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Quel giorno Novikov ebbe modo di vedere molte cose. E benché avesse veduto molte cose tristi e amare, quel gior­no, che fu il più difficile della storia del popolo russo, gli riempì il cuore di fierezza e di fiducia. E su tutte le impres­sioni, una rimase la dominante: gli occhi tranquilli e se­veri degli artiglieri. In loro viveva lo spirito titanico della forza e della pazienza del popolo. Nelle orecchie di Novikov rimasero il boato dell'artiglieria sovietica, il lontano pesante tuonare dei cannoni di Brest. Laggiù, nei giganteschi for­tini di cemento, degli uomini conducevano ancora la loro battaglia quando già la valanga dell'invasione tedesca roto­lava verso il Dnepr.
Verso sera, dopo lunghi giri per strade vicinali, Novikov sbucò sulla provinciale. E soltanto qui veramente comprese l'immensità della sciagura nazionale.
Vide migliaia di persone che camminavano verso orien­te. Lungo la strada procedevano camion carichi di donne, uo­mini e bambini, sovente mezzo svestiti, e tutti si voltavano indietro a guardare il cielo. Correvano autocisterne, autofur­goni e automobili. E sui campi, lungo le cunette della strada, camminavano altre migliaia di persone. Certuni, esausti, si sedevano a terra e quindi si rialzavano e proseguivano. Ben presto gli occhi di Novikov cessarono di distinguere l'espressione dei volti giovani o vecchi di donne e di uomini, che spingevano carrozzelle e carretti pieni di fagotti e di valigie... Gli restarono nella memoria soltanto singole scene, quelle che più l’avevano colpito. Un vecchio dalla barba grigia che teneva fra le braccia un bambino si era seduto con i piedi nella cunetta e guardava con mite rassegnazione il movimento degli automezzi, In lunga catena camminavano al margine della strada i ciechi, legati l’un l’altro con asciugamani, e seguivano la loro guida, una donna anziana con gli occhiali tondi e i capelli canuti e scarmigliati. Bambini e bambine che andavano in fila per due, con le magliette sportive e le cravatte rosse, certamente i pionieri di un camping estivo.
Quando l’autiere fermò la macchina per riempire il serbatoio di benzina, Novikov in pochi minuti ascoltò molte storie: che Sluck era stata occupata da uno sbarco di paracadutisti, che Hitler all’alba aveva tenuto un discorso farneticante e mendace, e poi le voci che correvano: che Mosca era stata distrutta da un bombardamento aereo all’alba del 22 giugno.
Egli si recò al comandco di un'unità di carri armati, presso la quale aveva prestato servizio sino all’autunno del 1940. Il comando si trovava nelle vicinanze di Kobrin. "Arrivate davvero in questo momento da laggiù?" gli domandarono i conoscenti. ”C’è il pericolo che i tedeschi irrompano da un momento all’altro sulla strada?"
A Kobrin non lo colpivano più le folle di gente con i fagotti, le donne singhiozzanti che nel trambusto avevano perduto i bambini, gli occhi sofferenti delle vecchie. A Kobrin lo colpirono le linde casette con i tetti di tegole rosse, le tendine alle finestre, le aiuole, i praticelli. E comprese allora che aveva cominciato a vedere il mondo con gli occhi della guerra...
Quanto più la sua macchina proseguiva verso le retrovie, tanto più nebulosi diventavano i ricordi delle recenti impressioni; gli avvenimenti e i volti si confondevano ed egli non ricordava dove avesse passato la notte e dove per poco non fosse rimasto carbonizzato durante un bombardamento notturno, dove avesse veduto in una cappella due soldati sovietici sgozzati nel sonno dai sabotatori, a Kobrin o a Bereza Kartuzskaja.
Gli rimase però nettamcnte impressa la notte trascorsa in una piccola cittadina non lontano da Minsk. Vi era arrivato di motte. La cittadina era piena zeppa di macchine. Novikov era stanchissimo e, congedato l’autiere, aveva preso
sonno in macchina, in mezzo alla piazza chiassosa e rombante. Si destò poi a notte tarda e vide che la sua macchina era sola e abbandonata in mezzo a una grande piazza completamente deserta, mentre intorno a lui silenziosamente bruciavano le case, bruciava tutta la cittadina, ammutolita e invasa dalle fiamme.
In quei giorni era talmente stanco e assuefatto all’assordante boato della guerra che il bombardamento notturno non aveva potuto destarlo. Si era destato per il silenzio. In quei giorni nella sua mente si formò in modo semplice e definitivo un’unica immagine. Vedeva centinaia di incendi: fra un fuoco rossastro e fumoso ardevano gli alti edifici della capitale della Bielorussia, ardevano le scuole e le fabbriche; con un bianco fucco leggero bruciavano le isbe dei villaggi con i tetti di paglia, le rimesse e gli ovili; fra una nebbia turchina e bluastra bruciavano le foreste di abeti, ardeva la terra cosparsa di secchi aghi di pino.
E tutti quegli incendi si fondevano nel suo cervello in un solo incendio.
Il paese natio gli appariva come un'immensa casa e tutto era infinitamente vicino e caro in quella casa: le stanzucce campagnole e le stanze cittadine con i paralumi colorati, e le silenziose sale di lettura rurali e le sale luminose, e i club delle caserme...
Tutto ciò che per lui era intimo e caro bruciava. La terra russa era in preda alle fiamme. Il cielo russo era avvolto dal fumo. E gli pareva di non aver mai amato con tanta tenerezza, con tanta passione, con tutto il suo sangue, con  tutte le energie dell'anima e del cuore, quella terra e le sue foreste, quel cielo, quelle migliaia e migliaia di visi che gli erano consanguinei e familiari.

1963

(traduzione di Pietro Zveteremich)

© Eredi P. Zveteremich

Links:

Vasilij Grossman, una biografia dello scrittore e la presentazione di "Vita e destino"

"Giuda ha quattro volti", un articolo di Pietro Zveteremich su "Tutto scorre"  (1972)

 

 

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