Indice articoli

"Il bello é lo splendore del vero"

Sappiamo che l'introduzione e la diffusione del cristianesimo nella Rus' ha radici lontane che precedettero di molto la sua ufficializzazione a religione di Stato.

Le leggende narrano che queste terre furono attraversate e benedette per la prima volta da S. Andrea. Il santo, raccontano le cronache, predicendo un avvenire glorioso per i popoli slavi d'Oriente, piantò una croce sopra la collina dove più tardi venne edificata la città di Kiev e, per raggiungere il baltico, pose un nuova croce nei pressi della futura città di Novgorod.

Il mito dell'apostolo fratello di Pietro che avrebbe diffuso il cristianesimo tra le prime genti russe in epoca contemporanea alle predicazioni apostoliche, percorre tutta la storia russa. L'apostolo non solo divenne il protettore del popolo russo e nel suo nome venne istituita la più alta onorificenza zarista ma, all'ombra del santo, gli zar e la chiesa ortodossa si contendevano, con l'occidente, il primato della cristianità dall'epoca apostolica. Non gli ultimi ma primi fra primi.

Le prime tracce storiche, invece, portano la data dei primi anni del IX secoloiii ma sono solo deboli tracce che subito scompaiono per riapparire più consistenti alcuni decenni dopo al tempo della leggendaria principessa Ol'ga. Costei fece il primo serio tentativo di passare al cristianesimo senza trovare però i necessari consensi nel popolo e nell'aristocrazia. Va ricordata soprattutto perché essa, diversamente da Vladimir, non fece alcuna distinzione tra la versione occidentale e quella orientale del cristianesimo giacché, probabilmente, si convertì sia agli uni che agli altri.

Ol'ga fu una governante particolarmente energica e dotata di uno spiccato senso politico, tanto che questa doppia conversione può anche lasciarsi interpretare nel senso che ella non voleva compromettersi né troppo con Roma né troppo con Bisanzio.

Tuttavia se tentassimo di risalire alle ragioni profonde, non solo politiche e religiose della scelta bizantina, troveremmo, oltre ad un particolare equilibrio storico - nel quale la scelta maturò - una sorta di folgorazione da shock estetico che i russi dovettero provare davanti alla bellezza del rito bizantino.

Involontariamente a metterci su questa pista sono proprio le cronache.

Infatti riesaminando le parole dei dotti kieviani si può rilevare non tanto lo stupore per la purezza della fede, quale prova che farà pendere l'ago della bilancia a favore dei greci, come invece tendono ad esaltare le cronache, quanto per la bellezza.

La bellezza del rito, degli ori, dell'architettura del tempio, dei paramenti che, al primo sguardo, colmò, come dissero, l'anima loro di dolcezza. Essi, con semplicità, ci danno una definizione profondamente sensibile della bellezza quale presenza del trascendente nell'ordinario.

Una definizione che descrive uno stato d'animo immensamente russo che può spiegare, oltre ogni ipotesi e supposizione politica o religiosa, e indipendentemente da queste, alcuni perché della diffusione prima e della scelta del rito bizantino poi.

Dunque, se il battesimo, come atto politico che aprì le porte dell'Occidente alla Rus' kieviana, può considerarsi l'inevitabile compimento del processo e della sua diffusione, questo stesso ha posseduto una sua propria vita, autonoma, indipendente, sia dalla rappresentazione iconografica che dal divenire strumento al servizio degli interessi dominanti.

La terra russa illimitata e pianeggiante, con i suoi orizzonti senza limiti e i silenzi degli inverni interminabili, verosimilmente, aveva plasmato l'anima degli slavi che l'abitavano a un profondo senso dell'infinito oltre il quale, per contrasto con la durezza della loro esistenza materiale, essi percepivano un aldilà di inesauribile gioia e tenerezza che riversavano, come ci giunge dai racconti epici, tanto nell'immaginazione popolare e nel mondo dei sogni, quanto in un trasporto verso tutto ciò che sulla terra, per bellezza, si elevava e tendeva a toccare gli spazi infiniti della loro immaginazione.

E sulla terra, varcato il Mar Nero, sotto la cupola d'oro della chiesa di S. Sofia, tra lo sfavillio dei mosaici e la luminosità delle pitture, tra i riflessi abbaglianti degli ori e la maestà degli arredi, alcuni russi avevano vissuto momenti di estasiata bellezza. Quella bellezza, dirà poi Dostojevskij, che salverà il mondo e grazie alla quale Dio e l'uomo, come riferirono i saggi a Vladimir, si avvicinano.

E' supponibile, inoltre, che la complessa liturgia bizantina, che con l'incanto del suo apparato scenico tende a creare l'immagine di un aldilà sfolgorante di gioie future e che, con o senza l'invio dei messi, i russi ben conoscevano per le loro numerose incursioni, trovò nell'idea russa secondo la quale solo ciò che per bellezza é degno di fede, una via aperta, una corrispondenza spirituale e sensibile che ne favorì la diffusione.

Difficilmente i russi, per questa loro naturale predisposizione, avrebbero sopportato, senza l'imposizione della forza usata sporadicamenteiv, un rito che non fosse stato anche fortemente permeato da un'atmosfera di tripudio come quello bizantino.

Infatti, diversamente dagli altri riti e dal romano, che all'epoca della conversione fu il suo più diretto concorrente, il rito bizantino non riversa nella liturgia soprattutto la mestizia della passione, bensì, la gioiosità piena della resurrezione.

E l'importanza di questo momento liturgico non é tanto intesa come trasfigurazione morale e giuridica, quanto in modo fisico e ontologico. Un rito molto più elaborato, intessuto di letture e reminiscenza bibliche che, nella celebrazione, si tramutano in un lirismo metafisico altamente coinvolgente.

A questo punto se l'immagine sfolgorante del complesso rituale ed architettonico bizantino, pensato per raggiungere l'accordo tra la scala dell'umana bellezza e quella della trascendenza dell'infinito divino, mostrava ai russi la superiorità del credo greco, la parola doveva ancora dimostrarlo.

 

Joomla templates by a4joomla