Villa Borghese PDF Stampa E-mail
Scritto da Konstantin Paustovskij   
Martedì 12 Gennaio 2010 18:17

Se è vero, come dicono, che la sofferenza sia in grado di amplificare talune sensibilità e di acuire la percezione delle emozioni, non deve meravigliare l’inarrivabile abilità di Paustovskij nel cogliere certi aspetti della vita che noi, distratti osservatori di passaggio, trascuriamo: il sorriso di una ragazza, lo stormire delle foglie, il mugghiare del vento nella tempesta, una sigaretta accesa e non finita, un gatto che dorme. Istantanee struggenti scattate nelle pagine dei racconti, pennellate di colore ora tenue e morbido, ora vivido e lancinante, come sangue che irrora il suo potente incastro narrativo.

Konstantin Paustovskij (1892 – 1968) sa cos’è la sofferenza e sa cos’è il dolore: abbandonato dal padre, due fratelli inghiottiti nella grande fornace della prima guerra mondiale, lavoretti saltuari per mantenere la famiglia. “La brama per l’insolito mi perseguitava fin dall’infanzia. La mia condizione si poteva definire in due parole: ammirazione per il creato e angoscia per l’impossibilità di vederlo”.

Quando più tardi, scrittore affermato, riuscirà a filtrare fra le maglie dell’Unione Sovietica e a vedere il “suo” mondo, imprimerà nei diari pagine indimenticabili e devastanti, come il vento delle tempeste marine che squassano i suoi racconti.

Simone Corazza

Villa Borghese

«Вилла Боргезе» (1956)

Io andavo molto spesso a Villa Borghese e avrei potuto andarci ogni giorno, non fosse altro che per guardare, dalla svolta della strada, il vasto scintillio di Roma.

Non sono parole vuote. Roma davvero scintillava in lontananza, come balugina sotto i colpi di un raggio di sole il marmo ingiallito. Il crepuscolare sole d’autunno accendeva, nell’ampia aria fresca, piccoli lampi di fuoco bronzeo sulla cupola di San Pietro e sulle sommità degli altri antichi edifici.

Venne ottobre, ma non si sentiva il tipico per noi russi fruscio delle foglie morte. Un solo suono dominava nei giardini malinconici e deserti di Villa Borghese – l’alto tintinnio di una fontana. Il getto d’acqua, verdastra, simile a quella del mare, si riversava in una vasca di marmo. In questa vasca, verosimilmente per consuetudine, i turisti gettavano di tanto in tanto, come a fontana di Trevi, esili monete d’argento. Le monete erano mosse dall’urto dell’acqua che si rovesciava. I volti di divinità allegoriche effigiati sulle monete, erano la personificazione di meravigliosi paesi: Francia, Italia, Grecia – e sembravano tristi per il fatto di essere destinati a giacere tutta la notte sul fondo della vasca, nell’acqua fredda.

Io mi sedevo vicino alla fontana, su una panchina di pietra. Mai nessuno che si sedesse affianco a me. Solo un ragazzetto lesto, con dei calzoni corti a quadretti, ogni tanto mi sfrecciava rapido accanto con i pattini, sull’asfalto, e spariva dietro la Villa Borghese.

Strano, ma la fontana mi pareva solitaria, e per lei provavo perfino pena, come per un vecchio abbandonato. La sua sorte era monotona: riversarsi e gorgogliare notte dopo notte, finché l’alba nebbiosa non comincia ad azzurrare sopra Roma. Noi sappiamo come possono essere pesanti le notti insonni per i vecchi. Di tanto in tanto una stella ignota brilla nel cielo lontano. E questo sarà per la fontana l’unico incontro notturno con un essere vivente.

A Roma le notti mi sembravano molto più appiccicose delle notti d’inverno a Mosca. Nell’arco della notte ti svegli più di qualche volta per il rintocco regolare di una campana, ti metti a sedere sul letto e resti in ascolto, senza deciderti in nessun modo ad alzarti, vestirti e uscire dall’albergo “Nazionale” incontro alla Roma notturna. Uscire e andare per le vie deserte e misteriose senza alcuno scopo, incontrando soltanto i carabinieri. Questi di notte girano sempre in due e si sentono tintinnare le loro sciabole.

Andare per la Roma notturna e oltrepassare il Tevere, a Trastevere, nei loschi rioni dove per mesi non ascolti una sola parola di russo. Per questo inizia a montare l’angoscia, e pare che ti sia cacciato in una trappola e smarrito irrimediabilmente fra questi palazzi marroni.

Seduto a sufficienza accanto alla vecchia fontana nel parco di Villa Borghese, e dopo averla salutata, salivo su per l’ampia scalinata principale fino alla galleria Borghese, entravo nella prima sala e subito mi sedevo su una panchina – bisognava adattare gli occhi alla luce rosa che si riversava dal soffitto decorato, pervasa da un dorato nitore. Come se in questa enorme ed alta sala fosse appena tramontato il sole. La luce proveniva dai dipinti dei pittori Giovanni Margheti e Domenico Ancelis *, che ricoprivano l’intero soffitto e le pareti.

Chiunque entrasse in quella sala si illuminava del chiarore rossastro dei loro colori. I volti delle persone si facevano delicati e belli grazie a questa luce. Soprattutto i volti delle giovani donne e dei bambini. E l’impenetrabile volto di ceramica di una giovane giapponese.

Erano già alcune volte che la incontravo a Villa Borghese. Girava per le sale della galleria con molta cautela, la testa leggermente inclinata come un fiore sullo stelo. Con i suoi occhi neri come la notte guardava le sculture del Bernini, magnifico artista sotto la cui mano la pietra diventava morbida e calda, come un corpo umano. Questo era particolarmente evidente nella scultura “Il ratto di Proserpina”: sulla coscia di Proserpina erano rimaste impresse per l’eternità le impronte delle dita del rapitore Plutone.

Durante una delle visite notai come la giovane giapponese contemplasse a lungo Proserpina poi, dopo essersi guardata attorno, strinse con le dita sottili e affusolate il proprio braccio, nudo fin quasi alla spalla. Sull’avambraccio le rimasero quelle stesse impronte, come sulla coscia di Proserpina.

Io sorrisi. La giapponese si accorse del mio sguardo e avvampò di un rosso scuro. Una fila di denti regolari e affilati brillò da dietro la bocca socchiusa. Quasi rabbioso, quel sorriso mi costrinse a distogliere lo sguardo e a passare subito alla sala accanto. Là, su un divanetto, giaceva languida e marmorea Paolina Bonaparte, scolpita dal Canova. Ogni piega del divanetto, ogni sua singola sgualcitura erano state rifinite dallo scultore fino alla perfezione totale. Da questo trasandato spiegazzamento si ergeva l’esile corpo di ragazza di Paolina, la sua schiena ben tornita e il seno candido. Notai che i monaci, i quali a volte capitavano a Villa Borghese, cercavano di passare accanto a Paolina senza alzare lo sguardo. Però poi dalla sala vicina si voltavano sempre verso di lei e sorridevano confusi.

La lunga permanenza nelle sale del museo cominciava a farsi sentire. Le meditabonde madonne e gli assorti santi dei quadri erano abbigliati con stoffe eccessivamente pesanti e sontuose. Sedevano in troni intagliati nella pietra e i bassi colli aldilà delle finestre erano coperti da erba appassita, buona solo per far brucare gli agnelli.

In questa Giudea, in queste Betlemmi e Nazareth, chiaramente mancava l’aria, che, con tutta probabilità, per molti secoli era stata riscaldata fino a diventare così densa da quel sole che ora, nei quadri, con tanta lentezza volgeva al tramonto. Riprendevo fiato, quasi senza volerlo, e avrei desiderato che su questa biblica landa arsa si abbattesse, schiumando, un impetuoso acquazzone. Ma ciò non si avverava e, ogni volta, quando andavo via da Villa Borghese, su Roma si stendeva il solito afoso crepuscolo e prometteva ancora un’altra soffocante e insonne notte.

Al ristorante dell’albergo, buio e tetro, il mio vicino – un croato di Zagabria – mi avvertì, sorridendo colpevolmente, che la notte avremmo avuto di nuovo “il grande secco” per gli asmatici, poiché stava soffiando lo scirocco.

Il croato ed io non eravamo i soli a soffrire d’asma. Quasi ogni notte la giovane giapponese scendeva nella hall vuota dell’albergo, appena fiocamente illuminata. Sempre più luminoso, tuttavia, che nelle stanze. Gli italiani consumavano l’elettricità con estrema avarizia. Il portiere portava fuori dalla hall direttamente in strada, all’aria aperta, una piccola poltrona, la sistemava sul marciapiede, vicino alle porte girevoli di vetro dell’albergo, e la giapponese sedeva molto a lungo su questa poltrona, quasi tutta la notte, quando ancora per le strade di Roma regnavano silenzio e frescura.

Il portiere mi raccontò che questa solitaria lady sembrava solo in apparenza giovane, ma che in realtà andava già per la quarantina. Era rimasta ferita al tempo dell’esplosione della bomba atomica a Nagasaki, era sopravvissuta, ma da quel momento era rimasta traumatizzata – teme di restare da sola, senza persone intorno. Per questo di giorno vaga senza fine per Roma e le notti le passa nella hall oppure, se non piove, siede lungo il marciapiede, sulla poltrona, all’entrata dell’albergo. Nella hall, alle sue spalle, è sempre di servizio il portiere e siedono due-tre dipendenti dell’albergo – i camerieri**.

- Ha bisogno – aggiunse il portiere – di molta aria, e inoltre che siano udibili voci umane. Allora sta tranquilla. Noi a lei ci siamo già abituati. Anche i carabinieri si sono abituati e non domandano più niente. La salutano e stanno attenti che nessuno le dia fastidio.

- Una donna molto malinconica – dissi io, - E molto bella.

- Sì!** - concordò il portiere, sfogliò un libro spesso con la registrazione degli ospiti, sospirò e disse: - E’ arrivata da Singapore.

- Chi è?

Il portiere guardò di nuovo nel libro.

- Da noi è registrata come giornalista. Chiunque può registrarsi come appartenente a una qualunque professione consentita.

Se una persona la incontri spesso, a lungo andare quei tratti insoliti che all’inizio notavi in lei si dissolvono­. La giapponese si sottraeva a questa legge dell’umana convivenza. Più passava il tempo, più si presentava imperscrutabile e misteriosa, e questo mistero sembrava senza fondo, come il buio delle profondità oceaniche.

Le sere, ogni tanto, mi accostavo alla finestra della mia stanza, mi sporgevo e davo un’occhiata di sotto, sul marciapiede. Là, sulla poltrona, si scorgevano le sue trecce opache e la punta di una piccola scarpa. Non dormiva. Si accorgeva subito quando qualcuno la guardava, e iniziava ad essere inquieta. Questa giovane donna, questo granello di sabbia nell’oceano del mondo, era stata portata fin qui, nella vecchia Roma, attraverso tutto il globo terrestre, sull’onda dell’esplosione cosmica e adagiata sulla soglia dell’albergo “Nazionale”. E quella stessa onda, all’occorrenza, in un attimo la porterà via, per quanto vi sforziate di prolungare la sua permanenza qui, seppur per un fugace istante. Questo non succederà. Lei sparirà, elegante com’è, minuta, quasi desiderosa di spiccare il volo – sparirà nel caos di milioni di capitali sovrappopolate, come Roma, come la sua natale Tokio. In queste enormi città, si può avvertire la solitudine solo a notte fonda, nel suo aspetto più odioso – nella paura che alle tue spalle cammini di soppiatto l’assassino, e tu non sai nemmeno com’è che si fa in questo paese a chiamare aiuto.

Oggi a tarda sera sono passato accanto alla giapponese. Mi gettò un’occhiata così smarrita che quello sguardo mi turbò. Mi divenne chiaro come lei si stesse sforzando di capire, e tuttavia non avrebbe mai capito, che razza di città estranea fosse mai questa, con la sua millenaria, incomprensibile e tediosa per lei storia, perché lei si trovasse qui e cosa le restasse da fare in questa vita indifferente. In questa vita in cui ogni autista sa dove dirige la propria macchina e ogni fiore di buganvillee, attaccato a una sporgenza del muro, sa di essere chiamato a compiere la propria missione, e che non è solo. E tuttavia il fiore di buganvillee era a suo agio più di lei fra queste strade lastricate di Roma, coperte da una spessa ruggine, semplice e delicato come la piccola lingua di una fiamma. Che era sbocciato a fare qui, vicino l’albergo?

All’ingresso della hall si fermò baldanzoso un tipo con una faccia così torva e cattiva e perfidi occhi strizzati, che pareva ricalcato da tutte le locandine di tutti i malfattori del cinema del globo terrestre. Allungò le braccia verso la giapponese, invitandola ad alzarsi, ma lei non si mosse.

- Tu! – disse lui fra i denti. – Io ti spezzo il collo con un colpo solo.

La giapponese non capiva. Sorrideva tranquilla e un po’ stupita, allo stesso modo in cui sorrideva davanti al bagliore rosa e oro delle favolose decorazioni dei soffitti di Villa Borghese. Senza fretta, il portiere tirò su dai suoi libri il volto buono e pienotto dietro a degli occhiali scuri. Poi sfilò gli occhiali e con calma andò fuori, sul marciapiede, incontro all’uomo con gli occhi strizzati.

- Lasciala stare! – disse il portiere a quel tale, ma lo disse piano. – O ti spedisco in questura e, forse, parecchio parecchio più in là.

Il portiere con calma estrasse dal taschino interno della giacca un affilatissimo raggio di bicicletta, arma discreta e terribile delle tarde notti cittadine. All’estremità del raggio era stata fissata una piccola impugnatura di legno. Il raggio balenò sinistro nella mano del portiere, come un serpente sottile e svelto. Il tipo con gli occhi strizzati fece un salto indietro fin sul selciato e si allontanò di fretta. Il portiere gli andò appresso, tentando di raggiungerlo.

- No!** - all’improvviso si mise a gridare selvaggiamente l’uomo con gli occhi strizzati, saltò di lato e si buttò a correre. – No!**

- Pronto!** Pronto! – disse il portiere, ripose il raggio nel taschino della giacca e tornò nella hall. Con affanno asciugò il sudore dalla fronte e io pensai, che il mestiere del portiere non è poi così tranquillo e sicuro come crediamo noi.

La giapponese lasciò il suo posto sul marciapiede, si sedette nella cabina telefonica aperta nella hall e scoppiò a piangere. Piangeva guardando dritto davanti a sé. Le sue lacrime erano grandi, quasi finte. Un cameriere** le portò un bicchiere d’acqua minerale.

Io me ne tornai nella mia poco accogliente stanza, senza riuscire per lungo tempo a prendere sonno, e più d’una volta ripetevo fra me e me: “Che mondo strano e sgradevole!” Fino ad allora non avevo mai avuto una tale spiacevole percezione del mondo circostante. No, non strano, spaventoso – il portiere in un sol colpo avrebbe potuto affondare il raggio di bicicletta nel cuore di quell’uomo. E avrebbe avuto ragione.

Nel bel mezzo della notte la pioggia cominciò a tamburellare sui tetti e, tossendo e sputacchiando, iniziarono a cantare le caditoie. La pesantezza che giaceva nel petto sparì, come se qualcuno avesse improvvisamente mollato la presa sul cuore stremato, a lungo stretto in un pugno. Allora compresi che, con tutta probabilità, aveva smesso di soffiare lo scirocco – da cui, senza alcun dubbio, avevano avuto origine nel sangue tutte queste striscianti inquietudini e cadeva su ogni cosa il riflesso cupo dei nervi estenuati.

La mattina andai di nuovo a Villa Borghese. Le pozzanghere, versate dalla pioggia notturna, erano perfettamente trasparenti. Su di esse aleggiava un tenue vapore. La giapponese era seduta vicino alla statua di Dafne e, dopo avermi visto, sorrise con tutto il volto – con la bocca socchiusa e perfino con le ciglia e gli occhi affettuosi, grigi come quelli di un’europea. All’entrata della villa vendevano fiori. Comprai una piccola rosa del colore del sangue rappreso, mi avvicinai alla giapponese e le poggiai il fiore freddo e umido sulle ginocchia.

Lei scoppiò in una risata così fragorosa e gutturale, che sembrò quasi che per i pavimenti medievali qualcuno avesse rovesciato una manciata di biglie di cristallo, e che queste ora rotolassero dietro agli antichi divani e alle poltrone, sghignazzando e prendendosi gioco di me.

La giapponese si alzò, mi afferrò le mani un po’ più su del polso, si inchinò profondamente, alla maniera dei giapponesi, e se ne andò. In seguito, ancora per molto tempo, mi sembrò che dal quel contatto fossero rimasti labili segni, come nelle sculture del Bernini. Lei se ne andò. Un vento caldo le si gettò appresso, per le sale, e si fece silenzio. Lei andava là dove, in un’aria di rame, sonnecchiava Roma.

Guardavo la sua schiena, simile alla cassa armonica di un violino prezioso, il movimento rapido delle sue cosce sotto il vestito aderente, finché finalmente si voltò verso di me e nei suoi lunghi occhi balenò il dolce sole del lontano paese d’oltreoceano. “No, - pensai, - il mondo non è spaventoso, forse solo un po’ strano, e gli sono grato per le migliaia di inezie che ci danno la sensazione di serenità e felicità”.

- E’ proprio così, - disse il vecchio lustrascarpe al ragazzetto che gli stava vicino, entrambi sedevano presso l’entrata della villa – è proprio quella giovane che è scampata alla bomba atomica.

Ed entrambi le sorrisero dietro affettuosamente, quasi a voler, con quel sorriso, proteggere la sua vita a venire.


Jalta, maggio 1966


traduzione italiana: Simone Corazza

 

* Giovan Battista Marchetti e Domenico de Angelis hanno lavorato alle decorazioni delle sale del Palazzo Borghese.

** In italiano nel testo, seppur traslitterato in caratteri cirillici.

 

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Konstantin Paustovskij, note biografiche

testo originale in russo

"Il vecchio cuoco", nella traduzione di Simone Corazza e nella versione originale ("Старый повар")

 

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 29 Maggio 2010 16:37
 
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