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E’ ormai prevalente l’idea che l’attacco statunitense contro l’Iraq sia già stato deciso e che l’interrogativo riguardi soltanto il quando e il come. E’ possibile che sia effettivamente così. Eppure la stragrande maggioranza di osservatori, analisti e capi di Stato ritiene che l’Iraq non rappresenta una minaccia reale per gli Stati Uniti, e non è dal suo territorio che nasce il pericolo del terrorismo.

L’amministrazione Usa sostiene il contrario, ma non ha tuttora presentato le prove necessarie né al Consiglio di Sicurezza dell’ONU né al Congresso americano. E il fatto che la leadership Usa non abbia alcuna considerazione della missione degli ispettori, esercitando una pressione senza precedenti sui membri del Consiglio di Sicurezza per ottenere da loro una risoluzione che lasci mano libera alla guerra, fa nascere in molti il sospetto che queste prove non esistano.

La Casa Bianca fa capire di essere disposta ad agire da sola. Ma in questo caso dovrà assumersi tutta la responsabilità, gravissima, per le conseguenze. Bush se ne rende conto e, per questo, cerca di ottenere una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza che funga da copertura politica ad una “guerra preventiva”.

Quello che è necessario in questo momento è una posizione ferma per prevenire ogni atto contro l’Iraq senza il mandato del Consiglio di Sicurezza e per far ritornare in Iraq gli ispettori dell’ONU in modo da chiarire le accuse che vengono mosse contro Baghdad.

La posizione francese è chiara, quella russa anche: prima occorre esperire le soluzioni politico-diplomatiche e dare modo agli ispettori di verificare sul terreno le disponibilità espresse dal regime iracheno, cioè ispezioni senza pre-condizioni e limitazioni di alcun genere. Simile è, di fatto, la posizione della Cina, altro membro permanente del Consiglio di Sicurezza. In queste circostanze il rifiuto di inviare gli ispettori è semlpicemente infondato.

Sembra invece che l’amminstrazione Usa tema che il respondo delle ispezioni internazionali sarà troppo diverso dalle accuse americane. Un attacco in queste condizioni sarebbe totalmente inaccettabile. Washington cerca di ottenere una nuova risoluzione, tentando con ogni pressione di convincere i membri del Consiglio di Sicurezza. Se questo portasse all’approvazione di una risoluzione che ciascuno sarebbe libero di interpretare a proprio piacimento – gli Usa per giustificare l’attacco, gli altri membri del Consiglio di Sicurezza per sottrarsi alle pressioni e ai ricatti di Washington – le conseguenze sarebbero pericolose. Si andrà in guerra con un mondo diviso e in mezzo a polemiche feroci. Oltre ai morti, la prima vittima sarà l’ONU.

Molti commentatori sostengono che ormai gli Stati Uniti non possono più tirarsi indietro, che sarebbe un colpo al loro prestigio. Io penso il contrario. La superopotenza che porta sulle sue spalle l’enorme responsabilità per lo stato delle cose nel mondo, per la cooperazione negli interessi della stabilità e della sicurezza, può usare la propria posizione sociale e dar ascolto alle inquietudini degli altri, agire fino in fondo nella cornice del Consiglio di Sicurezza, sulla base del diritto internazionale. Altrimenti resterà sola. E, che lo voglia o no, ne soffriranno il suo prestigio e l’influenza di cui gode nel mondo.

Ma io, come molti analisti, mi chiedo sempre più spesso: e se questa idea di un attacco fulminante e decisivo contro l’Iraq non fosse legato a un pericolo che questo rappresenterebbe per gli Usa e il mondo (parole di Bush nella sua dichiarazione del 7 ottobre)? Non si riesce a far a meno di considerare un’altra ipotesi: che uno dei motivi della guerra, e della fretta di Washington di imporla al proprio paese e a tutto il mondo, sia lo stato precario dell’economia americana. E’ molto diffuso il sospetto che questa guerra la si voglia fare per prendere il controllo diretto dei 115 miliardi di barili di petrolio che stanno nel sottosuolo iracheno. Oggi l’ostacolo a questo controllo è rappresentato dal regime di Saddam Hussein. E gli Usa non nascondono di volerlo rovesciare. Il regime che nascerà dopo la sconfitta dell’Iraq sarà più accomodante con gli Usa e permetterà loro di controllare uno dei maggiori giacimenti petroliferi e di influire, attraverso il prezzo del petrolio, sull’economia mondiale.

Se questa ipotesi fosse giusta, vorrei chiedere agli autori di questa strategia: non sarebbe più sensato affrontare la questione di un nuovo modello di sviluppo che aiuti a modificare l’anormale situazione, in cui gli Stati Uniti consumano il 40% dell’energia elettrica del pianeta? Non sta forse qui la radice delle recenti dottrine militari americane, che hanno spaccato in due perfino gli alleati? Gli Usa sperano di trarre vantaggio dalla divisione dei loro alleati?

Anche di fronte alla Russia si pongono questioni difficili. La Russia ha scelto l’amicizia con l’Occidente e specialmente con gli Usa. Ma è evidente che questa guerra non può portare alcun risultato positivo per la Russia. Al contrario essa colpirà profondamente interessi economici, politici, strategici della Russia. Non è un buon gioco quello di costringere gli alleati a subire perdite, rendendoli sospettosi e irrequieti. La Russia e l’Europa oggi devono fare una scelta difficile: sono interessate a cooperare con gli Usa, ma non possono rinunciare nemmeno a difendere la pace e la legalità internazionale, che per altro coincidono con i loro interessi nazionali e gli interessi della comunità mondiale . Mettere l’una e l’altra di fronte a questo dilemmaè un errore che gli Stati Uniti non devono commettere.

Michajl Gorbaciov


Da "La Stampa" dell'11/10/2002

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