La nonna d'altri PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrej Ghelasimov   
Venerdì 27 Marzo 2009 18:06

LA NONNA D'ALTRI

di Andrej Ghelasimov

(Чужая бабушка)

 

Beh, per quanto riguarda il lavoro, per me va bene tutto. Mi dicono di andare e io vado. Se me lo chiedono significa che c’è bisogno. Posso farmi il turno di notte o quello diurno. È così che ci hanno educati. Il partito diceva: “È necessario” e la gioventù comunista rispondeva: “Pronti”. E come sarebbe potuto essere altrimenti? Altrimenti mi avrebbero spedito in pensione già da tempo.

E così hanno sempre bisogno di qualcuno. C’è chi non ha problemi con gli orari. Io, invece, a dire il vero, qualche problema ce l’ho. Lavorare di notte comincia a pesarmi.

Semplicemente, così andrà meglio.

Il capoturno mi dice: «Beh, come stai Ivanovna?»

E io rispondo: «Non mi lamento, Nikolaj Grigorjevič. Quando devo uscire?».

Lui sorride e mi dice: «Brava la mia lavoratrice».

Nikolaj Grigorjevič ha solo ventidue anni. Ha appena preso il diploma. Mia figlia, la più grande, di anni ne ha già trenta. Ma i soldi per andare a trovare i nipoti a Mosca non ce l’ho. Guardo le foto. A colori, sono belle, e sul retro a chiare lettere c’è scritto Kodak. Azzurre come un tatuaggio. Valerka ne aveva uno così sul braccio sinistro. E uno sulla spalla. Diceva che in flotta ce l’avevano tutti. Un’ancora intrecciata da una grossa corda. Sulla spalla, però, non aveva un’ancora. Lì aveva scritto “Lena”. Poi aveva tentato di farselo togliere, ma le cicatrici lo facevano intravedere comunque.

Ritornò bellissimo e si iscrisse subito all’istituto tecnico-aeronautico. Le ragazze dicevano che somigliava ad Alain Delon. E io rispondevo: «Ma che Delon! Valerka è un marinaio di sommergibile. E pilota».

E in più beveva anche come una spugna.

Comprava un po’ di vodka, si faceva ancora più bello, e raccontava della crisi nel Mar dei Caraibi. Di come il suo sommergibile giaceva in fondo in fondo e sopra le loro teste navigavano i perfidi americani. E di come il capitano aveva quasi ammazzato uno quando quello aveva fatto cadere a terra un cucchiaino. E io stavo ad ascoltare questa storia per centinaia di volte e pensavo: “Che ci fanno con i cucchiaini in un sommergibile?”.

Ma mi divertivo. Le femmine gli stavano sempre appiccicate addosso, e io perdonavo. Lo amavo alla follia.

Mi ha dato figli bellissimi.

Poi è sparito. Montò una volta sul treno per andare dai genitori. Ma da loro non ci è mai arrivato. Si dissolse nell’aria assieme a tutti i suoi tatuaggi. Forse oggi racconta ancora a qualcuno la storia dei sommergibili. E io sto tutte le notti seduta nella sala dei pannelli di controllo e guardo i miei nipoti in foto. Quanto sono belli. Nikolaj Grigorjevič, però, mi chiede sempre di non distrarmi. Dice: «Serviamo una linea governativa, Ivanovna. E tu con le tue foto, lo sai che ne potresti combinare di tutti i colori? Mi segui?».

Lo seguo, lo seguo. Perché sono già trent’anni che garantisco la copertura di questa linea. Da quando ho lasciato la dosaaf1.

Le ragazze mi dicevano: «Stupida che sei! Salti meglio di tutte! Campionessa siberiana di lancio col paracadute». E io rispondevo: «Ma che me ne faccio del vostro paracadute!? Il tempo che mi lancio dal biplanino e Valerka farebbe in tempo a farsi il giro di tutte le femmine per venti volte!».

E adesso ho cinquantasei anni. E non ci capisco più nulla. Intendo dire, com’è che vanno le cose? Insomma, tiri avanti, non ti puoi lamentare, e dall’oggi al domani ti ritrovi a cinquant’anni. E dopodiché cinquantasei. Adesso la sera sono sempre stanca. Ma comunque continuo a non capire. Possibile che ho tutti questi anni? Io?

Che scemenza!

Mi ricordo quando la mia mamma non ne aveva altrettanti. Si metteva il rossetto sulle labbra, se ne andava al lavoro in negozio e ci lasciava soli. E noi restavamo a casa affamati. E Valka diceva: «Bimbe, volete che vi faccia delle frittelline?». E noi, stupide, rispondevamo: «Sì, le vogliamo!» E Valka si metteva seduta su una larga panca di compensato davanti al tavolo e faceva delle sonore scoregge. Maška cominciava a piangere perché aveva appena cinque anni. Io mi azzuffavo con Valka perché mi dispiaceva per Maška. Lei le frittelline le voleva veramente. Poi anch’io ho avuto delle figlie femmine. Nemmeno un maschio. Gli amici prendevano in giro Valerka, ma lui se ne fregava. Rispondeva con un sorriso e si stringeva nelle spalle. Forse, da qualche altra parte, ne aveva, di figli maschi.

Le figlie, però, le amava tanto. Si prendeva cura di loro. Gli faceva il solletico sul pancino. E loro gagnolavano. Dicevano: «Quando torna papà dal lavoro?». Come se io sola non gli bastassi. Gli volevano bene soprattutto quando era ubriaco. Diventava così buffo: gli potevi fare tutto quello che volevi. E loro ce la mettevano tutta. Lui si metteva a terra sotto di loro e ripeteva: «Le mie bavette, dove sono le mie bavette?».

La più piccolina, Tanečka, chiamava anche lui così. Ancora non parlava bene e invece di dire “bravo” diceva: “bavo”. E lui la faceva volare in aria.

Mi capitava anche di doverli dividere. Perché dormivano male se lui faceva lo scemo con loro per troppo tempo. Si agitavano nel sonno. Tendevano le manine e piangevano. E io la mattina dopo dovevo andare a lavorare. Di notte lui non si alzava mai per accudirle. Sognava il suo sommergibile. Oppure quella Lena che aveva tatuata sulla spalla. Poi sono cresciute e una volta Tanečka all’improvviso mi fa: «Quando eravamo piccole tu non hai mai giocato con noi. Solo papà lo faceva».

E io pensavo: “Ma certo, e chi altri poteva farlo?”.

Poi, però, piangevo.

Quando se n’è andato, non ho detto “A”. Ho pensato: “Senza fardello la cavalla cammina meglio”. Anche se, a pensarci bene, che fardello poteva mai essere lui?

E al posto di uno me ne sono subito toccati due.

Il primo me lo portò a casa Marina. A dire il vero, è arrivato da solo. Apro la porta e quello mi fa: «Cià, sono venuto a chiedervi la mano». E sto piccoletto mi sta dritto davanti vestito con un mantello da cadetto e mi guarda. Io dico: «Oh Signore, e la mano di chi?». E lui: «La mano di Marina». E io: «Che fai studi all’istituto tecnico-aeronautico?». E lui risponde: «Mhm». E io: «Ma che hai da guardare?». E penso tra me e me: “Marina, sei una stupida. Da questi “uccel di bosco” puoi solo aspettarti problemi”.

Ma si sono sposati. Hanno messo al mondo dei nipoti e se li sono portati via a Mosca. I miei leprottini.

A quell’epoca il cadetto lo facevo anche mangiare. Forse era anche un po’ ingrassato. Ma rimaneva sempre poco solido, mingherlino. Miška, invece, l’orsacchiotto, amava mettersi in bocca qualsiasi porcheria. Una volta si accomoda in poltrona, sbuffa, mastica qualcosa. Gli dico: «Che cos’hai lì?». E dalla bocca gli spunta una bavetta di colore verde scuro. Gli ridico: «Che cos’hai?». Mi guarda con gli occhietti furbi e mi dice: «I bambini non devono».

Una matita. L’aveva ridotta in piccole schegge. E sorrideva.

Poi sbarcò il secondo. Manco li avessero spalmati di miele. Questo succedeva quando Marina e Anatolij avevano già portato via i nipoti a Mosca.

Era di molto più grande della mia Tatjana. Lei aveva appena fatto gli esami al liceo e quello di anni ne aveva già vent’otto. Aveva un lavoro. Diceva che si occupava di macchine. Le aggiustava. Peccato che da qualche parte per strada un delinquente non l’avesse fatto fuori. Perdonami, Signore. Prima che mettesse gli occhi sulla mia Tatjana. E lei manco avesse avuto le fregole: «Mamma me lo voglio sposare».

Le dico: «Puzza di benzina». E lei: «Lo dicevi sempre anche di papà».

Eh sì, a loro le cose devono sempre andare diversamente. Non come alla madre. Perché alla madre andava tutto male e a loro, invece, tutto bene. Perché loro sanno come si deve fare. Loro sono nate imparate. Sanno tutto sulle camicette, sulla moda e sugli uomini. Mentre la madre è una cretina. Perché ama ascoltare i dischi di Valerij Obodzinskij.

“Questi occhi qui davanti”

Quando la ascoltai per la prima volta, per poco non svenni. Ballammo tutta notte. Imparai allora che i marinai ballano meglio di chiunque altro. E baciano meglio di chiunque altro.

La guardo e dico: «E a me che me ne importa? Sposati pure il Papa, se vuoi».

Al matrimonio c’erano a malapena quattro gatti. Persino la vicina di casa si era rifiutata di venire.

«Scusami Ivanovna», mi dice, «ma alle nozze non ci vengo. Non ho niente da regalare ai tuoi ragazzi. Ho dato via tutto».

E non è venuta. Io, poi, le ho portato una fetta di torta.

Eravamo seduti senza che nessuno dicesse: «Bacio! Bacio!».

Perché lo sposo non era del posto. E non voleva invitare alla rinfusa.

«Sapete mamma, meglio che risparmiamo un po’ in queste cose che poi mi compro una macchina nuova. Ci devo portare la mia mogliettina a casa dai miei».

E io dico: «E a me cosa importa? Le nozze sono le vostre: voi sapete come dovete festeggiare».

Ma la mia Tatjana se ne sta tutta scura in viso. Guarda attraverso il velo. Non tocca un boccone. E io che avevo cucinato per un esercito intero. Perché al matrimonio di Marina si era presentato mezzo istituto. C’erano cadetti ad ogni angolo. Erano tutti ciucchi. Bei piloti quelli! Poi per una settimana intera abbiamo raccattato in giro bottoni alati. C’è stato persino chi ha lasciato le scarpe. Avremmo potuto facilmente metter su un negozio di abbigliamento militare. Però ci siamo divertiti. Io ho ballato tanto che mi sarebbe bastato per un vita intera. Quante risate ci siamo fatti: al mattino nessuno riusciva più a parlare. Chi rideva, chi tartagliava, chi mugolava.

E Tatjana chiaramente si ricordava tutto. Quanto tempo era passato? Tre anni? Non di più. Quando ci siamo sposati io e Valerka, c’erano in tutto un centinaio di persone. Quelle spugne si scolarono senza esagerazione una ventina di botti. Quella volta accorsero piloti dalle terre al di là del Bajkal. Alti e snelli. Con i loro bei berretti a visiera. Con le alette sulle maniche. Mia madre mi dice: «Oh cavolo, ragazze, sicuramente mi risposo qualcuno. E di elicotteristi ce ne sono tra questi qua?».

Quella fu la prima volta che mi feci cucire un vestito nell’atelier della città. Vero chiffon. Bianco, bianchissimo come la nebbia alle finestre.

E quando Tatjana e il mio genero se ne andarono in campagna, da noi iniziò il periodo delle piogge. E non c’era mattina che non ci fosse nebbia fitta. Mi svegliavo, guardavo la nebbia, piangevo un po’ alla finestra e poi me ne andavo al lavoro. E Nikolaj Grigorjevič adesso era soddisfatto perché alla fine avevo tolto di mezzo tutte le foto.

«Ecco, vedi Ivanovna, come va meglio adesso in sala di controllo. Nessuno che si distrae con i tuoi piccoletti»

«Sì, certo, certo Nikolaj Grigorjevič», gli rispondo io

«Lo sai da sola che qui non si può», ribatteva lui

«E io le ho tolte tutte».

Poi la sera torno a casa e vedo che davanti all’ingresso c’è la macchina del genero. Mi metto a camminare più velocemente e per poco non cado sul portone. Questi stupidi gradini. Apro la porta con la chiave e dico: «Potevate almeno telefonare». E dalla camera da letto di Tatjana esce una bimbetta. Si ferma in mezzo al corridoio e mi guarda. Magrolina come una sardina. Gli occhi grandi, scuri.

Le dico: «E tu chi sei?».

Mi allunga una vecchia bambola di Tatjana e dice: «Si è staccata una gamba».

In quel momento dalla cucina viene fuori Tatjana.

«Ehi mamma, non ti ho mica sentita entrare. Non sapevamo che oggi lavoravi. Non so perché ma pensavo che fossi di riposo»

«Nikolaj Grigorjevič mi aveva chiesto di sostituire Stepantsov. Aveva il figlio che iniziava la ferma nell’esercito», faccio io

«Uhm, beh vieni qua. Dima torna subito: ha fatto un salto a comprare qualcosa»

«Aspetta un attimo, ma di chi è questa bimba? L’hanno lasciata i vicini? Però non mi ricordo di averla mai vista ai vicini», chiedo

«Togliti il cappotto, dai, che ho cotto le patate. Adesso mangiamo»

«No, no, fermi tutti. Di chi è questa bimba? In che lingua te lo devo chiedere?».

Tatjana mi guarda e dice:

«È la figlia di Dima. L’ha avuta dalla prima moglie. Quando lui ha iniziato il servizio militare, lei ha iniziato a bere sempre di più. Non gli ha mai scritto una lettera. Poi è nata la bambina. L’ha chiamata Olja. Non si è neanche consigliata con Dima su quale nome darle. E adesso la madre ci ha chiesto di prenderla con noi perché non ha niente da farle mangiare. Lì da loro, in campagna, non c’è proprio niente. L’azienda agricola è andata in sfacelo. Vivono solo con quello che coltivano nell’orto»

«Aspetta, aspetta, fammi capire bene. Mi vuoi dire che il tuo bel Dima era già sposato? Aveva già una moglie il tuo Dima?», dico io.

Insomma, a diciannove anni, la mia Tatjana si era trasformata in matrigna. Perfetto. Qualcosa da obiettare?

E iniziammo una vita a quattro.

Il genero se ne andò per un bel po’ in cerca delle sue macchine e pertanto nella nostra vita non cambiò nulla. Escludendo le due bambine, chiaramente. E chi altri avrei potuto accogliere? Perché io erano secoli che non avevo più figlie piccole in giro per casa. Marinka e Anatolij avevano avuto solo maschi. E la bimbetta era tutta un’altra storia.

Se ne stava sempre zittina, si metteva seduta in un angolo e di tutti i vecchi giochi di Tatjana scelse, chissà per quale motivo, quella stessa bambola che aveva trovato il primo giorno. Ci restavano ancora due orsacchiotti di peluche e una Barbie cinesina, ma lei non li considerava neanche. Si trascinava dietro solo quella Malvina sciancata.

Viene in cucina da me e mi guarda mentre pulisco il fornello.

«Allora, ti piace quello che sto facendo?».

Lei fa di sì con la testa e stringe a sé la bambola.

«Le vuoi bene?», le chiedo.

Lei annuisce di nuovo.

«E perché?», faccio io.

Lei se ne sta muta, le accarezza i capelli azzurri e alla fine risponde:

«È bella e buona»

«Ma certo»

«Da dove viene?», mi chiede

«Da dove?», rispondo. Ci penso un po’ su e poi dico: «L’ha comprata Valerka»

«E chi è?»

«Era uno che si chiamava così e che tu non conosci»

«Comprava le bambole?»

«Comprava tante cose. A volte comprava le bambole»

«Ha comprato anche questa?»

«Sì, certo, te l’ho già detto».

Se ne sta un attimo zitta e poi dice:

«Un signore buono».

Smetto di raschiare il fornello:

«E tu che ne sai?»

«Un signore buono», ripete. Poi si volta ed esce dalla cucina.

Più di tutto le piaceva quando io stavo seduta a cucire. Beh, anche a me piaceva. Mi piace trafficare con la macchina per cucire. A volte i vicini mi chiedevano se potevo mettergli qualche punto. Soldi non ne volevo. Tanto loro non ne avrebbero avuti. Così, aggiustavo qualcosa.

Una volta lei rimane in piedi accanto a me e poi mi dice:

«Dammi un cencino»

«Naa, e cosa ci dovresti fare?»

«Mi serve per la bambola. Lei vuole un vestito, ha freddo».

Guardo la sua Malvina e vedo che al posto della gamba staccata sporge una matita azzurra.

«È un’idea tua?», le chiedo.

Fa di sì con la testa.

«Beh, brava. Solo che hai preso un cencio troppo grande: invece di un vestito le viene un paracadute»

«E che cos’è un paracadute?», mi chiede

«Non sai cos’è?»

«No», risponde.

E sorride. Le sembra buffo che io sia sorpresa.

«Dai, facciamole un paracadute alla tua bambolina. Adesso ha due gambe e quindi si può permettere di fare qualche salto»

«Ma che cos’è un paracadute?», e ride.

Un’ora dopo torna Tatjana da scuola e ci guarda senza dire una parola.

«Non ci disturbare. Ci stiamo allenando. Sai quanto è difficile imparare a ad atterrare?», le dico.

Io e la bimbetta ce ne stiamo sedute sotto il tavolo con le ginocchia strette al petto, le braccia in alto e gli occhi spalancati.

«E il tavolo che c’entra?», chiede Tatjana

«È la cupola del paracadute», rispondo io.

Con il genero mi è andata bene: è tranquillo, serio e non beve vodka. Un po’ spilorcetto certo, ma di questi tempi sembra essere una virtù. Porta tutto a casa, non come gli aviatori o i marinai. Dagli una mano a quelli e vedi che ti combinano.

Lui, invece, le qualità le aveva tutte. Veniva a casa per pranzo, si leggeva il giornale sul divano. Gli piaceva la cioccolata di importazione. Arrivava, si sedeva e cominciava a far frusciare la carta del suo Mars. E la bimba dietro dietro. Gli si metteva accanto e lo guardava da sopra il giornale. Allungava il collo per vedere meglio. E lui leggeva, del resto cosa avrebbe dovuto fare? Poi le diceva di gettar via nel secchio la carta. Non è bello lasciare immondizia in giro. Lei raccoglieva la carta del cioccolato del padre e me la portava in cucina. Si fermava accanto al secchio e non la gettava subito. Continuava a guardarla.

«Vuoi che ti comperi la cioccolata?», le chiedo.

Lei solleva la testa e poi piano piano mi risponde: «No».

Che caratterino la bambina. Ma sveglia. Ha smesso presto di guardarlo mentre lui si mangiava la cioccolata, pur continuando a correre alla porta quando rientrava a casa. Schizzava in corridoio e rimaneva lì impalata, con la bambola in mano, a guardarlo. Lui urlava: «Tatjana, ho fame!». Senza fare quasi caso alla bambina. Ma a lei evidentemente non faceva né caldo né freddo. Per lei l’importante era che tornasse.

Ha dato prova di essere sorprendentemente sveglia.

Una volta mi si fa vicina e mi dice: «Perché papà non mi vuole bene?».

Mi volto dal fornello per guardarla e con l’asciugamano faccio cadere a terra una saliera piena.

«Guarda qua, adesso per un nonnulla sarà una guerra. Cattivo presagio», mi dico.

Lei mi guarda in attesa di una risposta. Il pavimento della cucina è cosparso di sale come fosse neve. Persino sotto il frigorifero.

«Sai», dico, «la vita è una cosa molto complessa e tu sei ancora troppo piccola per capire»

«Io capisco tutto», risponde

«No, non puoi capire tutto, perché spesso neanche gli adulti ne sono capaci»

«Eh perché?».

Rimango un attimo soprappensiero e poi rispondo: «Probabilmente perché non ne hanno voglia».

Livella con un coltello un cumuletto di sale e poi fa: «Io voglio».

Allora prendo uno straccio e mi metto a pulire il pavimento.

Lei mi guarda e mi porta la scopa. Una volta finito, si accomoda in un angoletto e si mette a fissarmi. Mi ci vuole una decina di minuti per mondare un cavolo, poi non reggo più.

«Cosa vuoi da me? Vai a giocare con la tua bambolina»

«Non ho voglia di giocare. Voglio che mi racconti»

«Ma sei proprio testarda, eh? Tale padre, tale figlia. Siete l’uno degno dell’altra»

«Racconta»

«Sei curiosa di sapere? Sei curiosa di sapere come stanno le cose? E allora ascolta. E se poi non capisci, io non ne ho colpa. Ti avevo avvertita. Capito?».

Annuisce. Con gli occhi grandi e la bambola stretta a sé.

«Il fatto è che ogni persona ha i propri interessi. Il tuo papà ama Tatjana. E per questo l’ha sposata. La mia Tatjana ama il tuo papà. Per questo è diventata sua moglie. Tuo papà deve guadagnare soldi per far mangiare Tatjana. Per questo va a lavorare. Ma questo non è tutto. Perché ci sono io. E a me il tuo papà non piace molto. Perché quando vedo come ti tratta, mi viene voglia di andare lì e sbattergli sulla zucca quel suo giornale. Ma non posso farlo. Perché voglio bene alla mia Tatjana. E lei ama il tuo papà. E questo significa che dovrò stringere i denti e non picchiare il tuo papà con il giornale. Perché non voglio perdere mia figlia. Ma, sai una cosa: questo non è ancora tutto. Perché ci sei tu. E tu vuoi bene al tuo papà. Ma lui non ti degna di nessuna attenzione. Capisci adesso come è tutto ingarbugliato?».

Lei annuisce con un movimento della testa.

«Quindi, quando ti viene voglia di cioccolata, vieni da me. Non ci sono molti soldi, ma per uno Mars li troveremo, capito?»

«Capito. E la mamma?»

«Ah, qui, allora, la storia è ancora più complicata. Ne parleremo un’altra volta, d’accordo?».

Resta un attimo in silenzio e poi risponde:

«Il mio papà ama due persone?»

«Sì»

«Tatjana ama due persone?»

«Sì»

«A te ti vuole bene solo una persona»

«Beh, insomma, i conti li hai fatti giusti».

Poi mi dice: «E a me chi mi vuole bene?».

Dopodiché, anche al lavoro iniziarono a succedere cose strane. Nikolaj Grigorjevič cambiò dall’oggi al domani. Non lo si sentiva più, era sempre scuro in viso e non dava più ordini. Pensai che forse stava male. Un’ulcera o che so io, magari qualcosa di più grave. Sta il fatto che aveva il viso scavato. L’avevo già visto negli uomini. Ne soffrono molto. E per il tormento non ci dormono la notte. Gli stupidi pensano che siccome hanno fatto cilecca una volta, non sono più buoni a nulla. Come se non pensassimo che a quello noi. Beh, e se anche le cose stessero così, allora il più felice al mondo sarebbe il nostro stallone soprannominato Družok, sano come un pesce. È attivo giorno e notte. Ma io nei suoi occhi non ho notato segni di particolare felicità. Non fa altro che ingozzarsi, e basta. E alla fine i maschi del nostro organico vengono tutti da me. Non riescono ad affrontare l’argomento con la moglie. E in più, io sono vecchia.

Opinione loro.

E insomma anche Nikolaj Grigorjevič è venuto da me.

«Ivanovna», mi fa, «voglio parlarti di una cosa seria»

«Le conosco io le vostre cose. Avanti parlate: cos’altro vi è successo?»

«Sai, ho deciso di chiederti un consiglio perché sei una donna che ha esperienza. Hai già due figlie adulte. Sposate tutte e due»

«Su, coraggio Nikolaj Grigorjevič, andate avanti e tagliate le premesse. Prima della fine del turno vorrei combinare qualcosa»

«Ehi ehi, quanta fretta! Dico io a chi ti sostituisce di finire il tuo lavoro. Devo veramente parlarti di cose serie»

«Ma che serie e serie. Per voi, mascalzoni, solo quello ha importanza».

Rimane un attimo in silenzio, poi si schiarisce la gola e dice:

«Tu sicuramente hai le idee chiare su cosa sia la vita matrimoniale?»

«Certo che le ho chiare. E cosa ci sarebbe di non chiaro?»

«Ecco, vedi. Per questo sono venuto da te. Quanti nipoti hai tu?».

Mi sfuggiva qualcosa e gli rispondo:

«Nipoti? E che c’entrano adesso i nipoti?»

«C’entrano c’entrano, Ivanovna. Insomma dimmi quanti nipoti hai!»

«Beh, due… E poi… Un’altra bimba»

«Ecco, volevo parlarti proprio di questo».

E di nuovo c’era qualcosa che non tornava e dico:

«Ma parlare di cosa? Di prostatite?».

Mi fissa con uno sguardo da idiota e poi fa:

«Che prostatite?»

«Ma voi su cosa lo volevate questo consiglio? Non era sulla prostatite?»

«Ma no, e poi che cos’è sta roba?».

E io allora lì a ridermela mentre lui mi guarda con i suoi occhi da ebete ignaro di tutto. Poi mi fa:

«Tu sei proprio strana, Ivanovna. Io volevo parlare seriamente con te».

Mi tranquillizzo e dico:

«Scusatemi Nikolaj Grigorjevič. Mi è scappato senza volerlo. Insomma che consiglio vi serviva?».

Si incupisce ancora un po’ ma poi si mette a raccontare.

«Sai, ho deciso di sposarmi. Ma la mia fidanzata avrebbe già un figlio. Da un altro uomo. Capisci?»

«Capisco»

«Ecco. E io ho pensavo che tu avresti potuto darmi qualche buon consiglio»

«Tipo?»

«Tipo se devo o non devo sposarmi!»

«E io che ne so?»

«Ma se tu stessa mi ha detto che hai un’altra nipote… Come se fosse di altro letto. Di altri. Tu te la sei presa in casa. In Direzione lo sanno già tutti da tempo»

«E bravi maschi! Siete i peggio pettegoli!».


Mi fa l’occhiolino e mi guarda: «E allora? Che mi consigli di fare?».

Prendo fiato e dico:

«Non c’è niente da consigliare: Vi va? Sposatevi. Non vi va? Non sposatevi»

«Il padre di lei è un deputato della Duma di Stato. Ti rendi conto delle prospettive che mi si aprirebbero davanti?»

«Mi rendo conto. Avete una scelta difficile davanti. Bel travaglio!».

Guarda da un lato e poi mi risponde pensoso:

«E non venire a raccontarmi panzane, Ivanovna. Il figlio di un altro è e resta sempre e comunque figlio di un altro».

Il giorno dopo la mia bambina viene in cucina da me e io le racconto tutto su Nikolaj Grigorjevič. Escluso il discorso sulla prostatite chiaramente. E a chi altri avrei dovuto raccontarlo? Ormai Tatjana da ascolto solo al suo automobilista. E per arrivare a Mosca una lettera ci mette una settimana intera. Per cui non ho altri con cui chiacchierare. Tanto più che la bimba dimostra di avere un’intelligenza vivace. Mi ascolta, fa girare la sua bambolina, se ne sta zitta e buona e poi mi dice:

«E digli di sposarsi»

«E perché?», rispondo io

«Ma se hai detto che tanto il nonno è ricco. Sicuramente farà bei regali al bambino».

«Ma anche adesso gliene fa»

«Però il papà lui non ce l’ha adesso».

E così io e lei abbiamo preso l’abitudine di conversare sempre più frequentemente di argomenti da adulti. Io lavoravo in cucina e lei arrivava con la sua bambola, si accomodava sullo sgabello e ascoltava la storia della mia vita. Le parlavo delle mie figlie, di Valerka, di come non si fosse fatto più vivo e di come ci si sente quando hai la sensazione di non essere più utile a nessuno. Lei ascoltava tutta seria ed io – io stessa non so perché – le raccontavo solo la pura verità. Le preparavo le sue adorate frittelle e le raccontavo la verità. Del resto a qualcuno dovevo pur raccontare tutto. E quindi perché non a lei, considerato che nessun altro mi sarebbe stato a sentire?

E questa Olja diceva la sua su tutto.

Quando le raccontai di quella volta che tornando da una gara a Novosibirsk avevo beccato Valerka a letto con la mia allenatrice di salto, lei voltò la bambola e disse che lui comunque era buono. E sul fatto che io avevo lasciato la scuola quando era nata Marinka, lei disse che anche quella era una cosa buona. E sul fatto che non fossi diventata capoturno, lei disse che non era una cosa necessaria. Insomma, a conti fatti avevo una vita da invidiare. Avevo lasciato la dosaaf inutilmente.

Chiudeva gli occhi, li strizzava un po’, sollevava la bambola sopra la testa e diceva:

«Mi piacerebbe saltare con il paracadute. Che cosa si sente quando voli?»

«Cosa si sente?», rispondevo, «Beh, sai quando ti si apre davanti il portellone e vedi che davanti hai ancora una decina di persone, allora tutto normale…».

Dopo un po’ di tempo persino il genero si abituò alle patate bruciacchiate. Smise di borbottare e se ne rimaneva seduto con il muso lungo.

E a me cosa importava? Se non gradiva poteva benissimo cercarsi un’altra cuoca.

Una volta però la bimba mi lasciò veramente a bocca aperta. Mi era venuta voglia di farle vedere un libro che tanti anni prima mi aveva fatto piangere a dirotto per notti e notti. E le chiesi di andare a prenderlo nella mia stanza. Non butto mai via quelle cose.

«È tutto azzurro e lo tengo su una mensola. Si intitola Quando arriva la tristezza. Lo riconoscerai subito. È scritto a lettere talmente grandi».

La aspettai a lungo. Pensai persino che si fosse dimenticata di me. Poi, silenziosamente, entrò in cucina e rimase in piedi accanto alla porta. In mano aveva cinque libri.

Tutti azzurri.

Io la guardai e le dissi:

«Che ce ne facciamo di così tanti libri? Dove li hai presi?».

Lei mise su un sorrisetto strano senza rispondere.

«Me ne serviva uno solo».

Lei rimase zitta, in piedi con i libri in mano senza dire una parola.

Ma ecco che mi venne il lampo di genio e capii:

«Non mi dire che non sai leggere».

Rimase ancora un po’ in silenzio e poi rispose: «No, non so leggere»

«Andrai a scuola a settembre. Possibile che nessuno ti abbia insegnato a riconoscere le lettere?»

«No, non me l’ha insegnato nessuno ».

La guardai, spensi il fornello e dissi:

«Su, dai, togli tutto dal tavolo. La cena può aspettare. Adesso si gioca alla scuola».

Capii subito che il suo sviluppo intellettivo era pari a quello di un bambino di quattro anni. Era vero che non conosceva neanche una lettera, né sapeva tenere bene in mano la penna.

«Ecco, stringila tra queste due dita. In questo modo, vedi? Dai, provaci da sola»

«Non sono capace. Questa penna è difficile da tenere. Dammene un’altra»

«No, non te ne do un’altra. Sono tutte uguali»

«Ma questa è cicciona»

«Aspetta, sono i capelli che ti danno fastidio».

Presi un fermaglio e glieli fermai in una coda di cavallo perché non le dondolassero davanti agli occhi.

«Adesso va meglio», mi disse.

Le guardai il collo e raggelai.

«Così? È giusto tenerla così?», mi chiese

«Chi te lo ha fatto questo sul collo?».

Non rispose e abbassò la testa sul tavolo.

«Chi te lo ha fatto? Rispondi», ripetei, «Tanto in casa mia vengo a sapere tutto».

Abbassò ancora la testa.

«Sta bene. Significa che non giocherò più alla scuola con te».

Si fece piccola piccola e bisbigliò:

«Papà mi ha picchiato con l’elastico perché non gli facevo vedere la tv».

Trattenni il respiro e poi le dissi:

«Quale elastico?».

Lei con un filo di voce mi rispose: «Quello che ha riportato a casa dal lavoro, quello della macchina»

«Rimani seduta qui e non uscire dalla cucina».

Andai nell’altra stanza e mi impalai davanti a lui dicendo:

«Senti un po’, stronzo, ti piace guardare la tv?».

Tatjana balzò su dalla poltrona:

«Mamma che vuoi?»

«Non voglio niente, ma a casa mia nessuno ha mai picchiato i bambini. Quando crescevo le mie figlie, non le ho mai toccate con un dito. E questo pezzo di stronzo, invece, scende dal suo paesello per venire a maltrattare i bambini».

Lui mi guarda e non dice nulla.

«Che fai, non rispondi? Che hai da fissarmi? Dammi l’elastico che te lo do io sul groppone! Così non ti scorderai più chi puoi picchiare e chi no».

In silenzio si alzò dal divano e si avvicinò allo scaffale dove erano appoggiati i suoi documenti.

«Allora, non ci senti? Dammi l’elastico!».

Aprì una credenza, tirò fuori delle carte e me le passò.

«Che cosa mi stai dando? Che cosa dovrei farci?»

«Leggete», mi rispose.

Io abbassai gli occhi sui documenti e continuai a non capire. C’erano cifre, articoli.

«Perché li dai a me? Perché hai picchiato quella bambina?».

Lui allora ripeté ancora una volta:

«Leggete».

Allora mi misi a leggere. E a poco a poco si fece tutto più chiaro: i documenti riguardavano tutti lei. C’era scritto che la madre era un’alcolizzata e che aveva bisogno di assistenza costante. E per legge non poteva continuare a essere sua madre. Quindi avrebbe dovuto occuparsene qualcun altro. E suo padre non ne aveva le possibilità perché era disoccupato.

«Aspetta, aspetta un attimo. Hai deciso di rinunciare a lei?», feci io.

Lui mi guardò e mi rispose:

«Così almeno finiranno i problemi. Credete che la vostra Tatjana possa farle da matrigna?»

«Aspetta? Come sarebbe? Finirà in orfanotrofio?»

«Tatjana è ancora in età da bambole».

Lo guardai e ripetei:

«Finirà in orfanotrofio?».

Senza rispondere, si riprese i documenti e li ripose nella credenza.

«Quindi le cose stanno così?».

Andai al telefono e chiamai il collega che normalmente mi dava il cambio.

«Ascolta Stepantsov: ti ricordi che io ti ho dato una mano quando tuo figlio è partito per il militare?»

«Certo che mi ricordo»

«Bene, adesso devi aiutare tu me. Devo fare il cambio con te»

«Certo Ivanovna. Solo che oggi io sono già di turno. Faccio la notte oggi. Ti sei confusa»

«Non mi sono affatto confusa. Ho bisogno di fare io il turno di notte al posto tuo»

«Sicura?», e rimase in silenzio perché la sorpresa era tanta

«Beh, allora siamo d’accordo?»

«Va bene. Ma almeno dimmi per quale motivo»

«Non ho tempo adesso. Poi ti racconto»

«Ok. Allora a dopodomani. Non ti è successo nulla spero?»

«Ciao Stepantsov».

E riagganciai il telefono. Perché non avevo niente da spiegargli. Che cosa avrei potuto dirgli? Che io stessa non sapevo cosa fare? Poi andai dalla bambina e iniziai a prepararla.

«Per strada è buio. È tardi per andare a passeggio», mi disse

«Non andiamo a passeggio. Ricordi quando mi hai chiesto del mio lavoro? Ti va di vederlo con i tuoi occhi?»

«Sì»

«Allora, svelta, vestiti».

Spuntò Tatjana.

«Mamma, cosa ti sei messa in testa?»

«Cosa vi siete messi in testa voi, vorrai dire?»

«Mamma, smettila di comportarti come una bambina»

«Come una bambina? Allora devo pensare che volete sbattere anche me in qualche posto?»

«Dai, mamma, discutiamone tranquillamente».

La guardai e le dissi:

«Valerka non si è mai comportato così con te».

La bambina mi stava vicino. Era già vestita di tutto punto.

«Posso portare la bambola con me?»

E io dissi a Tatjana:

«Vedi? La bambina si è già preparata. Fila via e non farmi perdere tempo».

Le sistemai un lettino pieghevole dietro il pannello di controllo. Così se qualcuno fosse entrato non avrebbe visto nulla. Si fece un giretto per la stanza, guardò le varie lucine e poi mi disse che voleva dormire. E io stavo seduta, giù di corda, senza sapere cosa avrei potuto fare il giorno dopo.

«Perché siamo venuti qui?», mi chiese

«Adesso non posso spiegarti. È molto complicato. Adesso ti metto a dormire. E poi io e te cercheremo di vederci chiaro»

«E perché stai piangendo?»

«Non sto piangendo. Sono i miei occhi che brillano. Al lavoro mi succede sempre»

«Ma gli altri, quando gli brillano gli occhi, piangono»

«A ciascuno il suo».

Si distese sul lettino e disse:

«Voglio andare a casa»

«Domani mattina ci andiamo»

«La bambola non sta comoda qui»

«Dai, mettiamola a dormire su questa morbida poltrona»

«No, lì da sola si sentirebbe triste».

In quel momento nella stanza dei controlli entrò Nikolaj Grigorjevič. Feci appena in tempo a balzare davanti a lui da dietro lo scaffale. Lui mi vide e disse:

«Oh, Ivanovna. Pensavo che stanotte dovesse lavorare Stepantsov»

«Mi ha chiesto di sostituirlo. A quanto sembra aveva altri problemi con il figlio»

«È già tornato in licenza? Fischia come vola il tempo»

«Eh già!»

Si sedette e sorrise.

«Ho deciso di non sposarmi, sai?»

«Ah sì?»

«Beh, mi sono fermato a riflettere e poi mi sono detto: al diavolo il deputato e le sue figlie. Non sarà mica l’unico deputato lui? Ce ne sono una Duma intera. Troverò sicuramente qualcun altro senza bastardelli tra i piedi»

«Se lo dite voi…».

In quel momento da dietro lo scaffale spuntò la bambina. In mutandine, canottiera e senza scarpe. E il pavimento era freddo da morire.

Ci guardò e disse:

«Mi scappa la pipì».

Nikolaj Grigorjevič non fiatò per una trentina di secondi… Il tempo che mi ci volle per farle indossare un vestitino e delle calzette. Solo allora ritornò in sé.

«Porca puttana, Ivanovna, certo che sei proprio forte tu, eh?!»

«Non dire parolacce. Non vedi che c’è una bambina qui?».

Ma come se non mi ascoltasse affatto, continuò:

«Sei proprio forte. Ti sei bevuta il cervello? Dobbiamo mantenere la riservatezza qui. Questo è un’organizzazione segreta. Chi cazzo ti sei portata dietro?»

«Ma perché dici parolacce? Ti ho appena detto che c’è un bambina»

«Hai svalvolato!»

«E perché poi mi dai sempre del “tu”? Ho il doppio dei tuoi anni io. Se con Valerka avessimo avuto un maschio, adesso avrebbe avuto la tua stessa età. L’avrei fatto venire e per le parolacce che hai detto ti avrebbe spaccato il muso e ti avrebbe fatto dimenticare i tuoi deputati e le figlie loro e persino dove tieni il cazzo. Chiuditi le orecchie, Olja. Su vestiti che ce ne andiamo a casa».

Lui mi guardò e finalmente iniziò a capire.

«Aspetta Ivanova. Come sarebbe a dire che te ne vai a casa? Dove te ne vai? E le comunicazioni? Tra una mezz’ora Mosca comincerà a bombardarci. Chi controllerà la macchina?»

«Restaci tu e controllala tu»

« Ivanovna, smettila. Io non sono capace. Tu qui ci lavori da vent’anni»

«Trenta, prego. E tu prova a ricordare quello che ti hanno insegnato a scuola. Non eri tu che dicevi “che ci vuole a schiacciare due pulsantini”?».

Imbacuccai la bambina con il mio cappotto. Io mi vestii mentre ero già nel corridoio. E lui, saltellando, mi corse dietro fino al pian terreno.

«Ivanovna! Ivanovna! Se mi sgamano mi fanno la pelle»

«Non ti preoccupare. Hai ancora tutta la vita davanti. Ci farai il callo».

Arrivai a casa, lasciai la bambina nella mia stanza, svegliai il genero e gli dissi:

«Se le cose stanno così, registrala a nome mio. E se non ti sta bene, fuori da casa mia».

Si svegliò anche Tatjana.

«Mamma che fai?».

E io ripetei:

«Se non ti sta bene, fuori da casa mia. E che ho sgobbato trent’anni per poi ritrovarmi questo belloccio disteso sul mio divano? Non sono mica del tutto fessa. Fuori da casa mia».

Alla fine lui si svegliò e mi fece:

«Non possiamo aspettare fino a domattina?»

«Non tempo per aspettare che ti svegli. Da oggi sono in pensione. E i pensionati non hanno tempo da perdere. Ogni anno ne vale due, come per quelli che combattono al fronte. Per cui non ho tempo da perdere in chiacchiere con te. Il tempo vola. Registrala a nome mio oppure alza i tacchi. Davanti al portone c’è un taxi che aspetta. Ho chiesto all’autista di aspettarti».

Una mezz’ora dopo stavo mettendo, finalmente, la bambina a letto. Il genero, con gli occhi gonfi di sonno, stava in cucina con tutte le sue scartoffie, mentre Tatjana andava su e giù per il corridoio. Come Napoleone prima della battaglia di Waterloo.

«Perché non dormono?», mi chiese la bimba, aprendo gli occhi

«Adesso si addormenteranno vedrai. C’è qualcosa che li tiene svegli. Sono cose che capitano agli adulti. Tu, invece, dovresti dormire già da tempo. Dai, chiudi gli occhi belli. Domattina quando ti svegli ce ne andiamo al negozio di giocattoli. Ti compro una bambola nuova. Uguale alla tua ma con tutte e due le gambe».

Aprì di nuovo gli occhi e sbadigliò.

«Non ho bisogno di una nuova bambola. Mi piace questa»

«E va bene», risposi, «allora terrai questa».


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copyright: A. Ghelasimov

 

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 27 Maggio 2009 17:09
 
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