Un freddo autunno PDF Stampa E-mail
Scritto da Ivan Bunin   
Martedì 05 Giugno 2012 22:38

UN FREDDO AUTUNNO

di Ivan Bunin

("Холодная осень")

Nel giugno di quell'anno lui era ospite da noi, nel nostro podere – da sempre era considerato uno di famiglia: il suo povero padre era amico e vicino di casa del mio. Il quindici giugno assassinarono Ferdinando a Sarajevo. La mattina del sedici portarono i giornali dalla posta. Papà uscì dal suo studio con in mano l'edizione serale della gazzetta di Mosca, venne in sala da pranzo dove lui, mamma ed io stavamo prendendo il té e disse:

- E' la guerra, amici miei! A Sarajevo hanno ucciso l'erede al trono austriaco. E' la guerra!

Nel giorno di San Pietro da noi si era radunata molta gente per l'onomastico di papà e a pranzo lui venne ufficialmente annunciato come mio fidanzato. Il diciannove luglio la Germania dichiarò guerra alla Russia...

A settembre venne per un solo giorno a stare da noi. Voleva salutarci prima di partire per il fronte (tutti allora pensavano che la guerra sarebbe finita presto e noi rinviammo il nostro matrimonio a primavera). Arrivò l'ora della nostra serata d'addio. Dopo cena, come d'abitudine fu servito il tè e papà, guardando le finestre appannate dal vapore del samovar, disse:

- E' un autunno sorprendentemente freddo e precoce!

Quella sera sedevamo in silenzio, solo ogni tanto scambiavamo parole di circostanza, con una calma esagerata, tenendo nascosti i pensieri segreti e le reali sensazioni. E con questa stessa falsa noncuranza papà aveva parlato dell'autunno. Io mi avvicinai alla porta sul balcone e asciugai il vetro con un fazzoletto: nel giardino, nel cielo nero brillavano luminose e ardenti pure stelle di ghiaccio. Papà fumava, abbandonato sullo schienale della poltrona, guardando distrattamente la lampada accesa che pendeva proprio sopra al tavolo. Mamma, inforcati gli occhiali, sotto quella stessa luce cuciva premurosamente un piccolo sacchetto di seta – sapevamo noi quale – e tutto ciт era al tempo stesso toccante e terribile. Papà domandò:

- E così vuoi lo stesso partire di mattina. E non dopo colazione?

- Si, col vostro permesso, di mattina - rispose lui - è molto triste ma devo dare ancora le ultime disposizioni in casa. Papà sospirò piano.

- Come vuoi tu, anima mia, ma in questo caso è ora per noi di andare a dormire. Io e la mamma domani vogliamo assolutamente accompagnarti...

Mamma si alzò e fece il segno della croce sul suo futuro figlio. Lui si inchinò davanti alla sua mano, poi davanti a quella di papà. Rimasti soli restammo ancora un po’ in sala da pranzo, io a fare un solitario, lui a camminare in silenzio da un angolo all'altro. Poi chiese:

- Ti va di fare due passi?

Il mio animo si fece ancora più pesante ma risposi con indifferenza:

- Va bene…

Nell’anticamera, vestendosi, continuava a rimuginare qualcosa, poi con un dolce sorriso gli tornò in mente una poesia di Fet.

‘ Che autunno freddo!

Indossa il tuo scialle e la vestaglia…’

- Una vestaglia non ce l’ho! E poi?

- Non mi ricordo…. Continua così, mi sembra:

‘ Guarda – tra i pini nerastri

Come un fuoco che sale…’

- Quale fuoco?

- Lo spuntar della luna, penso… In questi versi c’è una certa qual autunnale grazia di campagna: “Indossa il tuo scialle e la vestaglia…”. I tempi dei nostri nonni e delle nostre nonne… O mio Dio! … Mio Dio!

- Cos’hai?

- Niente, e tuttavia sono triste. Triste e felice. Ti amo, ti amo tanto…

Ci vestimmo e uscimmo in giardino.

All'inizio era talmente buio che mi reggevo alla sua manica. Poi cominciammo a distinguere i rami neri nel cielo che si faceva chiaro. Lui si fermò e si voltò verso la casa:

- Guarda le finestre della casa... Brillano di una vera luce d'autunno! Finchè sarò vivo conserverò per sempre il ricordo di questa serata...

Guardai anch'io, poi lui mi avvolse nel suo mantello. Io allontanai lo scialle dal viso e piegai leggermente la testa perchè lui mi baciasse. Dopo avermi baciata mi guardò il viso:

- Come ti brillano gli occhi – disse – senti freddo? E' un'aria proprio invernale... Dimmi... se mi uccideranno, tu non mi dimenticherai subito?

Io pensai... E se veramente lo uccidono... e io dopo un po’ di tempo mi dimenticherò di lui... in fondo tutto passa… E mi affrettai a rispondere, spaventata dai miei stessi pensieri:

- Non dire cosi! Io non sopravviverò alla tua morte!

Lui restò in silenzio per un po’, poi disse piano:

- Se mi uccideranno, io starò la ad aspettarti... tu vivi ancora per un po’, sii felice su questa terra... poi vieni da me.

Io piansi amaramente…

La mattina dopo se ne andò. La mamma gli mise al collo quell’infausto sacchetto che stava cucendo la sera prima, contenente una piccola icona d’oro che avevano giа portato in guerra suo padre e suo nonno – poi facemmo su di lui il segno della croce, con una certa qual impetuosa disperazione. Restammo in cortile a vederlo andare via, presi da quel tipico obnubilamento che sempre si verifica quando accompagni qualcuno alla vigilia di un lungo distacco, e dovevamo veramente sembrare fuori posto in quel mattino così lieto e assolato, con l’erba scintillante di brina. Restammo un po’, poi entrammo nella casa vuota. Io andai di stanza in stanza, con le mani dietro la schiena, senza sapere cosa fare, scoppiare a piangere oppure cantare a piena voce.

L’ammazzarono - che strana parola!- un mese dopo, in Galizia. Da quel momento sono passati trent'anni. E molte, molte cose sono successe in questi anni, da farli sembrare così lunghi quando ci pensi intensamente e richiami alla memoria tutto quello che di magico, oscuro, incomprensibile all’intelletto e al cuore, che si chiama passato. La primavera del diciasette, quando ormai non c'erano più né mamma né papà, io mi trovavo a Mosca e vivevo nella cantina di una negoziante che non faceva altro che prendermi in giro: “Buongiorno, vostra grazia! Come stanno le vostre grazie?”

Anch'io mi dedicai al commercio vendendo, un po’ come tutti allora, quel poco che mi era rimasto: un anellino, una piccola croce, un colletto di pelliccia mangiato dalle tarme, e proprio qui, sulla via Arbat all'angolo con il mercato, incontrai una persona dall'animo di rara bontà, un anziano militare a riposo, con il quale presto mi sposai e partii ad aprile per Ekaterinodar. Viaggiavamo insieme a suo nipote, un ragazzetto di diciasette anni infiltratosi fra i volontari da nemmeno due settimane, io con le ciocie di corteccia ai piedi, lui in una logora palandrana da cosacco, la barba incolta e brizzolata – e più di due anni li passammo sul Don e nel Kuban’. L’inverno, in pieno uragano, salpammo verso la Turchia con una folla infinita di altri profughi, e durante il viaggio mio marito morì di tifo. Io restai sola con il nipote, la sua giovane moglie e la figlioletta di sette mesi. Dopo un po’ anche loro se ne andarono in Crimea per unirsi alle truppe di Vrangel e mi affidarono la bambina. Di loro non seppi mai più niente. Io vissi ancora a lungo a Constantinopoli, mantenendo me e la bambina con ogni sorta di lavori pesanti. Poi, come molti altri girai, mezza Europa: Serbia, Slovacchia, Belgio, Parigi, Nizza... La bambina, ormai cresciuta, restò a Parigi e diventò una vera francese molto carina e assolutamente indifferente nei miei confronti. Serviva in una cioccolateria di Madlen, avvolgendo con le manine ben curate piccole scatole nella carta da regalo; io vivevo e vivo tuttora a Nizza con quel che Dio mi concede… A Nizza c’ero stata per la prima volta nel 1912 – e mai avrei immaginato in quei giorni felici cosa sarebbe divenuta un giorno per me!

E così sono sopravvissuta alla sua morte, pur avendo un giorno detto senza riflettere che non gli sarei mai sopravvissuta. Ma se ripenso a tutto quello che da quel giorno c’è stato, mi chiedo sempre: ma allora cos'è stata la mia vita? E mi rispondo: soltanto quella fredda sera d’autunno. Possibile che ci sia stata veramente? E tuttavia c’è stata ed è tutto quello che c'è stato nella mia vita, il resto - un inutile sogno. Ma io credo, credo fermamente: da qualche parte lassù lui mi sta aspettando, con lo stesso amore e la stessa giovinezza di quella sera. “Vivi ancora per un po', sii felice su questa terra, poi vieni da me”. Ecco, ho vissuto ancora un po’, sono stata felice, ora sto arrivando.

 

(traduzione a cura di Simone Corazza)

Ultimo aggiornamento Giovedì 07 Giugno 2012 19:02
 
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