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Un eremita legge per Russianecho il film di Pavel Lungin

Saggio breve di Padre Alessio

 

Premessa

a cura di Giuseppe Iannello

Un capolavoro assoluto della cinematografia russa e mondiale – è stato definito. E non a torto. Non è un caso che non sia arrivato nella sale cinematografiche. Chi l’ha visto, non l’ha visto al cinema, almeno in Italia. “L’isola”, il film di Pavel Lunghin, fa un'apparizione fugace alla conclusione del Festival del Cinema di Venezia nel 2006 e poi sparisce, nessuna distribuzione, neanche nelle nicchie delle sale d’essai
In Russia invece ottiene un successo che supera le aspettative. Tutti ne parlano. Diventa un caso nazionale. Eppure l’argomento non è dei più commerciali. Non lo è affatto. Al centro dell’opera un monaco che cerca disperatamente redenzione per una colpa non perdonabile.

Un monaco “folle” nel suo amore per Cristo, un monaco che chi gli sta attorno non comprende, biasima e ammira ad un tempo. Opera miracoli nell’austerità più assoluta, smaschera le ipocrisie delle buone norme, di tutto quello che chiamiamo “buon senso”… Il tutto in un ambiente ai confini del mondo “civilizzato”, in un isoletta sperduta del Mar Bianco. Nessun riflettore su di lui. Solo ghiacci, distese infinite di ghiacci.
Come può tutto questo costituire un’attrazione per lo spettatore di una capitale come Mosca, metropoli come altre dove tutto ti puoi concedere, qualsiasi piacere, dove tutto puoi comprare, dove tutto puoi vedere e sentire …? Cinquanta, cinquanta e più sono le sale cinematografiche che hanno proiettato nella capitale della Russia “L’isola”. Il film di Lounguine è un film sull’uomo, non è un film “religioso”, edificante. Non nasce negli ambienti vicini alla chiesa ortodossa. Ma trova l’accoglienza entusiastica di buona parte di essa; fino al punto di essere mostrato anche nei seminari, quasi a dire: ecco il vostro modello.

Noi l’abbiamo visto nella nostra città, Messina, con ortodossi e cattolici, luterani e valdesi, con credenti e non credenti, agnostici e uomini dalla fede provata, con mussulmani, con anarchici, con anziani, adulti e giovani, molto giovani, gli studenti di una classe di un istituto superiore. Tutti hanno “reagito”, non sono rimasti indifferenti, tutti si sono sentiti interrogati, sono stati investiti dalla domanda di senso che prorompe dall’opera, che distrugge e rigenera. Una vera “tragedia” che nello spettatore, che si fa coinvolgere, è capace di produrre una catarsi dell’anima: c’è un prima e un dopo il film, e dopo non si è più gli stessi.
Tra i nostri compagni di “esperienza” c’è stato anche Padre Alessio, jeromonaco che ha il suo “paradiso” in un eremo non lontano dalla città. Da esso si allontana per prendersi cura delle piccole comunità ortodosse dei dintorni. Alessio, interpellato da coloro che avevano visto il film con lui, non si è fatto “pregare” e da uomo dello Spirito ha letto quelle immagini agli occhi del Vangelo, della Parola con cui ogni giorno si confronta. Gli abbiamo chiesto di mettere per iscritto le sue considerazioni. Questo quello che è venuto fuori: sette pagine dattiloscritte prorompenti di sensazioni e di richiami biblici ininterrotti. Dove i rotoli di celluloide si confondono con quelli sacri, dove non c’è più confine tra realtà spirituale e realtà terrena, perché questa è stata trasformata, trasfigurata. Da un film.

 

Giuseppe Iannello


Messina, maggio 2009

 


"Come la terra al naufrago…" (Omero, Odissea, Libro V).

Immagine espressiva e riassuntiva della vicenda umana che tutti ci accomuna, icasticamente espressa, riprodotta, formulata nella esemplare fiction cinematografica, creata dal bravo regista Pavel Lungin, magistralmente interpretata dall'espressivo Piotr Mamanov La parabola racconta il nostro eroe, istericamente trionfante sul barcone carico di carbone, maledicente i nemici odiati, i cattivi per antonomasia, i militari nazisti che sembrano ritirarsi, la­sciandolo incolume, al modico prezzo della sua distruzione morale, avendolo costretto ad uccidere il suo compagno comandante indifeso, dignitosamente sprezzante il pericolo e capace di tener testa alla bestiale brutalità degli avversari. Ignaro della trappola mortale tesagli dai soldati nemici, salta in aria con tutto il barcone. Fine della storia, sembrerebbe…
E, invece, inizio della vita, della sconcertante vicenda personale predisposta, per lui, dalla Provvidenza.

 

Naufragio ed approdo.

Ritrovato, sbattuto dalle onde del mare su di una spiaggia de­serta, di una isola solitaria, novella Ogigia, sperduta ai confini del mondo: non dell'altro, ma di questo. Dove lo soccorrono strani "angeli" in carne. Secondo il modello ascetico di vita cristiana che la Chiesa ortodossa, fedele all'insegnamento dei Padri, ripro­pone ai suoi fedeli, nel singolare e collettivo tentativo quotidiano di una faticosa, quanto benefica, mimesi di quel supremo arche­tipo di perenne immortale bellezza che esprime l’infinita tenerez­za, l'amorevole comprensione di quella fragile, debole, complessa realtà umana di cui tutti facciamo interiore esperienza. Gli "an­geli" monaci soccorrono un povero marinaio, naufrago, miracolato dal "destino". Veri "pescatori di uomini" del Vangelo di Cristo, si rivelano i pochi monaci, semplici religiosi, raccolti in un mi­nuscolo monastero russo, sorgente da una minuscola isoletta appe­na emergente dalle acque del mare.

Che può fare in un monastero un ex marinaio, fuochista inesperto, involontario assassino del suo indifeso (e mai più dimenticato) compagno comandante? Tormentato dal rimorso per il suo omicidio, che brucia nel suo cuore come la caldaia che un tempo alimentava di carbone, che incendia il suo intimo tormento, senza più alcu­na speranza?

Può… coltivare la segreta speranza nel perdono di Cristo!
Può sperare che, un giorno, il suo ex comandante lo perdoni e gli dica: "Vai in pace". Può nutrire l’intima speranza che, un giorno, possa riabbracciarlo sorridente e riconciliato? Può… fare il fuochista (questo sì) della sua nuova nave, l'isola gal­leggiante sul mare gelido del Nord; può ubbidire al suo nuovo co­mandante, badando alla caldaia che alimenta il sistema di riscal­damento che intiepidisce le celle dei nuovi "compagni" di viag­gio, che navigano a vista nella morsa del gelo polare…

Qui, fa una nuova esperienza di vita, sperimenta un singolare paradosso: alimentando un fuoco materiale tenta di spegnere un altro "fuoco" che, pure, non pare attenuare le sue vampe interio­ri nemmeno quando cammina, affondando nella neve, soffiando geli­da la tramontana, immergendosi, sino alla cintola, nel mare glaciale…

 

 

 


Il fuoco della colpa.

Per un credente come lui, non c'è acqua, fiume, lago, mare capace di spegnere le fiamme dell'inferno; se non con le la­crime, di dolore, che copiose gli scendono dagli occhi, rigan­dogli il viso, deplorando amaramente la sua colpa, come l'apo­stolo Pietro (Mt. 26,75).

"Con le mie lacrime vorrei cancellare
il lungo elenco del mio molto peccare…
Ma mi fa guerra, mi gioca il nemico!
O Tu che, degli uomini, sei vero Amico, prima ch'io mi perda, ti prego di salvarmi
e il tuo grande perdono di donarmi". (Modo IV, Apostica a.l Vespro).

Ripetendo questo, e simili, tropari "catanittici" in cui ci si imbatte continuamente nella lunga liturgia della Chiesa, me­morizzando, secondo l'uso monastico, i salmi davidici che nutrono la giornata del religioso, sottomettendosi all'obbedienza che gli impone e lo invita a garantire il riscaldamento degli edifi­ci monastici, impegnandosi nella quotidiana fatica di picconare la pietra di carbon fossile, caricandola nella sua sgangherata carriola, percorrendo, avanti e indietro, mane e sera, le preca­rie impalcature lignee che collegano la carbonaia alla distante caldaia, buia, fumosa, fuligginosa, soffocante che costituisce, così, la sua cella monastica, ove esercitarsi nell'agone ascetico, dove anche dorme (sul carbone ammassato), prega (davanti ad una piccola, splendida icona di Cristo Salvatore, suo unico te­soro), sorveglia l'andamento del fuoco che arde,e ... si tormenta, insonne, nel rimorso.

 

 

 


Preghiera e miracoli.


Ma in questo quotidiano inferno cui si è condannato per espiare la sua colpa, condannandosi ai lavori forzati di "carriolaio" in eterno, qualcosa incomincia a succedere di imprevisto e im­prevedibile: misteriosamente, succede l'inspiegabile, neppure lui sa darsene una spiegazione logica, plausibile. Eppure qual­cosa succede ed è ormai evidente a tutti; e si viene a conoscere anche lontano, fuori dai limiti angusti del monastero, nel mondo, tra la gente distratta, nell'ambiente profano del nostro tempo.
I più infastiditi dell'incredibile constatazione sono gli stessi monaci: le preghiere dell'ex marinaio, omicida pentito e peni­tente, converso, riverito batjuška cercato dai rari pellegrini che giungono fin qui, funzionano, operano guarigioni, fanno mi­racoli! Come tutte le notizie incontrollate e incontrollabili,le chiacchiere, i pettegolezzi, racconti più o meno veri, il passaparola dilaga, anche in una società organizzata e controllata del socialismo reale… e una lunga fila, ormai, di persone che, prima timidamente, ora decisa e determinata ad aspettare giorni interi, pur di farsi ricevere ed ascoltare dal taumatur­go staretz, piantona la sua porta, stancandosi, congelandosi, assopendosi, protestando affettuosamente per le lungaggini del "santo"… Ma non se ne vanno. Aspettano, ognuno, la sua grazia per le preghiere del nostro iurodivi, che "Dorme!" lo scusa il finto discepolo del molto reverendo Padre; oppure, non ha tempo, o che compie gesti simbolici, molto chiari e significativi per l'interessato, che viene coperto di insulti, lavato di improperi che smascherano la sua ipocrisia, rivelando, così, il dono profetico e dioratico (conoscitore dei cuori e degli intimi pen­sieri dei suoi peni- tenti). Così, con la povera ragazza "costretta" ad abortire dall'ambiente sociale (perché "chi se la prende in moglie una ragazza con un bambino?!") e implora il perdono divino per l'infanticidio commesso, e a cui profetizza un futu­ro di mamma felice.

E come dire la scomoda verità alla povera vedova, sconsolata per aver perduto in guerra l'amato marito; e che lei ama ancora (e sogna) dopo molti anni: per lui vorrebbe far dire delle pre­ghiere, in suffragio della sua anima ( e perciò lei lascia al reverendo padre dei doni in natura; salvo, poi, non avere il coraggio di vendere la mucca e il maiale, per andare a trovare il marito che è ancora in vita ma sofferente, in Francia “un paese capitalista" - orrore!); “Ese ne andò via, triste" (Mt.19,23).

E alla brava mamma affettuosa, che porta il suo tesorino, che zoppica -nonostante varie operazioni e numerose visite- ed è co­stretto a portare le stampelle. Ma la preghiera elevata, con fervore, dai tre, davanti alla icona di Cristo, nella povera cella­caldaia: le lacrime di dolore di una mamma, i balbettii del bambino sofferente, la vergognosa implorazione del nostro monaco penitente, ottengono la sospirata grazia, il miracolo della gua­rigione. Commozione generale. "Allora, tante grazie e arriveder­ci!" saluta radiosa la mamma felice, affidabile operaia di una industria di Stato, cittadina esemplare, orgoglio nazionale, che non può mancare al lavoro… "Come potete andarvene via, così - ­esplode il batjuška con profetico sdegno - senza nemmeno ringra­ziare il Signore, in modo degno, come insegna la Santa Chiesa, ricevendo degnamente i santi Sacramenti, dedicandogli tutto il tempo necessario?! Che ingratitudine! Che egoismo! Che vergogna! Che schifo fate…”.

 

 


Confratelli scandalizzati.

Questi, i laici, i fedeli, i pellegrini devoti. E i monaci? E i preti? Ce n'è anche per loro: deve dare una lezione al confratello, monaco prefettino, preciso ispettore dei confratelli, pronto a coglierli in fallo! Conosci­tore della Sacra Scrittura, studioso di teologia, reverendissimo archimandrita, spiando i fratelli stila il lungo elenco delle molte colpe altrui, riferendone al superiore, denunciandoli con la mano sul cuore, perché suo obbligo morale, dovere di coscienza…

Cosa mai combina, di grave, il nostro marinaio ex fuochista,ora fuochista converso, monaco taumaturgo, sempre in lacrime per il rimorso dell'omicidio commesso?
Un lungo elenco scritto (!) di colpe, gravi in un monastero: non si lava, porta la tunica sporca, viene in ritardo alla preghiera comune, si volta di qua e di là, stona nel canto, prega e vive per conto suo, vaga per l'isola, canta a squarciagola, parla e si intrattiene con la gente, beve il tè "con lo zucche­ro"(!), illude i fedeli di compiere miracoli… (Soprattutto, mi legge nell'anima e "vede" nel mio cuore le mie mancanze di amore fraterno, la mia saccenza e compiacenza nella conoscenza della Bibbia -mi ha perfino chiesto perché mai Caino odiasse tanto il fratello Abele!); è troppo! Bisogna porre rimedio a simile scandalo, dare una lezione a questo presuntuoso…

Anche in un monastero russo piccolo quanto un isolotto da fiaba, sperduto lontano, ai confini del mondo, la vita cristiana comporta evidentemente un quotidiano impegno personale, faticoso, di apertura dell'anima all'incontro con Dio il quale, solo, è in grado di curare, educare, correggere, sanare, tra­sfigurare la sua creatura umana, mortalmente ferita dal peccato, e rigenerarla a vita nuova. Misteriosamente ma realmente, la divina Grazia partecipa, comunica, trasmette -con materna tenerezza e rispetto infinito- alla creatura la sua onnipotente vitalità e divino benessere, agendo con quella discrezio­ne, moderazione, pazienza; conoscenza dei naturali ritmi bio­logici, psicologici, umorali, pulsionali incostanti e fragili che caratterizzano l'odierna esistenza umana sulla terra.

Ognuno di noi ha la sua storia, la sua vicenda interiore, la strada da percorrere: la vocazione universale alla santità ha una sua divina strategia, un metodo singolarmente adatto ad ognuno, specifico ed esclusivo, essendo ciascuno di noi unico e irripetibile. Ognuno di noi è un mondo a sé. La vicenda umana, spesso assume i segni drammatici della tragedia; ma si colora, con altrettanta facilità, delle tinte farsesche dai tratti, perfino, tragicomici… Ma ridere di noi stessi, quanto è liberatorio! Anche… in un monastero russo ai confini del mon do. Anche… con il fuoco dell'inferno nel cuore, che conti­nua a bruciare, nonostante i miracoli operati (per gli altri!).

 

 


Conversione dell'egumeno.

La figura del bonario egumeno (così diversa da quella del­l'abate occidentale) simpaticamente tollerante delle apparenti stravaganze del suo singolare converso penitente, sempre tor­mentato dal rimorso per il sangue versato (come non ricordare il versetto del Salmo di Davide!); così paziente -come un bue che ara- nel portare su e giù la sua carriola di carbone; così affezionato al suo lurido bugigattolo da non volerlo scambiare con la cella, agiata e luminosa del suo egumeno; onnipresente a quella bocca della caldaia -vera bocca dell'inferno- che tiene sotto controllo, sorseggiando il suo tè… Eppure, così se­renamente rassegnato a questa vita di penitenza su di una pic­cola isola dove la salvezza dal naufragio lo ha sbattuto, da sentire perfino il bisogno di cantare, a squarciagola, i Salmi davidici, appollaiato come un gabbiano sul rudimentale campanile, dove non resiste alla tentazione di suonare le campane che annuncino, a tutto il mondo, la sua colpa, il suo peccato.

Cantare a Dio le colpe commesse, in una pubblica confessione alla presenza del creato, come per celebrare una strana li­turgia cosmica, sulla punta di uno scoglio in riva al mare, o vagando per la tundra gelata, prostrato a terra, nell'erba innevata, tra muschi e licheni, le alghe strappate dalle onde e sbattute sulla riva (come lui!), nella smaniosa ricerca, sempre insoddisfatta, di un "altare" simbolico, alla cui presenza possa finalmente confessare il suo peccato, esserne assolto, perdonato, liberato dal rimorso.

"Ascoltaci, o Dio, nostro Salvatore,
speranza di quanti si trovano sperduti
ai confini del mondo e lontano, sul mare!"

Così implora la preghiera della Chiesa, ogni giorno nei monasteri. "Ai confini del mondo e lontano, sul mare…".
Già! Perché non averci pensato prima! E' lontano, sul mare, che Dio ascolta e soccorre i naufraghi, nel mare della vita… Una barchetta ci vuole, dove inviare un estremo messaggio di S.O.S., di soccorso, di aiuto estremo. Una tavoletta, un chiodo, un pezzetto di carta, come vela, su cui scrivere il messaggio... Eppure, funziona! Prende il largo, la barca va… Si allontana, leggera sull'onda, si perde all'orizzonte, sparisce nel volo dei gabbiani che, simbolicamente, sorvegliano dal cielo, come ange­li, le vicende umane. Sembra un gioco per bambini, ma:"Se non diventerete come bambini… " ammonisce il Vangelo. Mai come qui simile perentorio avvertimento ha avuto così letterale attua­zione giocosa, come in questo maldestro varo colmo di speranza, dove, finalmente, appare un sorriso che rianima; mentre insospettisce ancor più il già scettico e permaloso confratello invidio­so.

"Perchè Caino ha ucciso Abele?". "Ma perché tu, sì, e io, no?! Perché solo a te? L'ultimo, il peggiore di noi, il disadattato, lo stravagante, l'ingovernabile, il meno esemplare fra tutti i fratelli di questo santo monastero… E' mai possibile che pro­prio tu debba fare miracoli? Dio è ingiusto! Io, io ho studiato tutta la Bibbia, la santa Regola monastica, i santi Padri, tutta la teologia, ecc.; conosco a memoria tutte le minuziose prescri­zioni rituali della Liturgia, le consuetudini, le tradizioni, il difficile canto antico neumatico, ecc.; io dirigo il coro dei novizi, sorveglio su tutto, bado a tutti, non sbaglio mai… e a me, niente? Ci vuole un intervento deciso, del nostro reverendissimo egumeno. Basta! A mali estremi, estremi rimedi!".

Rimedi, sì. Ma per chi?

"Se non vi convertirete, perirete tutti!" (Lc.13,3).

 

 


Ce n'è per tutti, anche per il riverito, bonario, lungimirante superiore, restauratore di Icone nella sua comoda ed ariosa stanza. Ma, pare, l'avvertimento datogli, il segnale profetico annunziato­gli non sia stato compreso. Lo sarà poco dopo, quando la bella, luminosa, ariosa, comoda "cella" del molto reverendo egumeno prenderà fuoco per la sbadataggine di un maldestro novizio; ma viene tem- pestivamente spento dall'accorrere dei monaci, con secchi d'acqua; Ma il nostro profeta aveva cercato di avvertire, in tutti i modi, come il celebre Gallo d'oro dell'antica fiaba russa (magistralmente raccontato dal grande Puskin)! l'interessato, del pericolo imminente, facendogli trovare tra i piedi un tizzone spento di trave; ma la cosa era passata inosservata.

Dove andare, ora, con la cella semiarsa? Dove sistemarsi, nel frattempo? Idea! Dal nostro santo asceta profeta taumaturgo che, così, potrà insegnare a distaccarsi dalla preoccupazione della terra e dagli affanni della vita comunitaria (i ruoli si invertono!). "E' permesso? C'è nessuno, Posso entrare?" (quante cerimo­nie! ), "Posso stare con te? Mi vuoi? (!) -quando mai un superio­re chiede permesso a un suo suddito- Sono stanco degli oneri (non degli onori!) di egumeno; voglio intraprendere il duro agone ere­mitico, voglio salvarmi l'anima (e fino adesso che hai fatto?).

Rinuncio all'alta carica ecclesiastica, conservo la croce preziosa, farò l'asceta… ma, dove dormire? Qui, sul carbone?! Pazienza… Leviamoci i bei, comodi, morbidi stivali di pelle (dono di sua eminenza reverendissima, l'arcivescovo); però la mia coperta, no! Morbida, calda, riposante, trapunta di piuma d'oca, la mia coperta, almeno questa… ".

"Sto finendo di leggere un libro interessante" confida l'insonne asceta "racconta i peccati degli uomini, i loro egoismi, i loro vizi abominevoli, le loro ipocrisie, le colpe innomina­bili, il morboso attaccamento ai difetti, le loro false scuse e giustificazioni… ". "E brucerà la pula in un fuoco inestin­guibile "(Mt.3,12). "Prendetemi e gettatemi in mare, e si cal­merà"(Giona 1,12). "E il fumo saliva come quello di una forna­ce"(Gen. 19,28).”Giorno di tenebra e di oscurità, di nube e di caligine, giorno del Signore che viene" (Gioele, 2, 1-2). "Giorno di angoscia e di afflizione, di tenebra e oscurità, di nube e di fumo"(Sof.l,15). "E la nube riempì il tempio, e i sacerdoti non potevano rimanervi, a causa del fumo" (l° Re, 8, 10-11). "L'odore respinse il demonio, che fuggì via… " (Tob. 8,3).

Con un insolito esorcismo di biblica reminiscenza, anche il nostro povero egumeno sperimenta i bruschi metodi educativi e correttivi del suo profetico discepolo… Ma non è tanto questo che, poi, lo umilia a confonde; quanto, lo spavento di morire all'improvviso provato; la paura della propria fine imminente, drammaticamente inattesa… Che vergogna, per un monaco di lunga data, per un religioso "esemplare", per un superiore modello! Altro che rinuncia al mondo, desiderio di Dio, anelito di vita eterna… Quanta ipocrisia, quanto farisaismo, quanta finzione nella sua vita religiosa… Quanto bene gli ha fatto questa rude, drastica esperienza, questa improvvisa prova, questo in­atteso esame di cosciènza… Tutto qui, il suo amor di Dio! Oh! che delusione… Altro che ascesi eremitica!

Devo ringraziare il mio discepolo-maestro; devo riconoscere che questo suddito mi è superiore; devo proporgli la professione monastica del grande Abito angelico…
"Puoi levartelo dalla testa, padre! Non ne voglio sentire parlare; lasciatemi stare nel mio rimorso... ".
"Lasciatemi, invece, lasciate che mi prepari a morire; vediamo se io sono pronto ad andarmene da questo mondo. Incominciamo a pro­curarci la bara mortuaria, vediamo: ah, la cassapanca, ripostiglio per le reti, può andar bene! Vediamo come si sta, dentro…

 

 


Prima della morte. La liberazione.

Ma (c'è ancora un ma) mi aspetta ancora un lavoro da fare, c'è ancora un'opera da compiere, un servizio urgente e delicato da prestare. C'è una povera ragazza tormentata dal rimpianto in­consolabile per la perdita inaccettata del giovane marito, amato sino alla follia; il demone subdolo dell'amore possessivo, dell'e- rotismo passionale, ossessivo, insaziabile, onnipresente, improv­viso tormenta la sua povera anima. Il padre, compagno ammiraglio, impotente e incapace di altri rimedi oltre quelli approntati dal­la scienza moderna, si decide controvoglia a portare la figlia a­mata da questi monaci lontani che -dicono- curano i pazzi…

"Certa specie di demòni non si scacciano, se non con la preghiera" (Mc.9,29). Facendo il verso agli uccelli, imitandone il richiamo amoroso, la "bestia" ("E vidi venire dal mare una be­stia…" Ap.13,1) viene attirata sull'isola, abbocca all'amo, risponde al richiamo. E viene costretta -suo malgrado- a prega­re, ad accettare la liberazione insperata operata da Cristo su1 le sue povere creature, fatte "a sua immagine e somiglianza", profondamente umiliate e intimamente offese. Il risveglio è si­mile a un parto… La verità dell'intera vicenda umana del no­stro eroe viene a galla, riemerge dalle profondità del mare che l'aveva celata e nascosta per così tanti anni.

Ora sì che giunge a conclusione l'ascetico agone del nostro jurodivi:

"Voi siete il sale della terra, la luce del mondo" (Mt.5,13).
"Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare"(Mt.13,47).
"Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli" (Mt.5,16).
"Vegliate e pregate, perché non sapete né il giorno né l’ora" (Mt.25 ,13).
Vieni, servo buono e fedele; tu sei stato fedele nel poco; ti darò autorità su molto" (Mt.25,2l).
"In pace mi corico e subito mi addormento…" (Slm.4,9).

……………..

 

 

 

 


 

 

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