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Le cronache

Tra le varie storie e leggende, scritte e tramandate, che ci possono informare su questo avvenimento di mille anni fa, spicca la storia che compilarono i primi monaci russi del Monastero delle Grotte presso Kievi.

Si tratta delle più antiche cronache russe. Il racconto dei tempi passati, scritto nel XII secolo, ma che probabilmente i monaci iniziarono a compilare all'alba del battesimo di Vladimir, ci dà delle informazioni, per così dire, di prima mano che i monaci raccolsero dal popolo e presso le corti dei principi.

Qui, nel Monastero delle Grotte, dove si formò la prima generazione del clero russo, nel silenzio delle celle scavate nella roccia, nelle più rigide pratiche ascetiche, i monaci divennero i primi storici ufficiali della Russia kieviana e la loro storia della conversione resterà un pilastro di tutta la storiografia di questo popolo.

La narrazione della scelta di fede fatta dal principe russo è un capolavoro di divulgazione della dottrina e dei precetti cristiani, sul modo di vivere in questo mondo per conquistarsi un posto sicuro nell’altro. La polemica antilatina, allora ampiamente in corso, percorre i vari momenti della disputa che condurrà Vladimir al battesimo cristiano. In seguito, prima di decidersi a quale religione convertirsi, Vladimir ritenne necessario un esame più scrupoloso e approfondito delle tre fedi e, con l'approvazione dei bojariii, decise di inviare alcuni suoi uomini fidati e dotti ad esaminare il servizio divino di questi popoli.

Al loro rientro in patria i dotti riferirono ciò che videro tra i bolgarj e i tedeschi: dei primi raccontarono che come pazzi si prostravano e si giravano ora da un lato ora dall'altro e che non vi era in essi alcuna letizia ma mestizia e un gran fetore si respirava nelle loro moschee; degli altri dissero laconicamente che non avevano visto nelle loro chiese alcuna bellezza.

Poi riferirono che dai greci furono accolti con molta ospitalità`: non sapevamo - dissero raccontando ciò che videro nel tempio greco - se ci trovavamo in cielo o in terra, giacché sulla terra non si vede alcuno spettacolo di tale bellezza. Noi non possiamo descrivere con parole quello che abbiamo veduto. Soltanto questo sappiamo, che ivi gli uomini si trovano in presenza di Dio (.) Non dimenticheremo mai tanta bellezza. Infatti ognuno che abbia una volta gustato il dolce, non vuole più l'amaro. E così anche noi non abbiamo più voglia di stare qui.

Con queste parole così efficaci degli inviati russi, Vladimir sciolse le sue ultime riserve e abbracciò la fede dei greci.

Cosicché, senza soverchie ingerenze, la diffusione e la conoscenza della nuova fede, all'alba della scelta di Vladimir, ebbe il tempo di inserirsi e di adattarsi al patrimonio culturale e mitologico anticorusso, ma non divenne subito popolare i tutti gli strati della popolazione. Per diverso tempo restò un bene esclusivo di una colta e intraprendente minoranza.

Fin qui il piano del racconto cronachistico sembrerebbe intrecciare il battesimo in un amalgama particolarmente edificante nel quale compaiono cristiani buoni e meno buoni, ebrei e mussulmani, la parola delle immagini e della bellezza e la bellezza delle immagini e della parola, ma quando il gran principe, concludendo il suo esame, annuncia ai suoi sudditi che si battezzerà alla fede dei greci immancabilmente nelle cronache compaiono anche le armi e il piano del racconto introduce una variante inattesa ma solo apparentemente incompatibile.

Probabilmente per i monaci il lavoro di compilazione divenne particolarmente ingrato e difficile, tuttavia se la cavarono ricorrendo tanto all'arte del tacere quanto a quella della notarile descrizione dei fatti. Per un verso dovevano esaltare la fede dei greci che era anche la loro, e il piano strettamente spirituale del battesimo, per un altro dovevano rendere omaggio al sentimento patriottico dei principi kieviani da essi stessi condiviso. Inevitabilmente divisi da questi sentimenti, il battesimo si rivestì di rosa, di un po’ di color porpora e molto di giallo.

 

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