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Categoria: Politica e Società
Dov'è il nemico?

Tutti vogliamo un mondo diverso. Tutti sogniamo un mondo migliore. Pochi hanno il coraggio, fra quelli che hanno le mani sui bottoni, di dirci la verità sul mondo di oggi.

Gorbaciov e Carter, che le mani sui bottoni non ce l’hanno più da tempo, hanno il coraggio di non mentirci, di non nasconderci la verità dietro ragion di stato (o altre ben più meschine e lobbistiche).

Gorbaciov da russo e Carter da americano danno voce al mondo “multipensante”, dove il nemico è prima di tutto una persona che la pensa in maniera diversa da me e non un oggetto da eliminare dalla strada della mia lotta per il bene autoreferenziale; dove le ragioni del nemico, a prescindere dalla loro giustezza, sono ammesse; dove il nemico non è negato, ma riconosciuto nel suo diritto ad esistere, dove ancora il nemico può diventare un amico ... perché poi, si sa, basta poco per scoprirci anche noi nemici. Carter ha avuto il coraggio di guardare in faccia il nemico che è in noi.

 

Giuseppe Iannello

 




E’ ormai prevalente l’idea che l’attacco statunitense contro l’Iraq sia già stato deciso e che l’interrogativo riguardi soltanto il quando e il come. E’ possibile che sia effettivamente così. Eppure la stragrande maggioranza di osservatori, analisti e capi di Stato ritiene che l’Iraq non rappresenta una minaccia reale per gli Stati Uniti, e non è dal suo territorio che nasce il pericolo del terrorismo.

L’amministrazione Usa sostiene il contrario, ma non ha tuttora presentato le prove necessarie né al Consiglio di Sicurezza dell’ONU né al Congresso americano. E il fatto che la leadership Usa non abbia alcuna considerazione della missione degli ispettori, esercitando una pressione senza precedenti sui membri del Consiglio di Sicurezza per ottenere da loro una risoluzione che lasci mano libera alla guerra, fa nascere in molti il sospetto che queste prove non esistano.

La Casa Bianca fa capire di essere disposta ad agire da sola. Ma in questo caso dovrà assumersi tutta la responsabilità, gravissima, per le conseguenze. Bush se ne rende conto e, per questo, cerca di ottenere una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza che funga da copertura politica ad una “guerra preventiva”.

Quello che è necessario in questo momento è una posizione ferma per prevenire ogni atto contro l’Iraq senza il mandato del Consiglio di Sicurezza e per far ritornare in Iraq gli ispettori dell’ONU in modo da chiarire le accuse che vengono mosse contro Baghdad.

La posizione francese è chiara, quella russa anche: prima occorre esperire le soluzioni politico-diplomatiche e dare modo agli ispettori di verificare sul terreno le disponibilità espresse dal regime iracheno, cioè ispezioni senza pre-condizioni e limitazioni di alcun genere. Simile è, di fatto, la posizione della Cina, altro membro permanente del Consiglio di Sicurezza. In queste circostanze il rifiuto di inviare gli ispettori è semlpicemente infondato.

Sembra invece che l’amminstrazione Usa tema che il respondo delle ispezioni internazionali sarà troppo diverso dalle accuse americane. Un attacco in queste condizioni sarebbe totalmente inaccettabile. Washington cerca di ottenere una nuova risoluzione, tentando con ogni pressione di convincere i membri del Consiglio di Sicurezza. Se questo portasse all’approvazione di una risoluzione che ciascuno sarebbe libero di interpretare a proprio piacimento – gli Usa per giustificare l’attacco, gli altri membri del Consiglio di Sicurezza per sottrarsi alle pressioni e ai ricatti di Washington – le conseguenze sarebbero pericolose. Si andrà in guerra con un mondo diviso e in mezzo a polemiche feroci. Oltre ai morti, la prima vittima sarà l’ONU.

Molti commentatori sostengono che ormai gli Stati Uniti non possono più tirarsi indietro, che sarebbe un colpo al loro prestigio. Io penso il contrario. La superopotenza che porta sulle sue spalle l’enorme responsabilità per lo stato delle cose nel mondo, per la cooperazione negli interessi della stabilità e della sicurezza, può usare la propria posizione sociale e dar ascolto alle inquietudini degli altri, agire fino in fondo nella cornice del Consiglio di Sicurezza, sulla base del diritto internazionale. Altrimenti resterà sola. E, che lo voglia o no, ne soffriranno il suo prestigio e l’influenza di cui gode nel mondo.

Ma io, come molti analisti, mi chiedo sempre più spesso: e se questa idea di un attacco fulminante e decisivo contro l’Iraq non fosse legato a un pericolo che questo rappresenterebbe per gli Usa e il mondo (parole di Bush nella sua dichiarazione del 7 ottobre)? Non si riesce a far a meno di considerare un’altra ipotesi: che uno dei motivi della guerra, e della fretta di Washington di imporla al proprio paese e a tutto il mondo, sia lo stato precario dell’economia americana. E’ molto diffuso il sospetto che questa guerra la si voglia fare per prendere il controllo diretto dei 115 miliardi di barili di petrolio che stanno nel sottosuolo iracheno. Oggi l’ostacolo a questo controllo è rappresentato dal regime di Saddam Hussein. E gli Usa non nascondono di volerlo rovesciare. Il regime che nascerà dopo la sconfitta dell’Iraq sarà più accomodante con gli Usa e permetterà loro di controllare uno dei maggiori giacimenti petroliferi e di influire, attraverso il prezzo del petrolio, sull’economia mondiale.

Se questa ipotesi fosse giusta, vorrei chiedere agli autori di questa strategia: non sarebbe più sensato affrontare la questione di un nuovo modello di sviluppo che aiuti a modificare l’anormale situazione, in cui gli Stati Uniti consumano il 40% dell’energia elettrica del pianeta? Non sta forse qui la radice delle recenti dottrine militari americane, che hanno spaccato in due perfino gli alleati? Gli Usa sperano di trarre vantaggio dalla divisione dei loro alleati?

Anche di fronte alla Russia si pongono questioni difficili. La Russia ha scelto l’amicizia con l’Occidente e specialmente con gli Usa. Ma è evidente che questa guerra non può portare alcun risultato positivo per la Russia. Al contrario essa colpirà profondamente interessi economici, politici, strategici della Russia. Non è un buon gioco quello di costringere gli alleati a subire perdite, rendendoli sospettosi e irrequieti. La Russia e l’Europa oggi devono fare una scelta difficile: sono interessate a cooperare con gli Usa, ma non possono rinunciare nemmeno a difendere la pace e la legalità internazionale, che per altro coincidono con i loro interessi nazionali e gli interessi della comunità mondiale . Mettere l’una e l’altra di fronte a questo dilemmaè un errore che gli Stati Uniti non devono commettere.

Michajl Gorbaciov


Da "La Stampa" dell'11/10/2002




Cambiamenti fondamentali stanno avvenendo nelle politiche storiche degli Stati Uniti concernenti i diritti umani, il nostro ruolo nella comunità delle nazioni e il processo di pace in Medio Oriente - cambiamenti che avvengono per lo più senza dibattito (tranne, qualche volta, interno all´Amministrazione). Alcuni nuovi approcci si sono comprensibilmente evoluti dalle reazioni rapide e ben argomentate del presidente Bush alla tragedia dell´11 settembre 2001, ma altre sembrano nascere da un nocciolo duro di conservatori che tentano di realizzare, con la copertura della guerra al terrorismo, ambizioni a lungo represse.

Un tempo ammirata quasi universalmente come campione indiscusso dei diritti umani, adesso l´America è diventata il principale bersaglio di rispettate organizzazioni internazionali, preoccupate per la violazione di alcuni principi basilari di vita democratica. Noi abbiamo ignorato o condonato abusi avvenuti in alcune nazioni che appoggiano i nostri sforzi anti-terrorismo, e intanto teniamo prigionieri cittadini americani come «nemici combattenti», li incarceriamo in grande segretezza e a tempo indeterminato, senza formulare accuse di alcun crimine e senza riconoscere il diritto all´assistenza legale. Questa politica è stata condannata dalle Corti federali, ma il Dipartimento di Giustizia sembra risoluto ad andare avanti per questa strada e la questione è ancora aperta. Parecchie centinaia di soldati taleban, catturati in Afghanistan, restano prigionieri nella Base di Guantanamo in quelle stesse condizioni, con il segretario alla Difesa che dichiara che non saranno rilasciati neppure se un giorno si scoprisse che sono innocenti.

Queste azioni sono terribilmente simili a quelle di regimi oltraggiosi, che storicamente sono stati condannati dai presidenti americani. Mentre il presidente Bush si riserva di esprimere il suo giudizio, il popolo americano viene inondato quasi ogni giorno da dichiarazioni del vicepresidente e di altri esponenti della squadra presidenziale, secondo i quali ci troveremmo davanti a una minaccia devastante da parte delle armi di distruzione di massa irachene, per combattere la quale occorre rimuovere Saddam Hussein dal potere, con o senza l´appoggio degli alleati. Com´è stato vigorosamente sottolineato da alleati stranieri, da autorevoli leader di ex Amministrazioni e da funzionari in carica, sugli Stati Uniti non incombe nessuna minaccia da Baghdad. Di fronte al minuzioso controllo e alla schiacciante superiorità militare degli Stati Uniti, qualunque mossa belligerante di Hussein contro un vicino, o il più piccolo test nucleare (indispensabile prima della costruzione di un´arma atomica), o la minaccia tangibile di usare un´arma di distruzione di massa e condividerne la tecnologia con organizzazioni terroristiche, sarebbe una mossa suicida. E´ invece possibile che armi simili vengano usate, in risposta a un attacco americano, contro Israele o contro i nostri uomini.

Noi non possiamo ignorare lo sviluppo di armi chimiche, biologiche o nucleari, ma una guerra unilaterale contro l´Iraq non è la risposta giusta. Occorre un´azione delle Nazioni Unite per imporre all´Iraq ispezioni senza restrizioni. Forse intenzionalmente, queste sono diventate sempre meno probabili a mano a mano che ci alieniamo i nostri alleati, che pure ci sono necessari. In apparente disaccordo con il presidente degli Stati Uniti e il suo segretario di Stato, di fatto il vicepresidente scarta ora questo obiettivo dalla lista delle opzioni possibili.

Abbiamo lanciato un controproducente guanto di sfida al resto del mondo, sconfessando l´impegno degli Stati Uniti verso accordi internazionali laboriosamente negoziati. Il rifiuto perentorio di accordi sulle armi nucleari, sulla convenzione per le armi biologiche, sulla protezione ambientale, sulle proposte contro le torture e sulla punizione dei criminali di guerra, qualche volta si è combinato con le minacce economiche a chi avesse osato dissentire da noi. Queste azioni e queste asserzioni unilaterali isolano sempre più gli Stati Uniti proprio dai Paesi che ci servono nella lotta al terrorismo.

Il nostro governo sta anche abbandonando - ed è una tragedia - ogni appoggio ai fondamentali negoziati tra palestinesi e israeliani. La nostra politica evidente è quella di appoggiare quasi tutte le azioni israeliane nei territori occupati e condannare e isolare i palestinesi come obiettivi generici della nostra guerra al terrorismo, mentre gli insediamenti ebraici si espandono e le enclaves palestinesi di restringono. Sembra ancora esserci battaglia all´interno dell´Amministrazione Bush sulla definizione di una politica chiara sul Medio Oriente. Antichi e chiari impegni del presidente per onorare le risoluzioni in merito delle Nazioni Unite e appoggiare la costituzione di uno Stato palestinese sono stati di fatto negati dalla dichiarazione del segretario alla Difesa, il quale ha detto che sì, nell´arco della sua vita «verrà stabilita una qualche entità palestinese» e si discuterà della «cosiddetta occupazione». Questo atteggiamento indica un cambiamento radicale rispetto alla linea politica scelta da tutte le Amministrazioni americane a partire dal 1967, che hanno sempre parlato di ritiro di Israele dai territori occupati e di una vera pace tra Israele e i suoi vicini. Voci belligeranti e divise sembrano adesso avere la meglio a Washington, ma non riflettono ancora la decisione finale del presidente, del congresso o delle Corti. E´ cruciale che prevalgano gli impegni americani storici e ben fondati: alla pace, alla giustizia, ai diritti umani, all´ambiente e alla cooperazione internazionale.

 

Jimmy Carter


Da "La Stampa" del 12/10/2002