IL RISCHIO CECENIA
di Carlo Benedetti
pagg.270, euro 23.00 (2007) EDUP Editore
Parlare di Cecenia, oggi come all’epoca dei ripetuti bombardamenti russi su Groznyj, significa in primo luogo affrontare un complesso di tendenze secessionistiche da sempre presenti nel Caucaso ed al tempo stesso toccare un nervo scoperto della società e della politica russa.
Carlo Benedetti, corrispondente da Mosca durante l’epoca sovietica per L’Unità e Liberazione, esplora gran parte degli aspetti riguardanti il recente passato della “ex repubblica ribelle”, raccogliendo una ricca documentazione fatta di statistiche, dichiarazioni e fonti bibliografiche che sicuramente costituiscono il valore aggiunto di questo testo.
La rigorosità nella raccolta delle informazioni e la capacità di offrire analisi multidisciplinari indispensabili per comprendere il “rischio Cecenia”, concetto che racchiude valutazioni di carattere geostrategico politico e sociale sui rischi del separatismo nel continente eurasiatico, separano questo lavoro dalle molte opere che in Europa e Stati Uniti hanno permesso una acritica strumentalizzazione in senso antirusso della guerra in Cecenia e dell’assassinio della giornalista Anna Politkovskaja. […]
La Cecenia è stata per anni la spina nel fianco della politica moscovita, centro di grandi interessi economici e punto di riferimento ed organizzazione per vari gruppi paramilitari multietnici legati al fondamentalismo religioso ed al multiforme “terrorismo internazionale”, come dimostra ad esempio il coinvolgimento di guerriglieri afghani, giordani e sauditi contro le truppe governative nel Caucaso Settentrionale.[…]
Colonna portante dell’intera indagine sulla Cecenia è la rilettura del crollo sovietico in funzione della fase di riciclaggio mediante la quale molte figure chiave del KGB e del PCUS potranno rientrare nel panorama politico dei singoli frammenti dell’impero sovietico. Una gestione della continuità politica che tra mille problemi nel tempo ha garantito una gestione delle risorse economiche e militari utili a difendere l’intera Russia da chi aveva cercato di trasformare il paese in un gigantesco mercato per la svendita di armamenti e materie prime a beneficio dei paesi esteri. La ferma reazione russa alla politica della NATO in Asia centrale, Est Europa e Caucaso ne sono indirettamente la prova.[…]
È interessante anche notare come dei guerriglieri sia evidenziato anche quel divario culturale, ideologico e politico che oggi sembra averli decisamente allontanati dal popolo che tanto avevano voluto rappresentare. Non è un caso che in più punti l’autore rimarchi il mancato appoggio alla causa indipendentista da parte delle popolazioni del Caucaso settentrionale, così come il carattere non propriamente patriottico di un “guerriglia cecena” composta da uomini disperati e giovani figli del disastro sociale del 1989, a cui si uniranno strada facendo volontari giordani, egiziani, turchi, sauditi, azeri, dagestani, afghani, pakistani...
L’eliminazione dei capi militari e politici della ribellione cecena è il messaggio con cui Mosca ha negato ogni negoziato con quelli che semplicisticamente sono definiti “terroristi”, termine spesso criticato dalle cancellerie mondiali: uno dopo l’altro sono caduti i primi quattro presidenti dell’autoproclamata Repubblica Cecena di Ichkeria Dudaev, Jandarbiev, Maskhadov, Saidulayev. Permangono invece le tensioni con l’Inghilterra per la protezione di politici e finanziatori dell’indipendentismo, da Zakhayev a Berezovskij, mentre la caccia a Dokka Umarov ed altri combattenti continua tra Cecenia, Dagestan ed Azerbaijan.
Un ampio spazio è dedicato alla catastrofe umanitaria durante e tra le guerre cecene, le inchieste sull’uso di armi non convenzionali, le violazioni dei diritti umani, la caccia ai combattenti che hanno rifiutato di deporre le armi e che regolarmente scendono dalle montagne per attaccare pattuglie federali e stazioni di polizia.
Poche parole invece sullo sforzo con cui il governo di Ramzan Kadyrov (figlio dell’ex presidente Akhmad Kadyrov, assassinato dai separatisti allo stadio di Groznyj) da tempo dirige la ricostruzione delle città cecene e delle principali opere di urbanizzazione nel paese: condomini, strade, reti elettriche, acquedotti, parchi ed infrastrutture ripristinate in tempi brevissimi. Parallelamente alla rinascita di Groznyj sembra ricostituirsi la società civile, se è vero che molti cittadini aderiscono alla campagna di smilitarizzazione consegnando armi ed esplosivi, un segnale positivo per la sicurezza del paese. Se la normalizzazione cecena proseguisse su questa strada, la Russia porrebbe di fronte all’opinione pubblica mondiale un esempio valido di quella exit strategy che la NATO fatica a trovare oggi in Iraq ed in Afghanistan.
Luca Bionda
La versione integrale del testo è pubblicata nell’ultimo numero di
“Eurasia, Rivista di Studi Geopolitici” (n.3/2009)
www.eurasia-rivista.org
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