Speciale Centenario



MARINAI RUSSI

di Matilde Serao

Matilde SeraoDa ventiquattr'ore, in uno scenario terrificante di rovine, fra le fiamme dell'incendio, in Messina, gemevano sotto le pietre i sepolti vivi, gridavano il loro dolore i feriti e agonizzavano in un atroce delirio i morenti : mentre per le vie sfigurate, deformate, che essi non ricono­scevano più, fra l'orrore, il tetro silenzio e la morte, vagavano quelli che si eran salvati inebetiti come spettri umani. Per un intero giorno, non una voce, non una mano, non una parola, non un atto di soccorso : nulla, nulla, l'abbandono, l'agonia e la morte. E a un tratto sono ap­parsi dei visi umani, contratti dalla sorpresa, dall'ansietà e dalla pietà: degli uomini, sono apparsi, venendo dal mare, scendendo da una nave, avanzandosi fra le macerie, scavalcando le montagne di pietre e di cal­cinacci, scavalcando le acque putride lasciate dal mare : degli uomini sono apparsi in Messina, venuti dal mare per soccorrere i Messinesi ! Erano naviganti, ufficiali e marinai : di un'altra nazione : di un'altra terra: giunti da mari lontani, da mari nordici: parlanti un'altra lingua e ignari della nostra : naviganti e soldati, insieme, appartenenti ad una nave da guerra, alla nave russa, l'Admiral Makharoff. E questi pochi, ufficiali e marinai, si sono messi a estrarre i sepolti vivi da sotto le pietre delle case di Messina, essi per i primi: si sono messi a racco­gliere i feriti, a cercare di medicarli, di sollevarli, con qualche cordiale : si sono messi a confortare i moribondi e a chiudere gli occhi ai morti: essi per i primi, questi russi, ufficiali e marinai, dal nobilissimo loro comandante al più oscuro dei mozzi. E in questa opera coraggiosa e pietosa essi hanno portato, insieme, l'impeto più santo e la delicatezza più profonda: così hanno rotto le loro mani contro le pietre e hanno sanguinato, giacché temevano di uccidere qualche sepolto vivo, se ado­peravano un piccone: essi hanno scalato le altitudini delle macerie: essi sono discesi nelle voragini fatte dal terremoto : essi hanno prodi­gate le loro forze e Dio le ha loro centuplicate perché essi, questi russi, per i primi, potessero salvare donne, uomini, e bimbi, in Mes­sina. E una folla di feriti, di contusi, di fuggiaschi si è raccolta, intorno a loro, e per venir via, sulla nave, da Messina: una folla che piangeva, che gemeva, che si disperava, perché voleva esser condotta via : così, molto, molto più che l'Admiral Makharoff ne potesse imbarcare, sono stati imbarcati, tanta era alta e ardente la volontà di salvezza di questi russi : un ufficiale e cinque uomini, ebbri di sacrificio, hanno voluto re­stare a terra per disseppellire altri viventi, per medicare altri feriti, per raccogliere altri fuggiaschi, mentre la forte nave russa, trasformata in asilo di profughi, trasformata in ospedale, si allontanava col suo ca­rico di misere donne, di poveri bimbi, di uomini istupiditi dallo spa­vento e dal dolore, si allontanavano verso Napoli in un singolare viag­gio, mentre nel loro tacito, operoso, efficace entusiasmo, ufficiali e ma­rinai non sentivano che un solo rammarico : che la loro nave non fosse stata anche più capace, per portare via, verso Napoli, molti più sven­turati, molti più colpiti da una fatalità senza nome!
E gli uomini, le donne, i bimbi, scendendo a terra, a Napoli, trema­vano di emozione, piangevano di riconoscenza, voltandosi a salutare, con la mano, i marinai di Russia, i biondi slavi, parlanti una lingua ignota, e ignoranti della loro, che li avevano salvati.

Ah, non salvati solamente in Messina : ma in Messina e a bordo, messisi a servire la miseria di quei disgraziati, porgendo loro amorosa­mente, il bere e il mangiare, togliendosi biancheria e mantelli per rive­stirli, amorosamnte vegliando gli infermi, dando loro i medicamenti, prodigando loro le cure più tenere, in silenzio, intendendoli, talvolta, solo coi segni, provvidi, rapidi, con un ardore tacito, con quel profondo ardore di quella grande razza che è la slava! Con le loro mani rudi, i marinai di Russia hanno tenuto nelle braccia i poveri bimbi messinesi, che piangevano, chiamando la madre, e hanno cercato di farli quietare e di farli dormire: con le loro rudi mani, i marinai hanno dato da bere del latte, al mattino, agli orfanelli messinesi e i volti biondi e i chiari occhi azzurri degli slavi hanno sorriso ai volti bruni e rotondi, ai grandi occhi neri dei bimbi siciliani. E nessuno, nessuno è sceso dalla nave rus­sa, senza essere stato provvisto di qualche abito, di qualche mantello : nessuno che sia sceso di lì e abbandonato a se stesso, anche se sano di corpo : e con commozione, con lacrime, i salvati si sono divisi dai sal­vatori. Un ufficiale russo si era occupato teneramente a bordo, a curare una fanciulla tredicenne messinese : la poveretta aveva rotta la gamba sinistra, fortemente pesto l'indice della mano sinistra, l'occhio sinistro molto gonfio, una pietà! Il tenente russo appena ha potuto intendere che ella aveva un nome simile a Costantina: la sventurata sapeva che il suo salvatore si chiamava Michel. Poi quando essa è sbarcata, l'han­no portata in un ospedale : e chi sa quale ospedale ! E il russo nella sua profonda pietà, vorrebbe avere notizie di colei che egli ha salvata, vor­rebbe mandarle qualche soccorso, un po' di roba : e non sa più oramai dove ella è, mentre, di nuovo, egli è via, sulla nave, verso Messina e noi, frementi della sua medesima angustia, vorremmo ritrovargli, in un ospe­dale, in un letto, quella poverina che è, forse, morente, che se guarisce, domani, sarà senza pane e senza tetto : e non ne sappiamo neanche il nome, né lui, né noi. Ah ! Non solo strappati di sotto le pietre, alla mor­te i poveri messinesi, dai marinai russi, ma risorti alla vita e alla luce, ma indotti, di nuovo, a credere e a sperare!

E sia segnato nella storia della bontà umana, in una pagina eterna, il ricordo di quanto fecero i marinai russi a Messina: e che le pre­ghiere e le benedizioni di tante sventurate creature umane ricadano sulle loro teste, facciano benedetta, prosperosa e felice la loro vita! Che siano benedetti questi ufficiali, questi marinai in ogni passo che danno, sulla loro bella nave, e riluca essa sempre, salda e superba, ai loro fieri occhi, e sia pronta al rischio e coronata dalla vittoria: che sia­no benedetti questi ufficiali russi, in ogni loro passo, quando scende­ranno sui lidi lontani e interrogheranno con l'occhio curioso, i paesi ignoti; e benedetti quando, ritornati laggiù, nel gelido nord, rientreran­no nelle loro case e curveranno le loro fronti che conoscono l'atto della reverenza, dinanzi alle sacre icone familiari. E siano orgogliose dei loro figlioli, le loro madri russe, patrizi e abitanti nei grandi palazzi di Pietroburgo e di Mosca, madri degli ufficiali o contadine delle steppe, fer­me sulle porte delle loro isbe, ad attendere di lontano, il figliolo mari­naio, che torna dal mare alla terra natia : siano orgogliosi i loro compatriotti, russi, sparsi in tutte le terre del mondo, dove arriverà notizia di tanto valore e di tanta carità: e la nazione russa sia orgogliosa di costoro che la onorarono col loro coraggio e col loro amore del pros­simo. Migliaia di altri atti di bontà, di pietà, di generosità stiamo regi­strando, con una emozione appena repressa: migliaia ancora ne registreremo : e ciò servirà più tardi, a glorificare questo nostro tempo, a glorificare lo spirito umano e il cuore umano. Ma la prima pagina, quel­la eterna, di questa istoria fulgente è stata scritta da costoro, da que­sti pallidi e biondi slavi così freddi nell'aspetto e così ardenti nel loro animo, è stata scritta da questi uomini, di altra razza, di altro paese, di altri costumi, che sanno dare la loro vita per Iddio, per il re, per la patria, come gli uomini del Medioevo, che sanno pregare e che sanno agire, che sanno vivere nobilmente e nobilmente morire!

"Il Giorno", 1-2 gennaio 1909

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