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La storia che non scrive la penna del cronista

 

I monaci, si sa, non scrivevano la storia, essi annotavano gli avvenimenti del loro tempo e raccoglievano quelli del tempo passato: leggende, vite di santi e di principi, costumi e tradizioni, eventi straordinari come le apparizioni di comete e le eclissi, le carestie e le calamità e tutto veniva percepito nel quadro dell'incessante lotta tra il bene e il male, del farsi e disfarsi dell'alleanza tra l'uomo e Dio.

Le antiche cronache russe appartengono a questo genere letterario e non a torto sono ritenute quanto di più interessante ci é stato lasciato di leggere sulle vicende di un popolo.

Ogni pagina é come un tassello di un grande affresco in cui si susseguono le varie traversie del popolo russo, dalla sua affermazione come entità etnica e statale fino al suo decadimento e alla rinascita sulle rive della Moskova.

Ma ciò che non possiamo trovarci é proprio quella prospettiva secolare che mosse gli stati e le nazioni cristiane nel convertire quelle ancora pagane e come queste ultime reagirono o accettarono il cristianesimo.

Si tratta di una prospettiva poco edificante per lo sguardo di un monaco che tratteggia il contesto profano di quelle numerose conversioni.

Dopo il crollo dell'impero romano interi gruppi etnici prevalentemente di origine euro-asiatica si insediarono sui territori ormai spopolati dell'Europa centro-sud-orientale e lentamente, scontrandosi ed amalgamandosi reciprocamente, costituirono diverse compagini statali con proprie identità nazionali e culturali.

Ma nel volgere di poco tempo, a Roma e a Costantinopoli e presso i franchi, i centri dirigenti di queste potenze videro nelle nuove nazioni emergenti ancora pagane ma, se così si può dire, in via di sviluppo, una pericolosa insidia che minava i loro domini. Non di meno videro la possibilità di ricostruire, sottomettendo proprio queste popolazioni, un nuovo impero dentro i confini del precedente e antico impero romano.

Sottometterli significava convertirli e questa operazione rapidamente venne messa all'ordine del giorno. Come é noto, per convertire le nazioni ancora pagane ogni mezzo era lecito.

Da tempo oramai l'apostolato possedeva un sinistro significato e i principi pagani per convertirsi ed entrare con le loro nazioni nel mondo più progredito della cristianità, con il quale entravano in contatto e che li attraeva, dovevano obbligatoriamente ricevere il battesimo, la nuova religione, dalle mani delle autorità imperiali e sottomettersi alle gerarchie ecclesiastiche.

E per quei popoli che non desideravano la nuova religione, che non intendevano rinunciare all'indipendenza, come i Vendi, i Polavi, i Prebaltici, i centri del potere avevano in serbo l'arma delle crociate.

Secondo la concezione del tempo, con il battesimo, il principe e tutto il popolo non solo doveva accettare gli obblighi imposti dalla nuova religione, come la decima, ma doveva pure stabilire un punto di non ritorno con il suo passato storico e culturale.

E se per questa via, per un verso, il principe riceveva un riconoscimento internazionale, spesso necessario per governare, ed entrava a far parte dell'unica e vera ecumene a capo della quale si trovava il potentissimo imperatore dei romani vicario di Dio in terra, sempre per questa stessa via, per un altro verso, si introducevano nuove leggi, nuovi doveri, un diverso sistema sociale e famigliare ed egli perdeva la sua indipendenza subendo, con tutto il suo popolo, una drastica limitazione della sovranità.

Quando nel X secolo la nuova compagine statale russa cominciò a penetrare nei confini orientali del mondo occidentale, mostrando di essere un paese già avviato verso una rapida espansione territoriale e politica, i centri del potere medievale ne avvertirono immediatamente la pericolosità.

Anche per questi barbari era giunto il momento di riconoscere un potere più sovrano del loro. Un potere direttamente voluto da Dio e che Costantinopoli e Roma si contendevano tra lotte e colpi proibiti.

Le condizioni erano mature e la questione russa occupò la scena europea.

Probabilmente le prime mosse furono romane, ma fu Costantinopoli che più meticolosamente preparò i piani per convertirli. Infatti, a seguito della missione e dei successi riportati in Moravia da Cirillo e Metodio, a Costantinopoli fu creato un centro slavo, testa di ponte per le nuove conversioni.

Tutto era pronto: Vladimir catecumenizzato dal "filosofo" si apprestava a ricevere dalle mani dell'imperatore la nuova religione e a diventare automaticamente vassallo di Costantinopoli. Senonché, all'ultimo momento, sfruttando le circostanze che sappiamo, il principe russo in un sol colpo e sotto la sua regia si prese la nuova religione, la sorella dell'imperatore e suggellò in tal modo, da russo, la sua entrata nella cristianità.

In questo nuovo contesto se le parole di auspicio pronunciate da Vladimir sotto le mura di Cherson fossero state vere non sembrerebbero tanto un voto rivolto alla Provvidenza, quanto una considerazione pratico-politica. Parole che se furono pronunciate attesterebbero che egli era sì disposto a farsi battezzare ma alla condizione di non perdere l'indipendenza e il modo che l'imprevedibilità della storia gli aveva offerto, fu quello di costringere l'imperatore, con un’ ardita operazione militare, a rispettare i patti.

Si capisce, dunque, che se alla corte imperiale di Costantinopoli si tentò di impedire questo matrimonio, fu solamente per scongiurare la disfatta della politica matrimoniale costantinopolitana. Cedendo a Vladimir la principessa Anna, Basilio non solo non impediva al kieviano di entrare a pieno titolo nei ranghi della ristretta schiera dei principi cristiani non assoggettati all'autorità dell'imperatore e che governavano anch'essi, dar par loro, in nome di Dio sui loro popoli, ma falliva anche nel progetto, più complesso, di dare in moglie la principessa al figlio del re dei germani da poco proclamatosi imperatore romano.

Un matrimonio che, dal punto di vista bizantino, avrebbe trasformato un rivale in un importante alleato in chiave antiromana.

Come vediamo le due righe di storia saltate dalla penna del cronista, ci introducono in una trama molto terrena e poco spirituale, dalla quale emerge un conflitto di interessi, di egemonia dal lato dei bizantini e di sviluppo nazionale, come vedremo, dal lato dei russi. Ma nel recuperarle, tuttavia, prorompe una nuova domanda: perché Vladimir, che sapeva di giocarsi l'indipendenza, aveva scelto ugualmente di convertirsi?

 

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