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Verso sera Novikov si recò presso un battaglione di fuci­lieri e poi presso un reggimento d'artiglieria dislocato nelle vicinanze. Gli sembrava che il guaio principale delle pri­me ore di guerra fosse stata la mancanza di collegamenti. Se i collegamenti fossero stati perfetti, pensava, tutto sareb­be andato in modo diverso. Nel suo rapporto decise di ci­tare l'esempio della divisione di fucilieri che aveva visitato in giornata: il capo di stato maggiore aveva mantenuto il collegamento con i reggimenti, e i reggimenti si erano battuti bene, la divisione aveva conservato le proprie capacità com­battive, mentre un reggimento che sin dal principio aveva perduto il collegamento con lo stato maggiore era stato schiac­ciato e annientato. E in realtà egli addusse in seguito quest'e­sempio, ma le cose stavano diversamente, perché il reggimen­to non aveva collegamento con la divisione in quanto era già stato annientato e non, al contrario, era stato annientato perché non avesse mantenuto il collegamento. Le sintesi che nascono da poche osservazioni frammentarie aiutano ben poco a capire l'essenza di fenomeni immensi e complicati.
La semplice verità delle prime ore di guerra era in questo, che con vantaggio per l'Unione Sovietica e con danno per il nemico, aveva fatto il suo dovere chi aveva la forza, il corag­gio, la fede e la calma per battersi con un nemico potentissi­mo, chi aveva trovato questa fede nella propria anima, nel pro­prio senso del dovere, nell'esperienza, nella volontà e nella ragione, nella propria fedeltà e nel proprio amore per la pa­tria, per il popolo, per la libertà.
Un'ora dopo Novikov era in un reggimento di obici pe­santi. Il comandante si trovava in licenza e comandava il reggimento un giovane sostituto, il maggiore Samsonov. Il suo volto lungo e magro era pallido.
"Com'è la situazione?" domandò Novikov.
II maggiore fece un gesto vago.
"Lo vedete anche voi."
"Che cosa avete deciso?"
"Già, che cosa?" disse il maggiore. "Loro hanno comin­ciato a passare il Bug, sul fiume s'è ammassato un grosso quantitativo di truppe, io ho aperto il fuoco, faccio fuoco con tutti i pezzi del reggimento," e, come per giustificare un'azione sconsiderata, aggiunse: "E i risultati sono buoni. Li ho osservati col binocolo. Vedeste che fontane schizzano in alto, li abbiamo messi a soqquadro! Non per niente abbiamo vinto il primo premio del distretto per la precisione di tiro..."
"E poi?" domandò severamente Novikov. "Disponete di mezzi tecnici, di uomini?"
"Che volete farci, farò fuoco fin che potrò," rispose il maggiore.
"Avete molti colpi?"
"A sufficienza," disse Samsonov e poi aggiunse: "Il mio radiotelegrafista ha intercettato le trasmissioni: la Finlan­dia, la Romania, l'Italia, tutti sono contro di noi. Bene, e io faccio fuoco; non voglio cedere!"
Novikov passò alle posizioni di fuoco della batteria adia­cente. I pezzi tuonavano, le facce degli uomini erano severe e tese, ma non c'era scompiglio. Con tutta la sua tremenda
armoniosa potenza il reggimento si scagliava contro il tra­ghetto gettato sul fiume dai tedeschi; colpiva i carri armati e la fanteria motorizzata che i tedeschi avevano concentrato agli accessi del fiume.
Novikov udì le stesse parole pronunciate dal maggiore anche dall'artigliere che caricava il pezzo; volgendo verso di lui la faccia accaldata, costui disse con tetra tranquillità:
"Spariamo tutti i colpi che abbiamo e poi si vedrà," co­me se egli personalmente, dopo aver riflettuto sulla situa­zione, avesse deciso di non ripiegare, di portarsi invece avan­ti e di far fuoco sui tedeschi sino all'ultima cartuccia.
Fu strano, ma proprio lì, in quel reggimento condanna­to, Novikov per la prima volta in quella giornata si sentì tranquillo. Era cominciata la vera battaglia: il fuoco russo accoglieva i tedeschi.
Gli artiglieri lavoravano con taciturna calma.
"E' cominciata, compagno tenente colonnello," disse a No­vikov un ragazzo dagli occhi chiari, il puntatore dell'arma, come se ii giorno prima si fosse aspettato ciò che era cominciato oggi.
"Come va senz'averci ancora fatto l'abitudine?" domandò Novikov.
Il soldato sogghignò.
"E che, ci si abitua forse? Qual è il primo giorno, tale resta anche dopo un anno. Hanno un'aviazione spavento­sa, loro."
L'inverno dopo, sul Severnyj Donec, presso Protopopov­ka, egli incontrò un capo di stato maggiore d'armata del­l'artiglieria, che conosceva da tempo, e costui gli raccontò che il reggimento di Samsonov aveva raggiunto combatten­do la Berezina e non aveva quasi subito perdite. Ma Samso­nov già il 22 giugno aveva impedito ai tedeschi di passare il Bug e aveva distrutto un quantitativo ingente di mezzi e di uomini del nemico. Egli era caduto soltanto in autunno sul Dnepr.
Sì, la guerra aveva una propria logica.
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