I popoli vestiti della Pianura Russa PDF Stampa E-mail
Scritto da Aldo C. Marturano   
Sabato 02 Febbraio 2013 00:00

Come vestivano anticamente gli abitanti della Pianura Russa?

Qualche considerazione più generica sul vestito la facciamo subito, salvo nel seguito ampliare l'argomento nell'ambito storico/etnografico che ci siamo prefissi.

Immaginiamo di circolare nudi per le vie della città. Dalla gestualità dell'eventuale interlocutore o passante notiamo che il suo atteggiamento più immediato davanti ad un corpo nudo non è basato soltanto su categorie classificatorie come l'età o i canoni di bellezza fisica, ma allo stesso tempo sulle proibizioni che attengono a certe parti del corpo da tener nascoste in pubblico.

D'altronde oggi chiunque nel mondo, vista la sempre maggiore diffusione degli usi cosiddetti “occidentali” sul vestirsi e sullo svestirsi, avrebbe dei problemi a definire che cosa significhi “nudo”.

Si accorgerebbe infatti che la società in cui vive ha delle storiche “misure di nudità”, e cioè giudica lecito quali aree del corpo mettere in mostra e quali invece coprire (o meglio “difendere” dai pericoli esterni di qualunque genere), uniche ed esclusive in confronto alle “misure” che vigono invece in altre società. Anzi! Noterà che “le regole attinenti alla nudità” si rifanno caso per caso a tradizioni accettate e a volte trasformate in legislazioni vincolanti fra loro differenti.

Se poi riflettiamo che il modo di vestire, il colore dominante nell'ornamento o la qualità del tessuto denuncia la posizione sociale esattamente come chi indossa una divisa o l'uniforme, la nudità, dopo i primi momenti di imbarazzo, diventa un grosso ostacolo se ci impedisce di capire il ruolo che ricopriamo nella vita. Non solo! I piccoli particolari dell'abbigliamento suggeriscono pure a chi ci osserva da quale parte del mondo veniamo, a quale comunità apparteniamo e in special modo quali siano le abitudini e gli atteggiamenti probabili che deve attendersi da noi.

Su una parete della grotta preistorica “des trois Frères” in Dordogna (Francia) è dipinto un uomo (si vedono il pene e i piedi nudi) con indosso una pelle di cervo con i palchi delle corna e il muso dell'animale che gli coprono il viso ossia è un uomo travestito. E a quale scopo ricorrere al travestimento migliaia e migliaia d'anni fa? La risposta l'abbiamo già data sopra: Col nuovo vestito – indossato lecitamente o fraudolentemente o persino per scherzo – si muta di collocazione sociale. Insomma vestirsi e travestirsi sono atti semanticamente equivalenti. E' questo un punto importante per il nostro discorso e lo vediamo bene da ciò che accade in moltissime circostanze della vita tutte osservabili ancora oggi: Ci si traveste in un carnevale allegro per dileggiare personaggi e abitudini, si indossa un vestito “serio” per un funerale, ci si veste con giacca e cravatta alla salita su un palco per arringare un pubblico, il prete si traveste con i paramenti sacri per dir messa in chiesa, etc. etc.

E' innegabile allora che una società ben strutturata ha bisogno che i suoi leaders, i capi o i funzionari e in breve le cariche e i mestieri, siano identificabili immediatamente! E ciò non sarebbe possibile se non abbigliandosi in modo distintivo tanto che possiamo tranquillamente affermare che la relazione fra vesti e ornamenti fantasiosi e unici, da una parte, e il lusso ostentato o malcelato, dall'altra, non è mai casuale, ma sicuramente funzionale.

Pertanto, se avevamo pensato che la funzione primaria del vestito fosse quella di involucro protettivo contro intemperie, ferite, sporcizia oppure, sempre nell'ottica dell'oggi, o se servisse a renderci più attraenti o più sexy o che cosa altro ancora, non è proprio così.

L'investigazione antropologica e etnografica condotta ormai da molti secoli dagli europei nei rispettivi imperi universali a contatto con le varie genti del mondo ha fatto accumulare moltissimo materiale sull'argomento vestirsi/abbigliarsi/travestirsi. Di conseguenza schiere di appassionati e qualificati studiosi con le loro ricche relazioni specialistiche ci offrono conclusioni sugli oggetti e sulle abitudini attinenti all'abbigliamento che talvolta sono davvero inattese dal laico meno agguerrito e così sul vestito c'è moltissimo letteralmente da scoprire.

Innanzi tutto ci viene suggerita l'idea che gli uomini – persino in estreme condizioni di freddo o di caldo – non necessariamente ricorrono a coprirsi con abito apposito, avendo abituato la propria pelle (d'altronde è il ruolo fisiologico basilare del tegumento) a resistere all'alternarsi di temperature circadiane diverse senza dover indossare un capo di vestiario. E allora, se non è un involucro protettivo, come mai il vestito è così diffuso fra gli uomini?

Né una veste è l'unico modo per coprire un corpo – vestirlo – giacché apprendiamo di altri modi di coprirsi come presso alcune genti del Mato Grosso le cui ragazze per attirare i giovani maschi, siccome solitamente vanno in giro quasi nude, si ricoprono ora di scaglie di pesce luccicanti sul corpo spalmato con una colla vegetale che scintillano nel fogliame in penombra oppure degli australiani che pure si dipingono più o meno allo stesso modo a mo' di veste e degli antichi Sciti e dei Maori che si tatuavano l'intero corpo o dei Vichinghi che affrontavano la battaglia coperti soltanto in parte di una pelle d'orso. E che dire di Achille che affronta nudo le mischie?

Per il momento fermiamo qui le nostre considerazioni poiché non pretendiamo di fare una storia dell'umanità vestita e, non potendo andare troppo in profondo sull'argomento, concludiamo in breve che il vestito è un oggetto culturale distintivo molto importante e che ci proponiamo di  esaminarlo preminentemente sul questo sfondo.

All'interno delle nostre competenze e nei limiti che ci siamo posti, vediamo di passare allora al soggetto “russo” e già premettiamo che la veste, pur costituendo per questa gente nordica comunque un riparo dal freddo, nel Medioevo – è questo il periodo che a noi interessa – insieme coi suoi componenti diventarono i prodotti più ambiti e più ricercati sui mercati internazionali, specialmente negli acquisti delle classi più abbienti. La produzione di abiti perciò assorbiva la stragrande maggioranza del tempo di cui disponevano le classi soggette (artigiani/contadini) perché come prodotto finito veniva a costituire un validissimo surplus produttivo sia per i commerci sia per i tributi da pagare al potere. Ciò non vuol dire che le classi soggette non si vestissero secondo necessità, ma certamente adoperavano materiali e abiti più semplici, meno adorni e meno costosi.

La questione è però molto più articolata e si complica già a partire dalla multietnicità presente nel territorio, la Pianura Russa. Infatti che cosa in realtà significasse un capo di vestiario fra il IX e il XV sec. d.C. vuol dire anche indagare su una molteplicità di culture a contatto su una stessa area e affermare che la comunità che oggi definiamo “russa” non è che il risultato, mai completato e in mutazione continua, della fusione di genti differenti giunte nel Nordest europeo da altri luoghi.

Cominciamo allora a orientarci fra le etnie della Pianura e cerchiamo di sapere come e perché giunsero nella sede attuale, quali furono le loro prime commistioni interetniche e quali le diverse culture materiali apportate nella nuova sede abitativa con condizioni climatiche nuove e variate. E' un compito enorme per le nostre forze giacché i documenti scritti sono tanti e di varia provenienza e  molte questioni sono risolvibili (seppur parzialmente) rivedendo i reperti degli scavi archeologici.

Iniziamo il nostro cammino immaginando per un momento la situazione di alcuni millenni fa.

Contempliamo una Pianura Russa ancora coperta da ghiacci fino ad una certa latitudine benché la foresta vada colonizzando il territorio avanzando da sudovest del continente ed è giusto lungo questo tormentato periodo che ondate di agricoltori dal Vicino Oriente con il loro metodo del taglia-e-brucia migrano verso queste lande stabilendosi nelle radure. Gli accessi utilizzati non sono molti e sono stati abbastanza facilmente individuati nei Balcani e nella valle del Danubio.

Contemporaneamente (o quasi) altre etnie raccoglitrici e cacciatrici sono però in migrazione, ma lungo la fascia settentrionale dell'Eurasia che affaccia sul Mar Glaciale Artico. Sono dirette verso occidente a causa di un peggioramento delle condizioni dell'ecosistema che hanno dovuto abbandonare. Se il primo gruppo che abbiamo detto arrivare dal Vicino Oriente non è ancora ben descrivibile in termini etnico-linguistici, al contrario la prima lega di tribù ad entrare nella Pianura Russa nel Grande Nord è probabilmente definibile come il superethnos ugro-finnico.

Col termine superethnos intendiamo un raggruppamento di genti più o meno omogenee dal punto di vista culturale che si trovano o in via di disgregazione e quindi nella fase di passaggio verso nuove e separate etnie oppure in via di aggregazione di etnie diverse precedentemente esistenti.

Gli Ugro-finni dunque entrano a nord dei Monti Urali cioè dove la catena montagnosa si abbassa fino alle rive del mare e, lasciandosi la costa alle spalle, alcune di loro seguono un itinerario verso sudest lungo i grandi fiumi. Col passar del tempo – la migrazione è logicamente condizionata dalle stagioni che si svolgono intorno al Circolo Polare Artico – raggiungono la confluenza del Kama col Volga dove finalmente s'incontrano con i nomadi iranofoni della steppa eurasiatica. La migrazione, come si capisce, è volta alla ricerca di ecosistemi più caldi e coltivabili a cereali per la penuria nella dieta dei migranti di carboidrati e le Terre Nere che qui s'incontrano ai confini con la steppa sono giusto i terreni più favorevoli ad un'attività agricola piuttosto semplice. Le Terre Nere sono ben note da lungo tempo per la loro fertilità (per il loess presente nel suolo) e facilità di lavorazione persino per i traffici con la lontana Scandinavia e qui intorno all'VIII sec. d.C. fiorirà la Bulgaria del Volga.

A questo punto abbiamo una distribuzione degli Ugro-finni da nord a sud lungo i declivi degli Urali abbastanza tipica in cui soltanto una parte di essi – i Lapponi – continua a nomadizzare lungo il Mar Bianco mentre gli altri stanno creando un circolo virtuoso di scambi con i prodotti nordici fra i congeneri più a settentrione e quelli più meridionali che fanno da tramite proprio con i prodotti del nord con l'Asia Centrale e le attive aree del Mar Nero. Il traffico commerciale è di regola utilissimo per darci un'idea di come le genti vivono, che materiali usano e con quali tradizioni si muovono nell'ambiente tanto da riuscire ad avere le prime indicazioni sugli abiti che gli Ugro-finni usano.

Nella Letteratura Anglosassone Antica infatti si trova una menzione importante sulla regione del Grande Nord in particolare. Un certo Othere (abbiamo semplificato il nome per comodità) norvegese, aggirato Capo Nord, riesce a sbarcare sulle rive dell'Artico (Mar Bianco) e ad avere contatti con la gente del posto. La notizia è riportata come un evento raccontato intorno alla seconda metà del IX sec. al re inglese Alfredo il Grande.

Dice Othere di aver raggiunto il Bjarmaland dove dai Lapponi (Saami) riusciva a ricavare ogni anno “...pelli di animali, piumino d'uccelli (d'oca per imbottitura), ossi di balena (qui per balena si intende il tricheco e le sue zanne) e gomene fatte da strisce di pelle di tricheco intrecciate e pelle di foca. Ognuno paga a seconda del proprio ruolo sociale. A lui (Othere) più alto in rango (degli Ugro-finni) pagano 15 pelli di martora, 5 pelli di renna, 1 pelle d'orso e 10 misure di piumino e 1 giacca di pelle d'orso e 1 d'otaria...”

Orbene, sapendo che il clima da quelle parti è particolarmente duro e che le temperature medie annuali sono basse, i materiali sommariamente descritti al re sono quelli tipici che incontreremo anche più avanti e in più abbiamo un'idea dei vestiti indossati nel Grande Nord: le giacche di pelle di vari animali (col pelo naturalmente all'interno!). Se i Lapponi, i più probabili interlocutori di Othere, allevavano le renne, gli Ugro-finni un po' più a sud cacciavano con lacci e trappole per non rovinarne il pelo gli animali da pelliccia di piccola mole e, mentre le carcasse di queste prede servivano loro da cibo, le pellicce erano il surplus esportabile come materia prima per farne mantelli e altri caldi capi di vestiario sofisticati. Logicamente alcune pellicce erano considerate più pregiate e preferite negli scambi fra cui la martora, lo zibellino, il castoro che erano usati per abiti di prestigio presso le élites in Europa Occidentale e nel Centro Asia.

Lasciamo ora il Grande Nord e trasferiamoci un po' più a sudovest.

Qui troviamo un altro grande superethnos: I Baltici indoeuropei i cui residui oggi sono la Lituania e la Lettonia. Molto vicini dal punto di vista linguistico e culturale agli Slavi, erano già conosciuti dagli autori latini (Plinio il Vecchio, Tacito) come fornitori di avorio (ricavato dalle zanne di tricheco) e di ambra. Il che denuncia non solo una loro antica e radicata attività commerciale lungo le rive del Mar Baltico, ma pure un intimo contatto con i vicini Ugro-finni. Ed è da notare che gli antichi Aestii nominati da Tacito parlavano, secondo quell'autore, una lingua di tipo celtico (indoeuropeo), sebbene oggi l'etnonimo si riferisca a gente di lingua ugro-finnica, Eesti-Estoni. Alla stessa stregua i Livii descritti dagli autori locali dell'XI sec. d.C. di lingua ugro-finnica intorno al XIV sec. d.C. passarono alla lingua lettone. In altre parole le commistioni inter-etniche in quest'area erano (e sono) frequenti causando grandi comunanze di usi e costumi fra i due superethnos.

Dei loro vestiti più antichi? Sappiamo quasi nulla, anche se l'archeologia ci porta a immaginare come fossero dalle borchie e dalle fibbie rinvenute nelle tombe. Addirittura le Saghe scandinave a proposito dei Curoni lituani raccontano che nelle battaglie fra Baltici e Svedesi per mettere scompiglio fra le spade e le lance del nemico si lanciavano… abiti interi!

Oltre all'attività piratesca/mercantile presso i Baltici indo-europei rivieraschi notiamo pure una cultura agricola sviluppata (sempre col metodo del taglia-e-brucia) date le condizioni climatiche più favorevoli nelle foreste del Neman e della Dvinà/Daugava dove si coltivano il lino, dapprima, e la canapa, poi, fibre tessili importanti nella nostra storia. La presenza baltica (insieme con gli Ugro-finni) è provata inoltre fino alla confluenza del Volga con l'Okà/Kama.

All'altro estremo della Pianura Russa troviamo il mondo dei nomadi pastori nel clima più temperato della steppa ucraina. Questo mondo è forse il più dinamico che in ogni altra regione d'Europa perché i cambiamenti, le mutazioni radicali e profonde avvengono giusto qui in cui culture si sovrappongono o fagocitano altre culture, lingue scompaiono e se ne formano nuove e allo stesso tempo mutano i modi di vita sempre diversi, ma soprattutto innovativi.

In questa area vediamo dapprima dominare gli iranofoni conosciuti già da Erodoto nel V sec. a.C. col nome di Sciti che però intorno al IV sec. d.C. vengono sostituiti nelle menzioni dei documenti dell'Impero Romano d'Oriente da tribù turcofone che domineranno la scena fino al momento in cui si formerà l'Impero Russo Moscovita. I turcofoni un po' alla volta si sedentarizzano loro malgrado nella Pianura Russa migrando in tutte le direzioni: verso nordest, i Bulgari del Volga, o a sud fondando stati autonomi nell'Anticaucaso, i Cazari, o a ovest nei Balcani, nella Bulgaria danubiana.

Sebbene molti capi d'abbigliamento dei nomadi siano stati presi dalle culture vicine, è notevole la massiccia presenza di fibre tessili animali (seta, lana di pecora, di cammello o di dromedario) poco usate in Europa, sebbene già conosciute dalle élites e nella campagna, rispetto alle fibre vegetali del nord. Sono fibre che pian piano si affermeranno e si raffineranno nell'uso insieme con l'introduzione di nuovi tipi di tessitura dal Centro Asia e dalla Cina con la steppa a far da mediatrice.

Esempi tipici sono l'uso del feltro, colorazioni migliorate da nuove tecniche tintorie delle pelli o l'introduzione dei pantaloni e l'uso degli alti stivali e delle scarpe di pelle invece che di legno.

A parte ciò, nel 921 d.C. Ibn-Fadhlan è mandato dal califfo Al-Muqtadir ai Bulgari del Volga. Il nostro personaggio ci ha lasciato un famoso Rapporto al Califfo ove ci racconta che le donne dei turcofoni nomadi, signori dei territori che sta attraversando diretto a nord, non usavano le mutande e non avevano difficoltà di fronte ad estranei a mostrare il proprio pube. Sempre nello stesso scritto si racconta dei Bulgari del Volga che facevano il bagno nel fiume, maschi e femmine, nudi.

Un'area invece veramente complicata dal punto di vista etnico è situata poco a sud della steppa: l'Anticaucaso, una delle più antiche regioni di montagna abitate d'Europa che si estende dal delta del Volga fino al Mare d'Azov. Qui le etnie sono numerose (oltre la quarantina) e convivono da tempi immemorabili l'una accanto all'altra. Fra il X e il XIII sec. d.C. finita la dominazione cazara l'unico segno di distinzione fra di esse restava la lingua e, mentre alcune delle etnie più occidentali erano già passate al cristianesimo, le altre per la maggior parte avevano abbracciato l'islam e la loro cultura (lo diciamo in modo approssimativo e sulla base di quanto raccontano i viaggiatori europei che a partire del XV sec. d.C. attraversarono il Caucaso) si era uniformata alle diverse prescrizioni religiose relative all'abbigliamento, pur conservando tracce delle identità culturali precedenti.

E infine l'ultimo ad arrivare nella Pianura Russa è il superethnos che poi dominerà in seguito a varie vicende tutta la cultura materiale e spirituale della Pianura Russa: gli Slavi. Dai documenti sembra che popoli in via di trasformazione verso un ethnos slavo abitassero già le steppe ucraine insieme agli iranofoni e che, anzi, come si pretende da parte di qualche autore, ne discendessero. Successivamente gli “slavi in fieri” furono spinti verso nordovest nella Pianura Ungherese dove si insediarono definitivamente e questa parte della Mitteleuropa nel VI sec. d.C. venne riconosciuta da due autori “romani” abbastanza affidabili, Procopio di Cesarea e Jordanes, come il crogiolo dei popoli slavi di oggi. Di qui, dal bacino superiore della Vistola, avverrà la migrazione verso nordest e nordovest degli Slavi che non era spontaneo, ma molto probabilmente causato dal tipo di agricoltura primitiva in cui, di fronte all'immensa foresta boreale europea, il metodo del taglia-e-brucia senza rotazione dopo alcuni anni di sfruttamento provocava l'esaurimento del suolo e di conseguenza la spinta a cercare nuovi terreni vergini abbandonando ai vecchi e ai disabili i villaggi d'origine. Le distanze e le comunicazioni erano tali che in pratica migrare significava morire e di qui l'abitudine di chiamare i nuovi abitati col nome dell'eponimo aiutando la nostra indagine nel ricostruire il loro cammino attraverso la toponomastica.

Ed ecco Procopio sul vestire slavo... in guerra! “...Alcuni (di loro) addirittura non possiedono neppure una camicia (greco khiton) o un mantello (di poco valore), ma sono forniti solo di mezzi pantaloni che arrivano fino alle loro vergogne e così si gettano in battaglia contro il nemico.” Tuttavia in una lettera scritta su scorza di betulla (NGB No. 43) si legge come le mode siano forse già cambiate nel XII sec. d.C. : “Da Boris a Nastasia. Quando riceverai questa lettera mandami subito qualcuno con il cavallo perché qui ho molto da fare. E mandami la biancheria intima perché ho dimenticato di portarla con me.”

Pure gli Svedesi hanno lasciato tracce nel crogiolo etnico russo addirittura conquistando il potere politico slavo-russo, se li identifichiamo con i Rus' degli autori bizantini e arabi, ma la loro influenza sul vestire sembra essere stata minima. Ancora Ibn-Fadhlan: “Non si vestono con giacche e neppure con caffettani, ma gli uomini indossano un rozzo mantello che si gettano su una spalla in modo da avere libere le mani.” Il rozzo mantello certamente è il lodhi scandinavo fatto con pellicce (da cui deriverà il russo luda, indicante più o meno lo stesso capo di vestiario).

L'Europa ca. X-XII sec. d.C. © 2012 di Aldo C. Marturano e Bianca Zanardi.

in viola sono indicati i diversi popoli nomadi della steppa


 

Ancora sul vestito russo medievale


Le informazioni sull'abbigliamento sono costituite nei casi più favorevoli da rappresentazioni pittoriche, da sculture e bassorilievi, da disegni e simili che nella Pianura Russa esistono, sebbene, occorre dirlo, fino al XV sec. d.C. molto materiale è di difficile datazione e interpretabilità a causa del suo stato di conservazione e dei tardivi scavi archeologici i cui risultati non sono stati ancora pubblicati per intero. Ciò non toglie tuttavia che abbiamo molti reperti di idoli e di statue votive (in legno solitamente) ben definiti cronologicamente in cui si può già immaginare con una qualche sicurezza l'aspetto e le decorazioni relative agli abiti e, a volte, il loro periodo in cui erano di moda.

Se le fonti a disposizione fossero però soltanto queste qui, una storia del vestito russo – pure un abbozzo – sarebbe ancora difficile da ricostruire, salve tenendo le ricerche appassionate degli amatori. La letteratura è certo abbondante, ma non sono tutti lavori recenti giacché nel passato dell'Impero Russo soltanto gli occasionali visitatori lasciavano qualche nota su come i russi si vestivano e gli studi sul campo erano ancora embrionali. E allora ci domandiamo: Come mai è stata dedicata tanta poca attenzione scientifica ad un oggetto personale così importante e indispensabile? Si era forse generata una volontà collettiva che deliberatamente voleva eliminare l'argomento “abbigliamento nella Pianura Russa” per i posteri?

Non possiamo dirlo con certezza, ma molti silenzi sull'argomento vestito ce li siamo spiegati allorché abbiamo preso in considerazione il ruolo dei miti culturali introdotti dalla Chiesa Ortodossa nella Pianura Russa giusto a partire dalla fine del X sec.!

Nell'intento dell'élite al potere nello stato slavo-russo, Rus' di Kiev, la Chiesa cristiana era l'unica sovrastruttura organizzata capace di gestire capillarmente la religione per far raggiungere l'invidiato livello di civiltà degli altri stati cristiani d'Europa all'élite al potere e alla sua cerchia e, magari, pure alle varie genti assoggettate e da assoggettare. L'ideologia cristiana prevedeva per questo un ideale di società civile nella sedentarietà delle persone implicando di conseguenza che il lavoro agricolo fosse l'occupazione più alta e più confacente all'uomo dal punto di vista etico (in verità negando l'esempio biblico di Caino!). Il pastore (Abele!) al contrario, era persona instabile e inaffidabile (il nomade delle steppe!) giusto perché sempre in mobilità. Su questa società di lavoratori della terra veniva imposta l'autorità repressiva dell'élite “unta da dio” che avrebbe guidato l'intero (nuovo) “popolo russo” lungo la retta via verso la felicità eterna disegnata dal dio cristiano. Nell'insieme una bellissima prospettiva per chiunque si facesse battezzare...

La divinità però si riservava la prerogativa di annunciare usando la natura creata attraverso propri segni, riconoscibili soltanto dai ministri del culto, i suoi voleri e i suoi giudizi particolari riguardo una punizione o un'approvazione degli atti umani, assegnando a seconda dei casi la catastrofe o l'abbondanza. Affinché questi schemi di visione del mondo e del destino dell'uomo, qui disegnati nei tratti fondamentali, fossero applicati e conosciuti e quindi rispettati da tutti, occorreva ascoltare e studiare “la parola di Dio” che i ministri del culto di tempo in tempo promulgavano ovunque fosse possibile nella Pianura e che l'élite al potere pure osservava e faceva osservare con la forza armata.

La missione della Chiesa Russa fu perciò ben pianificata. Attraverso l'esempio e il raffronto fra la civiltà “romana” e le società pagane (o infedeli... islamiche e giudaiche), al di là dei climi e della geografia, il prete insediato stabilmente nelle sparse e poco conosciute realtà contadine dei villaggi insegnava la lingua con cui il cristianesimo poteva essere conosciuto ossia quella specie di russo standard di allora detto Slavone ecclesiastico. Ciò che importava maggiormente era abbandonare il nomadismo e attaccarsi al lavoro agricolo seguendo le stagioni e le feste comandate con tutti i rituali canonizzati da millenni (per la Chiesa Russa il mondo con i suoi riti era stato creato dal dio cristiano circa 6000 anni prima del Battesimo della Rus' di Kiev) che si rispecchiavano comunque in processioni e spettacoli di strada a cui occorrevano i costumi e gli abiti prescritti. Si introdussero persino nomi nuovi per le vesti antiche e per le loro parti con parole tratte appunto dal lessico slavo-ecclesiastico. Con tale azione propagandistica si cancellavano le tradizioni etniche e i diversi eventi del passato tramandati oralmente di generazione in generazione e da popolo a popolo fissati giusto in certe particolarità del vestire e che rammentavano gli eroi nazionali e le loro imprese tanto da trasformare la tradizione un insieme di favole fantastiche di fatti forse mai accaduti, ma soprattutto da condannare perché fonti di “peccato”.

Non dovevano esserci più differenze fra etnia e etnia e, se ce ne erano, andavano soppresse per il trionfo di Cristo! E' un punto fondamentale giacché fino al XV sec. inoltrato il cristianesimo non era riuscito a penetrare in tutti gli angoli della Pianura Russa e ciò costituiva un handicap per il nascente Impero Moscovita. Il Grande Nord era pagano col suo sciamanesimo mentre l'islam e il giudaismo regnavano incontrastati nella steppa e di conseguenza numerose costumanze, cerimonie, celebrazioni e abitudini di vestirsi e di travestirsi, permanevano in molti luoghi all'interno delle antiche costumanze e con differenze etniche notevoli.

Esemplificativa di questa situazione è la vita “vestita” nel nordest europeo subartico, strettamente legata al calendario e agli eventi atmosferici da cui la sopravvivenza dipendeva moltissimo. Dove si poteva, si coltivava la terra, ma dove ciò era impossibile occorreva raccogliere i prodotti dalla foresta o dalle acque e scambiarli con i prodotti agricoli. Di qui la necessità di assicurarsi il favore degli dèi affinché la raccolta, la caccia e qualsiasi altra attività di sussistenza avessero successo e di richiedere l'incisiva mediazione dei ministri pagani che conoscevano i riti adeguati per contattare gli dèi. Le Cronache dei Tempi Passati stese in Russia dai monaci ortodossi a partire dal XI sec. d.C. indicano con rammarico l'attività efficace di quei sacerdoti concorrenti e mettono in ridicolo il loro modo di abbigliarsi e dei loro adepti, rifuggendo dai particolari perché marchiati come sacrileghi persino nel descriverli!

L'azione della Chiesa Russa malgrado tutto per la ricerca storica è positiva giacché favorisce la produzione (sebbene tarda – XIII sec.!) delle tante icone che a poco a poco si staccano dallo stereotipo bizantino e ritraggono molti dei personaggi, santi e non, nei vestiti attuali. A partire poi dall'XI sec. d.C., appaiono le prime chiese in muratura con gli affreschi sulle pareti interne e esterne e anche qui le figure ritratte sono in abiti contemporanei.

Gli esiti auspicati dalla Chiesa Russa di formare un unico popolo russo omogeneo nei costumi non furono comunque mai raggiunti per varie cause e di tal maniera molte prescrizioni, proibizioni, detti e proverbi, aneddoti e personaggi non cristiani riuscirono a passare quasi indenni attraverso il tempo tramutati in leggende e miti, ma facendoceli ritrovare preservati nelle decorazioni su cintole e camiciole ancora nell'artigianato odierno.

Per concludere, non è facile ricostruire com'era l'abbigliamento area per area per poi attribuirlo ad una specifica tradizione etnica e in un certo periodo come vorremmo, se poi i riscontri sono inquinati dagli anacronismi o rientrano nella pura speculazione come a volte accade nella fantasia dei diversi reenactments medievali di questi ultimi anni.

Ci spieghiamo meglio. L'abbigliamento nella Pianura Russa ha subito cambiamenti e evoluzioni, come è naturale col passar del tempo, e tuttavia l'archeologia ci suggerisce che gli abiti attuali, almeno i cosiddetti costumi tradizionali conservatisi nella campagna russa per certe cerimonie e certe celebrazioni, non siano molto variati nel disegno e nella foggia/moda, a parte i materiali! In altre parole: E' forse possibile riuscire a sottolineare le differenze etniche nell'abbigliarsi, se ricorriamo ad una “momentanea astrazione dalla cronologia”?

Il vestito in effetti è un oggetto variabile nelle forme e negli usi e può essere sia un semplice drappo portato sulle spalle a mo' di mantello e fermato con una o più borchie sia una specie di tubo da infilare dalla testa fino ai piedi oppure... altro ancora!

Diamo una prima definizione classica di che cosa s'intenda per vestito. E' un involucro artificiale del corpo umano che, oltre ad avere la funzione protettivo-utilitaria del corpo stesso dai pericoli insiti nell'ambiente, acquista nelle varie culture ulteriori funzioni rituali e di ornamento. Esso di solito è composto di tre strati di vesti per adulti: 1. a contatto diretto con la pelle che normalmente rimane nascosta all'occhio indiscreto e viene detto intimo, 2. una seconda viene indossata sulla prima e serve per aggirarsi in casa o fra amici e parenti, e infine 3. vesti e mantelli da mettersi all'esterno della casa dove si abita. Queste ultime “vesti esterne” ci interesseremo un po' di più perché sono queste che sono rimaste invariate e usate per gli usi culturali tradizionali.

Nell'idea di vestirsi sono compresi naturalmente i cappelli, le scarpe, i guanti e le cinture mentre, per quanto riguarda i materiali “consentiti” (non se ne possono scegliere molti a contatto con la pelle!) con cui ci si abbiglia o addobba, le materie prime dell'indagine etnografica dà: tessuti di fibre vegetali e animali, feltri, pelli di vari animali compresa quella di pesce, scorza di albero, fogliame.

Per lo storico il tutto si complica quando occorre rassegnarsi, come dicevamo, alla deperibilità dovuta più che al mutamento delle fogge, alla realtà che i vestiti si logorano non soltanto portandoli addosso, ma anche per la natura fisico-chimica dei materiali e quindi mai si conservano interi, salvo le parti metalliche o gli ammennicoli d'altro materiale più resistente.

Va allora tutto perduto? Fortunatamente non è così giacché le tradizioni conservano nell'arte del cucire e del ritagliare riproducendoli in tutti i particolari i capi di vestiario esterni di tanto tempo fa e a queste riproduzioni (ad esempio, dei depositi dei costumi teatrali!) ricorreremo.

L'URSS ebbe il grande merito nel secolo scorso di riconoscere ufficialmente e legalmente la multietnicità dell'ex Impero Russo e avviò una grande azione di incoraggiamento ad esaltare ogni nazionalità distinguibile nel territorio della grande repubblica standardizzandone le diverse lingue, le scritture, i tipi di cibo, rinobilitando le cerimonie locali e i vestiti tradizionali. Oggi quel lavoro insieme col materiale raccolto è un tesoro museale esagerato che offre la possibilità di sollevare (non abbastanza quanto vorremmo!) il velo steso sul passato chissà facendoci indovinare in qualche modo come ci si abbigliava fra il IX e il XIII sec. d.C. che  rappresenta il periodo centrale più interessante del Medioevo Russo.

Artisti russi moderni di gran talento si sono addirittura cimentati a riprodurre sulla tela o nella pietra scene del lontano passato della Pianura Russa aiutati dagli archeologi che hanno studiato meticolosamente quanto si andava man mano raccogliendo e dagli etnografi che registravano il folclore e le tradizioni dei tanti popoli dell'URSS coi pochi e insufficienti strumenti di quel tempo: appunti scritti, un registratore etc. Oggi questo materiale si può ammirare e studiare nei musei russi o presso gli archivi delle università e dell'Accademia delle Scienze mentre la ricerca etnografica in tutta la Federazione Russa continua.

A parte il folclore, la documentazione scritta fino a questo momento si riferisce soprattutto alle tradizioni orali che in gran parte rientrano nelle popolari byline (racconti eroici del passato) dove si racconta del vestito dei personaggi coinvolti. Grazie alla ricerca e all'opera di attenti e pazienti studiosi come Afanasiev, Dal' o Propp e altri in questo campo che hanno analizzato e confrontato con altre oralità folcloristiche europee e extraeuropee, riusciamo a capire meglio un mondo variopinto che ormai in parte non c'è più. Non solo! Le byline riprese in teatro e in opere musicali moderne ci suggeriscono che la tradizione, apparentemente cancellata in passato, riesce ancora a riemergere e a rispecchiarsi pure nell'abbigliamento sebbene proiettata su uno sfondo magico che poi è lo stesso mondo di cui ogni contadino russo va orgoglioso.

Il folclore è insomma un archivio etnografico da cui dovremo attingere per ricostruire questa piccola storia del vestito russo attenti agli anacronismi e alle stratificazioni culturali che si accumulano normalmente nel ricordo collettivo e cercando prima di tutto di distinguere quanto è stato malauguratamente “russificato” in varie occasioni per varie cause religiose e politiche da ciò che invece potrebbe essere rimasto immutato e originale di una data gente “non russa”.

Il campo è vastissimo e certamente non possediamo tutte le competenze per riuscire a studiarlo con interezza e quanto scriveremo è soltanto il timido tentativo di mettere a disposizione un insieme di ipotesi sulle radici culturali che uniscono storicamente le varie etnie della Pianura Russa. Per di più, dopo millenni di mescolanze (riconfermate peraltro dalle ricerche in campo genetico di Cavalli-Sforza/Piazza nel 1993) e a parte il nazionalismo sfrenato e le brutture razziste pseudoscientifiche del secolo passato, la realtà etnica russa di oggi rimane con evidenza il risultato di un pieno fervore medievale di contatti e di processi di fusione interetnica a dispetto dei romantici del secolo scorso che vi vedevano soltanto l'esaltazione dell'etnia slava.

Fissati così (senza impegno) dei limiti cronologici che vanno dai primi vagiti del primo stato slavo-russo, IX-X sec. d.C. agli albori dell'Impero Russo Moscovita del XV-XVI sec. d.C., tenteremo di ripercorrere i passi della Chiesa Ortodossa Russa lungo il suo progetto di amalgama delle diverse etnie esistenti intorno alle élites slavo-russo-baltiche, ormai strettamente alleate, allo scopo di creare un unico grande impero universale e cristiano dall'Atlantico al Pacifico. Il processo, lo ripetiamo, è rimasto incompiuto, ma è il fil rouge che seguiremo.

L'intreccio fra vestito e il suo uso rituale è troppo dominante per essere messo da parte e, siccome la società contadina alla fine predominerà, per questa ed altre ragioni abbiamo trovato conveniente lasciar proseguire il nostro racconto agganciandolo al calendario agricolo com'era in vigore fino ai tempi di Pietro il Grande alla fine del XVII sec. d.C. così da poter ammirare l'abbigliamento come esso si relaziona con le celebrazioni durante l'anno e durante le epoche della vita.

Un fattore molto importante lamentato dalle élites medievali al potere che dovevano penare per raccogliere i tributi in luoghi appositi e per non riuscire a controllare i guadi delle vie d'acqua è la mobilità della realtà antropica della Pianura.

Sembrerebbe cosa secondaria per il nostro interesse, se non notassimo che, mentre nella zona meridionale dove si trova la steppa la mobilità è massima, nell'estremo nord invece è minore e ancora nelle zone centrali si avvicina al semi-nomadismo. Con una tale situazione i cambiamenti negli usi e nei costumi possono diventare molto frequenti, benché il tradizionalismo delle società, sedentarie e non, tenda a mascherare/incorporare le novità, se non proprio ad eliminarle quando siano considerate dannose alla stabilità del tessuto sociale.

Insomma avremo delle culture che ne assorbono altre creando un sincretismo tutto proprio e delle altre che invece o resistono così come sono o scompaiono addirittura... sempre contando che nel vestito e nell'abbigliamento si riflettano tutte le vicissitudini attraversate da chi lo ha indossato.

 

 

Vestiti di nobili nomadi Cumani/Polovzi del XI sec. d.C., donne e uomini, da disegni di statue votive in area ungherese del Museo Etnografico di Budapest dove si notano le scarpe coi tacchi alti

 

Cerchiamo ora di districarci non solo fra i prodotti finiti che richiedono il lavoro di provetti artigiani, ma pure fra i materiali precedentemente da loro selezionati e preparati, tenendo sempre presente il rispetto per i costumi e per le etiche della comunità dove costoro operano con i loro strumenti e nel tempo loro assegnato. E' fondamentale affrontare il tema dal lato comportamentale dell'uomo/donna che gestisce i materiali poiché nella congerie di religioni e credenze presenti nel Medioevo Russo l'artigiano, normalmente, non era tanto apprezzato per la sua bravura o per sapere usare bene gli strumenti di cui disponeva quanto invece per il fatto che gli dèi gli concedevano dopo una sua preghiera di richiesta di agire sulla natura e lo guidavano nel trasformare una parte di essa in un oggetto da usare. L'artigiano pertanto nel momento in cui opera mostra una sacralità intrinseca personale che si trasfonde nell'oggetto finito e dal folclore sappiamo che quest'atteggiamento si è conservato fino ad oggi seppur parzialmente mascherato in gesti e cerimonie stereotipate.

Quanto ai materiali, essi non possono che venire o direttamente dall'ambiente circostante locale o, al limite, essere importati. Già l'ambiente, a parte l'importazione, è abbastanza diverso dal sud al nord della Pianura Russa e ricavare dei materiali per mettere insieme un capo d'abbigliamento significa prima d'ogni altra cosa distinguere, almeno schematicamente, i tipi di economia in voga fra le diverse etnie per riuscire ad inserire le attività dedicate agli abiti fra le altre.

Nel nord estremo abbiamo trovato un'agricoltura-orticoltura combinata con la piccola caccia, a parte l'allevamento in grande del bestiame, le renne, dei Lapponi. Lungo il Baltico al contrario vige la raccolta nella foresta più caccia e pesca e un'orticoltura e infine nella zona forestata al centro (più o meno) della Pianura domina l'agricoltura col metodo del taglia-e-brucia insieme con il piccolo allevamento (suini e ovini di piccola taglia). Nel sud, nelle steppe ucraine e lungo i declivi del Caucaso infine troviamo l'allevamento dei cavalli e delle capre/pecore fino al XIII sec. d.C.

Da questa situazione possiamo già trarre qualche conclusione. Dall'allevamento si ricavavano cuoio, pelo e lana, pellicce e pelli, dalle coltivazioni agricole fibre dalle piante tessili. Dai numerosi fiumi e dai mari nordici si ricavano colle e pelli dai pesci e dai grossi mammiferi marini. Nella foresta inoltre si trovano non soltanto piante tintorie, scorze di albero per farne scarpe e specie vegetali da intrecciare; ma persino reagenti di base come il tannino per la concia così come dagli uccelli (oca) si ricava piumino da imbottitura.

Naturalmente non esamineremo i processi lavorativi punto per punto giacché non è il nostro precipuo scopo, ma a grandi tratti c'interesseremo soprattutto di come venivano scelte e lavorate le materie prime per il loro valore commerciale e per il loro carattere sacrale. In altre parole è indubbio che l'abito è un bisogno “naturale” dell'uomo che occorre soddisfare, ma è a contatto col corpo e ne diventa parte di esso e perciò deve possedere un certo valore magico sia protettivo dalle infinite forze naturali maligne (in russo forze impure o nečìstye sìly) sia essere un oggetto rituale che, sotto certe forme, si addice soltanto a certe persone e a certi eventi. Sono questi i caratteri tipici che la tradizione e la situazione storica e geografica impone all'occupazione “fare abiti” in particolare.

Orbene un abito-involucro per adempire ai compiti sopraddetti deve essere una superficie materiale continua non immediatamente pervia a liquidi e a gas permettendo alla pelle di “respirare” senza grondare di sudore, come si suol dire. Tali superfici, dette meglio panni o stoffe o teli, si ottengono in vari modi se non si trovano addirittura già pronti da usare in natura. Siccome noi qui non parliamo di società primitive, ma evolute e con tecnologie avanzate per quei tempi, nel caso della fabbricazione di abiti dobbiamo escludere l'utilizzazione dei prodotti naturali così come essi sono e supporne sempre una previa e accurata lavorazione “sacralizzata”.

La Pianura Russa, oggi occupata per grandissima parte dalla Federazione Russa, parte europea, e da Lituania, Bielorussia, Lettonia, Estonia e Ucraina; include la steppa, luogo pochissimo studiato dal punto di vista del passato storico, ma i cui transiti di nomadi diretti in Europa Occidentale sono molto antichi e risalgono molto indietro nel tempo. Sottolineando che le genti che passarono di qui non sono tanto da intendere come masse di uomini culturalmente omogenee quanto invece come leghe di tribù di diversa origine, noi partiremo dai loro prodotti per abiti e, dove possibile, ne noteremo le differenze etniche d'uso.

Uno dei prodotti più antichi della steppa euroasiatica usati per abbigliamento è il feltro.

Usato già dagli Sciti ai tempi di Erodoto nel V sec. a.C. si parte dalla lana lunga e arricciata della pecora selezionata in Centro Asia (VI millennio a.C.) aggiungendo, a seconda dell'uso del prodotto finito, pelo di dorso di cammello e di agnellino e, talvolta, anche di altri animali. Innanzitutto la lavorazione è fatta d'estate quando conviene tosare le pecore al caldo della stagione e consiste nel battere a lungo, dopo averla lavata sommariamente, la lana con bastoni speciali affinché si liberi quanto più è possibile dall'umidità e dalla sporcizia. La massa lanosa viene trattata poi con siero di latte in acqua calda che farà da collante/condensante rendendola più morbida. Dopodiché separata in tante masse viene avvolta in cilindri di cuoio che saranno calpestati da cavalli o da gruppi di volonterose donne che vi salteranno su per giorni e giorni. Una volta tirate fuori dagli involucri di cuoio le masse lanose vanno stirate e appiattite fino ad un certo spessore per gli usi diversi che nella steppa sono prevalentemente la copertura (e le riparazioni) della jurta (abitazione mobile a pianta circolare dei nomadi) e solo in ultimo per farne abbigliamento come suole da scarpe o imbottiture per chi indossa stivali di cuoio rigido.

Il colore del feltro ottenuto è quello naturale della lana da cui si è partiti, nera o bianca, ma è possibile anche colorarla in celeste o in rosso con piante tintorie benché sia, questa, una lavorazione non tipica della steppa. Il feltro di lana bianca – ecco invece un suo uso particolare – era dedicato a scopi religiosi per farne un tappeto sul quale si accoccolava il capopopolo, khan o kaghan, scelto nell'assemblea dei nobili. Il tappeto col suo ospite veniva poi lanciato in aria da un gruppo di persone scelte nerborute e con questa cerimonia consacrato alla sua funzione per il resto della vita. Più o meno una cerimonia simile si faceva per i giovani sposi e su questo tappeto addirittura si preparava la grande tavolata per celebrare l'arrivo della stagione fredda. Questi usi sono rimasti consacrati nel folclore russo e turco nelle favole del tappeto volante...

Il più importante capo di vestiario fatto col feltro è comunque la burqa ossia la cappa rigida, senza maniche, lunga fino alle caviglie indossata esclusivamente dai pastori negli alpeggi invernali del Caucaso. In pratica il pastore, scelto il territorio dove pascolare le sue mandrie di pecore e capre, portava con sé attaccato con una cinghia sul deretano uno sgabello con un unico piolo e in mano uno scaldino. Lasciando che la burqa poggiasse per terra senza accartocciarsi, si sedeva e accudiva al suo lavoro per ore al caldo abbastanza comodamente. Presso gli altri popoli del Caucaso la burqa, rimanendo un abito sempre maschile, è fatta anche con altri materiali più morbidi del feltro. Più corta – arrivava fino alle ginocchia – era utilizzata dai cavallerizzi per ripararsi dal vento e dal freddo mentre si era in sella.

Altri capi di feltro erano i molti e diversi cappelli per donne e per uomini o le imbottiture per elmi e per pettorali o per farne sottoselle.

Come abbiamo detto, lane diverse si possono ricavare dalla groppa del cammello/dromedario che era più morbida di per sé e quindi popolare, ma anche più cara. Se ne facevano lunghe giacche per l'abbigliamento maschile (in turkmeno Duè Čakmen) molto apprezzate per la loro finezza dai notabili. Al contrario la lana caprina pungeva sulla pelle e nell'abbigliamento la si usava per farne preferibilmente cintole e corregge dal bell'aspetto lucido.

Tenendo inoltre presente che gli allevamenti di ovini presso i sedentari della Pianura a nord della steppa erano composti di pecore a pelo liscio e corto fino al XII sec. la lana greggia a pelo lungo doveva essere importata ed era merce di scambio fra i nomadi e i contadini ucraini che la usavano per filarla e tesserla e farne ornamenti alle vesti di festa delle donne. Tuttavia, siccome la lana migliore andava in maggiori quantità per le jurte, quella che i nomadi offrivano non doveva essere di alta qualità e di conseguenza la lana in genere era considerata, specie dalle classi abbienti “russe”, di basso valore rispetto, ad esempio, alla seta o ai panni di cotone.

Per quanto riguarda il cotone inoltre, esso risulta poco usato nella steppa. Le origini della pianta che forniva questa fibra e la sua selezione e coltivazione sono persiane e quindi nella Pianura Russa in generale arrivava attraverso i mercati della Bulgaria del Volga dalle grandi oasi di Organza o di Bukharà in panni o vestiti già pronti visto che qui la si filava e la si sapeva colorare con essenze vegetali come i tannini di noce o l'orzo abbrustolito. I cotonati erano leggeri e resistenti e soprattutto accettabili al contatto con la pelle in concorrenza con i panni di lino più delicati, ma molto più cari. Inoltre era forse la fibra più adatta ad essere intrecciata con fili d'oro e d'argento.

Nella steppa dominava nell'abbigliamento la pelle conciata come “panno” da cucire e da tagliare e più o meno la stessa cosa avveniva nell'estremo nord per i nomadi Lapponi e soprattutto per gli stivali e le suole. Una differenza è da notare e cioè che, mentre i Lapponi macellavano le renne al momento opportuno e nel traevano pelli e cibo, per i nomadi del steppa non si poteva far la stessa cosa coi cavalli, considerati animali sacri in stretto contatto col mondo sotterraneo e quindi con la morte. Eppure con l'avvento del cristianesimo il cuoio di cavallo servì per fare una specie di camiciola (vlasianìza) che veniva posta direttamente sulla pelle dei monaci allo scopo di mortificare il corpo con la sua ruvidezza al posto del cilicio...

La lavorazione delle pelli era comunque molto diffusa in tutta la Pianura Russa e addirittura un prodotto per farne scarpe o altri ammennicoli di pregio era un know-how esclusivo dei Bulgari del Volga (sedentari agricoltori) i quali dalle pelli conciate di vitello giovane tiravano fuori la delicata “vacchetta” o juft/juht di vari colori o il safyàn di pelle di capretto o di agnello.

Abbiamo nominato il Centro Asia ormai più di una volta. La ragione è che fra il IX e il XIV sec. d.C. quest'area fu il centro industriale più avanzato del mondo medievale musulmano del Vicino Oriente e in tutto il Mediterraneo, specializzato proprio nel campo dell'abbigliamento con le sue manifatture di alta qualità e di materie prime innovative di varia provenienza. Fra queste ultime la seta fu una di quelle che fu alla base delle produzioni (integrate con le importazioni dalla Cina) centro-asiatiche più famose (nelle lingue europee ancora si usano nomi di tessuti prodotti nel Centro Asia di seta e di altri materiali: mussolina, taffetà, organza, damaschino etc.). L'allevamento del baco da seta e come lavorare il suo filo fu un'industria importata dalla Cina molto precocemente  secondo la leggenda dai monaci bizantini ai tempi di Giustiniano (da Khotan intorno al V sec. d.C.). Si affermò poi in Persia (genericamente in Centro Asia) e, benché la qualità cinese restasse sempre la migliore, cionondimeno quella che si produceva fra Samarcanda, Organza, Merv e Bukharà era molto bella e crebbe nella domanda internazionale e, sebbene Costantinopoli ne producesse per uso autarchico dell'imperatore, volentieri la corte bizantina ne riceveva di provenienza centro-asiatica sotto forma di tendaggi e teli e vesti.

I nobili mongoli addirittura amavano moltissimo le vesti e le stoffe e, quando a partire dal XIII sec. d.C. diventarono la potenza dominatrice nelle steppe protessero giusto questo traffico lungo le tante Vie della Seta (una via faceva capolinea nella Pianura Russa a Bulgar sul Volga).

Passiamo ora alle fibre tessili tradizionali della Pianura Russa ossia al lino, prevalente nel nord, e alla canapa e alla lana ovina a pelo corto (antico russo volnà), prevalenti nel sud.

 

1                                                2                                                          3

Lino annuale da fibra (1), canapa (2) e lino da olio (3)

 

La semina del lino (lion in russo, Linum usitatissimum sp.) cominciava alla fine di maggio quando le giornate diventavano sempre più lunghe e la temperatura aumentava.

Il contadino maschio con i semi dentro un sacco fatto da pantaloni disusati nel simbolismo della inseminazione della Madre Terra andava sul campo nudo e spargeva i semi rivoltando il sacco ad ogni manciata nei solchi previamente preparati. La data era fissata principalmente dalla Luna: Se si volevano gambi lunghissimi, si seminava quando la luna era crescente, se invece si voleva lino per farne olio, allora si seminava al Plenilunio e prima che si seminasse era l'anziano del villaggio che benediva il campo in nome della Madre Terra e ne affidava la protezione al dio della tempesta balto-slavo, Perun/Perkunas, (si ponevano qui e là delle statuette di legno del dio) che avrebbe regolato la pioggia eventuale e evitato così la crescita di erbacce concorrenti.

Dopo qualche settimana o poco più i gambi sono ormai alti e si torna sul campo, stavolta le donne, a scegliere le piante più lunghe. Si dovevano immergere le piante raccolte libere dai rametti e dai fiori in una pozza d'acqua stagnante affinché marcisse il legante naturale e le fibre fossero liberate. Dopodiché asciutti nel sole gli steli erano battuti con forza, passati in una specie di ghigliottina che faceva cadere le ultime particelle di legante e rilasciavano le fibre che potevano essere lavorate e pettinate.

Per la canapa (in russo konoplià, Cannabis sativa sp. coltivata come pianta tessile fin dal tempo dei Sumeri!) si procedeva più o meno allo stesso modo del lino, salvo che, essendo la pianta sessuata e dioica, le piante maschio, una volta individuate, erano subito tirate via e le più belle trapiantate in altro luogo. Soprattutto le piante femmine erano utilizzate per farne fibre benché per crescere richiedessero un più lungo tempo di quelle del lino.

 

A destra la pianta femmina (verde) della Canapa e a sinistra quella maschio

(Bielorussia, foto dell'autore)

 

Ritorniamo sulle fibre. Una volta ottenute, devono essere ritorte in filo continuo e finalmente tessute. Diciamo qui che la tessitura era eseguita quasi esclusivamente dalle donne durante il lungo inverno in cui il lavoro dei campi era abbandonato fino alla successiva primavera e per far ciò vari strumenti erano necessari e tutti consacrati ad un dio/dea delle religioni pagane nordiche.

Archeologicamente il fuso (in russo veretenò) è il più importante degli strumenti perché il peso di terracotta/pietra che ne abbassa il baricentro e lo fa ruotare meglio è un reperto frequente nelle tombe femminili o negli scavi delle case. E siccome gli strumenti erano strettamente personali, i fusi venivano passati di madre in figlia e sui sopraddetti pesetti (che venivano in maggioranza dall'Ucraina dopo il XIII sec.) appare persino incisa la destinazione prevista del lavoro del fuso.



Lavorazione del lino ricostruita dai reperti archeologici a Biskupin in Polonia

(da Une cité fortifiée à l'Âge du fer, Paris 1986)

 

Altro strumento presente nella casa “russa” è invece il telaio (tkazkii stan) che presso gli Slavi della Pianura Russa era verticale e simile a quello scandinavo.

Le fibre che abbiamo nominato erano quindi filate e ridotte in fili di diametro conveniente da cui si ricavavano teli di larghezza sufficiente per poter confezionare un abito.

In particolare per la canapa più resistente del lino alla trazione l'uso maggiore rimase quello di farne gomene e cordame, ma specialmente reti da pesca giacché i pescatori del lago Peipus/Pskov pretendevano che la canapa attirasse meglio i pesci! Tuttavia particolare è l'uso delle fibre che si potevano ricavare dalla canapa maschio che dava teli considerati più resistenti e adatti ai lavori del contadino, naturalmente!

Naturalmente altre piante della Pianura Russa erano utilizzate per farne vesti, come l'ortica che le ragazze slave usavano per imparare a tessere e per farne abitini per le bambole. Un'altra pianta tessile diffusissima che cresce spontaneamente lungo il Mar Mediterraneo e lungo gli argini dei fiumi o in zone umide e con acque stagnanti come le paludi della Russia era la Tifa (nella figura soprastante Typha angustifolia sp.). Nelle città russe chi vagava seminudo o nudo completamente era considerato un poveraccio ed era persino disprezzato in quanto era privo d'assistenza da parte della sua famiglia e perciò per sua colpa abbandonato a se stesso. Costoro, d'estate nudi, d'inverno qualche chiesa li accoglieva e li vestiva appunto con abiti fatti di fibra ricavata dalla Tifa (o anche dalla Canapa maschio).

Qualcuno di loro tuttavia è diventato anche famoso tanto da attribuirgli il nome della più bella chiesa del mondo nella Piazza Rossa: San Basilio! E a Novgorod un altro di questi personaggi fu addirittura talmente stimato da far da consigliere e da giudice popolare...






Telaio slavo-russo ricostruito da descrizioni e reperti archeologici

 

 

 

 

© 2013 di Aldo C. Marturano

 

Ultimo aggiornamento Venerdì 19 Aprile 2013 15:08
 
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