Un carico prezioso PDF Stampa E-mail
Scritto da Konstantin Paustovskij   
Sabato 31 Luglio 2010 08:15

Un carico prezioso

("Ценный груз")

 

Štern aveva letto in qualche libro che i tipi strambi abbelliscono la vita. Quello comparso sulla sua nave, però, non era piaciuto a nessuno. Indossava dei pantaloni gialli a quadretti di una larghezza smisurata. Questo color giallo indisponeva oltremodo Štern, forse perché ogni cosa intorno era di un colore grigio e tenue – non solo le acque del golfo di Finlandia, ma anche le fiancate della sua nave, il “Borea”. Il “Borea” era stato verniciato di un color tela bagnata. Solo là, dove la vernice si era scrostata, rosseggiava il minio. A detta del picchiatello, questo era molto pittoresco; secondo Štern invece – la nave avrebbe dovuto essere riverniciata già da un pezzo.

Il picchiatello girava per il ponte, fra le casse accatastate, con un’andatura da struzzo. Assomigliava a un variopinto uccello tropicale dalle gambe lunghe e sottili. Aveva una giacca blu, un berretto verde e una cravatta color foglie d’autunno. Aveva portato con sé una valigia e un violino nella custodia.

Il picchiatello accompagnava in Inghilterra un carico di giocattoli. Si può capire quando nella stiva ammassano legname, pellame o sacchi di grano, ma caricare giocattoli era offensivo. I vecchi capitani delle navi vicine si erano limitati a fare spallucce.

I giocattoli venivano calati nella stiva, per volere del picchiatello, con tali cautele, nemmeno si trattasse di fulminato di mercurio.

Chok, l’aiutante – persona superstiziosa e insoddisfatta dell’esistenza terrena – espresse un parere tipo “queste bamboline infernali non porteranno niente di buono”. Štern pretese delle spiegazioni. Chok borbottò che il carico era leggero, non era possibile fissarlo alla stiva e in caso di tempesta – va da sé – le casse sarebbero franate su un fianco, il “Borea” si sarebbe inclinato e … Chok scese a terra per le sigarette.

- Non è affar vostro giudicare! – gli disse dietro Štern. – Se lo comandano, voi caricherete per me code di vacca! Che differenza fa?!

Il malcontento sul ponte non accennava a placarsi. La mattina, mentre uscivano dal porto, qualche marinaio gridò col megafono dalla “Paesi dei Soviet”:

- Avete preso per bene il vostro carico di trombette di carnevale?

Sul mare aleggiava la nebbia. Štern si sentì sollevato – quasi la nebbia potesse nascondere quel carico ridicolo. Si immaginava come curiosi e gentili piroscafi avrebbero chiesto notizie per mare:

“Dove siete diretti e con quale carico?”

“Con i giocattoli a Belfast, - avrebbe risposto la vedetta.

Dopodiché sulle navi incrociate sarebbe iniziato un inusuale trambusto. Dalle fiancate sarebbero spuntati i brutti musi dei marinai che si sbellicano dalle risate. E sull’equipaggio del “Borea” si sarebbe abbattuta una grandinata di sberleffi. I marinai avrebbero pigolato “mamma-mamma”, e i capitani gridato dalle plance:

Buona navigazione con i biberon!

Chok aveva ribattezzato il picchiatello “romanzo con contrabbasso”.* In effetti non ispirava rispetto. I marinai, di solito indifferenti ai passeggeri e al carico, erano offesi. Si accostavano al picchiatello e chiedevano, indicando le sue scarpe rosse dalla punta aguzza e dileggiandolo apertamente:

- Quanto le avete pagate queste ruote?

I più sfrontati ponevano la domanda in un altro modo:

- Quanto costano questi zoccoli equini?

Il picchiatello non se ne aveva a male. Rispondeva volentieri che li aveva pagati venti rubli al GUM.

Era entusiasta. Verso sera, fra le tenebre del mare, accadevano cose curiose. Attraverso la nebbia si affacciavano nubi simili a gigantesche sfere di ovatta rosa, fari lontani strizzavano l’occhio, e le coste della Danimarca parevano profumare di aringa fresca e panna. Scendendo al salone ufficiali, il picchiatello disse a Štern:

- Sono molto soddisfatto.

Štern alzò al cielo le sopracciglia: motivi di compiacimento non ce n’erano. Stavano entrando in acque tedesche e il barometro precipitava con l’ostinazione dei contrappesi di un orologio.

- Ci sarà una tempesta, - rispose Štern, e si ritirò nella sua cabina.

Il quinto giorno di navigazione, mentre cenavano nel salone ufficiali, il picchiatello batté col coltello sul bicchiere colmo di narzan e chiese la parola. Sul mare veniva una pioggia lieve e uggiosa. Nel salone ardevano le lampade. Le lampade e il picchiatello si riflettevano insieme in quattro specchi. Štern guardava il picchiatello nello specchio e vedeva il suo profilo, con il pince-nez storto sul naso delicato e gentile.

Štern era a disagio. In qualità di capitano avrebbe potuto fermare il picchiatello e spiegargli che le austere tradizioni marinare non contemplano discorsi. Avrebbe potuto ricordargli che i marinai ritengono le chiacchiere qualcosa di cui provare vergogna (a meno che, naturalmente, non si sia bevuto qualche bicchiere di troppo). Tuttavia Štern non badò agli sguardi scontenti degli aiutanti e con la mano fece un gesto sconsolato:

- Lasciate che parli.

E il picchiatello disse quanto segue:

- Si sta verificando un increscioso equivoco. Il carico che io accompagno vi ha procurato molti grattacapi. Il fatto è che voi, del mondo dei giocattoli, sapete poco. Siete intrisi di orgoglio professionale. Certo, prendere parte a una spedizione al Polo Nord è molto più onorevole che trasportare giocattoli. Non credevo che i marinai potessero essere così devoti a certe utili occupazioni, e al tempo stesso così ottusamente ostili a cose che, semplicemente, non conoscono.

Queste parole risuonarono come una dichiarazione di guerra. Dichiarata guerra, il picchiatello entrò nel vivo della questione. Sosteneva, che l’arte di costruire giocattoli è altrettanto onorevole dell’arte di costruire navi. Fece trasecolare Chok con la storia di un artigiano giocattolaio tedesco, che diventò milionario costruendo soldatini di stagno. Disse che i giocattoli sovietici sono i migliori al mondo, e il meglio del meglio in questo momento il “Borea” lo stava portando in mostra a Belfast. Assestò un colpetto anche a Štern, menzionando fra l’altro, che nella cabina del capitano aveva visto un piccolo veliero giallo canarino. I giocattoli sono un carico prezioso. Solo i bambini hanno il diritto di romperli, non gli scaricatori di porto né l’equipaggio. Disse, con aria di sfida, che i timori di Chok erano sciocchezze. Dite a un qualsiasi marinaio che una nave può rovesciarsi a causa di un carico di giocattoli, e questi vi riderà in faccia.

Chok protestò. Rammentò un caso in cui, nel porto di Leningrado, uno scaricatore rimase schiacciato da una balla d’ovatta. Poi rigirò il discorso, e domandò se il primo venuto non avrebbe riso in faccia al picchiatello al racconto di un uomo schiacciato dall’ovatta. La discussione si infervorò. Štern la interruppe, chiedendo con malcelata curiosità:

- Che tipo di giocattoli avete?

- Di due tipi, - rispose il picchiatello.

Trascinò nel salone ufficiali una valigia e rovesciò sul tavolo rubizze matriosche, vel

ieri, coniglietti e orsacchiotti.

- Secondo tipo, - spiegò il picchiatello. – Alla dogana i funzionari inglesi apriranno il carico di giocattoli bolscevichi e resteranno piacevolmente impressionati: centinaia di vezzose bambole dalle nere e folte sopracciglia diffonderanno i loro sorrisi imparati a memoria. Questi sorrisi terranno nascosto il vero carico – eccolo: il primo tipo.

Il picchiatello scosse la valigia e sul tavolo piovvero giovani della komsomol e pionieri di cartapesta, Budennyj su un cavallo grigio, guardie rosse dai volti bruniti, fabbri che forgiano aratri, poliziotti dai musi idioti, tessitrici alle rocche, minatori ricurvi nelle gallerie, decine di ragazzini sui carri del primo maggio e, infine, un ridicolo sovrano dagli occhi bianchi. Al minimo contatto emetteva un rauco guaito.

I giocattoli passarono di mano in mano. L’aiutante in seconda mise il poliziotto sulla zuccheriera, gli diede un colpetto sul naso e gli infilò una sigaretta in bocca. Il poliziotto roteava rabbioso gli occhi truci di perlina. Štern si mise a discutere con Chok sui velieri. Chok asseriva trattarsi di modelli di clipper per il trasporto del tè. Štern si arrabbiava e sosteneva che erano brigantini. Furono tirati fuori libri con la descrizione di navi antiche. Il marconista si mise al piano, e la bambola-pioniere cominciò a ballare il tip-tap sotto la mano esperta del meccanico.

I marinai, sorridenti, gettarono uno sguardo verso la porta. Era venuto il nostromo a fare rapporto sulla velocità di crociera, prese dal tavolo uno zufolo e fece sentire tutti i dodici trilli dell’usignolo.

L’euforia arrivò fino agli alloggi dei marinai. Il timoniere Širjaev si vantava di poter intagliare in un sol pezzo di corteccia un modellino di torpediniera, con tutti i suoi alberi, ciminiere e casematte. Non gli credevano. Širjaev giurava e chiedeva un pezzo di corteccia, ma sul “Borea” corteccia non ce n’era. I nomi di illustri modellisti di navi di Amburgo, di Odessa, di Londra, venivano citati migliaia di volte.

Chok restò irremovibile nelle sue superstizioni. Il significato dei giocattoli, per lui, si limitava al fatto che erano in grado – specialmente gli orsacchiotti di peluche – di proteggere dagli eventi funesti.

Štern raccontò che a Le Havre i bambini degli operai giocano in sordidi specchi d’acqua ingombri di spazzatura, da dove la vigilanza del porto non li caccia. I loro giocattoli sono semplici. Assi al posto delle navi, e i chiodi arrugginiti sono le ancore dell’ammiragliato. Giocano piano piano. La loro felicità la scambieresti per malinconia, da quanto è timorosa.

Il picchiatello interruppe Štern e disse che nei giocattoli viene riposto molto talento e calore, dev’essere per il fatto che gli stessi mastri giocattolai hanno vissuto un’infanzia poco invidiabile. Il bambino che non conosce i giocattoli cresce nel rigido mondo degli adulti. Non può nemmeno parlare alle locomotive e ai coniglietti, non può fare la cosa più allettante – svitare la testa del poliziotto e sbirciare dentro, nell’incavo di gesso.

- Io capisco quanto possa essere offensivo e umiliante trasportare bambole in braghette di pizzo o negri di gomma, destinati ad essere giustiziati nel chiuso della stanza, - disse il picchiatello. – Voi vedete, il nostro è un carico diverso. Portiamo giocattoli per quei quartieri dove i bambini giocano con i barattoli delle conserve e le code essiccate delle aringhe. E’ difficile intuire quanta gioia e quante lacrime si trovino nelle tanto a voi invise casse nella stiva del “Borea”. E voi rimpiangete un carico di budella sotto sale.

Il baccano si acquietò solo verso la mezzanotte, quando quattro colpi di campanella risuonarono particolarmente melodiosi nella bonaccia e nel buio.

Štern salì sul ponte di comando. Il “Borea” stava doppiando le coste settentrionali dell’Inghilterra. Štern guardò il barometro e imprecò: dall’oceano stava arrivando la tempesta. Le stelle splendevano incerte e si lasciavano avvolgere da una lunga coltre di nebbia.

Nella cabina del picchiatello il violino cominciò dolcemente a suonare. Štern stette ad ascoltarlo. Il canto di un violino su una nave di notte era inusuale, almeno quanto il carico che giaceva nella stiva. Štern portò il fischietto alla bocca, indugiò, poi fischiò. Arrivò di corsa la vedetta.

- Riferisci a Chok, - ordinò Štern, - di controllare il fissaggio del carico nella stiva. La tempesta incombe.

- Sissignore! – gridò la vedetta e ansimando corse giù per la passerella.

Mentre Štern scendeva nel suo alloggio, nella stiva brillavano le lampade avvolte in spesse reticelle e Chok gridava:

- Piano, non è mica sapone!

Si affaccendarono fino al mattino, ma il carico venne fissato impeccabilmente, come solo Chok sapeva fare, quand’era di buonumore.

Il picchiatello suonò il violino fino a notte inoltrata.

 

L’oscurità andava a sbattere contro i fanali della nave e, senza rumore, scivolava via oltre la poppa. Il barometro precipitava a sbalzi.

Il picchiatello s’era addormentato con un libro aperto sul petto. Il “David Copperfield” di Dickens. Gli apparve in sogno la vecchia Inghilterra – le carrozze gialle della posta, pallide ragazze, i frac a quadretti dei procuratori e i bicchieri di grog bevuto a digiuno…

Alle sei del mattino il sogno si interruppe bruscamente. Il libro rovinò sul pavimento e il “Borea” si avviò verso il baratro.

Il picchiatello si svegliò e afferrò il pince-nez. Voleva vedere cosa stesse accadendo, ma non vide niente, fuorché una nebbia giallognola e la mantella che pendeva perpendicolare alla parete. La mantella lo urtò sul viso. Da sotto la branda, lentamente strisciò fuori un mostro nero e, frusciando, si mise a girare per la cabina – era la vecchia valigia di pelle.

Al picchiatello parve che il “Borea” fosse stato nascosto in una gigantesca bottiglia, e che qualcuno ci stesse soffiando dentro a tutta forza.

Il picchiatello non capì subito che era cominciata la tempesta. Dapprima sembrava che il “Borea” girasse su se stesso, come una scheggia di legno sotto una gigantesca cascata. I chiodi scricchiolavano nel segno secco, il ferro strideva, ma la cosa peggiore era un ululato regolare e preciso – sotto l’uragano cantava il sartiame.

Svelto, in qualche modo, il picchiatello si vestì. Nel salone ufficiali sorprese l’alba. La situazione ricordava un giorno d’inverno in un ospedale da campo: dimenticate, le lampade ardevano con una fiamma color uovo e vicino alle finestre, simili a pozzanghere, si irradiava una luce sgradevole.

Il picchiatello aprì la porta e fece qualche passo sul ponte. Il mattino, verde e torbido, mugghiava e si agitava aldilà dei parapetti. L’oceano era un muro. Il lamento del sartiame agghiacciava il cuore. Quasi strisciando, il picchiatello si portò sul ponte di comando, ma lì era ancora più lugubre. Da lì era chiaro che il “Borea” stava ribollendo come una patata in una gelida pignatta.

Le mantelle di Štern e dell’aiutante in seconda erano zuppe. Štern sorrise malinconicamente al picchiatello e indicò con il dito verso il basso. Il picchiatello ne fu agghiacciato: il gesto voleva dire che il “Borea” poteva andare a fondo da un momento all’altro. Poi capì che lo stavano gentilmente invitando a ritirarsi in cabina. Lui caparbio scosse la testa e rimase sul ponte di comando.

Štern non gli badò più. Guardava dritto e spesso tirava la leva del telegrafo di macchina. Montagne d’acqua, avvolgendo davanti a sé enormi cavalloni di schiuma, si scagliavano sulla nave. Per un attimo il picchiatello ebbe la certezza che il “Borea” fosse spacciato. La nave con un crepito se ne andò sott’acqua e per qualche minuto, oltre la linea dell’oceano coperto di schiuma, svettarono solo la ciminiera rossa e il ponte di comando con Štern. Poi il “Borea” suo malgrado riemerse dalle onde e l’acqua prese a scolare via dai ponti come da un secchio bucato. Dalla schiena immobile di Štern il picchiatello capì che il momento era stato molto pericoloso.

Il picchiatello fu riportato alla realtà da un grido rabbioso giù per il megafono, giunto poco più che un sussurro. La voce di Štern risuonò rauca:

- Chok, come va nella stiva? Tutto a posto con i giocattoli?

- Siamo vivi, per ora - rispose l’eco su dal condotto di rame.

Štern avvicinò a sé il picchiatello per il collo e gli urlò nell’orecchio:

- Dobbiamo sfondare nel Canale del Nord!

Il picchiatello rispose facendo di sì con la testa, ma era chiaro che non ci sarebbe stato nessun canale. Il “Borea” si dibatteva come un uomo durante un linciaggio che riceve colpi in faccia ora da destra, ora da sinistra.

Un fatto impressionò il picchiatello: la nave non sottraeva la prua ai colpi, ma si buttava a capofitto contro le onde più alte. Qualcosa di molto simile al coraggio della disperazione, o forse a pura e semplice incoscienza.

Štern disserrò le labbra, come fossero di gomma, e cominciò a urlare rauco:

- Forza undici! … Sentite? … Sì … Di notte … Porteremo i giocattoli a destinazione … Giù, giù …

Le labbra si distesero in qualcosa che voleva dire un sorriso.

Il picchiatello si trascinò di sotto. Nel salone ufficiali, sul divano, era sdraiato un cameriere. Si lamentava del fatto che sarebbero stati costretti a mangiare carne secca, poiché la cambusa era inservibile. Il pensiero che si potesse mangiare sembrava assurdo. Le parole del cameriere il picchiatello le interpretò come una specie di delirio.

Alle tre, sul ponte, risuonò lugubre un fischio.

Il picchiatello schiacciò il naso contro la finestra gelida e vide una nave arrugginita con la poppa impennata all’insù. Sul suo albero si dibatteva un brandello di bandiera. La nave immerse nell’acqua anche la poppa e sparì nella pioggia. Il picchiatello, benché non fosse marinaio, si accorse di una stranezza: la bandiera del “Borea” si trovava a poppa, mentre sull’altra nave pendeva a metà albero. Chiese lumi al cameriere.

- Che c’è da capire? – rispose risentito il cameriere. – Chiedono aiuto.

Perfino il picchiatello capiva che chiedere aiuto era quantomeno sciocco. La nave venne sferzata dalla schiuma e sparì. Solo di tanto in tanto, nelle fratture fra le onde, rimbalzava e qua e là la sua carena rossa.

Il picchiatello tremava. Aveva perso la fiducia nella saldezza del “Borea” e nell’onnipotente Štern. Il marconista captò due richieste d’aiuto. L’oceano assomigliava a un pazzo furioso.

La tempesta rinforzava. Si stava approssimando la notte, ma a nessuno veniva in mente di andare a dormire. Si poteva soltanto fumare e attendere. Che cosa? Il picchiatello si teneva alla larga dai pensieri di un possibile naufragio, ma al crepuscolo il “Borea” si inclinò violentemente su un fianco e precipitò verso il basso. Migliaia di tonnellate d’acqua si schiantarono sul ponte.

Sul ponte di comando cominciarono a fischiare disperatamente. Il cameriere, sbiancato in volto, urlò al picchiatello:

- Stiamo doppiando le rocce del Rokk! Andiamo su!

Il picchiatello balzò fuori e subito indietreggiò: davanti agli occhi ruggiva la morte bianca. Non distinse le rocce. Vedeva soltanto poderose colonne d’acqua che si innalzavano lontane nel cielo. Stordito dalla nausea, strisciò fino al ponte di comando. Il “Borea” sbatteva con violenza da una parte all’altra, imbarcando acqua. Andava parallelo alle onde.

- Cosa c’è? … Cosa c’è? … - gridò a Štern il picchiatello, ma il vento come un tappo gli chiuse la bocca e fischiò fra i denti come un flauto.

Štern nemmeno lo guardò. Non distoglieva l’occhio dal bianco accecante delle colonne d’acqua, ancora più terrificanti ora che da est a grandi passi si stava avvicinando la notte cupa e tenebrosa.

L’aiutante in seconda gettò sul picchiatello un’occhiata stanca, lo afferrò per la mano e sul palmo scrisse con il dito:

“Doppiamo il Rokk”.

Il picchiatello capì che era arrivato il momento più difficile.

Il “Borea” lottava con le ultime forze. Fu spinto fin sotto le rocce. Le onde torbide erano scoscese come pareti.

Il picchiatello si mise a sedere, si aggrappò alla ringhiera e chiuse gli occhi. Con un’angoscia improvvisa, lo prese il desiderio irrefrenabile di diventare sordo e muto. Poi qualcuno lo strattonò per le spalle, lui in attimo si ritrovò fradicio e balzò su: sul ponte, rotolando su se stessa, passò un onda e tra suoi flutti, con la chiglia sottosopra, dondolava una scialuppa strappata via dal ponte. Il “Borea” impennò in alto la prua e rovinò giù, vicino alle ultime rocce. Le onde frustavano la poppa. La macchina tremava lievemente.

Štern si asciugò il viso con la manica e sputò. Si rigirò gravemente verso il picchiatello, lo strinse per il gomito e lo condusse nel salone ufficiali. Se ne stava in silenzio, e il picchiatello non si decideva a domandare.

- E così, è fortunato il vostro carico, - disse infine Štern. – Con questo tempo non si può doppiare il Rokk. E’ la fine per tutti. Non c’era altra scelta. Fra un’ora saremo in prossimità della costa.

Il picchiatello chiese perché mai era stato necessario doppiare le rocce. Sapeva che in caso di tempeste violente, le navi vanno contro le onde e il vento, finché il tempo non migliora, e non cambiano mai la rotta per non esporsi a un rischio mortale.

- Se avessi avuto a bordo un carico di budella sotto sale, - bisbigliò Štern, - non avrei cambiato la rotta. E adesso andate a dormire!

Il picchiatello se ne andò ubbidiente in cabina, si cambiò e si mise a letto. Il dondolio si fece regolare e piacevole.

Si riscaldò e cadde addormentato.

Sognò una città ammantata di neve. La neve cadeva fitta e silenziosa, ricoprendo le tegole delle case e i ponti delle navi.

L’odore dell’inverno sulla costa era fresco, come la primavera, - non si sarebbe potuto dimenticarlo per tutta la vita. Al crepuscolo tremolavano milioni di luci.

Štern uscì sul ponte in una giubba nuova con galloni dorati. Il suo volto ben rasato sembrava quasi fanciullesco.

Il “Borea” suonava solennemente le sirene.

Furono accese enormi fiaccole e iniziarono le operazioni di scarico. Dalle casse dei giocattoli arrivava odore di vernice.

Il picchiatello scese a riva e si perse nei vicoletti soffici di neve. Incrociava vecchietti simili agli eroi di Jules Verne. Aspirava con voluttà il fumo forte delle loro pipe.

La città era impregnata dell’odore di vecchie navi. Sui viali, balie rubiconde e allegre raccontavano ai bambini del “Borea”. Di come aveva superato la tempesta, terribile come la fine del mondo, e fredda, come un impacco di ghiaccio, per portare loro i giocattoli. Gli occhi dei bimbi si facevano azzurri d’orgoglio e incomprensibili lacrime.

La neve e le fiamme nei camini riportavano in vita i tempi fantastici delle fiabe di Andersen. Il picchiatello vide nella neve le orme strette di Cenerentola. La neve, sotto le sue piante dei piedi, si scioglieva: i suoi piedi erano molto caldi e piccolini. Il picchiatello seguì le orme. Portavano al “Borea”.

Cenerentola stava in piedi sulla nave e parlava con Štern. Štern sorrideva amabilmente. Lei si voltò verso il picchiatello, lui fece qualche passo indietro: il viso di lei sembrava fatto di bagliore d’occhi e di gioia, sui capelli scuri biancheggiavano piccoli cristalli di neve, l’abito color acqua di mare luccicava sotto i vari colori dei fuochi d’artificio che si alzavano sopra la città. Annunciavano l’inizio della grande festività invernale.

Il picchiatello si svegliò. C’era calma. Uscì sul ponte e vide nella luce muta dell’aurora Belfast – città antica dalle luci mai spente, avvolta in una nebbia come di piuma. C’era odore d’erba autunnale. Il “Borea”, sbuffando vapore, dondolava e lentamente si inchinava alla città.

 

1926

traduzione italiana: Simone Corazza

 

Links:

Konstantin Paustovskij, note biografiche

"Villa Borghese" , racconto (anche nella versione originale in lingua russa) , introduzione di Simone Corazza

 

"Il vecchio cuoco", racconto ("Старый повар", versione in lingua russa).

 

 

 

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Agosto 2010 17:58
 
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