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LA RUSSIA DI VLADIMIR

Prima e dopo la conversione al cristianesimo di Bisanzio

La storia della conversioni dei russi al cristianesimo è uno di quei racconti che accendono l’immaginazione e che, se ci fosse un centro di attenzione popolare, andrebbe narrato nelle sere d’inverno davanti a un caminetto mentre arde legna scoppiettante.

I protagonisti, come in una favola, sono principi e principesse, filosofi e monaci, mercanti e contadini, idoli e icone.

Il racconto non sfigurerebbe in una bella raccolta di favole di Afanasiev se non fosse, in realtà, il primo atto dei numerosi faccia a faccia che hanno segnato i confronti dei russi con l’Occidente.

La conversione dei russi è passata alla storia come una delle più brillanti operazioni diplomatiche realizzate dai dirigenti bizantini intorno all’anno mille che, con il battesimo del sovrano russo, completavano il percorso di sottomissione degli slavi che aveva impegnato fortemente Bisanzio tra VIII e IX secolo in un processo nel quale, per la prima volta, giocò un ruolo decisivo anche la parola scritta utilizzata come fosse un mezzo di comunicazione di massa per entrare in contatto con le nuove popolazioni. Tuttavia il battesimo di Vladimir, il principe kieviano che governava la Rus’, per una serie di circostanze e di eventi imprevisti non si svolse secondo il copione bizantino ma con modalità perfettamente russe, al limite di azioni banditesche tipiche di chi punta dritto all’obiettivo senza interessarsi molto della forma.

Per la giovane nazione russa le conseguenze di questo evento straordinario sono state molteplici e molto contraddittorie nei loro esiti ma, nel bene e nel male, hanno plasmato in profondità l’animo russo e tutte le sue creazioni spirituali, politiche e culturali.

L’interesse per la storia del battesimo era sembrata tornare d’attualità all’indomani della perestrojka di Gorbaciov per alcune ricorrenze che capitano ciclicamente nella storia russa quando la Russia deve affrontare uno di quei passaggi nel quale si può decidere il suo futuro in un senso o nell’altro. Prendere la strada verso Occidente o restare fedele alla peculiarità di essere l’erede della seconda Roma sul Bosforo e guardare ad Oriente?

I più importanti eventi della storia russa - la conversione al cristianesimo di Vladimir, l’eliminazione dei vecchi riti e la nascita della moderna Russia di Pietro il Grande, l’epoca dell’illuminismo di Caterina II, la rivoluzione bolscevica di Lenin e da ultimo la perestroika con Gorbaciov - sono maturati nella testa dei protagonisti utilizzando categorie e concetti presi in prestito dalla cultura occidentale ma che non hanno prodotto il risultato di avvicinare i russi all’Occidente, al contrario quelle stesse azioni hanno determinato la nascita di pregiudizi anti-occidentali allargando il solco che separa la Russia dall’Occidente e, a volte con più o meno intensità, contro le stesse intenzioni di quei russi che si erano impadroniti delle idee occidentali.

Un paradosso nel quale si può leggere e interpretare la particolarità russa sempre in bilico tra Oriente e Occidente.

 


Le cronache

Tra le varie storie e leggende, scritte e tramandate, che ci possono informare su questo avvenimento di mille anni fa, spicca la storia che compilarono i primi monaci russi del Monastero delle Grotte presso Kievi.

Si tratta delle più antiche cronache russe. Il racconto dei tempi passati, scritto nel XII secolo, ma che probabilmente i monaci iniziarono a compilare all'alba del battesimo di Vladimir, ci dà delle informazioni, per così dire, di prima mano che i monaci raccolsero dal popolo e presso le corti dei principi.

Qui, nel Monastero delle Grotte, dove si formò la prima generazione del clero russo, nel silenzio delle celle scavate nella roccia, nelle più rigide pratiche ascetiche, i monaci divennero i primi storici ufficiali della Russia kieviana e la loro storia della conversione resterà un pilastro di tutta la storiografia di questo popolo.

La narrazione della scelta di fede fatta dal principe russo è un capolavoro di divulgazione della dottrina e dei precetti cristiani, sul modo di vivere in questo mondo per conquistarsi un posto sicuro nell’altro. La polemica antilatina, allora ampiamente in corso, percorre i vari momenti della disputa che condurrà Vladimir al battesimo cristiano. In seguito, prima di decidersi a quale religione convertirsi, Vladimir ritenne necessario un esame più scrupoloso e approfondito delle tre fedi e, con l'approvazione dei bojariii, decise di inviare alcuni suoi uomini fidati e dotti ad esaminare il servizio divino di questi popoli.

Al loro rientro in patria i dotti riferirono ciò che videro tra i bolgarj e i tedeschi: dei primi raccontarono che come pazzi si prostravano e si giravano ora da un lato ora dall'altro e che non vi era in essi alcuna letizia ma mestizia e un gran fetore si respirava nelle loro moschee; degli altri dissero laconicamente che non avevano visto nelle loro chiese alcuna bellezza.

Poi riferirono che dai greci furono accolti con molta ospitalità`: non sapevamo - dissero raccontando ciò che videro nel tempio greco - se ci trovavamo in cielo o in terra, giacché sulla terra non si vede alcuno spettacolo di tale bellezza. Noi non possiamo descrivere con parole quello che abbiamo veduto. Soltanto questo sappiamo, che ivi gli uomini si trovano in presenza di Dio (.) Non dimenticheremo mai tanta bellezza. Infatti ognuno che abbia una volta gustato il dolce, non vuole più l'amaro. E così anche noi non abbiamo più voglia di stare qui.

Con queste parole così efficaci degli inviati russi, Vladimir sciolse le sue ultime riserve e abbracciò la fede dei greci.

Cosicché, senza soverchie ingerenze, la diffusione e la conoscenza della nuova fede, all'alba della scelta di Vladimir, ebbe il tempo di inserirsi e di adattarsi al patrimonio culturale e mitologico anticorusso, ma non divenne subito popolare i tutti gli strati della popolazione. Per diverso tempo restò un bene esclusivo di una colta e intraprendente minoranza.

Fin qui il piano del racconto cronachistico sembrerebbe intrecciare il battesimo in un amalgama particolarmente edificante nel quale compaiono cristiani buoni e meno buoni, ebrei e mussulmani, la parola delle immagini e della bellezza e la bellezza delle immagini e della parola, ma quando il gran principe, concludendo il suo esame, annuncia ai suoi sudditi che si battezzerà alla fede dei greci immancabilmente nelle cronache compaiono anche le armi e il piano del racconto introduce una variante inattesa ma solo apparentemente incompatibile.

Probabilmente per i monaci il lavoro di compilazione divenne particolarmente ingrato e difficile, tuttavia se la cavarono ricorrendo tanto all'arte del tacere quanto a quella della notarile descrizione dei fatti. Per un verso dovevano esaltare la fede dei greci che era anche la loro, e il piano strettamente spirituale del battesimo, per un altro dovevano rendere omaggio al sentimento patriottico dei principi kieviani da essi stessi condiviso. Inevitabilmente divisi da questi sentimenti, il battesimo si rivestì di rosa, di un po’ di color porpora e molto di giallo.

 


"Il bello é lo splendore del vero"

Sappiamo che l'introduzione e la diffusione del cristianesimo nella Rus' ha radici lontane che precedettero di molto la sua ufficializzazione a religione di Stato.

Le leggende narrano che queste terre furono attraversate e benedette per la prima volta da S. Andrea. Il santo, raccontano le cronache, predicendo un avvenire glorioso per i popoli slavi d'Oriente, piantò una croce sopra la collina dove più tardi venne edificata la città di Kiev e, per raggiungere il baltico, pose un nuova croce nei pressi della futura città di Novgorod.

Il mito dell'apostolo fratello di Pietro che avrebbe diffuso il cristianesimo tra le prime genti russe in epoca contemporanea alle predicazioni apostoliche, percorre tutta la storia russa. L'apostolo non solo divenne il protettore del popolo russo e nel suo nome venne istituita la più alta onorificenza zarista ma, all'ombra del santo, gli zar e la chiesa ortodossa si contendevano, con l'occidente, il primato della cristianità dall'epoca apostolica. Non gli ultimi ma primi fra primi.

Le prime tracce storiche, invece, portano la data dei primi anni del IX secoloiii ma sono solo deboli tracce che subito scompaiono per riapparire più consistenti alcuni decenni dopo al tempo della leggendaria principessa Ol'ga. Costei fece il primo serio tentativo di passare al cristianesimo senza trovare però i necessari consensi nel popolo e nell'aristocrazia. Va ricordata soprattutto perché essa, diversamente da Vladimir, non fece alcuna distinzione tra la versione occidentale e quella orientale del cristianesimo giacché, probabilmente, si convertì sia agli uni che agli altri.

Ol'ga fu una governante particolarmente energica e dotata di uno spiccato senso politico, tanto che questa doppia conversione può anche lasciarsi interpretare nel senso che ella non voleva compromettersi né troppo con Roma né troppo con Bisanzio.

Tuttavia se tentassimo di risalire alle ragioni profonde, non solo politiche e religiose della scelta bizantina, troveremmo, oltre ad un particolare equilibrio storico - nel quale la scelta maturò - una sorta di folgorazione da shock estetico che i russi dovettero provare davanti alla bellezza del rito bizantino.

Involontariamente a metterci su questa pista sono proprio le cronache.

Infatti riesaminando le parole dei dotti kieviani si può rilevare non tanto lo stupore per la purezza della fede, quale prova che farà pendere l'ago della bilancia a favore dei greci, come invece tendono ad esaltare le cronache, quanto per la bellezza.

La bellezza del rito, degli ori, dell'architettura del tempio, dei paramenti che, al primo sguardo, colmò, come dissero, l'anima loro di dolcezza. Essi, con semplicità, ci danno una definizione profondamente sensibile della bellezza quale presenza del trascendente nell'ordinario.

Una definizione che descrive uno stato d'animo immensamente russo che può spiegare, oltre ogni ipotesi e supposizione politica o religiosa, e indipendentemente da queste, alcuni perché della diffusione prima e della scelta del rito bizantino poi.

Dunque, se il battesimo, come atto politico che aprì le porte dell'Occidente alla Rus' kieviana, può considerarsi l'inevitabile compimento del processo e della sua diffusione, questo stesso ha posseduto una sua propria vita, autonoma, indipendente, sia dalla rappresentazione iconografica che dal divenire strumento al servizio degli interessi dominanti.

La terra russa illimitata e pianeggiante, con i suoi orizzonti senza limiti e i silenzi degli inverni interminabili, verosimilmente, aveva plasmato l'anima degli slavi che l'abitavano a un profondo senso dell'infinito oltre il quale, per contrasto con la durezza della loro esistenza materiale, essi percepivano un aldilà di inesauribile gioia e tenerezza che riversavano, come ci giunge dai racconti epici, tanto nell'immaginazione popolare e nel mondo dei sogni, quanto in un trasporto verso tutto ciò che sulla terra, per bellezza, si elevava e tendeva a toccare gli spazi infiniti della loro immaginazione.

E sulla terra, varcato il Mar Nero, sotto la cupola d'oro della chiesa di S. Sofia, tra lo sfavillio dei mosaici e la luminosità delle pitture, tra i riflessi abbaglianti degli ori e la maestà degli arredi, alcuni russi avevano vissuto momenti di estasiata bellezza. Quella bellezza, dirà poi Dostojevskij, che salverà il mondo e grazie alla quale Dio e l'uomo, come riferirono i saggi a Vladimir, si avvicinano.

E' supponibile, inoltre, che la complessa liturgia bizantina, che con l'incanto del suo apparato scenico tende a creare l'immagine di un aldilà sfolgorante di gioie future e che, con o senza l'invio dei messi, i russi ben conoscevano per le loro numerose incursioni, trovò nell'idea russa secondo la quale solo ciò che per bellezza é degno di fede, una via aperta, una corrispondenza spirituale e sensibile che ne favorì la diffusione.

Difficilmente i russi, per questa loro naturale predisposizione, avrebbero sopportato, senza l'imposizione della forza usata sporadicamenteiv, un rito che non fosse stato anche fortemente permeato da un'atmosfera di tripudio come quello bizantino.

Infatti, diversamente dagli altri riti e dal romano, che all'epoca della conversione fu il suo più diretto concorrente, il rito bizantino non riversa nella liturgia soprattutto la mestizia della passione, bensì, la gioiosità piena della resurrezione.

E l'importanza di questo momento liturgico non é tanto intesa come trasfigurazione morale e giuridica, quanto in modo fisico e ontologico. Un rito molto più elaborato, intessuto di letture e reminiscenza bibliche che, nella celebrazione, si tramutano in un lirismo metafisico altamente coinvolgente.

A questo punto se l'immagine sfolgorante del complesso rituale ed architettonico bizantino, pensato per raggiungere l'accordo tra la scala dell'umana bellezza e quella della trascendenza dell'infinito divino, mostrava ai russi la superiorità del credo greco, la parola doveva ancora dimostrarlo.

 


Una moglie nata nella porpora

Leggiamo nelle antiche cronache che nell'anno 6496 (988) - due anni dopo la scelta del rito greco - Vladimir intraprese una spedizione militare contro Cherson, una ricca colonia greca sul Mar Nero. Ai primi attacchi dei russi la città si difese valorosamente e costrinse gli attaccanti a predisporsi per un lungo assedio che, forse, non rientrava nei piani del kieviano. Senonché, provvidenzialmente, un cittadino di Cherson indicò ai russi la sorgente che riforniva di acqua la città.

Se ciò si avvererà riceverò il battesimo - fu il voto che pronunciò il principe per quell'aiuto decisivo con il quale avrebbe piegato la resistenza dei chersonesi.

Evidentemente le sorti della battaglia o si erano messe talmente male per lui, al punto che vide in quella delazione un aiuto mandatogli dalla Provvidenza e promise in cambio della vittoria, come voto di riconoscenza, di convertirsi, oppure la conquista di Cherson era strategicamente decisiva per il buon esito dei suoi propositi.

Cherson assetata capitolò e Vladimir poté inviare agli imperatori bizantini il seguente messaggio: Vedete, ho conquistato la vostra celebre città. Sento che avete una vergine sorella. Se voi vi rifiutate di darmela in moglie, farò contro Costantinopoli come con Cherson..

Iniziò, in tal modo, tra russi e bizantini, una vera e propria trattativa: gli imperatori facevano sapere a Vladimir che non gli negavano la mano della sorella a patto che egli, come vuole la legge dei cristiani, si battezzasse e la qual cosa, come sappiamo, non solo non dispiaceva al principe ma la desiderava.

Tuttavia vi era una condizione e questa inaccettabile per il kieviano: gli imperatori pretendevano che egli prima si battezzasse poi, in un altro momento, e lasciata Cherson, gli avrebbero mandato in sposa la loro sorella.

Ma non ci fu nulla da fare. Vladimir era irremovibile e minacciava di attaccare. Così, nonostante la recalcitrante principessa che non voleva saperne di andare in moglie ad uomo considerato ancora barbaro, il battesimo si celebrò insieme alle nozze.

Stando alle cronache, dunque, la spedizione militare contro Cherson, che poteva scatenare una guerra ben più ampia e sfavorevole per i russi, sarebbe stata originata dal desiderio di Vladimir, certo comprensibile, di prendersi una moglie nata nella porpora e null'altro.

Però, questa storia, nonostante un intervento divino che nell'immediatezza delle nozze, a battesimo avvenuto, restituì al principe la vista misteriosamente perduta poco prima, presentandocelo trasfigurato e mansueto, pronto a professare che il Dio cristiano é in verità un gran Dio, almeno per le modalità mostra una conversione poco spirituale e molto terrena che mal concilia il momento della scelta, così come l'hanno trasmessa le cronache, con quest'esito nel quale il battesimo é per lo più un preliminare necessario alle nozze. E sembra poco verosimile che dopo aver deciso di ricevere dai bizantini la loro religione il principe russo mettesse a repentaglio tutta l'operazione per soddisfare un capriccio, se di capriccio si trattava. Tanto più se consideriamo che anch'egli, in base alla politica matrimoniale in uso nell'impero e dopo una regolare conversione, poteva aspirare a un matrimonio con qualche fanciulla di corte.

I due episodi, della scelta e del battesimo, così come sono riportati nelle cronache, sembrerebbero due avvenimenti completamente originati da due ben diversi contesti apparentemente scollegati fra loro come se, appunto, il battesimo di Vladimir non fosse il risultato di una scelta motivata dal desiderio di convertirsi al cristianesimo ma da un ben altro progetto.

 


Una dimenticanza

 

Fin dalla sua fondazione, lo stato Russo ebbe con i suoi vicini bizantini intensi ma difficili rapporti che spesso sfociavano in scontri armati.

Il commercio, particolarmente vivace nella regione, e le reciproche alleanze con popoli confinanti, ora a vantaggio dei russi ora dei greci, fungevano da cause principali dei conflitti. Numerosi trattati commerciali russo-bizantini testimoniano queste ostilità e come di frequente si concludevano.

Ma accadeva, altrettanto frequentemente, che l'uno o l'altro partner, in certe circostanze, trovasse più vantaggioso non rispettare gli accordi presi. E ciò si verificò anche nell'anno 6496, l'anno della visita del "filosofo”.

Allora l'impero bizantino era scosso da una grave crisi interna che stava facendo vacillare il trono dell'imperatore Basilio II. Un suo rivale, Barda Foka, proclamatosi imperatore al comando di un esercito era giunto sotto le mura della città e si preparava ad attaccarla. Probabilmente le forze militari ancora fedeli erano insufficienti e Basilio, per fronteggiare la situazione, chiese aiuto militare a Vladimir con cui i bizantini avevano stipulato un accordo di reciproco aiuto bellico.

Da Kiev fecero sapere di essere pronti, ma ad una condizione: al termine delle operazioni militari, tornata la calma, Vladimir avrebbe sposato la sorella dell'imperatore. Un matrimonio importante che avrebbe poi pesato sulle relazioni tra i due Stati.

Non potendo altrimenti e di malavoglia, i bizantini dovettero accettare la pesante condizione. Senonché, tornato l'ordine nell'impero, Basilio vene meno alla parola data e a Kiev reagirono nel modo che sappiamo.

Questi, brevemente, sono i fatti storicamente accertati e dalle cronache dimenticati. E se in essi, per un verso, troviamo confermata la tesi cronachistica secondo la quale Vladimir occupò Cherson per prendersi una principessa nata nella porpora, e in effetti la sua impresa a questo mirava, per un altro verso, ci introducono il nuovo elemento del mancato rispetto dei patti quale causa dell'operazione sul Mar Nero.

Perché questa dimenticanza? Forse perché dietro il mancato rispetto dei patti si nascondeva qualcosa di diverso dal commovente tentativo di riparare al torto commesso nei riguardi della principessa che nel momento del bisogno e contro la sua volontà era stata sacrificata in nome della ragion di Stato? E questo qualcosa potrebbe essere l'estremo tentativo di non far naufragare, evitando queste nozze, i piani predisposti a Costantinopoli per convertire i russi?

 


La storia che non scrive la penna del cronista

 

I monaci, si sa, non scrivevano la storia, essi annotavano gli avvenimenti del loro tempo e raccoglievano quelli del tempo passato: leggende, vite di santi e di principi, costumi e tradizioni, eventi straordinari come le apparizioni di comete e le eclissi, le carestie e le calamità e tutto veniva percepito nel quadro dell'incessante lotta tra il bene e il male, del farsi e disfarsi dell'alleanza tra l'uomo e Dio.

Le antiche cronache russe appartengono a questo genere letterario e non a torto sono ritenute quanto di più interessante ci é stato lasciato di leggere sulle vicende di un popolo.

Ogni pagina é come un tassello di un grande affresco in cui si susseguono le varie traversie del popolo russo, dalla sua affermazione come entità etnica e statale fino al suo decadimento e alla rinascita sulle rive della Moskova.

Ma ciò che non possiamo trovarci é proprio quella prospettiva secolare che mosse gli stati e le nazioni cristiane nel convertire quelle ancora pagane e come queste ultime reagirono o accettarono il cristianesimo.

Si tratta di una prospettiva poco edificante per lo sguardo di un monaco che tratteggia il contesto profano di quelle numerose conversioni.

Dopo il crollo dell'impero romano interi gruppi etnici prevalentemente di origine euro-asiatica si insediarono sui territori ormai spopolati dell'Europa centro-sud-orientale e lentamente, scontrandosi ed amalgamandosi reciprocamente, costituirono diverse compagini statali con proprie identità nazionali e culturali.

Ma nel volgere di poco tempo, a Roma e a Costantinopoli e presso i franchi, i centri dirigenti di queste potenze videro nelle nuove nazioni emergenti ancora pagane ma, se così si può dire, in via di sviluppo, una pericolosa insidia che minava i loro domini. Non di meno videro la possibilità di ricostruire, sottomettendo proprio queste popolazioni, un nuovo impero dentro i confini del precedente e antico impero romano.

Sottometterli significava convertirli e questa operazione rapidamente venne messa all'ordine del giorno. Come é noto, per convertire le nazioni ancora pagane ogni mezzo era lecito.

Da tempo oramai l'apostolato possedeva un sinistro significato e i principi pagani per convertirsi ed entrare con le loro nazioni nel mondo più progredito della cristianità, con il quale entravano in contatto e che li attraeva, dovevano obbligatoriamente ricevere il battesimo, la nuova religione, dalle mani delle autorità imperiali e sottomettersi alle gerarchie ecclesiastiche.

E per quei popoli che non desideravano la nuova religione, che non intendevano rinunciare all'indipendenza, come i Vendi, i Polavi, i Prebaltici, i centri del potere avevano in serbo l'arma delle crociate.

Secondo la concezione del tempo, con il battesimo, il principe e tutto il popolo non solo doveva accettare gli obblighi imposti dalla nuova religione, come la decima, ma doveva pure stabilire un punto di non ritorno con il suo passato storico e culturale.

E se per questa via, per un verso, il principe riceveva un riconoscimento internazionale, spesso necessario per governare, ed entrava a far parte dell'unica e vera ecumene a capo della quale si trovava il potentissimo imperatore dei romani vicario di Dio in terra, sempre per questa stessa via, per un altro verso, si introducevano nuove leggi, nuovi doveri, un diverso sistema sociale e famigliare ed egli perdeva la sua indipendenza subendo, con tutto il suo popolo, una drastica limitazione della sovranità.

Quando nel X secolo la nuova compagine statale russa cominciò a penetrare nei confini orientali del mondo occidentale, mostrando di essere un paese già avviato verso una rapida espansione territoriale e politica, i centri del potere medievale ne avvertirono immediatamente la pericolosità.

Anche per questi barbari era giunto il momento di riconoscere un potere più sovrano del loro. Un potere direttamente voluto da Dio e che Costantinopoli e Roma si contendevano tra lotte e colpi proibiti.

Le condizioni erano mature e la questione russa occupò la scena europea.

Probabilmente le prime mosse furono romane, ma fu Costantinopoli che più meticolosamente preparò i piani per convertirli. Infatti, a seguito della missione e dei successi riportati in Moravia da Cirillo e Metodio, a Costantinopoli fu creato un centro slavo, testa di ponte per le nuove conversioni.

Tutto era pronto: Vladimir catecumenizzato dal "filosofo" si apprestava a ricevere dalle mani dell'imperatore la nuova religione e a diventare automaticamente vassallo di Costantinopoli. Senonché, all'ultimo momento, sfruttando le circostanze che sappiamo, il principe russo in un sol colpo e sotto la sua regia si prese la nuova religione, la sorella dell'imperatore e suggellò in tal modo, da russo, la sua entrata nella cristianità.

In questo nuovo contesto se le parole di auspicio pronunciate da Vladimir sotto le mura di Cherson fossero state vere non sembrerebbero tanto un voto rivolto alla Provvidenza, quanto una considerazione pratico-politica. Parole che se furono pronunciate attesterebbero che egli era sì disposto a farsi battezzare ma alla condizione di non perdere l'indipendenza e il modo che l'imprevedibilità della storia gli aveva offerto, fu quello di costringere l'imperatore, con un’ ardita operazione militare, a rispettare i patti.

Si capisce, dunque, che se alla corte imperiale di Costantinopoli si tentò di impedire questo matrimonio, fu solamente per scongiurare la disfatta della politica matrimoniale costantinopolitana. Cedendo a Vladimir la principessa Anna, Basilio non solo non impediva al kieviano di entrare a pieno titolo nei ranghi della ristretta schiera dei principi cristiani non assoggettati all'autorità dell'imperatore e che governavano anch'essi, dar par loro, in nome di Dio sui loro popoli, ma falliva anche nel progetto, più complesso, di dare in moglie la principessa al figlio del re dei germani da poco proclamatosi imperatore romano.

Un matrimonio che, dal punto di vista bizantino, avrebbe trasformato un rivale in un importante alleato in chiave antiromana.

Come vediamo le due righe di storia saltate dalla penna del cronista, ci introducono in una trama molto terrena e poco spirituale, dalla quale emerge un conflitto di interessi, di egemonia dal lato dei bizantini e di sviluppo nazionale, come vedremo, dal lato dei russi. Ma nel recuperarle, tuttavia, prorompe una nuova domanda: perché Vladimir, che sapeva di giocarsi l'indipendenza, aveva scelto ugualmente di convertirsi?

 


L'ambizione

Dai fatti così esposti non si direbbe che il keviano fosse spinto verso il cristianesimo da un moto dell'anima.

Le stesse cronache prima di mostrarcelo trasfigurato, all'indomani del battesimo, sono molto severe nei suoi riguardi. Lo dipingono a tinte fosche: dissoluto, dedito a sacrifici umani, fanatico del paganesimo, insaziabile di lussuria secondo il cronista che gli addebita cinque mogli e circa ottocento concubine.

Forse il compilatore esagerava ma é comprensibile. Interpretando fedelmente lo stile letterario del tempo, egli voleva offrire ai suoi lettori un effetto di contrasto per risaltare maggiormente l'influsso benefico, positivo e trasfigurante della fede sul principe.

Però, nonostante l'appesantimento del ritratto, la sostanza non cambia: prima della conversione non vi é traccia nella vita di Vladimir di una particolare predilezione per la fede cristiana.

Ma indubbiamente egli vedeva nel mondo cristiano una civiltà più progredita in cui la ricchezza e la potenza delle corti imperiali non aveva uguali in tutto il mondo conosciuto dagli slavi.

L'ideologia monarchica dei greci, poi, in quella data fase dello sviluppo economico, culturale e in primo luogo statale del suo paese, doveva apparirgli, come già era apparsa ad altri principi slavi convertiti prima di lui, un modello ideale verso cui tendere.

Ed egli, probabilmente, anche per naturale ambizione, rafforzatasi nel corso della sua scalata al potere, non voleva essere inferiore a quella monarchia. Capiva che per porsi al suo pari aveva bisogno di considerazioni e riconoscimenti con cui legittimare questa sua aspirazione. E per acquisirli non v'era altro mezzo che convertirsi a quel Dio supremo e onnipotente nel cui nome governavano sulla terra re e principi potentissimi.

 


La Rus' di Vladimir

La Rus' che Vladimir aveva ereditato riuniva già attorno alla città di Kiev tutte le tribù degli slavi orientali, parte delle popolazioni del regno dei chazari e numerose tribù-ugro-finniche.

L'unificazione di tutte le tribù in unica confederazione statale fu un processo rapido e impetuoso che, nel volgere di un secolo - dalla fondazione del primo stato russo ad opera di una minoranza esterna proveniente dalla Scandinaviav -, ridisegnò le mappe etniche e politiche di una regione le cui propaggini, a seconda dei successi militari, si potevano estendevano dal Baltico al Mar Nero e dal Caspio ai Carpazi.

Alla base di questo rapido processo di unificazione e di una così impetuosa espansione territoriale e amalgama etnico, oltre alla comune lingua, ci fu un intenso sviluppo del transito commerciale attraverso la cosiddetta via dai varjaghi ai grecivi che consentì il contatto delle diverse tribù, favorendone gli scambi e con essi la reciproca conoscenza che, ben presto, sfociò nel comune interesse a far si che le vie del commercio fossero sicure e difese.

Dall' VIII secolo alla crociata contro Costantinopolivii, col crescere dell'insicurezza delle antiche vie commerciali mediterranee, che da sempre avevano collegato l'Europa all'Oriente, la via dai varjaghi ai greci divenne una delle principale arteria del commercio internazionale.

Costantinopoli si consolidò come il centro economico e politico più importante dell' ecumene cristiana, mentre la regione che dal Mar Nero si estendeva verso il nord e il mondo mussulmano acquistò rapidamente un ruolo di primo piano nell'economia internazionale del tempo.

Dal commercio gli slavi orientali trassero la loro principale risorsa economica che influenzò notevolmente la loro evoluzione, comportando una sostanziale differenziazione della Rus' dal resto della Europa feudale.

Si ebbero due diverse direttrici di sviluppo.

Nell'Europa centro-occidentale, dopo la caduta dell'impero romano, i centri economici si erano trasferiti e concentrati nelle residenze dei nobili proprietari terrieri e le città, in rovina, per riprendersi, dovettero attendere il XII secolo, allorquando, a seguito della cosiddetta rivoluzione agricola le eccedenze prodottesi sostennero una notevole ripresa commerciale favorendo l'inserimento di nuovi soggetti economici.

Gli slavi orientali, al contrario, non essendo stati integrati nel mondo occidentale non avevano subito le conseguenze del suo disfacimento a seguito delle invasioni barbariche, ma non avevano neanche beneficiato di nessuno sviluppo economico e tecnologico proveniente dalle integrazioni allora realizzate.

Essi, nel VIII secolo, avevano così raggiunto uno stadio di sviluppo molto primitivo e povero di risorse tecniche ma certamente in crescita.

Cosicché, tra questi slavi, il centro del potere economico e politico si era andato concentrando nelle città sorte lungo le vie del commercio fluviale e, le leve del potere, diversamente dal resto dell'Europa che le concentrava allora nelle mani della sola classe dei proprietari terrieri, nelle città della Rus' venivano gestite in modo tumultuoso e vagamente democratico dalle assemblee popolari chiamate vece.

Questa istituzione, ereditata dall'antica comune contadina slava, era presente in tutte le città della Rus' ma raggiunse il massimo del suo sviluppo democratico nella città di Novogorod, la più occidentale e repubblicana città russa, nella quale il Vece poteva decidere l’elezione dei suoi rappresentanti governativi. Naturalmente da questa situazione economica prevalentemente commerciale e da istituzioni politiche di tal genere i mercanti ne trassero i maggiori benefici conquistando sempre più peso politico nella formazione delle decisioni. E, i mercanti, come vedremo, ebbero un ruolo di primo piano nel favorire il passaggio al cristianesimo.


 

Mercanti, artigiani e contadini

Non tutti i mercanti si trovavano sullo stesso piano, esistevano almeno tre principali stratificazioni a cui facevano capo differenti interessi e orientamenti di natura sociale.

Tra i primi due gruppi di mercanti, gli Zitye Ljudi - gente dalla gran bella vita - e i Bojari - aristocrazia - le differenze erano lievi senza quella netta separazione che ci fu in occidente tra nobiltà e ricchi borghigiani. Insieme, costoro, di fatto rappresentavano un’aristocrazia del denaro e dei mezzi per commerciare.

Il terzo gruppo, i Kuptsy - compratori - fungeva da spina dorsale del traffico. Da loro dipendeva la rete delle esportazione e delle importazioni, la conoscenza delle piazze e l'andamento degli scambi e delle relazioni con i mercanti stranieri.

Ma il commercio influiva altrettanto notevolmente e in modo differenziato su tutti gli altri gruppi sociali.

Per artigiani e salariati locali - Cernye Ljudi - ovvero gente sporca, la cui produzione aveva un carattere prevalentemente domestico - fabbricazione di utensili per la casa e per il lavoro dei campi - l'aumento del traffico commerciale portò ad una rapida crescita della domanda di lavoro d'opera, così vasta che a stento e solo parzialmente, anche a causa dell'arretratezza tecnica, riuscivano ad evadere.

Le richieste principali andavano dalle costruzioni per ospitare i mercanti, che per affari soggiornavano sempre più spesso nelle città, a quelle per allocare le merci; poi mezzi di trasporto - navi, chiatte e carri- tele per le vele e più armi per le scorte armate adibite alla sicurezza del traffico.

Inoltre aumentava la richiesta di orafi e cesellatori sia per coniare monete per la nascente economia monetaria sia per la fabbricazione di gioielli e monili i quali, con l'aumento della ricchezza e la diffusione di nuovi costumi, perdevano gran parte del loro contenuto magico che l'antico passato tribale gli attribuiva e acquistavano un valore sociale che certificava il rango occupato dalla persona nella vita sociale.

Ben diversi furono gli effetti sul mondo contadino.

Fin dalle epoche più remote le principali attività economiche delle varie tribù che popolavano i territori della antica Rus' furono la caccia, la pesca e la raccolta di prodotti naturali: selvaggina, animali da pelliccia, pesci, miele e cera che in quelle terre ricche di foreste e fiumi abbondavano.

Foreste e fiumi costituivano la principale risorsa e stavano ai russi come un ricco giardino o un campo arato stava ad un arabo o ad un latino. Il disboscamento delle foreste avanzava lentamente, quel tanto di necessario per costruire un villaggio e per ricavarne un piccolo appezzamento di terra per le poche colture necessarie al fabbisogno della comunità.

Di conseguenza lo sviluppo dell'agricoltura procedeva a piccoli passi e anche molto differenziati.

Nella regione di Kiev dove c'erano terre più fertili, un clima meno rigido e anche ampie zone non completamente ricoperte di foreste si ebbero i progressi maggiori che non nella regione di Novogorod, dove il terreno e il clima erano più ostili e le foreste abbondavano.

Lo sviluppo del commercio, poi, contribuì notevolmente a cristallizzare questa situazione.

Ciò che abbondava nella Rus' scarseggiava in Occidente: cera, pellicce e miele, richiestissimi e ben pagati, finirono per diventare i principali articoli dell'esportazione russa e, di certo, ciò non portò ad un miglioramento e ad una differenziazione in campo agricolo.

Dai dati così raccolti possiamo farci un’ idea della Rus' di Vladimir come di un paese che doveva tutto al commercio e alle risorse naturali. Tuttavia, anche se questa impressione é giustificata, la sfida del commercio, più che quella agricola ancora troppo debole e primitiva, richiedeva una continuo riadeguamento dei rapporti sociali e delle relazioni internazionali e, su questo versante, la Rus', non solo era fortemente arretrata ma era anche attraversata da contraddizioni di diversa natura.

Infatti i vecchi rapporti tribali, anche a causa della cristallizzazione delle campagne, oltre ad essere duri a morire contraddicevano e ostacolavano la spinta al generale ammodernamento del paese che nasceva dal commercio e che trovava nelle città il suo punto di forza, ma che, mancando di un artigianato qualificato di tecniche e tecnologie, stentava ad avviarsi.

Abbiamo anche visto che la Rus' era già un paese plurinazionale, unificato dal commercio ma senza una coesione interna che unisse ideologicamente tutte le tribù.

Se da un lato, dunque, il commercio aveva portato all'unificazione economica, se le armi realizzarono quella politica, dimostrandosi entrambi fattori importanti ma da soli non decisivi per una effettiva unificazione del paese, dall'altro lato un pulviscolo di riti e di adorazioni ancora disuniva lo Stato kieviano comportando per il paese una pericolosa instabilità che spesso sfociava in scontri armati tra le diverse tribù, in distruzioni e disordini che rendevano precario e insicuro il traffico commerciale già di per sé molto avventuroso.


 

Il vicolo cieco del paganesimo

Le tribù slavo orientali possedevano una comune vita spirituale formatasi nel grande calderone mitologico indoeuropeo.

Pur adorando gli stessi dei e praticando riti non molto dissimili, per le diverse attitudini economiche e sociali, per le differenti condizioni ambientali e geografiche che le esponevano a penetrazioni culturali esterne e, secondo la pericolosità dei vicini, a continue tensioni circa la loro sopravvivenza, ogni tribù stabiliva una propria gerarchia divina e più una tribù aveva successo più quella tendeva ad imporre alle altre meno fortunate il proprio governo divino.

Ne conseguiva un caos spirituale e psicologico che non consentiva, appunto, quella coesione interna tanto necessaria a Vladimir per rinsaldare, nello Stato, l'unione delle tribù da poco uscite dalla guerra civile che l'aveva portato al potere e di realizzare l'ambiziosa aspirazione di varcare quel confine ideale che ancora respingeva la Rus' e i suoi principi dal novero dei paesi più progrediti.

Sia dalle cronache che da reperti archeologici sappiamo con certezza che, all'indomani della guerra civile, Vladimir prese due importanti decisioni: una di risiedere a Kiev stabilmente; l'altra di costruire un grande pantheon nel quale con pari dignità trovarono posto i dei pagani che simboleggiavano gli elementi principali della visione del mondo slavoviii.

La decisione di risiedere stabilmente a Kiev fu una tappa importantissima per lo sviluppo statale russo. Abbandonando il costume di governare la Rus' ora da un luogo ora da un altro, secondo le necessità delle campagne militari che privavano il paese di un punto di riferimento certo, Vladimir diede una accelerazione senza precedenti al processo di avvicinamento dello stato russo all'occidente feudale, e ciò fu sicuramente l'atto politico più importante dopo l'unificazione delle città.

Kiev, ben presto, da residenza preferita dei principi iniziò a diventare una vera e propria capitale politica con una corte e un sistema di governo.

Viceversa la decisione di riunire i dei pagani in un unico pantheon creò nuovi problemi.

La mossa di Vladimir, politicamente ben pensata, giungeva tardi. La composizione sociale e spirituale dei russi si era fatta più composita.

Accanto ai templi pagani erano sorti i templi cristiani e anche l'Islam, come abbiamo visto con la sfortunata missione dei bolgarj, a seguito dell'estensione del dominio russo nelle regioni limitrofe alla Volga e al Mar Caspio, faceva la sua comparsa. Cosicché la mossa di equiparare tutti i diritti delle divinità slave, nell'inedita cornice di una democrazia pagana, non tenendo conto della nuova realtà religiosa, creò nuovi malumori e nuovi conflitti tra la popolazione.

Ma c'era dell'altro.

Rafforzando il paganesimo, Vladimir probabilmente non valutò che così incoraggiava il modo di vita pagano e alzava una barriera che, nel respingere i costumi e il modo di vita cristiano, lo isolava proprio da quel mondo dal quale egli era attratto.

La convivenza tra pagani e cristiani, il clima di tolleranza che non poco aveva contribuito alla diffusione pacifica delle idee cristiane, nel frattempo si era fatta sempre più difficile. Anche i cristiani oramai possedevano un grande tempio: la loro chiesa, consacrata a S. Elia, sfidava il tempio pagano. Uno dei due era oramai di troppo e doveva cedere il passo.

Un significativo episodio accaduto a Kiev nell'anno 6491 (983) e annotato dal nostro cronista, spiega quanto duro fosse diventato lo scontro. A un ricco mercante cristiano, che aveva a lungo soggiornato in Grecia, toccò la cattiva sorte di dover consegnare il figlio per un sacrificio.

La scelta é caduta su tuo figlio, gli dei lo hanno scelto per sé.

Costoro non sono dei - rispose l'uomo - ma pezzi di legno, oggi esistono e domani marciscono.

La folla pagana, descrive dettagliatamente il cronista, reagì contro tanta irrisione assaltando il palazzo del mercante. Depredò tutti i suoi averi e dopo aver trascinato padre e figlio per le vie di Kiev, li condusse davanti al tempio e li uccise.

Il diavolo fu soddisfatto di ciò, ma non sapeva che anche la sua fine era prossima. Così egli tentò di far perire tutta la stirpe cristiana (.) qui, pensava il maledetto, troverò la mia dimora, giacché qui, gli apostoli, non insegnarono, né predicarono i profeti.

Questo commento del cronista che sottolinea l'asprezza dello scontro, lascia ben capire come il suolo russo a quel tempo fosse percepito come uno degli ultimi ricalcitranti baluardi del paganesimo. Paese di barbari a cui nessuno aveva mai insegnato né comandato. Terre del diavolo, appunto, e perciò da conquistare.

Ma questo episodio oltre a testimoniare lo spargimento di sangue cristiano, sgorgato dal martirio di un mercante che il cronista inserisce a pieno titolo nella schiera della stirpe cristiana, evidenzia una resistenza diffusasi in una parte della popolazione, in quella parte già cristiana e interessata al superamento del paganesimo che, ben presto, con Vladimir, passerà all'attacco.

Le parole del ricco Kieviano, infatti, non sembrano un semplice e ottuso atto di fede. Vi é in esse un ammonimento profetico che ci fa capire la maturità delle aspettative diffusesi tra la popolazione cristiana circa una prossima fine del paganesimo.

Egli, il mercante, sembra esprimere questo ammonimento e, come un veggente, sfidando e ricordando alla folla pagana che tutta l'opera dell'uomo, compresi i suoi idoli di legno, non é né eterna né invincibile, anticipa la colossale distruzione degli idoli attuata da Vladimir e dai suoi uomini, sulla collina di Kiev, come segno indelebile e spettacolare del passaggio al cristianesimo del popolo russo.


 

La betulla e la piazza del mercato

Naturalmente sarebbe un errore imputare il passaggio dei russi al cristianesimo alla sola ed esclusiva ambizione di Vladimir di occupare un posto tra i potenti.

Nonostante la sua determinazione che lo spinse all'impresa di Cherson, senza il sostegno di chi, tra i suoi sudditi, con altrettanta ambizione desiderava rapporti stabili e paritari con il mondo occidentale e senza una realtà sociale e culturale pronta ad accogliere il grande cambiamento di orizzonte che i nuovi quadri di riferimento avrebbero ineluttabilmente introdotto, si può esser certi che anche il tentativo di Vladimir, al pari di quello tentato circa mezzo secolo prima dalla sua leggendaria ava, la principessa Ol'ga, si sarebbe risolto in clamoroso fallimento.

Sappiamo che al tempo della principessa Ol'ga, quando ella fece il primo tentativo battezzandosi alla corte bizantina in circostanze avvolte dalla leggenda, la sua druzina, cioè la aristocrazia militare, era ancora profondamente attaccata al paganesimo.

La gente mia é pagana e anche mio figlio; che Dio mi preservi da ogni male.

Con queste parole pronunciate al momento di accomiatarsi dal Patriarca di Costantinopoli, Ol'ga ci rivela come ella fosse consapevole dei rischi a cui andava incontro abbracciando la nuova fede.

E quando tentò di convincere il figlio Sviatoslav, principe di Kiev e padre di Vladimir, della bontà di Dio egli gli rispose categoricamente: La mia druzina riderebbe di questo.

Ma ciò non deve farci credere che al tempo di Ol'ga e anche prima non vi fossero cristiani tra i russi. Se ancora non v'erano nella druzina quando ancora fungeva prevalentemente da scorta armata, da drappello del principe, e dalle sue file non avevano cominciato a differenziarsi quei nobili guerrieri che videro nel commercio una fonte di nuovi guadagni, v'erano di cristiani tra gli ambasciatori del principe incaricati di concludere gli accordi russo-bizantini.

In maggioranza questi ambasciatori erano mercanti. Al tempo del principe Igor, marito di Ol'ga, su cinquanta ambasciatori che egli aveva inviato a Costantinopoli per sottoscrivere un trattato commerciale con i bizantini, ventisei mercanti erano cristiani.

Ciò evidenzia, se consideriamo che i rimanenti ventiquattro erano membri della nobiltà ancora pagana, una massiccia presenza cristiana tra le file dell' ambasceria del principe. Tuttavia ciò non deve farci credere che nella Rus' mercante sia stato sinonimo di cristiano. La nuova fede che riconosce unicamente l'universalità dell'uomo senza distinzioni di classe o di rango, non aveva confini sociali neanche nella Rus'.

Ciò nonostante fu il mondo commerciale delle città e non quello delle campagne la culla del cristianesimo. Con le carovane dei mercanti giungevano nelle città nuove culture, costumi e idee sconosciute. I contatti con il mondo cristiano, poi, con il progredire del commercio divennero più duraturi.

Molti mercanti greci che soggiornavano nelle città russe per lunghi periodi dovendo celebrare i loro riti dovettero erigere vari luoghi di culto, portare i libri per la liturgia, le immagini e gli arredi sacri e ciò, lentamente, nel clima di tolleranza ricordato, entrò a far parte della vita delle città e dei suoi abitanti.

Il mondo contadino, al contrario, che aveva ben pochi contatti con la vita delle città, restò di fatto ai margini dei nuovi sviluppi. Isolati nelle foreste e nelle steppe, a contatto con una natura indomita dalla quale quasi totalmente dipendevano, condannati dal commercio ad essere semplici cacciatori e raccoglitori, le comunità contadine vivevano ancora in una sorta di sottosuolo storico dalle oscure profondità che occupava il campo dei sogni e della fantasia popolare, liberando nell'immaginazione una visione del mondo fortemente spiritualizzata dagli elementi del ciclo naturale nel quale vivevano.

Un mondo nel quale non c'era posto per le novità e, nelle diverse forme sociali che il commercio introduceva, essi, che vivevano in comunità patriarcali non interessate al profitto ma all'utile sociale, vedevano un nemico mortale che aggrediva alle radici la loro unione e perciò lo respingevano.

Probabilmente furono queste comunità, insieme alla nobiltà militare e alla struttura dei principi che sotto Sviatoslav era ancora più che mai incline alla conquista che non al commercio, a far naufragare il primo tentativo di cristianizzare la Rus'.

Ma quando al tempo di Vladimir la differenziazione delle campagne dalle città divenne più netta e il mondo delle campagne ancor più soggiogato dal commercio delle città, l'influenza spirituale del mondo contadino decrebbe.

Forse si ebbero più distintamente due realtà con due diversi centri di gravità: probabilmente uno a S. Mamas, la piazza del mercato di Costantinopoli riservata ai mercanti russi, l'altro sotto l'antica betulla, l'albero prediletto e sacro dei pagani. Intorno ad essa, soprattutto nella regione di Novogorod più attratta dal mondo scandinavo che non da quello greco, militarono i più fieri avversari del cristianesimo, la parte più ostinatamente pagana della popolazione russa che non si rassegnò e lottò contro la nuova fede e i nuovi costumi ben oltre la data della sua ufficializzazione a religione di stato.

Per lungo tempo, queste genti, diedero vita a un sincretismo, a quel fenomeno chiamato della doppia fede nel quale, compiendosi un originale intreccio di sopravvivenze pagane e di simbologie cristiane si può scorgere l'intima evoluzione della spiritualità popolare russa.

Al contrario, i russi che frequentavano S. Mamas ben presto dovettero capire che nelle costruzioni, nelle chiese e anche nelle merci che acquistavano v'era oggettivato un mondo a loro superiore che li affascinava e che desideravano.

Ma quei valori presupponevano dei modelli sociali e culturali nuovi, orientati da costruzioni intellettuali che appartenevano a una storia dell'umanità che essi non possedevano e nel loro paese questi valori, sui presupposti del modello di vita pagano perdevano il loro fascino e il loro peculiare significato.

A mille anni di distanza non è più possibile capire se quei russi percepivano il permanere del paganesimo come una inadeguatezza sovrastrutturale che sbarrava la strada all'introduzione di un nuovo modello sociale di cui avvertivano la necessità e che senz'altro corrispondeva tanto alle trasformazioni statali iniziate da Vladimir, quanto all'integrazione della Rus' nel quadro degli scambi e dei rapporti economici che la la via dai varjaghi ai greci aveva internazionalizzato abolendo confini e barriere.

Ma il senso di tutta l'operazione della conversione, appare simile ad una riforma radicale dei vecchi quadri d'orientamento che i russi avevano adoperato nella costruzione della loro società e che, al giro di boa del millennio, risultavano decadenti e inadeguati sia per il loro sviluppo nazionale sia per meglio valutare i nuovi avvenimenti internazionali che sfidavano la nazione russa.

Tuttavia Vladimir non poteva sapere che con la scelta della variante bizantina stava imprimendo una svolta decisiva al suo paese che ne avrebbe segnato poi tutta la storia futura contraddicendo paradossalmente proprio la sua scelta occidentale.

Il caro bel solicello non poteva prevedere i futuri risultati della sua conversione: su quel ponte di riti, di immagini sacre, di canti dove transitarono nuove tecnologie, arti e mestieri con le quali la Rus' si rivestì a nuovo, passò la rottura delle due cristianità, la separazione prima e il divorzio poi della Roma sul Tevere da quella sul Bosforo.

Si ebbero così due mondi che a suon di scomuniche si allontanarono definitivamente l'uno dall'altro. Uno definitivamente occidentale, l'altro ancorato alle sue origini orientali, entrambi con un complesso di tradizioni, di ambiti geografici e politici separati e diversi.

Cosicché anche la Rus', come altri popoli slavi convertiti alla fede dei greci, perdette, poco a poco, ogni contatto con il mondo occidentale per giungere in seguito, con l'inscindibilità del sentimento nazionale dalla spiritualità religiosa, così come l'avevano ricevuta dai greci, all'odio e al disprezzo per tutto ciò che era latino.

Il modo di vita, il vestiario, il costume di radersi la barba, i rapporti sociali e persino l'arredo delle case in stile occidentale ben presto divenne per i russi una profanazione della vera fede. In pochi secoli quel confine che Vladimir riuscì a varcare ridivenne insuperabile, passò ben oltre le frontiere politiche e, per numerosi secoli, attraversò la coscienza e la spiritualità degli uomini.

 

Note

 

iI Si tratta del monastero russo più antico. Venne fondato intorno all'anno 1050 dal monaco Antonij

ii II Aristocrazia principesca.

iiiIII Al tempo della formazione della Rus' kieviana i principi Askol'd e Dir si erano probabilmente convertiti a seguito dei contatti con Bisanzio. Entrambi, successivamente, a compimento dell'unificazione delle cittα russe, vennero uccisi dal principe Oleg ancora legato al mondo scandinavo dal quale proveniva.

ivIV Ci furono rivolte nella regione di Novogorod guidate da maghi e indovini.

vLa fondazione del primo stato russo avvenne per mezzo di un intervento normanno della stirpe dei varjaghi.

viCioé dal baltico al mediterraneo.

viiLa quarta crociata - 1203\04 - voluta prevalentemente dai veneziani.

viiiLe principali divinità slave: Perum dio della folgore, Volos dio degli armenti, Chors dio dell'oro, Daz'bog dio del benessere e della ricchezza, Stribog dio dei venti, Mokos dio dell'amore.

 

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