“Ferocia di marca slava”

E’ questo il titolo di un commento apparso sul quotidiano La Gazzetta del sud all’indomani della tragedia di Novi Ligure (madre e figlioletto brutalmente assassinati a coltellate). Ho letto con curiosità per verificare innanzitutto se il titolo rifletteva il senso dell’articolo. E purtroppo ho dovuto verificare che slavi ed albanesi erano chiamati in causa, a prescindere se nel caso specifico erano loro i responsabili, come potenziali e possibili autori dei due efferati omicidi. Le guerre civili nei Balcani, vi si diceva, hanno dimostrato a quali livelli di crudeltà possano arrivare le bande slave. Nello stesso tempo un deputato di Alleanza Nazionale dichiarava che gli slavi sono storicamente e geneticamente avvezzi a questo genere di crudeltà . Insomma c’era da restare allibiti.

Le scuse di molti xenofobi apparse su diversi organi di stampa, quando si è scoperto che gli slavi e gli extracomunitari non c’entravano niente, non hanno diminuito il mio stupore. Perfino l’editoriale dell’esperto orientalista Enzo Bettiza in difesa degli slavi apparso su la Stampa (che pur non aveva gettato strali sugli immigrati) è suonato come un’operazione grossolana e qualunquista della testata torinese per dire che ci sono gli slavi buoni e quelli “cattivi”.

L’assurdità e la meschinità di taluni modi di pensare si commentano da sole. Ma voglio proporvi un articolo, dal titolo "Gli smemorati", che mi è capitato proprio ieri di leggere su un quindicinale di opinione e che potremo rintitolare La ferocia di marca italiana. NON MANCATELO! Soprattutto se siete, come me, italiani.

Giuseppe Iannello
 

Gli Smemorati.

intervista a Angelo Del Boca.
Abbiamo formulato alcune do­mande al prof. Angelo Del Boca, il più accreditato storico del co­lonialismo italiano, sulle colpe rimosse dall’Italia.

Come mai, secondo Lei, L'Italia non ha ancora compiuto un atto di alto va­lore simbolico per chiedere scusa dei crimi­ni commessi prima e durante la seconda guerra mondiale?

A mio avviso perché nel paese non si è an­cora svolto un benefico dibattito sulle col­pe coloniali e sui crimini commessi nei territori occupati durante la Seconda guer­ra mondiale, principalmente nei Balcani. In Francia, ad esempio, è da quarant'anni che si discute sulla “sporca guerra d'Algeria” e, di recente, generali come Jacques Massu hanno confessato di aver largamente praticato la tortura sulle popolazioni algerine per carpire informazioni. In Italia, al contrario, si tende a rimuovere ogni colpa, al punto che le più giovani generazioni ignorano del tutto le malefatte del colonia­lismo. Anche le classi dirigenti di questo dopoguerra si sono ben guardate dall'assumere le loro responsabilità chiedendo perdono per i crimini commessi dall'Italia giolittiana e fascista. Il solo atto riparatore lo ha compiuto, un paio di anni fa, l'allora presidente del Consiglio Massimo D'Alema rendendo omaggio, a Tripoli, alle vittime delle stragi di Sciara Sciat, ordinate da Giovanni Giolitti.

La giornata della memoria può essere utile per rimuovere l'oblio su uno dei periodi più bui della nostra storia recente?


La «giornata della memoria» è senza alcun dubbio un'istituzione della massima rilevan­za, capace certamente di riproporre fatti sui quali stava per calare l'oblio più completo. Ma, ci chiediamo, perché questa giornata di ricordi e di riflessioni è stata proposta con tanto ritardo, addirittura a sessant'anni dagli avvenimenti? E perché ricordare soltanto le vittime del nazismo? Certo, l'annientamento di sei milioni di ebrei costituisce un fatto unico nella storia. Ma perché dimenticare i trecentomila etiopici e i centomila libici che il fascismo ha sacrificato per costruire un effimero impero?

Evidentemente non può esserci perdono sen­za giustizìa. È mai stato processato qualcu­no degli italiani, esecutori materiali e man­danti, responsabili di gravissimi crimini di cui ci siamo macchiati, ad esempio nelle guerre coloniali o nei Balcani?

Nessun italiano, militare o civile, è mai sta­to condannato per i crimini commessi in Africa e nei Balcani. Persino il Marescial­lo Graziani, che sicuramente è il maggior responsabile degli eccidi compiuti in Li­bia e in Etiopia, è sfuggito ad una condan­na per questi reati. E’ stato sì processato e condannato, ma per aver ricoperto l'inca­rico di ministro della Guerra nei venti mesi della repubblica di Salò. Quando l'imperatore di Etiopia Hailè Selassiè presentò nel 1946 alle Nazioni Unite un elenco di quasi mille militari e civili che si erano macchiati di orrendi crimini, chiedendo di poterli processare in Etiopia, gli suggerirono di rinunciare al suo proposito, poi­ché rischiava l'interruzione di ogni aiuto economico. Anche la Slovenia dispone di un lungo elenco di criminali italiani, ma il processo, con ogni probabilità, non si farà per non turbare i rapporti con l'Italia, che molto si è adoperata per far entrare la Slovenia nell'Europa di Maastricht.

La Rai, il servizio televisivo pubblico, dovrebbe fornire un notevole contributo nella lotta alla rimozione, eppure un documentario importante come Fascist Legacy prodotto dalla BBC e comprato dalla Rai, sulle malefàtte italiane in Africa a nei Balcani, non è stato mai trasmesso. Fa ancora così paura la verità storica?

Non soltanto la Rai non ha mai trasmesso i due documentari della Bbc, «Fascist Legacy», che pure acquistò molti anni fa, ma non ha mai programmato «Il Leone del deserto», il film libico che documenta l'eroica resistenza del leggendario Omar al-Mukhtàr, fatto impiccare da Graziani nel 1930, nel campo di concentramento di Soluch. La Rai non fa che riflettere le paure, gli imbarazzi, le scandalose amnesie della classe dirigente.

Il mito di «italiani brava gente» è duro a morire. Può dire qualcosa sul lavoro degli storici per confutare questo falso, che ha fatto comodo a molti?

A dire il vero gli storici italiani - salvo qualche rara eccezione - non hanno fatto nulla per sfatare questo mito. Al contrario, hanno fatto di tutto per alimentarlo. L'arrivo sulla scena degli storici «revisionisti» non può che aggravare la situazione.

È evidente il ruolo fondamentale che deve svolgere la scuola. I testi scolastici consentono al ragazzi di valutare tali tematiche in maniera adeguata?

Esistono degli eccellenti testi scolastici the affrontano la storia dell'ultimo secolo con assoluta obiettività e senza dimenticare le pagine più oscure del nostro passato nazionale. Ma sono state poste all'indice come «faziose» da alcune Giunte regionali del centro-destra. L'invito è di mandarle al macero. A quando l'ingiunzione di inviarle al rogo?

Come mai nonostante il risorgere in Europa del razzismo e della violenza xenofoba si registra, con poche eccezioni, l'assordante silenzio degli intellettuali?

Dopo la grande ubriacatura degli anni passati, quando circolavano troppi appelli e troppi inviti a sottoscriverli, da un po’ di tempo gli intellettuali italiani tacciono. Ma non credo per stanchezza. Siamo alla vigilia di grandi cambiamenti e la prudenza suggerisce di attendere, di non prendere posizione. Salvo qualche rara eccezione, gli intellettuali nostrani hanno tutti «famiglia».

Si parla tanto dei campi di concentramento nazisti, tuttavia anche gli italiani hanno realizzato, soprattutto in Africa, strutture per certi versi analoghe. Può descrivere quest'aspetto così poco conosciuto?

Senza giungere agli eccessi del nazismo, che pianificò l'eliminazione di milioni di esseri umani ricorrendo a tutti i mezzi di distruzione, comprese le camere a gas, nella seconda fase dell'espansione coloniale italiana, quella fascista, si ricorse più volte, per stroncare la resistenza delle popolazioni indigene, all'arma letale dei campi di concentramento. In Libia, durante l'offensiva finale contro Omar al-Mukhtàr, ne furono costruiti tredici nella regione inospitale della Sìrtica. Più di un terzo dei 100 mila internati non sopravvisse alle malattie, alle privazioni a alle decimazioni. Acquistarono una sinistra fama anche i campi di concentramento di Danane, in Somalia, e di Nocra, in Eritrea. In questi due lager la mortalità raggiunse il cinquanta per cento dei reclusi.

a cura di Luciano Bertozzi.

Dalla Rivista quindicinale "Rocca", n.5-2001
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