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La betulla e la piazza del mercato

Naturalmente sarebbe un errore imputare il passaggio dei russi al cristianesimo alla sola ed esclusiva ambizione di Vladimir di occupare un posto tra i potenti.

Nonostante la sua determinazione che lo spinse all'impresa di Cherson, senza il sostegno di chi, tra i suoi sudditi, con altrettanta ambizione desiderava rapporti stabili e paritari con il mondo occidentale e senza una realtà sociale e culturale pronta ad accogliere il grande cambiamento di orizzonte che i nuovi quadri di riferimento avrebbero ineluttabilmente introdotto, si può esser certi che anche il tentativo di Vladimir, al pari di quello tentato circa mezzo secolo prima dalla sua leggendaria ava, la principessa Ol'ga, si sarebbe risolto in clamoroso fallimento.

Sappiamo che al tempo della principessa Ol'ga, quando ella fece il primo tentativo battezzandosi alla corte bizantina in circostanze avvolte dalla leggenda, la sua druzina, cioè la aristocrazia militare, era ancora profondamente attaccata al paganesimo.

La gente mia é pagana e anche mio figlio; che Dio mi preservi da ogni male.

Con queste parole pronunciate al momento di accomiatarsi dal Patriarca di Costantinopoli, Ol'ga ci rivela come ella fosse consapevole dei rischi a cui andava incontro abbracciando la nuova fede.

E quando tentò di convincere il figlio Sviatoslav, principe di Kiev e padre di Vladimir, della bontà di Dio egli gli rispose categoricamente: La mia druzina riderebbe di questo.

Ma ciò non deve farci credere che al tempo di Ol'ga e anche prima non vi fossero cristiani tra i russi. Se ancora non v'erano nella druzina quando ancora fungeva prevalentemente da scorta armata, da drappello del principe, e dalle sue file non avevano cominciato a differenziarsi quei nobili guerrieri che videro nel commercio una fonte di nuovi guadagni, v'erano di cristiani tra gli ambasciatori del principe incaricati di concludere gli accordi russo-bizantini.

In maggioranza questi ambasciatori erano mercanti. Al tempo del principe Igor, marito di Ol'ga, su cinquanta ambasciatori che egli aveva inviato a Costantinopoli per sottoscrivere un trattato commerciale con i bizantini, ventisei mercanti erano cristiani.

Ciò evidenzia, se consideriamo che i rimanenti ventiquattro erano membri della nobiltà ancora pagana, una massiccia presenza cristiana tra le file dell' ambasceria del principe. Tuttavia ciò non deve farci credere che nella Rus' mercante sia stato sinonimo di cristiano. La nuova fede che riconosce unicamente l'universalità dell'uomo senza distinzioni di classe o di rango, non aveva confini sociali neanche nella Rus'.

Ciò nonostante fu il mondo commerciale delle città e non quello delle campagne la culla del cristianesimo. Con le carovane dei mercanti giungevano nelle città nuove culture, costumi e idee sconosciute. I contatti con il mondo cristiano, poi, con il progredire del commercio divennero più duraturi.

Molti mercanti greci che soggiornavano nelle città russe per lunghi periodi dovendo celebrare i loro riti dovettero erigere vari luoghi di culto, portare i libri per la liturgia, le immagini e gli arredi sacri e ciò, lentamente, nel clima di tolleranza ricordato, entrò a far parte della vita delle città e dei suoi abitanti.

Il mondo contadino, al contrario, che aveva ben pochi contatti con la vita delle città, restò di fatto ai margini dei nuovi sviluppi. Isolati nelle foreste e nelle steppe, a contatto con una natura indomita dalla quale quasi totalmente dipendevano, condannati dal commercio ad essere semplici cacciatori e raccoglitori, le comunità contadine vivevano ancora in una sorta di sottosuolo storico dalle oscure profondità che occupava il campo dei sogni e della fantasia popolare, liberando nell'immaginazione una visione del mondo fortemente spiritualizzata dagli elementi del ciclo naturale nel quale vivevano.

Un mondo nel quale non c'era posto per le novità e, nelle diverse forme sociali che il commercio introduceva, essi, che vivevano in comunità patriarcali non interessate al profitto ma all'utile sociale, vedevano un nemico mortale che aggrediva alle radici la loro unione e perciò lo respingevano.

Probabilmente furono queste comunità, insieme alla nobiltà militare e alla struttura dei principi che sotto Sviatoslav era ancora più che mai incline alla conquista che non al commercio, a far naufragare il primo tentativo di cristianizzare la Rus'.

Ma quando al tempo di Vladimir la differenziazione delle campagne dalle città divenne più netta e il mondo delle campagne ancor più soggiogato dal commercio delle città, l'influenza spirituale del mondo contadino decrebbe.

Forse si ebbero più distintamente due realtà con due diversi centri di gravità: probabilmente uno a S. Mamas, la piazza del mercato di Costantinopoli riservata ai mercanti russi, l'altro sotto l'antica betulla, l'albero prediletto e sacro dei pagani. Intorno ad essa, soprattutto nella regione di Novogorod più attratta dal mondo scandinavo che non da quello greco, militarono i più fieri avversari del cristianesimo, la parte più ostinatamente pagana della popolazione russa che non si rassegnò e lottò contro la nuova fede e i nuovi costumi ben oltre la data della sua ufficializzazione a religione di stato.

Per lungo tempo, queste genti, diedero vita a un sincretismo, a quel fenomeno chiamato della doppia fede nel quale, compiendosi un originale intreccio di sopravvivenze pagane e di simbologie cristiane si può scorgere l'intima evoluzione della spiritualità popolare russa.

Al contrario, i russi che frequentavano S. Mamas ben presto dovettero capire che nelle costruzioni, nelle chiese e anche nelle merci che acquistavano v'era oggettivato un mondo a loro superiore che li affascinava e che desideravano.

Ma quei valori presupponevano dei modelli sociali e culturali nuovi, orientati da costruzioni intellettuali che appartenevano a una storia dell'umanità che essi non possedevano e nel loro paese questi valori, sui presupposti del modello di vita pagano perdevano il loro fascino e il loro peculiare significato.

A mille anni di distanza non è più possibile capire se quei russi percepivano il permanere del paganesimo come una inadeguatezza sovrastrutturale che sbarrava la strada all'introduzione di un nuovo modello sociale di cui avvertivano la necessità e che senz'altro corrispondeva tanto alle trasformazioni statali iniziate da Vladimir, quanto all'integrazione della Rus' nel quadro degli scambi e dei rapporti economici che la la via dai varjaghi ai greci aveva internazionalizzato abolendo confini e barriere.

Ma il senso di tutta l'operazione della conversione, appare simile ad una riforma radicale dei vecchi quadri d'orientamento che i russi avevano adoperato nella costruzione della loro società e che, al giro di boa del millennio, risultavano decadenti e inadeguati sia per il loro sviluppo nazionale sia per meglio valutare i nuovi avvenimenti internazionali che sfidavano la nazione russa.

Tuttavia Vladimir non poteva sapere che con la scelta della variante bizantina stava imprimendo una svolta decisiva al suo paese che ne avrebbe segnato poi tutta la storia futura contraddicendo paradossalmente proprio la sua scelta occidentale.

Il caro bel solicello non poteva prevedere i futuri risultati della sua conversione: su quel ponte di riti, di immagini sacre, di canti dove transitarono nuove tecnologie, arti e mestieri con le quali la Rus' si rivestì a nuovo, passò la rottura delle due cristianità, la separazione prima e il divorzio poi della Roma sul Tevere da quella sul Bosforo.

Si ebbero così due mondi che a suon di scomuniche si allontanarono definitivamente l'uno dall'altro. Uno definitivamente occidentale, l'altro ancorato alle sue origini orientali, entrambi con un complesso di tradizioni, di ambiti geografici e politici separati e diversi.

Cosicché anche la Rus', come altri popoli slavi convertiti alla fede dei greci, perdette, poco a poco, ogni contatto con il mondo occidentale per giungere in seguito, con l'inscindibilità del sentimento nazionale dalla spiritualità religiosa, così come l'avevano ricevuta dai greci, all'odio e al disprezzo per tutto ciò che era latino.

Il modo di vita, il vestiario, il costume di radersi la barba, i rapporti sociali e persino l'arredo delle case in stile occidentale ben presto divenne per i russi una profanazione della vera fede. In pochi secoli quel confine che Vladimir riuscì a varcare ridivenne insuperabile, passò ben oltre le frontiere politiche e, per numerosi secoli, attraversò la coscienza e la spiritualità degli uomini.

 

Note

 

iI Si tratta del monastero russo più antico. Venne fondato intorno all'anno 1050 dal monaco Antonij

ii II Aristocrazia principesca.

iiiIII Al tempo della formazione della Rus' kieviana i principi Askol'd e Dir si erano probabilmente convertiti a seguito dei contatti con Bisanzio. Entrambi, successivamente, a compimento dell'unificazione delle cittα russe, vennero uccisi dal principe Oleg ancora legato al mondo scandinavo dal quale proveniva.

ivIV Ci furono rivolte nella regione di Novogorod guidate da maghi e indovini.

vLa fondazione del primo stato russo avvenne per mezzo di un intervento normanno della stirpe dei varjaghi.

viCioé dal baltico al mediterraneo.

viiLa quarta crociata - 1203\04 - voluta prevalentemente dai veneziani.

viiiLe principali divinità slave: Perum dio della folgore, Volos dio degli armenti, Chors dio dell'oro, Daz'bog dio del benessere e della ricchezza, Stribog dio dei venti, Mokos dio dell'amore.

 

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