Dall'imperatore Costantino alla santa Matrona di Mosca PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Iannello   
Giovedì 12 Febbraio 2015 19:34

La riproposizione della santità come strumento d'unità tra Oriente e Occidente.


Due conferenze nelle settimane scorse, hanno rilanciato a Messina il tema dell'Oriente, toccando la questione, fascinosa e ad un tempo scivolosa, della santità. Ha esordito temporalmente il Gabinetto di Lettura, dove Lucietta Di Paola Lo Castro e Maria Caltabiano hanno presentato il libro “San Costantino Imperatore” (vedi scheda n.1), frutto delle ricerche di una equipe di studiosi; ed ha idealmente continuato la Biblioteca Provinciale dei Frati Minori Cappuccini proponendo nei suoi locali, nell'ambito della Settimana per l'Unità dei Cristiani, l'incontro dal titolo “Il volto della Santità in Oriente”, soffermandosi in particolare nello sconfinato panorama fisico e spirituale della Chiesa ortodossa russa, con i suoi mille anni di storia.

Il trait de union dei due appuntamenti è rappresentata dall'eredità che Costantino ha lasciato al mondo, la città che ha fortemente voluto come capitale dell'Impero Romano: Costantinopoli. Senza di essa non ci sarebbe stato, forse, quello che oggi chiamiamo l'oriente cristiano. Giorgio La Pira non ebbe dubbi, la pace costantiniana e la fondazione della “Nuova Roma” furono alla base della civiltà cristiana di impronta greca e poi slava, e russa in particolare. Costantino opera una svolta nella storia universale, permette al cristianesimo di irrompere nella storia e diventare anima di un nuovo impero, laddove il temine “impero” per l'intellettuale siculo-fiorentino, è da intendere “non come imperialismo, ma come struttura unitaria del genere umano”.


L'editto di Milano del 313 concede libertà di culto ai cristiani e conferisce loro, diremmo oggi, pieni diritti di cittadinanza. Inizia un periodo di straordinaria fioritura per il cristianesimo, ciò che era nascosto, si manifesta, la fede si fa visibile e i cristiani prendono parte attiva alla res publica. Costantino non abdica alla sua funzione di guida dell'impero, al contrario lo trasforma facendo proprie le istanze del cristianesimo e dei popoli che premevano ai confini: inizia il grande processo di integrazione dei barbari. La pace, come convivenza nella diversità, è la nota dominante del suo governo. Per questo vuole che i cristiani risolvano i loro conflitti interni e convoca a Nicea, il primo grande concilio della storia della Chiesa, in cui si definisce il Simbolo della fede, il Credo che tutti i cristiani ancora oggi professano, e si condanna l'arianesimo. Costantino tuttavia non perseguita gli ariani e col tempo, di fatto li riabilita e li reintegra; si farà addirittura battezzare nel 337 da un vescovo ariano, Eusebio di Nicomedia (totalmente priva di fondamento storico sembra la vulgata che lo vuole battezzato sul punto di morte da papa Silvestro). Perché lo fa? Rinnega il credo niceno? No, il motivo è sempre la stabilità del suo regno: il partito di Ario è ancora troppo forte e lo disinnesca adottandolo e adattandosi.


Costantino rimane imperatore di tutti, anche dei pagani; non rinuncia infatti al titolo di Pontifex Maximus. Costantino sembra muoversi su gradino più alto delle logiche delle varie componenti dei suoi sudditi, che lo esalteranno e lo accuseranno all'occasione. La sua scelta di abbandonare Roma per l'Oriente gli costerà l'inimicizia di tanti in occidente, anche di tante personalità della Chiesa, il cui giudizio negativo e spesso sprezzante nei confronti delle apparenti contraddizioni dell'imperatore avranno un ruolo fondamentale nella trasmissione della memoria. Venerato infatti da sempre come santo in tutto l'Oriente, non lo sarà nella Chiesa romana, che tuttavia ne tollererà il culto in quelle aree influenzate dalla presenza secolare del monachesimo di origine greca. Due oggi i comuni che in Italia, lo adottano addirittura come patrono, Sedilo in Sardegna, e Capri Leone in Sicilia.


Costantinopoli non riuscirà a mantenere sotto le sue ali anche l'occidente e come “Nuova Roma” fu per  più di dieci secoli faro di civiltà solo per l'oriente. Il Grande Scisma del 1054 decretò la frattura dottrinale che impedì il libero convivere all'interno dell'unica chiesa, di tradizioni rituali differenti, e come conseguenza il patrimonio di fede, dottrina e vita cristiana, di una parte si rese progressivamente inconoscibile all'altra. Per questo poco o nulla sappiamo della miriade di santi che costellano l'orizzonte dei cristiani di oriente.


L'associazione culturale “Messina-Russia” e la Parrocchia Ortodossa di “San Nicolò dei Greci”, promotori con l'associazione “Intervolumina”, dell'incontro alla Biblioteca dei Cappuccini, hanno voluto provare a farci indirizzare lo sguardo, appunto, verso questo squarcio di cielo. Alexandra Voitneko, esperta di storia russa, ha tracciato in una rapida carrellata i “modelli di perfezione cristiana nella Russia ortodossa”: dai santi principi ai santi contadini o di umili origini, dai santi monaci ai santi laici nel mondo. Proviamo solo a ricordare qualche nome, tra quelli che per un fedele ortodosso risultano estremamente famigliari: i fratelli Boris e Gleb, Sergio di Radonez, Nil Sorskij, Serafino di Sarov... fino ad arrivare, all'alba del XX secolo, a Giovanni di Kronstadt. A questo punto, la relatrice ci ha tenuto a mettere in guardia nei confronti di un pregiudizio, trasformatosi in una sorta di mito. La rivoluzione bolscevica non segna, come si potrebbe facilmente pensare, una cesura nella storia profonda della chiesa russa: nei duecento anni precedenti il 1917 le cause di canonizzazione erano state, relativamente ad altri periodi storici, poco numerose. Si può parlare quindi di una chiesa già da tempo in crisi prima della Rivoluzione. Nel XX secolo invece, tra la fine degli anni '80 (quando si ritorna alla piena libertà di confessione) e il 2000, la Chiesa Russa proclamerà più di un migliaio di nuovi santi, molti di loro vissuti durante il regime sovietico: le persecuzioni hanno indotto ad una testimonianza radicale della fede, producendo esempi innumerevoli di virtù eroiche.

 

La santità nel '900 russo non sempre ha avuto il volto del martirio; è rifiorita un'altra espressione tipica del cristianesimo russo: quella dei “folli per Cristo”. Basti citare  la Santa Matrona di Mosca (vedi scheda n.2). E' toccato a padre Alessio, jeromonaco, raccontare alcuni esempi di questo modello, che ha la sua radice nel pensiero di San Paolo, in particolare nella prima lettera ai Corinzi: “noi predichiamo Cristo Crocefisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani... La stoltezza di Dio é più sapiente degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini”. I folli per Cristo, adottavano comportamenti apparentemente incomprensibili o scandalosi, spesso per smascherare l'ipocrisia dei fedeli: vera coscienza critica per tutti gli strati della società, potenti e zar compresi. Padre Alessio si si è soffermato sulla figura di San Basilio di Mosca, vissuto all'epoca di Ivan IV (il Terribile): Basilio svelò pubblicamente le intenzioni criminali del sovrano e questi dovette recedere. Il folle in Cristo, nella maggior parte dei casi non appartiene al clero, ha una vita di preghiera intensissima e la sua pazzia è “finzione” pastorale, umiliazione del proprio io cercata: il folle per Cristo può essere dichiarato santo solo se ne viene accertata l'assoluta lucidità mentale.


Veicolo imprescindibile della santità nel cristianesimo orientale, è l'icona, che deve essere per sua natura immagine visibile dell'invisibile. A Lia Galdiolo, nota iconografa formatasi alla scuola russa, è stato chiesto come si possa rappresentare pertanto la santità. L'esperta ha risposto che c'è solo una strada: essendo santi. Per dipingere un'icona  non basta conoscere alla perfezione la tecnica, occorre alla perfezione seguire la strada che Dio indica ad ognuno di noi. La santità è un prerequisito: “non ci sono iconografi che diventano santi, ma santi che scrivono icone”. Forse non tutti sanno che l'iconografo per antonomasia, Andrej Rubliov, era monaco, discepolo di San Sergio di Radonez, ed oggi è ufficialmente riconosciuto santo.


La storia ha separato l'Oriente dall'Occidente, la santità può riunirli perché può essere reciprocamente riconosciuta, come di fatto lo è, anche canonicamente, per gran parte dei santi del primo millennio e in diversi casi del secondo millennio dell'era cristiana. Costantino per motivi politici è stato “rigettato” dall'occidente, la sua santità, vista come “missio” unificatrice, può costituire spazio di nuovo dialogo, ribaltando mille anni di divisioni.

 

Giuseppe Iannello

 

Scheda n. 1

Cinque domande su Costantino

Messina centro propulsore degli studi costantiniani. E' stato dapprima il prof. Salvatore Calderone, dell'ateneo della Città dello Stretto, a dedicare buona parte della sua produzione scientifica alla figura del grande imperatore, passando poi il testimone a Vincenzo Aiello che ideò e progettò il convegno svoltosi nel luglio 2013 a Capri Leone il cui titolo è ripreso nel libro di recentissima pubblicazione per i tipi Zuccarello Editore, “San Costantino Imperatore. Storia, culto e tradizione popolare in Sicilia”. Purtroppo il il prof. Aiello, ammalatosi morì alla vigilia di quel convegno e non poté vedere il frutto della sua appassionata ricerca.

I docenti da Aiello coinvolti hanno voluto completare l'opera da lui intrapresa ed il libro ne costituisce la riprova. Lietta De Salvo, Antonino Pinzone, Pietro Paolo Onida, Emanuele di Santo, Nuccio Lo Castro, Salvatore Amedeo Ciminata e Stefano Brancatelli, sono i coautori di un testo, che a buon diritto, costituirà strumento indispensabile non solo per studiosi e appassionati di storia romana, ma anche per i cultori di storia della Sicilia e di tradizioni popolari. E forse, ancora di più, per chi voglia addentrarsi nella storia della Chiesa e delle sue due componenti, occidentale e orientale.

I saggi inseriti rispondono ognuno alle domande: “Costantino pagano? Costantino cristiano? Costantino ariano? Costantino “cattolico”? Costantino santo?”. Due capitoli sono dedicati al culto dell'imperatore, venerato come santo in Sardegna e in Sicilia. Pur nel suo rigore scientifico, il libro risulta di facile fruizione per la scelta di un procedere e di un linguaggio spesso incalzante e coinvolgente. Un ottimo esordio pertanto per l'editore che con quest'opera inaugura la collana “Rubini di Sicilia”.

G.I.

 

Scheda n.2

La santa senza gli occhi

Chiaroveggente e profeta nella Russia sovietica

Incontrandola a San Pietroburgo, San Giovanni di Kronstadt disse di lei giovanissima: “ecco l'ottava colonna della Russia”. Matrona Nikonova era nata enl 1891 da una famiglia di contadini poveri in un villaggio di provincia, nel governatorato di Tula. Completamente priva di occhi, fin dall'infanzia manifestò una straordinaria vita spirituale, predicendo eventi futuri e guarendo malattie.

A 17 anni perde anche l'uso delle gambe e vivrà per ancora cinquant'anni, ospite in casa di amici e benefattori. Dal 1925 risiederà sempre a Mosca. Vanno a trovarla decine e decine di persone ogni giorno, per chiedere aiuto e conforto. Sfugge più volte miracolosamente all'arresto. Fino alla morte, avvenuta nel 1952, continuerà ad esercitare la sua missione evagelizzatrice. Nei successivi trent'anni calerà su Matrona il silenzio – come da lei stessa predetto - e pochi conserveranno la sua memoria. Fino a che la sua tomba non riprenderà ad essere luogo di pellegrinaggio. Viene proclamata santa nel 1999 nel giorno della sua morte, il 2 maggio.

Annoverata tra i cosiddetti “folli in Cristo” si possono trovare notizie in lingua italiana su di lei in “Le sante stolte della Chiesa russa”, a cura di L. Coco e A. Sivak, Roma 2006 (antologia di testi e biografie di alcune “pazze per Cristo” del XIX e XX secolo) e in “Santa Matrona. Saggezza di fede e spiritualità della cultura russa”, Novalis edizioni, 2014.

 

G.I.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Marzo 2015 22:58
 
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