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Il vicolo cieco del paganesimo

Le tribù slavo orientali possedevano una comune vita spirituale formatasi nel grande calderone mitologico indoeuropeo.

Pur adorando gli stessi dei e praticando riti non molto dissimili, per le diverse attitudini economiche e sociali, per le differenti condizioni ambientali e geografiche che le esponevano a penetrazioni culturali esterne e, secondo la pericolosità dei vicini, a continue tensioni circa la loro sopravvivenza, ogni tribù stabiliva una propria gerarchia divina e più una tribù aveva successo più quella tendeva ad imporre alle altre meno fortunate il proprio governo divino.

Ne conseguiva un caos spirituale e psicologico che non consentiva, appunto, quella coesione interna tanto necessaria a Vladimir per rinsaldare, nello Stato, l'unione delle tribù da poco uscite dalla guerra civile che l'aveva portato al potere e di realizzare l'ambiziosa aspirazione di varcare quel confine ideale che ancora respingeva la Rus' e i suoi principi dal novero dei paesi più progrediti.

Sia dalle cronache che da reperti archeologici sappiamo con certezza che, all'indomani della guerra civile, Vladimir prese due importanti decisioni: una di risiedere a Kiev stabilmente; l'altra di costruire un grande pantheon nel quale con pari dignità trovarono posto i dei pagani che simboleggiavano gli elementi principali della visione del mondo slavoviii.

La decisione di risiedere stabilmente a Kiev fu una tappa importantissima per lo sviluppo statale russo. Abbandonando il costume di governare la Rus' ora da un luogo ora da un altro, secondo le necessità delle campagne militari che privavano il paese di un punto di riferimento certo, Vladimir diede una accelerazione senza precedenti al processo di avvicinamento dello stato russo all'occidente feudale, e ciò fu sicuramente l'atto politico più importante dopo l'unificazione delle città.

Kiev, ben presto, da residenza preferita dei principi iniziò a diventare una vera e propria capitale politica con una corte e un sistema di governo.

Viceversa la decisione di riunire i dei pagani in un unico pantheon creò nuovi problemi.

La mossa di Vladimir, politicamente ben pensata, giungeva tardi. La composizione sociale e spirituale dei russi si era fatta più composita.

Accanto ai templi pagani erano sorti i templi cristiani e anche l'Islam, come abbiamo visto con la sfortunata missione dei bolgarj, a seguito dell'estensione del dominio russo nelle regioni limitrofe alla Volga e al Mar Caspio, faceva la sua comparsa. Cosicché la mossa di equiparare tutti i diritti delle divinità slave, nell'inedita cornice di una democrazia pagana, non tenendo conto della nuova realtà religiosa, creò nuovi malumori e nuovi conflitti tra la popolazione.

Ma c'era dell'altro.

Rafforzando il paganesimo, Vladimir probabilmente non valutò che così incoraggiava il modo di vita pagano e alzava una barriera che, nel respingere i costumi e il modo di vita cristiano, lo isolava proprio da quel mondo dal quale egli era attratto.

La convivenza tra pagani e cristiani, il clima di tolleranza che non poco aveva contribuito alla diffusione pacifica delle idee cristiane, nel frattempo si era fatta sempre più difficile. Anche i cristiani oramai possedevano un grande tempio: la loro chiesa, consacrata a S. Elia, sfidava il tempio pagano. Uno dei due era oramai di troppo e doveva cedere il passo.

Un significativo episodio accaduto a Kiev nell'anno 6491 (983) e annotato dal nostro cronista, spiega quanto duro fosse diventato lo scontro. A un ricco mercante cristiano, che aveva a lungo soggiornato in Grecia, toccò la cattiva sorte di dover consegnare il figlio per un sacrificio.

La scelta é caduta su tuo figlio, gli dei lo hanno scelto per sé.

Costoro non sono dei - rispose l'uomo - ma pezzi di legno, oggi esistono e domani marciscono.

La folla pagana, descrive dettagliatamente il cronista, reagì contro tanta irrisione assaltando il palazzo del mercante. Depredò tutti i suoi averi e dopo aver trascinato padre e figlio per le vie di Kiev, li condusse davanti al tempio e li uccise.

Il diavolo fu soddisfatto di ciò, ma non sapeva che anche la sua fine era prossima. Così egli tentò di far perire tutta la stirpe cristiana (.) qui, pensava il maledetto, troverò la mia dimora, giacché qui, gli apostoli, non insegnarono, né predicarono i profeti.

Questo commento del cronista che sottolinea l'asprezza dello scontro, lascia ben capire come il suolo russo a quel tempo fosse percepito come uno degli ultimi ricalcitranti baluardi del paganesimo. Paese di barbari a cui nessuno aveva mai insegnato né comandato. Terre del diavolo, appunto, e perciò da conquistare.

Ma questo episodio oltre a testimoniare lo spargimento di sangue cristiano, sgorgato dal martirio di un mercante che il cronista inserisce a pieno titolo nella schiera della stirpe cristiana, evidenzia una resistenza diffusasi in una parte della popolazione, in quella parte già cristiana e interessata al superamento del paganesimo che, ben presto, con Vladimir, passerà all'attacco.

Le parole del ricco Kieviano, infatti, non sembrano un semplice e ottuso atto di fede. Vi é in esse un ammonimento profetico che ci fa capire la maturità delle aspettative diffusesi tra la popolazione cristiana circa una prossima fine del paganesimo.

Egli, il mercante, sembra esprimere questo ammonimento e, come un veggente, sfidando e ricordando alla folla pagana che tutta l'opera dell'uomo, compresi i suoi idoli di legno, non é né eterna né invincibile, anticipa la colossale distruzione degli idoli attuata da Vladimir e dai suoi uomini, sulla collina di Kiev, come segno indelebile e spettacolare del passaggio al cristianesimo del popolo russo.

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