Quando si parla di contenimento si presuppone un’entità che travalica i suoi confini, che tende ad espandersi oltre gli spazi che gli competono. Facile pertanto fare due più due nel momento in cui gli Stati Uniti hanno impostato ideologicamente tutta la loro politica estera nel secondo dopoguerra sulla “Strategia del contenimento”. Ciò che si doveva contenere era l’espansionismo dell’Unione Sovietica.
Il problema è se davvero la realtà dei fatti imponesse il “contenimento”. Nel migliore dei casi siamo stati abituati a vedere i decenni del dopoguerra come un tempo in cui due blocchi si fronteggiano e pertanto si “contengono” l’un l’altro. Da parte americana è ovvio che si considerassero i sovietici i soggetti responsabili dell’espansionismo: in tutto ciò non ci sarebbe niente di strano e si potrebbe spiegare con un giustificato amor di patria. Ma la storia ci racconta ben altro, ci dice che questa espressione sia un classico esempio di stravolgimento politico del significato delle parole.
Noam Chomsky, rivelando la sua natura di scienziato del linguaggio, ce lo fa scoprire nel complesso della sua enorme produzione articolistica e saggistica in qualità di osservatore delle realtà geopolitiche del nostro pianeta. Riguardo al “contenimento” va a pescare (*) una nota di uno dei principali studi sulla guerra fredda, Strategies of Containment, dove l’autore John Lewis Gaddis si chiede se sia giusto adottare tale terminologia e tale schema del “contenimento”: la risposta è affermativa e si adduce la ragione che esso «corrisponde alla percezione e alla convinzione dei leader americani, i quali ritenevano che le loro fossero posizioni difensive nei confronti dell’Unione Sovietica. Per cui – conclude Gaddis - dovendo occuparci di storia americana è giusto procedere nel quadro di questo schema di pensiero». Quindi la ragione del contenimento non va cercata nei fatti, ma nella percezione che di questi fatti aveva avuto la classe dirigente americana.

Inutile dire quanto ciò offra il fianco allo storico che volesse giustificare un qualsiasi tiranno; per esempio Hitler: dicendo che la Germania si è difesa - e in effetti fu su questo che si basò la propaganda nazista. E per sostenerlo l’ipotetico storico avrebbe «argomenti migliori di quelli che abbiamo noi contro l’Unione Sovietica […]» – afferma Chomsky da americano.
La grande corsa agli armamenti in realtà «rispondeva in larga misura a considerazioni di economia interna». Non lo dice Chomsky, ma lo stesso Gaddis, ancora una volta in una “pudica” noticina dello stesso libro. L’argomento della noticina è quello fondamentale che vien fuori anche dai documenti declassificati, come per esempio il NSC 68 dove si dice con chiarezza che «senza spese militari si andrà incontro ad un declino dell’economia degli Stati Uniti». Le spese militari sono lo strumento per mantenere competitive le industrie e le imprese americane, questo è vero anche oggi e non solo per gli USA.
La strategia del contenimento nei confronti della Russia ha però origini più lontane. Nel 1918, quando per “contenere” il pericolo bolscevico gli USA e altre 12 potenze occidentali invasero il territorio russo. E ancora una volta Gaddis parla di «azione difensiva»: l’invasione ci fu ma “difensiva” (!). Chi lo sentenzia non è un conservatore o un politico destroide, ma uno storico liberal, ritenuto un «decano nel campo dei suoi studi». La giustificazione del contenimento i governi americani la applicheranno in tante altre occasioni; d’altronde chi ha mai ammesso un’invasione militare? Quest’ultime sono sempre state azioni di difesa, se pur preventiva. In questa sede tuttavia a noi interessa soffermarci sui rapporti con la Russia.

La caduta del muro di Berlino avrebbe dovuto privare di ogni presupposto la logica della “Strategia del contenimento”. A maggior ragione che dopo il muro, si disfa anche l’Unione sovietica e la Russia passa improvvisamente e risolutamente all’economia di mercato. Ma anche qui i fatti ci dicono ben altro, ad incominciare dal mancato impegno degli USA di non estendere la NATO ai paesi dell’est Europa: gli americani l’avevano promesso a Gorbaciov in cambio di una rapida unificazione della Germania. Gli Stati Uniti invece dopo il 1989 hanno continuato ad agire con la stessa logica della Guerra Fredda: conquista di sempre nuovi spazi militari nello scacchiere mondiale. Ma se il “Regno del male” si era disfatto, che bisogno c’era? Beh, è evidente che gli interessi non erano soltanto difensivi …
Tutto ciò lo si è visto con chiarezza dopo qualche anno l’ascesa di Putin al Cremino. Il presidente russo aveva scelto dopo il fatidico 11 settembre di appoggiare la politica estera antiterroristica americana, ma ciò non aveva portato a nessun sostanziale mutamento nella linea di condotta degli USA, che continuavano ad “occupare” spazi nelle immediate vicinanze dei confini russi senza ricambiare in nulla i propri “alleati”. Al contempo la Russia viveva un periodo di nuova crescita economica, basata sulla riappropriazione delle sue immense risorse naturali, gas e petrolio. La Russia a questo punto smette di essere un territorio di facile conquista neocoloniale e si trasforma di nuovo in avversario. Ma attenzione non perché la Russia affermi se stessa in chiave antiamericana, ma perché non più manovrabile dall’esterno come lo era stata negli anni ’90. Allora se non è la Russia che si dichiara nemico degli USA, tale bisogna farla apparire agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. Bisogna fare di tutto perché appaia un pericolo. Bisogna organizzare delle “rivoluzioni” negli stati confinanti che dimostrino il pericolo russo in agguato. Bisogna aizzarle contro quegli stati che vista la loro collocazione geografica avrebbero al contrario tutto l’interesse a mantenere rapporti di buon vicinato. Il culmine ovviamente è il progetto di installazione di basi missilistiche americane nella Repubblica Ceca e nella Polonia, che non a caso è stato definito dagli esperti una dichiarazione di guerra non scritta.

Gli scopi reali tuttavia non possono essere esplicitati e rispunta la strategia del “contenimento”della Russia. Tutte le tensioni con gli stati confinanti sono attribuite alla Russia, anche a costo di rivoltare completamente i termini dei fatti (emblematico in tal senso sono gli incidenti a Tallin nell’aprile di quest’anno), e tutte le sue scelte politiche ed economiche sarebbero da imputare al nuovo spirito espansionistico. Il “contenimento” dunque ritorna ad essere un imperativo, anche se non proclamato nelle sedi politiche internazionali. La potente e influente rivista americana “Foreign Affairs” da spazio al “neo” contenimento e ai nuovi alleati antirussi: ospitando un intervento di J. V. Timošenko, leader della rivoluzione arancione. A questo punto anche la Russia cerca di partecipare alla “discussione”, visto che ne è parte in causa, ed invia alla medesima rivista un articolo del suo ministro degli esteri S. V. Lavrov, la cui pubblicazione è però subordinata dalla redazione a modifiche sostanziali ed ad un abbreviazione del 40% della sua lunghezza che ne modificano di fatto il contenuto originale. La Russia ritira l’articolo (**) e lo pubblica sul sito internet del suo ministero degli esteri.
Ma cosa dice questo articolo di così pericoloso, da “costringere” gli editori americani a censurarlo? Dice semplicemente che la Russia non ha nessun interesse a seguire le logiche della guerra fredda, che è giunto il tempo di «seppellire per sempre». Lo dice con chiarezza affermando che l’uso della forza nella risoluzione dei conflitti ha dimostrato tutti i suoi limiti (Iraq, Iran, Libano, Darfour, Corea del Nord lo testimonierebbero) e che la «vera sicurezza si ottiene stabilendo normali relazioni e impegnandosi nel dialogo». E poi si sottolinea che «il nuovo sistema internazionale ha non uno ma diversi attori principali e per questo per la gestione delle relazioni globali è necessaria la loro leadership collettiva; questo multipolarismo incoraggia una diplomazia di rete come metodo migliore affinché gli stati raggiungano obiettivi condivisi». Parole quest’ultime che qualsiasi uomo di buon senso sottoscriverebbe a livello di principio. Il fatto è che a dirle è la parte cattiva, i russi: che non possono giocare per gli americani contemporaneamente due ruoli, quello di chi minaccia la pace e quello di chi la richiede.

Certo non mancano nel discorso di Lavrov critiche dirette alla politica estera dell’amministrazione americana, ma esulano esplicitamente dall’antiamericanismo ideologico che invece rischierebbe di “tornare” se si dovesse continuare nella logica dello scontro. «La Russia – si legge nell’articolo – è convinta che l’atteggiamento amico/nemico dovrebbe essere relegato al passato». Altro che lotta agli “stati canaglia”. «Bisogna scegliere tra contenimento e collaborazione» – dice la Russia attraverso il suo ministro degli esteri, che conclude: «Non bisogna contenere la Russia, ma coloro che possono privare il mondo dei benefici che deriverebbero da una salda cooperazione russo-americana». Una realtà che ci sembrava “fatta” all’indomani della caduta del muro e che, dobbiamo riconoscere, è ancora di là da venire.

Giuseppe Iannello



* Tutti i riferimenti e le citazioni dello studioso americano sul “contenimento” sono tratti dal libro N. Chomsky "Capire il potere", Milano 2002, pag. 66-71

** L’articolo è reperibile in traduzione italiana (a cura di Manuela Vittorelli) sul sito della rivista “Eurasia” col titolo "Contenere la Russia: ritorno al futuro?"

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