Stranamente vicina a quella dimenticata del pensiero gorbacioviano

Slavo. Orgoglioso di esserlo. Polacco e slavo. Karol Wojtyla è apparso da subito come un cuneo nell’Europa dei muri, della cortina di ferro. Un papa che dall’interno avrebbe dato da pensare ai regimi comunisti dell’Est. E probabilmente lo ha fatto, almeno nella sua Polonia, dove il regime non ha avuto come interlocutore semplicemente l’opposizione sociale, ma la chiesa tutta facente capo direttamente a Wojtyla. E’ altrettanto chiaro tuttavia che i regimi comunisti dell’Est sono caduti da soli, devitalizzati dall’interno e privati dall’esterno del soccorso dell’URSS (a sua volta nella sala di rianimazione della perestrojka gorbacioviana.).

Il papa ha combattuto la sua battaglia per la libertà. Ma l’ha fatto a modo suo. Ben diversamente dal cliché dell’anticomunista che va oggi per la maggiore. Non è stato l’altoparlante dell’Ovest. Non ha parlato all’Est dell’Ovest, ha parlato da slavo, ben consapevole della profonda identità dell’Europa orientale, non limitabile all’esperienza del “socialismo reale”. E dall’altro canto non riconducibile culturalmente a quella dell’Europa occidentale.

Non a caso l’idea di Wojtyla sull’Europa era mille miglia lontana da quella che si sarebbe realizzata a Maastricht e “dintorni”. L’Europa dei 25 è molto lontana non perché ha nascosto le sue radici cristiane, ma perché ha annullato le differenze, ha cancellato l’Est, il diverso da sé, integrandolo in una entità indistinta, unita non a caso solo dall’Euro, moneta del libero scambio commerciale, ma non certo del libero scambio delle differenze. La “sua” Europa, che andava dall’Atlantico agli Urali, quella dei sogni del papa polacco, avrebbe dovuto respirare «con due polmoni», quello della tradizione occidentale e quello della tradizione orientale (pensiero questo caro a molti pensatori e teologi russi). Avrebbe dovuto dare voce a tutte le sue componenti, intese non solo come rappresentanze aziendali, ma portatrici di idee e valori maturati da secoli di storia vissuti nella contiguità e nella diversità.

Terribilmente e stranamente coincidente questa idea di Wojtyla con quella di Gorbaciov che proprio negli stessi anni (seconda metà degli anni ’80) parla di “casa comune europea” dall’Atlantico agli Urali. Gorbaciov mise in guardia dal pensare al superamento delle divisione dell’Europa come al superamento della differenza dei modelli sociali e quindi al prevalere di un modello sull’altro; e insistette sul rispetto della diversità come condizione imprescindibile per la realizzazione di una vera integrazione: «Le differenze tra gli stati non sono eliminabili. Esse sono anzi salutari … Purché la competizione tra i diversi tipi di società miri alla creazione di migliori condizioni materiali e spirituali di vita per gli uomini … Ognuno conserverà la propria originalità nazionale e una libertà di scelta illimitata … Nell’Europa unita non vi saranno armi nucleari, né armi offensive di qualunque tipo»

Ma quando cadranno materialmente i muri, svanirà anche l’idea wojtylo-gorbacioviana di una Europa della molteplicità, sotterrata dai caterpillar del capitalismo di assalto e soprattutto dalla convinzione che la storia avesse dato ragione all’occidente. E’ per questo che negli anni ’90 la strada per Wojtyla è tutta in salita, mentre Gorbaciov è costretto a lasciare le redini del potere. Wojtyla vede i paesi slavi l’uno dopo l’altro liberarsi dal giogo dei regimi comunisti e contemporaneamente assiste impotente al loro rimanere imbrigliati in quello di un altro regime, quello vorace del capitalismo che aumenta a dismisura le disuguaglianze sociali e priva di fatto della libertà che ci si era appena conquistati.

 

I suoi richiami ai nuovi governanti dell’Est e soprattutto a quelli dell’Ovest alla solidarietà vera, alla giustizia cadono nel vuoto. Lo spettro della guerra, che per decenni la paura dell’ecatombe nucleare aveva esorcizzato, si materializza in conflitti fuori e dentro l’Europa che vedono direttamente impegnate anche quelle potenze europee che si erano vantate ed avevano ostentato le loro conquiste civili e democratiche, spiattellandole in faccia ai paesi dell’altra Europa, trattati come scolaretti. Contro queste ipocrisie e contro qualsiasi giustificazione della guerra, Wojtyla ha alzato la sua voce e ha gridato. Ha gridato il suo ripudio della guerra e dell’ingiustizia. Fino all’ultimo. Fino all’esaurirsi fisico e pubblico della voce nella domenica di pasqua, davanti alle telecamere di tutto il mondo. Ma l’Occidente è rimasto totalmente sordo ed ha continuato ad identificare i suoi interessi con quelli dell’intera umanità. Oggi, morto l’onora. Perché ha combattuto il comunismo. Sublimando e quasi inconsciamente scusandolo di aver chiesto perdono per tutte le colpe storiche della chiesa di Roma e con essa di tutto l’occidente. Ma si sa lui era un papa dell’Est.

 

8/4/2004

 

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Per saperne di più e riflettere sulle relazioni vaticano - patriarcato di Mosca vi segnaliamo sul sito:

 

Le diocesi russe e la crisi ecumenica di G. Zizola (marzo, 2002)

 

Il Papa, Alessio II e l'orgoglio nazionale russo di M. Lo Passo (giugno, 2001)

 

 

 

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