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Cambiamenti fondamentali stanno avvenendo nelle politiche storiche degli Stati Uniti concernenti i diritti umani, il nostro ruolo nella comunità delle nazioni e il processo di pace in Medio Oriente - cambiamenti che avvengono per lo più senza dibattito (tranne, qualche volta, interno all´Amministrazione). Alcuni nuovi approcci si sono comprensibilmente evoluti dalle reazioni rapide e ben argomentate del presidente Bush alla tragedia dell´11 settembre 2001, ma altre sembrano nascere da un nocciolo duro di conservatori che tentano di realizzare, con la copertura della guerra al terrorismo, ambizioni a lungo represse.

Un tempo ammirata quasi universalmente come campione indiscusso dei diritti umani, adesso l´America è diventata il principale bersaglio di rispettate organizzazioni internazionali, preoccupate per la violazione di alcuni principi basilari di vita democratica. Noi abbiamo ignorato o condonato abusi avvenuti in alcune nazioni che appoggiano i nostri sforzi anti-terrorismo, e intanto teniamo prigionieri cittadini americani come «nemici combattenti», li incarceriamo in grande segretezza e a tempo indeterminato, senza formulare accuse di alcun crimine e senza riconoscere il diritto all´assistenza legale. Questa politica è stata condannata dalle Corti federali, ma il Dipartimento di Giustizia sembra risoluto ad andare avanti per questa strada e la questione è ancora aperta. Parecchie centinaia di soldati taleban, catturati in Afghanistan, restano prigionieri nella Base di Guantanamo in quelle stesse condizioni, con il segretario alla Difesa che dichiara che non saranno rilasciati neppure se un giorno si scoprisse che sono innocenti.

Queste azioni sono terribilmente simili a quelle di regimi oltraggiosi, che storicamente sono stati condannati dai presidenti americani. Mentre il presidente Bush si riserva di esprimere il suo giudizio, il popolo americano viene inondato quasi ogni giorno da dichiarazioni del vicepresidente e di altri esponenti della squadra presidenziale, secondo i quali ci troveremmo davanti a una minaccia devastante da parte delle armi di distruzione di massa irachene, per combattere la quale occorre rimuovere Saddam Hussein dal potere, con o senza l´appoggio degli alleati. Com´è stato vigorosamente sottolineato da alleati stranieri, da autorevoli leader di ex Amministrazioni e da funzionari in carica, sugli Stati Uniti non incombe nessuna minaccia da Baghdad. Di fronte al minuzioso controllo e alla schiacciante superiorità militare degli Stati Uniti, qualunque mossa belligerante di Hussein contro un vicino, o il più piccolo test nucleare (indispensabile prima della costruzione di un´arma atomica), o la minaccia tangibile di usare un´arma di distruzione di massa e condividerne la tecnologia con organizzazioni terroristiche, sarebbe una mossa suicida. E´ invece possibile che armi simili vengano usate, in risposta a un attacco americano, contro Israele o contro i nostri uomini.

Noi non possiamo ignorare lo sviluppo di armi chimiche, biologiche o nucleari, ma una guerra unilaterale contro l´Iraq non è la risposta giusta. Occorre un´azione delle Nazioni Unite per imporre all´Iraq ispezioni senza restrizioni. Forse intenzionalmente, queste sono diventate sempre meno probabili a mano a mano che ci alieniamo i nostri alleati, che pure ci sono necessari. In apparente disaccordo con il presidente degli Stati Uniti e il suo segretario di Stato, di fatto il vicepresidente scarta ora questo obiettivo dalla lista delle opzioni possibili.

Abbiamo lanciato un controproducente guanto di sfida al resto del mondo, sconfessando l´impegno degli Stati Uniti verso accordi internazionali laboriosamente negoziati. Il rifiuto perentorio di accordi sulle armi nucleari, sulla convenzione per le armi biologiche, sulla protezione ambientale, sulle proposte contro le torture e sulla punizione dei criminali di guerra, qualche volta si è combinato con le minacce economiche a chi avesse osato dissentire da noi. Queste azioni e queste asserzioni unilaterali isolano sempre più gli Stati Uniti proprio dai Paesi che ci servono nella lotta al terrorismo.

Il nostro governo sta anche abbandonando - ed è una tragedia - ogni appoggio ai fondamentali negoziati tra palestinesi e israeliani. La nostra politica evidente è quella di appoggiare quasi tutte le azioni israeliane nei territori occupati e condannare e isolare i palestinesi come obiettivi generici della nostra guerra al terrorismo, mentre gli insediamenti ebraici si espandono e le enclaves palestinesi di restringono. Sembra ancora esserci battaglia all´interno dell´Amministrazione Bush sulla definizione di una politica chiara sul Medio Oriente. Antichi e chiari impegni del presidente per onorare le risoluzioni in merito delle Nazioni Unite e appoggiare la costituzione di uno Stato palestinese sono stati di fatto negati dalla dichiarazione del segretario alla Difesa, il quale ha detto che sì, nell´arco della sua vita «verrà stabilita una qualche entità palestinese» e si discuterà della «cosiddetta occupazione». Questo atteggiamento indica un cambiamento radicale rispetto alla linea politica scelta da tutte le Amministrazioni americane a partire dal 1967, che hanno sempre parlato di ritiro di Israele dai territori occupati e di una vera pace tra Israele e i suoi vicini. Voci belligeranti e divise sembrano adesso avere la meglio a Washington, ma non riflettono ancora la decisione finale del presidente, del congresso o delle Corti. E´ cruciale che prevalgano gli impegni americani storici e ben fondati: alla pace, alla giustizia, ai diritti umani, all´ambiente e alla cooperazione internazionale.

 

Jimmy Carter


Da "La Stampa" del 12/10/2002

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