Ancora sangue. E chissà ancora quanto ne sgorgherà. Sangue russo e sangue ceceno. Certo quando il sangue schizza da corpi che vanno a pezzi in una metropoli come Mosca fa più notizia di quello che, ormai emorragia inarrestabile, scorre nelle remote regioni del Caucaso, lontano dai riflettori della civiltà del benessere. Quando un conflitto si può localizzare, isolare, mettere in quarantena, per quanto assurdo e feroce, non fa molta paura. Ma se il virus omicida riesce a superare la barriera sanitaria che gli si è innalzata attorno e lo fa non per cause naturali, insite nella sua stessa forza, allora la “storia” cambia. E’ l’incubo degli untori.

Osservando da qualche tempo le vicende legate alla martoriata Cecenia si ha impressione montante che la lotta per l’indipendenza abbia lasciato progressivamente il campo a qualcos’altro. Cosa? La costituzione di uno Stato fondamentalista islamico a dispetto della volontà della popolazione - ha dichiarato di recente Gobaciov. Ma la risposta non ci soddisfa. C’è qualcosa di più, ancora non ben definibile. Gli untori sembra che abbiano progetti di più vasta portata. Giulietto Chiesa in un'analisi apparsa su “La Stampa” prova a delinearli e le sue conclusioni, del tutto verosimili, ci richiamano il titolo di un libro scritto durante il regno Eltsin , non a caso dallo stesso giornalista, dal titolo sinistro e ora, dopo l’alba di Putin, di nuovo attuale: Russia addio.

8/7/2003

G.I.
Giulietto Chiesa e il destino della Russia (stralci di un articolo)
[…]

Se non l’ha ancora fatto nel momento in cui si stampano queste righe, Alan Maskhadov, presidente di quella Ichekria che non esiste più, dichiarerà che lui, che loro, non c’entrano niente con questo ultimo attentato suicida multiplo. E dirà la verità, perché non è lui che organizza, arma e indottrina quelle donne, nere di lutto e di odio inestinguibile che si fanno esplodere nelle strade di Mosca. Così come non fu Maskhadov, e nessuno dei suoi comandanti militari, a organizzare la Dubrovka.

Le idee e i denari stranieri, che all’inizio erano un torrentello sussidiario per una rigogliosa resistenza cecena, sono divenuti fiume principale, se non esclusivo, di questa lotta terroristica, il cui obiettivo è chiaramente quello di gettare nel panico l’opinione pubblica russa, di colpire la stabilità interna dello Stato russo, al fine di modificare la posizione della Russia nel contesto internazionale.

Verso quali sbocchi, non è chiaro, salvo quella di indebolirla mortalmente e di tenerla in stato di soggezione. Così com’è del tutto non chiara la composizione di queste forze che alimentano il terrorismo. […]

La Russia viene trascinata a viva forza nella lotta mondiale contro il terrorismo. E viene da chiedersi: perché proprio la Russia? Perché non qualche altra capitale europea? La risposta è abbastanza semplice: perché in Russia c’è la materia prima abbondante per questo tipo di operazione, l’odio e la disperazione di otto anni di sangue […]

Ci dobbiamo immaginare qualcuno che voglia dividere ciò che resta dell’Occidente già diviso, non possiamo stupirci se sta concentrando i suoi colpi proprio nel punto dove è visibile la fenditura. In ogni caso non c’è paese - tra quelli che contano, e la Russia ancora conta – dove la corruzione statale sia così endemica, la polizia così inefficiente e prezzolata, l’esercito così demoralizzato come in Russia. Ciò che altrove comporterebbe alti rischi di insuccesso, a Mosca può essere realizzato con elevate probabilità di riuscita. E l’effetto mondiale è assicurato comunque. Perché dunque rendersi la vita difficile, se lo si può fare facilmente a Mosca? Se così stanno le cose, i problemi per Vladimir Putin, diventano tanto complicati quanto irrisolvibili. Si sarebbe dovuto negoziare prima, ma con chi negoziare ora, se l’obiettivo dell’avversario non è più l’indipendenza cecena ma la demolizione della Russia? Inutile perfino imporre e vincere referendum a una popolazione comunque non pacificata e non doma; inutile stanziare miliardi per ricostruire Grozny, le scuole, gli ospedali ceceni, perché – anche se ci fossero i denari, e non risono – da quelle buone intenzioni non sorgerà la pace. […]

Era il 1999, quando sorgeva l’alba di Putin. Due anni dopo l’Asia centrale ex sovietica era in mano agli Stati Uniti. E il giorno stesso in cui il terrore mieteva di nuovo a Grozny altri cinquanta morti, alla fine del dicembre dell’anno scorso ad Ashgabat, capitale trucmena, veniva firmato l’accordo per un gasdotto di 1460 chilometri per portare l’energia dalle rive del Caspio all’Oceano Indiano, attraverso l’Afghanistan. Di nuovo tagliando fuori la Russia. […]

Quest’ultima catasta di giovani bare russe dovrebbe suggerire a Putin e ai suoi consiglieri di alzare lo sguardo all’orizzonte. Circolano diversi progetti per demolire la Russia prima che – non si sa mai – cambi idea. […]

Quale che sia la geografia di coloro che vogliono una Russia in pezzi, è ancora evidente che la sua distruzione potrà avvenire solo con il consenso delle élite russe. Che – a onor del vero – hanno finora dimostrato una tendenza alla resa che ha pochi precedenti nella storia.


da La Stampa del 6/7/2003

Pin It
Joomla templates by a4joomla