Stampa
Categoria: Letteratura

Un capitolo dal romanzo inedito in Italia "Per la giusta causa" di Vasilij Grossman nella traduzione di Pietro Zveteremich.

Il romanzo "Per la giusta causa" di Vasilij Grossman rappresenta il primo atto di una dilogia che si conclude in "Vita e destino", presentato recentemente su questo sito insieme a una biografia dello scrittore. Il testo ebbe una gestazione difficile a causa degli interventi che Grossman fu costretto ad apportare, in seguito alle pressioni del regime, per evitare che la censura ne impedisse la pubblicazione. Poiché il romanzo non è ancora stato pubblicato in Italia nonostante il meritato successo di "Vita e destino", riteniamo di fare cosa gradita ai nostri lettori pubblicando un capitolo tradotto per l'antologia "Narratori russi moderni" di Bompiani (1962) dallo slavista Pietro Zveteremich ,a cui Russianecho è specialmente legato.

 

*   *   *

 

Sempre, con una chiarezza che non sbiadiva, si ripresentava alla memoria di Novikov la prima notte di guerra. Essa lo aveva sorpreso sul Bug durante un viaggio con una missione dello stato maggiore del distretto. Ne aveva approfittato per raccogliere dati presso i comandanti delle unità che avevano preso parte alla guerra di Finlandia. Intendeva infatti scrivere un saggio sullo sfondamento della linea Mannerheim.
Contemplava tranquillamente la riva occidentale del Bug, le calvizie sabbiose, i prati, i giardini e le casette, le foreste e le abetaie che nereggiavano lontano; ascoltava gli aerei tedeschi che ronzavano come mosche sonnolente nel cielo senza nuvole del governatorato polacco.
Quando vide levarsi del fumo all’orizzonte, oltre il Bug, disse a se stesso: "I tedeschi cuociono il rancio," come se i tedeschi non potessero cuocere altro che che il rancio. Leggeva i giornali, rifletteva sugli avvenimenti militari in Europa e gli sembrava che l’uragano, che aveva imperversato in Norvegia, in Belgio, in Olanda e in Francia, si allontanasse sempre più, trasmigrasse da Belgrado ad Atene, da Atene all'Isola di Creta, e da Creta sarebbe passato in Africa per spegnersi laggiù, nelle sabbie africane. E con il cuore tuttavia gia allora capì che quella calma non era semplicemente la calma di una pacifica giornata d’estate, ma l’orribile, opprimente, soffocante bonaccia che precede lo scatenarsi della bufera. E adesso nella sua memoria Novikov tastava i ricordi aspri e incancellabili che erano diventati suoi compagni inseparabili soltanto dopo il 22 giugno, il giorno della guerra, il giorno che aveva infranto l’epoca di pace. Così gli intimi di un uomo che ha lasciato la vita ne ricordano tutti gli ultimi particolari: il sorriso, un gesto casuale, un sospiro, una parola, e tutto ciò non sembra più casuale, secondario, ma l’avvertimento profondo e pieno di significato dell’incombente fine.
Proprio una settimana prima della guerra, mentre attraversava la larga e acciottolata via centrale di Brest-Litovsk, Novikov si era imbattuto in un militare tedesco, certamente un membro della commissione di rimpatrio. Novikov ricordava il suo elegante berretto con la visiera bordata di metallo e l’uniforme color acciaio delle SS, e la fascia al braccio con il nero segno della svastica dentro un cerchio bianco, e il magro viso altero, e la borsa di pelle chiara color crema, e il nero specchio degli stivali, sui quali non osava posarsi la polvere della strada. Il militare procedeva lungo le piccole case a un piano con una strana andatura, stampando i passi.
Attraversata la strada, Novikov si era avvicinato a un chiosco di bibite e, mentre una vecchia ebrea gli mesceva un bicchiere di sciroppo di frutta, aveva pensato, e poi molte volte aveva in seguito ricordato quel suo pensiero: "Pagliaccio!" ma subito, se ne rammentava, si era corretto: "Pazzo!" e s’era corretto ancora: "Bandito!"
E si ricordava anche che, in quel momento, era nata in lui una sensazione dolorosa di rabbia e di avversione.
Novikov ricordava inoltre che un contadino che in quel momento passava per strada e la donna che gli dava dell'acqua da bere seguivano entrambi con lo sguardo, e con un'identica espressione tesa del viso, il funzionario militare tedesco. Forse essi già presentivano che cosa annunciava quel solitario messaggero in mezzo alla larga via polverosa della città sovietica di frontiera.

 

Tre giorni prima dell’inizio della guerra Novikov pranzò con il capo di uno sbarramento confinario. Faceva eccezionalmente caldo e le tendine di garza non tremolavano neppure alle finestre aperte. E a un tratto, nel silenzio, al di là del fiume echeggiò una cannonata sorda e viscerale e il capo dello sbarramento confinario disse con ira: "Il nostro vicino si raschia la voce!"
Poi, a Voronez, nella primavera dell'anno successivo, Novikov venne per caso a sapere che cinque giorni dopo il loro pranzo quel capo dello sbarramento confinario aveva trattenuto i tedeschi per sedici ore soltanto con il fuoco delle mitragliatrici ed era morto insieme con la moglie e il figlio dodicenne.
Dopo l'invasione della Grecia i tedeschi avevano effettuato sbarchi aerei a Creta. Egli ora si ricordava del rapporto tenuto a questo proposito allo stato maggiore. In molte delle domande poste dai presenti si sentì un senso di preoccupazione: "Esponete dettagliatamente le perdite dell’esercito tedesco." "Si può parlare di un sensibile indebolimento dell’esercito tedesco?" Un biglietto conteneva una domanda esplicita: "Compagno relatore, riusciremo a ricevere rifornimenti dai tedeschi se nei prossimi tempi cadrà il trattato commerciale?"
Ricordava ora come nella notte dopo quel rapporto per un istante provò una stretta al cuore e gli passò per la mente il pensiero: se la Russia resterà fuori della guerra sarà un miracolo, ma non esistono miracoli!
L'ultima notte di pace, la prima notte di guerra!
Quella notte Novikov avrebbe dovuto incontrare il comandante di una brigata di carri armati pesanti. Novikov si trovava presso un reggimento di carri armati e il telefonista non riusciva in alcun modo a metterlo in collegamento con il comando della brigata: la linea non funzionava.
Entrambi maledivano la balordaggine dei telefonisti e nello stesso tempo erano perplessi, perché di solito i telefoni funzionavano benissimo.
Novikov andò allora all’aeroporto militare, perché gli aviatori avevano un collegamento diretto con il comando supremo ed egli contava di servirsi della loro linea. Ma gli aviatori non avevano più alcun collegamento: né diretto né d'altra sorta. La linea appariva interrotta in più punti. Quelle incomprensibili avarie alla linea in una limpida notte d'estate si spiegarono chiaramente soltanto poche ore dopo: i te­deschi stavano già facendo la guerra...
Il comandante di reggimento di caccia invitò Novikov al teatro della città, dove davano Platon Krečet. Ci andarono molti aviatori con le mogli; altri con il padre o la madre o con entrambi, venuti a trovarli dall'interno della Russia. Nel­l'autobus v'erano molti posti liberi, ma Novikov rinunciò allo spettacolo perché aveva deciso di recarsi subito alla brigata.
Era una calda notte di luna, e la strada deserta sembrava bianca fra gli oscuri tigli tarchiati che la costeggiavano. Quando fece per salire in macchina, dalla finestra aperta e vividamente illuminata venne la voce del telefonista: "Com­pagno tenente colonnello, siamo in linea!"


 

Si udiva male, ma Novikov riuscì tuttavia a parlare: il comandante della brigata si era recato alla base tecnica, dove venivano portati i carri armati per le revisioni e la sosti­tuzione dei motori, e sarebbe ritornato soltanto l'indomani a sera. Così Novikov decise di passare la notte nell'aeropor­to. Chiese che gli assegnassero un posto per dormire, ma l'ufficiale di guardia per tutta risposta sorrise: "C'è quanto posto volete!" Il comando si trovava in una grande casa che una volta apparteneva a proprietari terrieri.
L'ufficiale lo accompagnò in un'enorme stanza illuminata da una forte lampadina da trecento candele. Presso la parete rivestita di legno c'erano un letto di ferro, uno sga­bello e un comodino. Quella stretta branda militare e il co­modino da caserma di compensato stonavano con il lusso delle pareti rivestite di quercia. Egli notò che il lampadario di cristallo non aveva più lampadine e, vicino ad esso, pen­zolava un filo elettrico.
Prima andò a cenare alla mensa: un salone alto e vasto, quasi deserto. Soltanto all'ultimo tavolino due politrabotnik mangiavano della smetana. La cena fu assai abbondante, ma Novikov, che pur non era indifferente alle seduzioni culina­rie, mangio appena la metà di ciò che gli portò la came­riera, una ragazza con la parlata in "o" di Niznigorod. Ella gli servì le cotolette con le patate al forno in una scodella smaltata e, invece, il dolce alla smetana in un piatto di por­cellana con il bordo dorato e il disegno di una pastorella in abito rosa, circondata da bianche pecore. Gli portò lo kvas in un boccale alto e il tè in un bicchiere d'alluminio che scottava le labbra.
"Come mai la mensa è vuota?" domandò Novikov alla cameriera.
"Qui da noi molti si sono portati le famiglie," rispose la ragazza. "Certuni hanno cucina a casa, altri si portano a casa il pranzo della mensa."
Essa sollevò un dito e, con un simpatico sorriso di bam­bina pura e ingenua, tutt'a un tratto disse:
"Certe ragazze che fanno qui le cameriere dicono che cosi non va, perché i giovani hanno moglie e figli, ma io invece penso che sia meglio, così qui per noi e come a casa con la mamma e il papà."
Proferì questa frase con calore, con impeto, evidentemen­te cercando il consenso di Novikov, e forse anche perché era in contrasto su questo punto con le colleghe. Poi di nuovo si avvicinò e disse spaventata:
"Perché avete mangiato cosi poco? Non vi piace la no­stra cucina?" e, chinandosi, aggiunse in modo confidenzia­le: "Resterete qui da noi per molto tempo, compagno te­nente colonnello? Comunque, cercate di non partire, perché la domenica da noi si fa un pranzo coi fiocchi! C'è il gelato e, come primo, šči acido, proprio oggi hanno portato una botte di crauti da Sluck. Perché gli aviatori erano arrabbia­ti che da un pezzo non si faceva più lo šči..."
Ella gli alitava il proprio respiro sulla guancia e gli occhi le brillavano. Se non avessero avuto quell'espressione infan­tile e fiduciosa, Novikov non si sarebbe lasciato commuovere dall'intimo bisbiglio della ragazza, prendendolo per civetteria.

 
Non aveva sonno e andò nel giardino.
Alla luce della luna i larghi gradini di pietra gli parvero al prima momento di marmo. C'era un silenzio asso­luto, persino insolito. Gli alberi sembravano sprofondare nello stagno limpido, tanto immobile e luminosa era l'aria.
Nel cielo stagnava la strana e commista luce della luna e del tramonto della giornata più lunga dell'anno. A oriente si indovinava una torbida macchia luminosa e l'occidente era ancora leggermente roseo. Il cielo era biancastro, diafano, con sfumature di azzurro.
Ogni foglia degli alberi era nettamente disegnata, pa­reva nera pietra incisa, e tutta la mole degli aceri e dei ti­gli appariva come un nero ricamo piatto sul cielo luminoso. La bellezza della natura in quella notte toccava il suo apice, quando gli uomini sono ormai incapaci di notarla e di pensare ad essa, In momenti come questi l'uomo non perce­pisce la pace, lo spazio, il fruscio, il calore, i profumi, il contatto con l'erba e con le foglie come cose ognuna a sé stan­te, fra loro separate, come migliaia e migliaia di parti distin­te che compongono la bellezza del mondo.
Novikov continuava ad aggirarsi per il giardino, a volte si fermava, si voltava indietro a guardare, di nuovo cammina­va, si sedeva, senza pensare a nulla, senza ricordare nulla, in preda soltanto a un senso di rammarico, perché la bellezza della natura non condivide con gli uomini la propria eter­nità.
Ritornò poi nella stanza, si svestì e si accostò ormai con i soli calzini alla lampadina sempre accesa per svitarla, perché mancava l'interruttore, ma la lampadina scottava le dita ed egli prese dal tavolo un giornale per proteggersi le mani.
Allora lo ripresero i consueti pensieri del domani: del rapporto che aveva quasi terminato e presto avrebbe con­segnato al comando del distretto; e che, prima di partire, avrebbe dovuto far cambiare la batteria della macchina e che questo era più comodo farlo presso la base del corpo corazzato.
Ormai al buio si avvicinò nuovamente alla finestra e guardò di sfuggita, distrattamente, il giardino e il cielo. Già lo possedevano i consueti pensieri quotidiani. Più d'una volta si ricordò poi di quello stato d'animo indifferente, sonnolento e distratto con il quale aveva gettato uno sguardo sul silenzioso giardino notturno, l'ultimo sguardo all'epoca di pace.
Si svegliò con la precisa sensazione di una disgrazia, ma senza la minima idea di quale disgrazia si trattasse.
Vide il pavimento incastonato d'alabastro e i pendagli di cristallo del lampadario, scintillanti di riflessi color arancione.
Vide un cielo d'un rosso sporco con neri brandelli di fumo.
Udì un pianto di donne, il lamento delle cornacchie, un boato che faceva tremare i muri e nello stesso tempo sentì nel cielo un rumore flebile e gemente, e, benché quel rumore gemente fosse il più melodico e il più sommesso di tutti i rumori che in quel momento riempivano l'aria, fu proprio esso a indurlo istintivamente a sussultare e a saltar giù dal letto.
E tutto questo egli vide e udì nel corso di una sola frazione di secondo. Cosi com'era, in maglietta e mutande, si precipitò verso la porta, ma, inaspettatamente anche per sé, si disse "Calma!", tornò indietro e cominciò a vestirsi.
Si costrinse ad abbottonare tutti i bottoni della giacca, a mettere bene a posto il cinturone e la fodera della pistola, dopo di che uscì a passi regolari.

In seguito gli accadde spesso di leggere sui giornali l'espressione "attacco improvviso", ma coloro che non avevano veduto i primi minuti di guerra erano in grado di immaginare tutta la forza di queste parole?
Nel corridoio correva gente mezzo svestita e vestita. Tutti facevano domande, ma nessuno sapeva rispondere. "Si sono incendiati i depositi di benzina?"
"Una bomba?"
"Manovre?"
"Sabotaggio?"
Un militare senza il cinturone sulla divisa, indicando il punto dove si trovava la città, disse:
"Compagni, guardate!"
Sopra la stazione e il terrapieno della ferrovia si levava­no verso il cielo, si dilatavano, si gonfiavano, enormi incen­di nero-sanguigni, esplosioni si susseguivano raso terra, e nel­l'aria rosea apparivano e volteggiavano neri aerei piccoli co­me zanzare.
"E' una provocazione!" gridò qualcuno.
Ma un'altra voce, che parlò in tono non troppo alto ma che tutti udirono, una voce che non più domandava, ma an­nunciava convinta la dura verità, proferì autorevole:
"Compagni, la Germania ha attaccato l'Unione Sovieti­ca. Tutti all'aeroporto!"
Novikov poi ricordò con particolare acutezza e precisione it momento in cui, avviandosi di corsa verso l'aeroporto insieme a tutti gli altri, s'era fermato in mezzo al giardi­no dov'era rimasto a passeggiare la notte prima. La terra, l'erba, le panchine, il tavolino di vimini sotto gli alberi, dove stava una scacchiera di cartone e le pedine sparpagliate dopo la partita...
Proprio in quell'attimo di silenzio, quando il muro di foglie gli fece schermo al fumo e alle fiamme, egli aveva provato una sensazione lacerante, quasi intollerabile per l'a­nimo umano, di un mutamento storico.
Era la sensazione di un movimento vertiginoso, simile a quella che potrebbe avvertire un uomo che tutt'a un tratto, con la pelle, con la vista, con il protoplasma d'ogni sua cel­lula sentisse l'orrendo moto della Terra in mezzo all'infinito dell'universo.
E quel mutamento ora sopravvenuto era irrevocabile e, benché soltanto un minuscolo millimetro dividesse ancora la vita di Novikov dalla riva che gli era familiare, non v'era forza capace di annientare quel punto morto; esso cresceva, si dilatava, si tramutava in metri, in chilometri... La vita e it tempo che Novikov sentiva ancora fisicamente come il suo vero tempo e la sua vera vita, in lui, dentro la sua coscienza, si erano già trasformati in passato, in storia, in ciò di cui poi si dice: "Oh, come viveva e pensava la gen­te prima della guerra..." E d'improvviso, da un avvenire confusamente intuito, il nuovo si trasformava in presente, nella sua nuova vita e nel suo nuovo tempo. In quell'istan­te egli pensò a Evgenija Nikolaevna e gli parve che il pensie­ro di lei l'avrebbe accompagnato in quella cosa nuova che era ormai arrivata...
Per abbreviare il tragitto verso l'aeroporto scavalcò una siepe e si mise a correre fra i filari di giovani abeti. Vicino a una casetta, dove forse abitava l'ex giardiniere del proprie­tario terriero, c'erano dei polacchi, uomini e donne, e, quan­d'egli passò di corsa davanti a loro, una voce femminile domandò avidamente, con una pronuncia aspirata:
"Chi è, Stasiu?"
E una squillante voce di bambino rispose:
"E' un russo, mamma," e aggiunse a mo' di spiegazione: "un soldato."
Novikov correva ansando, ripetendo quella parola che si era incastrata nella sua coscienza sconvolta:
"Un soldato russo, un russo, un soldato russo..."
E in quella parola c'era per lui una specie di risonanza nuova, amara e orgogliosa, felice e strana nello stesso tempo.
II secondo giorno di guerra i polacchi non facevano che dire:
"Russi uccisi... russi partiti... russi passato la notte..."
Nei primi mesi di guerra si esclamava con amarezza: "Eh, noi russi... Sistemi russi... Il nostro fatalismo russo... Il russo 'forse...' Le strade russe..." Ma queste amare de­finizioni che crescevano nell'anima di Novikov insieme con il dolore della grande ritirata, con l'amarezza, con la pena, si facevano anche parte integrante del suo destino, della sua vita, si riempivano di linfe, si saldavano con un'infinità di legami alla sua anima e alla sua coscienza, stavano in attesa del trionfo militare, del proprio passaggio nel positivo op­posto.
Novikov era appena giunto di corsa all'aeroporto che, dalla sommità della vicina foresta, si staccarono degli aerei: uno, due, tre insieme e poi altri... Qualcosa risuonò come una scudisciata e poi sussultò, e la terra cominciò a fumare, a ribollire, come bolle d'acqua. Involontariamente egli chiu­se gli occhi: una raffica di mitragliatrice era passata a po­chi metri da lui e subito lo assordò il ruggito di un motore ed egli riuscì a scorgere le croci sulle ali, la svastica sulla coda del velivolo e la testa del pilota con il casco estivo, che gettava una rapida occhiata su ciò che aveva fatto. E subito crebbe di nuovo il fragore, il rombo di un secondo Stuka in picchiata.... E poi di un terzo...
Sul campo d'aviazione tre aeroplani erano in fiamme e gli uomini correvano, cadevano, si rialzavano e si met­tevano di nuovo a correre...
Un aviatore, un adolescente pallido con un'espressio­ne decisa e vendicativa di rabbia, salì su un caccia dopo aver fatto cenno al motorista di avviare l'aereo; condusse l'appa­recchio vibrante sulla pista di decollo, e, non appena l'aereo, stirando l'erba canuta di rugiada con lo spostamento d'aria prese la rincorsa, spiccò il volo, cominciò a salire nel cielo, prese a girare anche l'elica d'un secondo caccia, che, facen­dosi coraggio con l'urlo del motore, spiccò il salto come a provare la forza dei muscoli, corse, si staccò da terra e si levò in alto. Erano i primi soldati dell'aria che tentavano di difendere con il proprio corpo il corpo del popolo...
Sul primo aereo sovietico si avventarono quattro "Messerschmidt". Sibilando e ululando, essi lo inseguirono e spa­rarono brevi raffiche di mitragliatrice. Il "Mig", con le lamie­re bucherellate, fumigando, tossendo, accelerò nella speran­za di sganciare il nemico. Si librò in alto sopra la foresta, poi improvvisamente scomparve e altrettanto improvvisamen­te riapparve; tentò di tornare verso l'aeroporto, trascinan­dosi dietro una nera striscia luttuosa di fumo.
In quell'istante l'uomo che periva e l'aereo che precipi­tava si erano fusi, erano diventati un'unica cosa e tutto ciò che il pilota adolescente sentiva lassù in alto, veniva trasmes­so dalle ali del suo apparecchio. L'aereo si dibatteva, sussul­tava, in preda al delirio, quel delirio che gli imponevano le dita febbrili dell'aviatore, perdeva ogni speranza e poi di nuovo lottava con la forza della disperazione. Il sole del­l'alba estiva illuminava l'apparecchio e tutto ciò che provava la coscienza del giovane pilota: odio, sofferenza, volontà di vincere la morte, e tutto ciò che provavano il suo cuore e i suoi occhi; l'aereo che periva trasmetteva tutto a coloro che stavano giù. E ciò che gli uomini sulla terra desidera­vano con tutta la loro passione, improvvisamente si compì.
Il secondo aereo, del quale tutti si erano dimenticati, as­salì fulmineamente alle spalle il "Messerschmidt" che stava dando il colpo di grazia al caccia sovietico. Il colpo fu im­provviso. Un giallo fuoco si mescolò al giallo della verni­ce e la macchina tedesca, che un secondo prima pareva un demonio invincibile e fulmineo, si frantumò, si polverizzò e precipitò a peso morto sulle chiome degli alberi. Contem­poraneamente, cospargendo nel cielo mattutino un fumo nero e ondulato, precipitò anche il dilaniato caccia sovie­tico. Gli altri tre "Messerschmidt" si allontanarono verso ovest e l'aereo sovietico, rimasto solo nel cielo, fece una virata e si diresse verso la città arrampicandosi su invisibili gradini aerei.
Il cielo turchino si fece deserto e rimasero soltanto due nere colonne di fumo che si sollevavano sopra la foresta, addensandosi e tremolando.
Alcuni minuti dopo sull'aeroporto atterrò stanco e pe­sante l'aereo. Ne usci un uomo che gridò con voce rauca:
"Compagno comandante del reggimento, per la gloria dell'Unione Sovietica, due aerei nemici abbattuti!"
E negli occhi di lui Novikov vide tutta la felicità, tutto il furore, tutta la follia e tutta la razionalità di ciò che era ac­caduto nel cielo, di ciò che gli aviatori non sanno mai rac­contare a parole, ma che balena improvvisamente, non essen­do ancora riuscito a spegnersi, nei loro occhi dilatati nel mo­mento dell'atterraggio.
A mezzogiorno Novikov sentì presso il comando del reggimento il discorso di Molotov alla radio. Egli allora si accostò al comandante del reggimento, improvvisamente lo abbracciò ed essi si baciarono.
"La nostra causa è giusta, la vittoria sarà con noi!"

Trascorse poi la giornata al comando di una divisione di fucilieri.
Per Brest ormai non si poteva più passare; si raccon­tava che nell'abitato avevano fatto irruzione i carri armati tedeschi e che i fortini ad ovest della città erano stati aggi­rati.
Il continuo pesante boato dell'artiglieria di posizione scuoteva la piccola casa in cui stava il comando della divisione. Come si comportavano diversamente gli uomini! Cer­tuni diventavano d'una calma pietrificata, mentre altri ave­vano la voce spezzata, le mani tremanti.
Il capo di stato maggiore, un colonnello anziano e asciut­to, con chiazze canute sui capelli, così che quella canizie pareva esser venuta d'improvviso, conosceva già Novikov dal tempo delle manovre dell'anno prima. Quando Novikov entrò, evidentemente ricordando il loro primo incontro, egli gettò via il ricevitore sordomuto del telefono e disse:
"Ah, come ai tempi dei `rossi' e degli 'azzurri'! In mez­z'ora un battaglione è abolito! Non c'è più nulla!" e, battendo il pugno sul tavolo, gridò: "Banditi!"
Indicando la finestra, Novikov disse:
"A cento metri da voi qualche canaglia di sabotatore ha sparato dai cespugli due colpi contro la mia macchina, biso­gnerebbe mandare una pattuglia."
Il capo di stato maggiore fece un gesto sconsolato con la mano:
"Come si fa a scovarli tutti?!"
Strabuzzando un occhio come per scacciarne un mosce­rino che gli impedisse di guardare in modo normale e se­reno, cominciò a dire:
"Appena è cominciata, il comandante della divisione ha raggiunto i reggimenti... E io sono rimasto qui. Un coman­dante di reggimento mi telefona, la sua voce è calma: 'Sto combattendo contro formazioni di fanteria e di carri armati, ho respinto due attacchi con l'artiglieria.' Un altro mi fa rap­porto: 'Una colonna tedesca di carri armati ha annientato uno sbarramento confinario, la colonna corazzata procede sulla strada: Li tengo sotto il fuoco.'" Il capo di stato maggiore puntò un dito sulla carta: "I carri armati hanno aggirato il nostro fianco sinistro... Gli sbarramenti di confine non si preoccupano di quel che gli succede intorno, si battono sino all'ultimo. Ma qui ci sono donne, bambini, asili, per quale strada li faccio evacuare? Li hanno caricati su camion e sono partiti, ma dove andranno a finire? Sotto i tank che sono pas­sati di qui? E le scorte di munizioni? Come trasportarle? Bel­l'affare!" imprecò egli e poi, abbassando la voce: "All'alba ho telefonato allo stato maggiore del corpo d'armata e un in­telligentone, sapete, sapete che istruzioni mi ha dato? 'Non cedete alle provocazioni!' Eh? Cretino!"
"E qui che c'è?" domandò Novikov indicando sulla carta un settore adiacente alla strada provinciale.
"Qui è caduto un intero battaglione; ed è caduto anche il comandante della divisione! Ed era un uomo d'oro!" gridò il capo di stato maggiore. Si terse la faccia con i palmi, come se si lavasse e indicò le canne da pesca, le vangaiole e altri attrezzi che stavano in un angolo. "Stamane alle sei voleva andare a pesca... La tinca, m'ha detto, domenica scorsa abboccava bene. Eh? Un uomo d'oro e non c'è più, come se mai fosse esistito al mondo! E già era in viaggio da Kislo­vodsk quello che doveva dargli ii cambio e il primo del mese prossimo dovevo partite anch'io. Erano già pronti i documenti di viaggio. Eh? Che ne dite?"
"Quali ordini avete dato ai reggimenti?" domandò No­vikov.
"Gli unici possibili. Li aiuto a fare il loro dovere: i co­mandanti dei reggimenti mi comunicano: 'combatto', e io gli rispondo: 'combatti'! 'Gli uomini si trincerano.' Trince­ratevi... Tutti vogliono una cosa sola: respingerli, fermarli!"
E i suoi occhi attenti e intelligenti fissarono su Novikov uno sguardo fermo e tranquillo.
Si aveva l'impressione che il cielo fosse ormai completa­mente in dominio dei tedeschi anche per una profonda estensione verso est. Tutto intorno sussultava per esplosio­ni vicine e lontane. La terra cominciava a tremare d'im­provviso come in preda a singulti mortali; il sole scompa­riva nella cortina di fumo. Da tutte le parti giungeva il frenetico battere dei pezzi a tiro rapido e l'urlo rauco delle mitragliatrici di grosso calibro. In quel caos di movimenti e di suoni si intuiva in modo quasi morboso e struggente il significato generale del lavoro di morte compiuto dagli avia­tori tedeschi. Taluni si affrettavano, senza rivolgere l'atten­zione a ciò che succedeva sotto di loro, conoscendo già in anticipo e con esattezza le conseguenze del criminale compito che assolvevano; altri aerei nemici scorrazzavano invece co­me banditi a cavallo sui settori di frontiera e altri ancora ri­tornavano affaccendati alle loro basi oltre il Bug.
Le facce dei comandanti avevano quel giorno un nuo­vo aspetto: pallide, emaciate, con grandi occhi seri, non erano piu visi di colleghi, ma di fratelli. Quel giorno Novikov non vide un sorriso, non udì una sola parola allegra, spensierata. Mai forse come in quel giorno egli poté sbirciare così a fondo nelle vere e riposte profondità dei caratteri umani, che si appalesano soltanto nei momenti più pericolosi e decisivi della vita. Quanti uomini in quelle ore egli vide rivelare una volontà inflessibile, una severa capacità di concentra­zione. D'improvviso, nei più taciturni, quieti, insignifican­ti, in coloro che a volte erano considerati elementi di se­cond'ordine, mediocri, si rivelava invece una meravigliosa forza d'animo... E si scopriva al contrario il vuoto negli occhi di coloro che fino al giorno prima si erano comportati ener­gicamente, rumorosamente, con piena sicurezza di sé.
In certi momenti gli pareva che tutto ciò che stava acca­dendo fosse un miraggio, che al primo mutar di vento sa­rebbe ritornata la calma notte del giorno prima, la sera del giorno prima, le giornate, le settimane, i mesi di pace. In altri momenti, al contrario, aveva l'impressione che il giar­dino illuminato dalla luna, la cena nella mensa quasi deserta, la cara ragazza e tutto ciò che era stato un mese, una setti­mana prima, tutto fosse un sogno e la vera concreta realtà fosse soltanto in quei boati, in quel fumo, in quegli incendi.

Verso sera Novikov si recò presso un battaglione di fuci­lieri e poi presso un reggimento d'artiglieria dislocato nelle vicinanze. Gli sembrava che il guaio principale delle pri­me ore di guerra fosse stata la mancanza di collegamenti. Se i collegamenti fossero stati perfetti, pensava, tutto sareb­be andato in modo diverso. Nel suo rapporto decise di ci­tare l'esempio della divisione di fucilieri che aveva visitato in giornata: il capo di stato maggiore aveva mantenuto il collegamento con i reggimenti, e i reggimenti si erano battuti bene, la divisione aveva conservato le proprie capacità com­battive, mentre un reggimento che sin dal principio aveva perduto il collegamento con lo stato maggiore era stato schiac­ciato e annientato. E in realtà egli addusse in seguito quest'e­sempio, ma le cose stavano diversamente, perché il reggimen­to non aveva collegamento con la divisione in quanto era già stato annientato e non, al contrario, era stato annientato perché non avesse mantenuto il collegamento. Le sintesi che nascono da poche osservazioni frammentarie aiutano ben poco a capire l'essenza di fenomeni immensi e complicati.
La semplice verità delle prime ore di guerra era in questo, che con vantaggio per l'Unione Sovietica e con danno per il nemico, aveva fatto il suo dovere chi aveva la forza, il corag­gio, la fede e la calma per battersi con un nemico potentissi­mo, chi aveva trovato questa fede nella propria anima, nel pro­prio senso del dovere, nell'esperienza, nella volontà e nella ragione, nella propria fedeltà e nel proprio amore per la pa­tria, per il popolo, per la libertà.
Un'ora dopo Novikov era in un reggimento di obici pe­santi. Il comandante si trovava in licenza e comandava il reggimento un giovane sostituto, il maggiore Samsonov. Il suo volto lungo e magro era pallido.
"Com'è la situazione?" domandò Novikov.
II maggiore fece un gesto vago.
"Lo vedete anche voi."
"Che cosa avete deciso?"
"Già, che cosa?" disse il maggiore. "Loro hanno comin­ciato a passare il Bug, sul fiume s'è ammassato un grosso quantitativo di truppe, io ho aperto il fuoco, faccio fuoco con tutti i pezzi del reggimento," e, come per giustificare un'azione sconsiderata, aggiunse: "E i risultati sono buoni. Li ho osservati col binocolo. Vedeste che fontane schizzano in alto, li abbiamo messi a soqquadro! Non per niente abbiamo vinto il primo premio del distretto per la precisione di tiro..."
"E poi?" domandò severamente Novikov. "Disponete di mezzi tecnici, di uomini?"
"Che volete farci, farò fuoco fin che potrò," rispose il maggiore.
"Avete molti colpi?"
"A sufficienza," disse Samsonov e poi aggiunse: "Il mio radiotelegrafista ha intercettato le trasmissioni: la Finlan­dia, la Romania, l'Italia, tutti sono contro di noi. Bene, e io faccio fuoco; non voglio cedere!"
Novikov passò alle posizioni di fuoco della batteria adia­cente. I pezzi tuonavano, le facce degli uomini erano severe e tese, ma non c'era scompiglio. Con tutta la sua tremenda
armoniosa potenza il reggimento si scagliava contro il tra­ghetto gettato sul fiume dai tedeschi; colpiva i carri armati e la fanteria motorizzata che i tedeschi avevano concentrato agli accessi del fiume.
Novikov udì le stesse parole pronunciate dal maggiore anche dall'artigliere che caricava il pezzo; volgendo verso di lui la faccia accaldata, costui disse con tetra tranquillità:
"Spariamo tutti i colpi che abbiamo e poi si vedrà," co­me se egli personalmente, dopo aver riflettuto sulla situa­zione, avesse deciso di non ripiegare, di portarsi invece avan­ti e di far fuoco sui tedeschi sino all'ultima cartuccia.
Fu strano, ma proprio lì, in quel reggimento condanna­to, Novikov per la prima volta in quella giornata si sentì tranquillo. Era cominciata la vera battaglia: il fuoco russo accoglieva i tedeschi.
Gli artiglieri lavoravano con taciturna calma.
"E' cominciata, compagno tenente colonnello," disse a No­vikov un ragazzo dagli occhi chiari, il puntatore dell'arma, come se ii giorno prima si fosse aspettato ciò che era cominciato oggi.
"Come va senz'averci ancora fatto l'abitudine?" domandò Novikov.
Il soldato sogghignò.
"E che, ci si abitua forse? Qual è il primo giorno, tale resta anche dopo un anno. Hanno un'aviazione spavento­sa, loro."
L'inverno dopo, sul Severnyj Donec, presso Protopopov­ka, egli incontrò un capo di stato maggiore d'armata del­l'artiglieria, che conosceva da tempo, e costui gli raccontò che il reggimento di Samsonov aveva raggiunto combatten­do la Berezina e non aveva quasi subito perdite. Ma Samso­nov già il 22 giugno aveva impedito ai tedeschi di passare il Bug e aveva distrutto un quantitativo ingente di mezzi e di uomini del nemico. Egli era caduto soltanto in autunno sul Dnepr.
Sì, la guerra aveva una propria logica.

Quel giorno Novikov ebbe modo di vedere molte cose. E benché avesse veduto molte cose tristi e amare, quel gior­no, che fu il più difficile della storia del popolo russo, gli riempì il cuore di fierezza e di fiducia. E su tutte le impres­sioni, una rimase la dominante: gli occhi tranquilli e se­veri degli artiglieri. In loro viveva lo spirito titanico della forza e della pazienza del popolo. Nelle orecchie di Novikov rimasero il boato dell'artiglieria sovietica, il lontano pesante tuonare dei cannoni di Brest. Laggiù, nei giganteschi for­tini di cemento, degli uomini conducevano ancora la loro battaglia quando già la valanga dell'invasione tedesca roto­lava verso il Dnepr.
Verso sera, dopo lunghi giri per strade vicinali, Novikov sbucò sulla provinciale. E soltanto qui veramente comprese l'immensità della sciagura nazionale.
Vide migliaia di persone che camminavano verso orien­te. Lungo la strada procedevano camion carichi di donne, uo­mini e bambini, sovente mezzo svestiti, e tutti si voltavano indietro a guardare il cielo. Correvano autocisterne, autofur­goni e automobili. E sui campi, lungo le cunette della strada, camminavano altre migliaia di persone. Certuni, esausti, si sedevano a terra e quindi si rialzavano e proseguivano. Ben presto gli occhi di Novikov cessarono di distinguere l'espressione dei volti giovani o vecchi di donne e di uomini, che spingevano carrozzelle e carretti pieni di fagotti e di valigie... Gli restarono nella memoria soltanto singole scene, quelle che più l’avevano colpito. Un vecchio dalla barba grigia che teneva fra le braccia un bambino si era seduto con i piedi nella cunetta e guardava con mite rassegnazione il movimento degli automezzi, In lunga catena camminavano al margine della strada i ciechi, legati l’un l’altro con asciugamani, e seguivano la loro guida, una donna anziana con gli occhiali tondi e i capelli canuti e scarmigliati. Bambini e bambine che andavano in fila per due, con le magliette sportive e le cravatte rosse, certamente i pionieri di un camping estivo.
Quando l’autiere fermò la macchina per riempire il serbatoio di benzina, Novikov in pochi minuti ascoltò molte storie: che Sluck era stata occupata da uno sbarco di paracadutisti, che Hitler all’alba aveva tenuto un discorso farneticante e mendace, e poi le voci che correvano: che Mosca era stata distrutta da un bombardamento aereo all’alba del 22 giugno.
Egli si recò al comandco di un'unità di carri armati, presso la quale aveva prestato servizio sino all’autunno del 1940. Il comando si trovava nelle vicinanze di Kobrin. "Arrivate davvero in questo momento da laggiù?" gli domandarono i conoscenti. ”C’è il pericolo che i tedeschi irrompano da un momento all’altro sulla strada?"
A Kobrin non lo colpivano più le folle di gente con i fagotti, le donne singhiozzanti che nel trambusto avevano perduto i bambini, gli occhi sofferenti delle vecchie. A Kobrin lo colpirono le linde casette con i tetti di tegole rosse, le tendine alle finestre, le aiuole, i praticelli. E comprese allora che aveva cominciato a vedere il mondo con gli occhi della guerra...
Quanto più la sua macchina proseguiva verso le retrovie, tanto più nebulosi diventavano i ricordi delle recenti impressioni; gli avvenimenti e i volti si confondevano ed egli non ricordava dove avesse passato la notte e dove per poco non fosse rimasto carbonizzato durante un bombardamento notturno, dove avesse veduto in una cappella due soldati sovietici sgozzati nel sonno dai sabotatori, a Kobrin o a Bereza Kartuzskaja.
Gli rimase però nettamcnte impressa la notte trascorsa in una piccola cittadina non lontano da Minsk. Vi era arrivato di motte. La cittadina era piena zeppa di macchine. Novikov era stanchissimo e, congedato l’autiere, aveva preso
sonno in macchina, in mezzo alla piazza chiassosa e rombante. Si destò poi a notte tarda e vide che la sua macchina era sola e abbandonata in mezzo a una grande piazza completamente deserta, mentre intorno a lui silenziosamente bruciavano le case, bruciava tutta la cittadina, ammutolita e invasa dalle fiamme.
In quei giorni era talmente stanco e assuefatto all’assordante boato della guerra che il bombardamento notturno non aveva potuto destarlo. Si era destato per il silenzio. In quei giorni nella sua mente si formò in modo semplice e definitivo un’unica immagine. Vedeva centinaia di incendi: fra un fuoco rossastro e fumoso ardevano gli alti edifici della capitale della Bielorussia, ardevano le scuole e le fabbriche; con un bianco fucco leggero bruciavano le isbe dei villaggi con i tetti di paglia, le rimesse e gli ovili; fra una nebbia turchina e bluastra bruciavano le foreste di abeti, ardeva la terra cosparsa di secchi aghi di pino.
E tutti quegli incendi si fondevano nel suo cervello in un solo incendio.
Il paese natio gli appariva come un'immensa casa e tutto era infinitamente vicino e caro in quella casa: le stanzucce campagnole e le stanze cittadine con i paralumi colorati, e le silenziose sale di lettura rurali e le sale luminose, e i club delle caserme...
Tutto ciò che per lui era intimo e caro bruciava. La terra russa era in preda alle fiamme. Il cielo russo era avvolto dal fumo. E gli pareva di non aver mai amato con tanta tenerezza, con tanta passione, con tutto il suo sangue, con  tutte le energie dell'anima e del cuore, quella terra e le sue foreste, quel cielo, quelle migliaia e migliaia di visi che gli erano consanguinei e familiari.

1963

(traduzione di Pietro Zveteremich)

© Eredi P. Zveteremich

Links:

Vasilij Grossman, una biografia dello scrittore e la presentazione di "Vita e destino"

"Giuda ha quattro volti", un articolo di Pietro Zveteremich su "Tutto scorre"  (1972)