questi fondamenti è facilmente dimostrabile. Falsi, ma considerevoli, questi fondamenti sono i seguenti: il primo e il più diffuso è che il bambino studia per non essere punito. Il secondo: il bambino studia per essere premiato. Il terzo: il bambino studia per essere migliore degli altri. Il quarto: il bambino o il giovane studia per acquisire una posizione di vantaggio nel mondo. Questi fondamenti, riconosciuti da tutti, possono essere ripartiti in tre categorie principali: 1) lo studio fondato sull’obbedienza, 2) lo studio fondato sull’amor proprio, 3) lo studio fondato sui vantaggi materiali e l’ambizione. E in verità sulla base di queste tre categorie si sono costruite e si costruiscono le diverse scuole pedagogiche. Quelle protestanti, fondate sull’obbedienza, quelle cattoliche gesuitiche sulla competizione e l’amor proprio; le nostre, russe sui vantaggi materiali, i privilegi e l’ambizione.

L’infondatezza di queste ragioni motivanti è evidente. Il primo luogo per la generale insoddisfazione di tutti per le istituzioni esistenti fondate su tali principi. In secondo luogo per il motivo che ho esposto decine di volte e continuerò ad esporre fino a quando non mi daranno una risposta a proposito, e cioè che su questi fondamenti (l’obbedienza, l’amor proprio e i vantaggi materiali) non può sussistere un comune criterio pedagogico, sia il teologo che il naturalista infatti ritengono, entrambi, le loro scuole impeccabili e niente affatto nocive. In terzo luogo, infine, perché accettando come fondamento dell’agire di colui che viene istruito l’obbedienza, l’amor proprio e i vantaggi materiali, diventa impossibile una definizione di istruzione. Ammettendo l’eguaglianza della conoscenza come scopo dell’agire dell’istruito, noto che con il raggiungimento dello scopo, ha termine l’agire stesso; invece ammettendo come fine l’obbedienza, l’amor proprio e i vantaggi materiali, noto al contrario che per quanto l’istruito possa diventare obbediente, per quanto possa superare tutti gli altri per i suoi meriti, per quanto possa raggiungere vantaggi materiali e diritti civili il suo fine non è affatto raggiunto e il processo d'istruzione non ha termine. Vedo in realtà che il fine dell’istruzione, accettando questi falsi fondamenti, non si raggiunge mai, non si acquisisce cioè la parità delle conoscenze, ma la dipendenza dall’istruzione, l’abitudine all’obbedienza, un istigato amor proprio e vantaggi materiali. La proposizione di questi falsi fondamenti mi spiega tutti gli errori della pedagogia e la non corrispondenza che ne scaturisce tra i risultati del processo formativo e quanto dalla persona generalmente si esige.

Esaminiamo adesso l’agire di colui che istruisce [...]

 

© traduzione di Giuseppe Iannello

 

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