cecenia1.jpg (125507 bytes)un’intervista di Ljudmila Korotkova al corrispondente Aleksandr Alekseevic Lomtev, presidente dell’Associazione Capi Redattori dei Giornali Locali della Federazione Russa, membro dell’Unione Russa dei Giornalisti, editore in proprio di alcuni quotidiani regionali.

- Lei si reca regolarmente in Cecenia al seguito di missioni umanitarie. Che impressioni ha ricavato dal suo ultimo viaggio? Qualcosa sta davvero cambiando laggiù? C’è speranza che la situazione si normalizzi?

- E’ vero, mi reco abbastanza spesso in Cecenia e non solo con le organizzazioni umanitarie ma anche come giornalista. Ogni anno ci vado in genere due o tre volte, la penultima mi ci son fermato due mesi. Le impressioni? Sempre le stesse dopo ogni viaggio: angoscianti. La guerra d’altronde non può suscitare altro...

Lei mi chiede se qualcosa sta cambiando in Cecenia? Beh, forse non vi è più guerra nel senso classico del termine, con una linea del fronte, con attacchi e contrattacchi; e non c’è neanche più una vera e propria guerra civile, combattuta da formazioni locali schierate in parte coi miliziani ceceni e in parte coi federali. Fino a non molto tempo fa invece era ancora così...

Non me la sentirei di chiamare “guerra civile” il conflitto che perdura tuttora in Cecenia, perché di solito ad una guerra civile prende parte l’intera popolazione o quasi. Adesso come adesso invece laggiù la maggior parte della gente cerca solo di vivere, o sopravvivere, in pace. Con qualche forzatura la si potrebbe invece classificare come guerra per bande, anche se forse sarebbe più esatto definirla una guerra terroristica.

E’ un accadimento nuovo nella storia dell’umanità, non si era mai visto niente del genere prima d’ora: e si tratta di una guerra che si combatte non solo in Cecenia ma nel mondo intero.

- Lei vuol forse dire che col tempo il conflitto in Cecenia sia degenerato sino a trasformarsi in una guerra terroristica?

- Già prima a stento la si poteva definire una guerra civile vera e propria, perché anche tra i ceceni non vi era univocità di progetti riguardo al futuro del paese, se dovesse rimanere legato alla Russia oppure no. Gli stessi ceceni si prefiggevano obiettivi diversi in merito, ma ad ogni modo era ancora qualcosa di simile ad una guerra civile...

Adesso invece è guerra terroristica e basta, e una delle due parti prende iniziative militari contro il mondo intero, e le prende in nome dell’Islam e sotto le sue bandiere. Peraltro in Russia c’è una quantità di gente che crede alla religione musulmana e tuttavia non approva questa moderna guerra santa: si pensi al Tatarstan, alla Baskiria (dove i tatari sono numerosissimi) e alle repubbliche del nord del Caucaso. Quindi è anche sbagliato chiamarla guerra di religione tout court, perché le cause che la determinano non sono religiose.

In questa guerra i comandanti militari si richiamano alla religione, ciò è innegabile: ma se vogliamo essere davvero obiettivi ammetteremo che si tratta perlopiù di un gioco di soldi, di sfere d’influenza e di una ben precisa visione del futuro ordine mondiale.

Quella attualmente in corso in Cecenia è una guerra strisciante che fa soffrire tanto i federali quanto i ceceni stessi.

Sarei un irresponsabile se dicessi che si può sperare in una normalizzazione. Oramai nella politica internazionale vige la legge dei vasi comunicanti. Se non vi è stabilità in Iraq non può esserci neanche in Cecenia, e non può esserci stabilità in Iraq se non c’è in Afghanistan: le cose oggi funzionano così.

E’ una nuova fase nella storia del mondo, e molti hanno già capito dove potrebbe condurci tutto questo. Si tratta di un rivolgimento a carattere planetario, presumibilmente ne scaturiranno condizioni di vita differenti e un nuovo ordine di valori.

Io ho cominciato a schiarirmi le idee dopo l’attacco terroristico alla “Dubrovka”, il teatro moscovita. Ero là, e ad un tratto m’è balenato il pensiero che stavamo tutti cominciando a vivere in un mondo radicalmente nuovo. Di fatto la guerra era arrivata fin lì: l’edificio del teatro occupato da uomini armati e con le cinture imbottite di esplosivo, gli ostaggi... Ma soltanto duecento metri più oltre, in un caffé aperto, la gente stava seduta a bersi il thé e osservava ogni cosa, il va e vieni dei soldati, l’agitarsi frenetico dei giornalisti...

E tutto avveniva in contemporanea ma come su due piani differenti: e questo è davvero un carattere peculiare del mondo contemporaneo.

Voglio dire che da adesso innanzi vivremo tutti in una sorta di guerra permanente ma allo stesso tempo – perlomeno finché non ne saremo toccati di persona – la seguiremo solo a livello di mezzi di informazione, in una sorta di coinvolgimento puramente virtuale. Si mangia un boccone, si beve un bicchiere e nel frattempo si guarda alla tivù come si stanno ammazzando in Iraq o in Cecenia... Non ci faremo neanche più caso, e ci abitueremo un po’ per volta a vivere così e a percepire il mondo in questa maniera assolutamente inusitata.

E questo complicherà ancora di più le cose...

Penso che in un contesto del genere non possa esservi speranza di stabilità nè per la Cecenia nè per il mondo in genere.

cecenia2.jpg (173575 bytes)- Qual’è stato, a suo giudizio, l’errore di fondo? Come è iniziata la guerra in Cecenia? Si può parlare di responsabilità dei ceceni, di Dudaev?

- L’errore è stato politico, non militare. A volte si sbaglia nel tutelare interessi generali, nazionali. Ma non è questo il caso... Qui il potere ha sbagliato perché ha difeso interessi di parte quando non meramente personalistici.

Ai politici russi di allora faceva comodo la situazione che s’andava creando in Cecenia, quella crescente e generale instabilità. Sono convinto che Dudaev fosse funzionale a El’cin e ai suoi scopi. Così, invece di pensare a risolvere un problema si sono acuite le tensioni, s’è attizzato il fuoco che covava sotto la cenere. E la cosa andava bene a tanti: ai militari che tra un’operazione di guerra e l’altra cominciavano a organizzare le loro tresche in Cecenia, ai narcotrafficanti, ai commercianti di schiavi (il commercio d’uomini in Cecenia c’era già allora, è un fatto dimostrato!).

A parecchie persone e gruppi che a quel tempo avevano una certa influenza conveniva che le cose andassero in un certo modo...

Mi domanda se vi sia una responsabilità dei ceceni riguardo a quel che è accaduto? Senza dubbio. E’ come chiedere se i tedeschi abbiano avuto una responsabilità nell’ascesa di Hitler al potere e nel conseguente scatenarsi della seconda guerra mondiale...

I popoli, specie se non vaccinati dal virus del nazionalismo, spesso seguono ciecamente i loro capi e in questo sbagliano. E’ un problema che riguarda le società di tutto il mondo, non solo i tedeschi o i ceceni ma qualsiasi altro popolo. Una responsabilità della gente vi è comunque.

Su questo argomento porto sempre un esempio assai semplice: ho potuto io stesso parlare a quattr’occhi con schiavi che erano stati liberati dalla loro prigionia in Cecenia.

- Lei dunque in Cecenia ha incontrato persone in stato di schiavitù? Erano russi?

- Non c’erano solo russi laggiù, ma anche ucraini, bielorussi e un kazako. I ceceni li tenevano con loro in un villaggio. Alcuni di essi erano stati ridotti in schiavitù dodici anni addietro, ancor prima dell’inizio della guerra.

Col crollo dell’Unione Sovietica cominciò il grande sfacelo, la rovina del paese. Appena i ceceni ebbero sentore di questa debolezza ne profittarono per tornare subito alle origini: d’altronde l’istituzione della schiavitù era stata una costante della loro storia, solo durante l’era sovietica erano stati costretti a rinunciarvi...

A volte mi si ricorda che ci sono ceceni cattivi e ceceni buoni. Mi faccia però fare un semplice ragionamento...

In un piccolo villaggio, poco più di cinquanta case, vengono liberate - e io c’ero - dodici persone. Peraltro queste persone confermano che nel villaggio gli uomini in stato di schiavitù erano venticinque, e dove siano finiti gli altri tredici è impossibile a sapersi (forse son riusciti a fuggire, o forse li tengono tuttora nascosti). Nonostante che l’operazione militare volta a liberare quelle persone si fosse svolta in gran segreto e con ingenti forze, soltanto dodici su venticinque sono state ritrovate... Cosa significa tutto questo? Che in quel villaggio i ceceni cattivi avessero al proprio servizio degli schiavi e i ceceni buoni non ne fossero al corrente? E’ davvero possibile? Qualsiasi persona sana di mente risponderà che no, non è possibile.

Agli uomini dell’Occidente che si ergono a difensori dei diritti umani e denunciano il genocidio che si starebbe perpetrando ai danni del popolo ceceno pongo una semplice domanda: “Per voi uno schiavista è un individuo riprovevole oppure no?”. La risposta sarà sicuramente unanime: un uomo che tiene in regime di schiavitù altri uomini non può che essere giudicato una persona barbara e crudele. E adesso un secondo quesito: “Sapete voi, difensori dei diritti umani, quanti russi, ucraini, armeni, greci vivessero in Cecenia fino agli anni ’90, e quanti ne siano poi rimasti? Quale genocidio si è dunque perpetrato in Cecenia?”. La mia risposta è che in Cecenia sia stata messa in atto una politica di pulizia etnica nei confronti degli altri popoli.

Così si è arrivati al disatro, un passo dopo l’altro... Ma il primo passo non è stata l’aggressione dell’esercito russo ai danni dei pacifici ceceni, bensì il genocidio dei popoli non ceceni in Cecenia: hanno ucciso, violentato, costretto con la forza la gente ad andarsene da quella terra.

- Tutto questo è avvenuto prima della guerra?

 

- Sì, è cominciato prima della guerra.

- Però nessuno ne parlava...

- E’ vero, agli uomini allora al potere in Russia non conveniva parlarne, era un problema troppo serio. Non sapevano come risolverlo e comunque – ripeto - faceva loro comodo che non vi fosse stabilità in Cecenia. Una vera e propria stampa independente allora non esisteva ancora: così molti non comprendevano cosa stesse accadendo laggiù e moltissimi non ne erano al corrente, benché non ci volesse poi molto a capire... (Qualcosa del genere sta avvenendo adesso in Kazachstan, dove è in corso una sorta di esodo delle popolazioni non kazache).

Dalla repubblica multietnica che era, la Cecenia si trasformò così in un paese ad un’unica etnia.

Quando si è svolto l’ultimo referendum in Cecenia i paladini della democrazia hanno plaudito al fatto che i ceceni potessero finalmente scegliere il loro destino. Ma allora bisognava che fosse concesso il diritto di esprimere la propria opinione anche agli altri, a coloro i quali da sempre vi avevano vissuto, come i russi o gli ucraini... Invece di queste persone ci si è dimenticati. E perché? Eppure quella era stata la loro patria. Generazioni e generazioni vi si eran succedute, la Cecenia era stata costruita anche con le loro mani... Di questo occorrerebbe parlare prima di ogni altra cosa, e invece tutti preferiscono tacere, compresi gli occidentali che difendono i diritti umani. L’argomento di cui sopra è fondamentale, ma essi preferiscono rimuoverlo dalla sequenza del ragionamento...

Naturalmente sono state anche le ambizioni personali di Dudaev e quelle di El’cin a dare origine alla questione cecena. Io ritengo però che, pur in assenza di tali dannosi personalismi, la carta del nazionalismo e del terrorismo che ne è poi seguito sarebbe stata giocata ugualmente sia a livello planetario che nella Russia in particolare. Certo, però, che un atteggiamento più responsabile del nostro governo avrebbe reso le cose più difficili per i nazionalisti: e invece tutto questo non è stato...

Se vogliamo guardare alle cose in termini generali, anche gli Stati Uniti d’America sono un coacervo di nazionalità differenti, ma la divisione di quel paese non ha niente a che vedere con le etnie, viceversa essa è puramente territoriale. Da noi invece fu lo stesso Lenin a collocare – come dire? - la bomba a scoppio ritardato. Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 egli spezzettò infatti la Russia (che non aveva mai subito divisioni di tipo etnico) in repubbliche nazionali: di quell’errore imperdonabile adesso paghiamo noi lo scotto.

- Cosa pensa a proposito della decisione del tribunale di Londra di rifiutare l’estradizione di Achmed Zakaev? Uno degli argomenti addotti a motivare il rifiuto è che per i giudici inglesi gli avvenimenti ceceni non rappresentano nè una rivolta separatista nè un episodio della guerra antiterroristica bensì una vera e propria guerra civile innescata dallo stesso governo russo...

- Ho un’opinione totalmente negativa riguardo alla decisione del tribunale londinese di non estradare Achmed Zakaev. Se Bin Laden o Saddam Hussein fossero stati da noi in Russia e l’America ne avesse chiesto l’estradizione, credo che il nostro governo li avrebbe consegnati entrambi alla giustizia internazionale nonostante la simpatia che da noi si è innegabilmente manifestata nei confronti dell’Iraq.

Secondo il mio modo di vedere, l’Europa - sotto la guida degli Stati Uniti - persegue con smaccata evidenza una politica basata su due pesi e due misure. Popoli e nazioni sono considerati in maniere differenti e si ha l’impressione che certe questioni vengano sollevate a comando... Pensiamo alle accuse rivolte ai serbi di tentato genocidio nei confronti della popolazione albanese, accuse che non sono poi state del tutto confermate dai fatti. Oppure alle armi di distruzione di massa che avrebbero dovuto essere in Iraq e che di fatto nessuno ha mai visto e vedrà per il semplice motivo che probabilmente non esistevano.

Due pesi e due misure: un terrorista in Iraq è un terrorista e basta, un terrorista ceceno è un combattente per la libertà. Eppure non si può dire che in Cecenia sia in corso una guerra civile vera e propria, e ho già spiegato il perché...

cecenia3.jpg (309539 bytes)- Ho letto i documenti del tribunale di Londra. Vi si porta come esempio il bombardamento a tappeto di Groznyj. E’ possibile parlare di pura e semplice operazione anti-terrorismo allorché si bombarda una città intera?

- Io formulo per l’intanto un quesito: cosa sta avvenendo ora come ora in Iraq?

E’ in atto una guerra civile oppure un’operazione militare americana contro il terrorismo? Se si tratta di guerra civile, allora giù le mani dall’Iraq, rimettete al suo posto Saddam Hussein e che se la cavino tra loro. Ma se viceversa si tratta di lotta al terrorismo, allora estradate al più presto anche Zakaev.

Vede dunque? Due paesi, una situazione simile ma una valutazione dei fatti completamente diversa: due pesi e due misure, per l’appunto...

Ho cominciato quest’intervista col dire che viviamo in un mondo nuovo, con nuovi parametri. I terroristi di oggi non sono armati di doppietta come al tempo della guerra civile in Russia. Hanno cannoni antiaerei, occupano interi villaggi e paesi. Una dozzina di persone ben addestrate possono agevolmente impadronirsi di una città di media grandezza. Come combatterli? E’ comprensibile che possano verificarsi degli errori. A danno della popolazione civile? Purtroppo sì.

Sono convinto che durante la loro ultima operazione antiterroristica gli americani

abbiano ucciso molti iracheni totalmente innocenti... Allora però dobbiamo metterci d’accordo. Perché se vale il principio dei due pesi e delle due misure non può più esservi discussione. Vi dovrebbe essere invece un unico metro di giudizio per tutti quanti.

- Quale opinione ha sull’ elezione del primo presidente delle repubblica cecena Kadyrov, svoltasi il 5 ottobre del 2003? Sui giornali russi da più parti si è sostenuto che i risultati siano stati falsati...

- E’ un argomento complesso. C’è da dire innanzitutto che il presidente Kadyrov è un ex-combattente. Quando ero in Cecenia spesso si è parlato di Kadyrov ma solo gli appartenenti al suo stesso clan sembrano sostenerlo veramente. Tutti gli altri, senza alcuna eccezione, sono convinti che sia salito al potere un bandito. Alcuni gli sono favorevoli, altri no. In generale considerano Kadyrov uno dei briganti più potenti, in grado di tenere a bada i suoi simili...

Si può valutare positivamente una tale situazione? In assoluto no, è naturale. Ma da un punto di vista tattico forse si è trattato di scegliere il male minore.

Personaggi che un tempo erano acerrimi nemici di Kadyrov, oggi collaborano attivamente con lui. Gli occidentali non conoscono e non capiscono queste cose, per cui possono pensare che Kadyrov sia un personaggio spuntato fuori dal nulla. Ma chi vive in Cecenia sa e capisce: anche se si fosse eletto un altro al posto di Kadyrov, niente sarebbe cambiato...

Per quanto concerne i supposti brogli elettorali nelle votazioni dell’ottobre scorso, non ho elementi per confermarli. E’ però mia convinzione che qualche broglio possa esservi stato. Non sono uomo di parte, semplicemente ero laggiù, e ho potuto vedere molte cose... Diciamo che restano dei dubbi sulla legittimità di quella consultazione elettorale.

Al momento attuale da noi sono putrroppo pochi i mezzi d’informazione che tentino di descrivere realmente cosa accada in Cecenia. Di solito, o abbracciano le posizioni occidentali secondo cui in Cecenia si starebbe perpetrando un genocidio ai danni della popolazione locale, o al contrario simpatizzano apertamente per i federali, sostenendo che tutti i ceceni sono canaglie, che occorrerebbe spazzarli via e deportarli alla maniera di Stalin (e così non danno conto degli smacchi subiti dai federali).

E io temo che in Russia gli spazi per l’informazione indipendente siano destinati ad assottigliarsi ancora dopo la vittoria del partito “Russia Unita” alle ultime elezioni ed il conseguente rafforzamento del potere attribuito al nostro presidente. Prima avevamo almeno due poteri in qualche modo distinti, e nel parlamento sedevano persone seriamente interessate a far luce sugli avvenimenti in Cecenia. Adesso però il parlamento si è ridotto ad una mera appendice dell’esecutivo e i deputati di cui ho appena detto hanno letteralmente perduto qualsiasi capacità di influenzare il governo. Da tutto questo si può ragionevolmente dedurre che in futuro i tentativi di far chiarezza sulla situazione in quella parte del Caucaso saranno condannati al fallimento.

- Vi è una palese carenza informativa riguardo al numero delle vittime cecene nelle ultime due guerre (non intendiamo solo i soldati che combattevano nelle file dei federali, ma la popolazione civile, i ceceni in senso lato). Qual’è la sua opinione in merito?

- Purtroppo non sono le uniche cifre di cui non siamo a conoscenza. Io per esempio non sono mai riuscito ad avere dei ragguagli sui russi, bielorussi e ucraini morti negli ultimi dieci anni. Ho capito il vero senso della sua domanda: “Quanti ceceni sono morti in realtà?”. Io però continuo a porre l’accento sul fatto che in Cecenia sono state uccise moltissime persone di nazionalità diverse. Ritengo infatti che della cosiddetta “questione cecena” abbiano avuto a soffrire più i non ceceni che i ceceni stessi: e non dovrebbe essere difficile verificarlo.

In teoria basterebbe infatti prendere i dati statistici e vedere dove son finiti i non ceceni che abitavano in quel paese. Ne emergerebbe un quadro generale di sufficiente chiarezza: i civili ceceni hanno ammazzato (e depredato, e cacciato con la forza) un numero di persone superiore a quello dei ceceni morti complessivamente negli ultimi dieci anni, compresi quelli uccisi per mano dell’esercito federale.

Gli occidentali che si preoccupano di diritti umani manifestano una sorta di amnesia di fronte a quelle vittime, uomini e donne non ceceni ma che in Cecenia vivevano, e sono stati massacrati, fatti oggetto di violenza, ridotti in schiavitù.

La verità è che per certi circoli occidentali la questione cecena rappresenta un asso nella manica, un asso che potrebbe ridursi al due di picche se si ricordassero con obiettività tempi, modi e vittime di questa carneficina infinita. Si preferisce allora ricorrere alla summenzionata politica dei due pesi e delle due misure...

All’Ovest si finge di credere che nella Cecenia vi siano soltanto ceceni e basta, ma la realtà è diversa. In questo senso io dico che la sua domanda va posta altrimenti. Occorre chiedersi in primo luogo quanti non ceceni siano periti prima che le truppe federali entrassero in Cecenia, a partire dal crollo dell’Unione Sovietica. Al momento attuale è difficilissmo rispondere a tale quesito, e vado subito a spiegarne il motivo.

Quando in Cecenia ebbero inizio i primi disordini a sfondo nazionalistico dappertutto i russi furono cacciati dai posti di lavoro, compresi gli archivi (parliamo di fatti accaduti a partire dal 1987).

Se si vuole correttamente comprendere la situazione cecena bisogna cominciare di lì. Da intere famiglie non cecene cacciate via in malo modo, spinte a forza sui treni. A nessuno interessava dove sarebbe andata a finire quella gente col fagotto in mano, se a Stavropol’ o a Mosca.

Bisogna partire dalle ragazze, dalle donne violentate. A tale proposito mi ricordo di due o tre processi per violenza carnale a giovani russe, celebrati all’epoca in cui Dudaev era salito al potere e che furono anche trasmessi alla televisione. In quel modo lui tendeva a dimostrare di non essere un nazionalista. Per un delinquente che si condannò, altri cento restarono impuniti.

A quel tempo se gli occidentali avessero voluto saperne di più non avrebbero faticato a reperire testimoni pronti a raccontare quelle violenze. E invece le persone che le hanno subite non hanno trovato nessuno che li volesse ascoltare, nè il governo russo nè i paladini dei diritti umani. Nessuno ha prestato ascolto alle loro voci perché avrebbero turbato il quadretto edificante che, per motivi diversi, russi ed occidentali s’erano creati della Cecenia in quel particolare momento storico.

Se volessimo sul serio approfondire il nostro studio scopriremmo che la Cecenia semplicemente non esisteva prima del diciannovesimo secolo, e all’inizio del ventesimo non si dava una definizione concreta di “ceceno”. Allora in quella terra vi erano i circassi, i ceceni vi comparvero solo molto più tardi. Non avevano un loro territorio specifico...

Ma anche questo è un argomento su cui pochi desiderano soffermarsi. In generale, i sostenitori dei diritti umani hanno una scarsa propensione a confrontarsi con le radici nazionali, con la storia. Noi però abbiamo a disposizione le fonti cecene, gli storici ceceni che descrivono usi e costumi della loro gente. Essi ci raccontano che il ragazzo ceceno diventava uomo solo dopo aver ucciso o rubato un cavallo, o rapito la sua promessa sposa. Quali altri popoli della Russia vantano simili tradizioni? Solo i ceceni. Bisogna essere oggettivi e considerare tutto quel che è accaduto negli ultimi anni anche alla luce del loro comportamento...

Sono consapevole del fatto che mi si possa accusare di nazionalismo per queste mie parole: ebbene, io non sono mai stato un nazionalista bensì un internazionalista. Certo, sono un patriota della mia terra, la Russia, una terra che si è sempre caratterizzata per la pluralità delle sue etnie.

Non dirò certo che i russi siano migliori degli altri. Mi si conceda però una semplice constatazione: quale soldato russo taglierebbe la testa al suo nemico? I ceceni invece lo fanno, e non solo ai russi che considerano ostili ma ai loro stessi compatrioti. Nel corso del mio ultimo viaggio in Cecenia hanno mozzato il capo ad un emiro e lo han buttato nei pressi di una moschea: l’ho visto coi miei occhi...

Mi permetta di tornare ancora un momento al suo quesito di partenza, sulla possibilità che qualcosa possa cambiare in Cecenia...

Negli ultimi tempi è divenuto chiaro che laggiù non si combatte per un ideale. In primo luogo si combatte sulla base di ordini che vengono dall’esterno: che sia Bin Laden o qualcun altro, vi è comunque una potente centrale del terrore a livello planetario... Eppoi si combatte per bieche ragioni di danaro, per rubare il petrolio. Penso che in questo traffico siano coinvolti i nostri militari, è evidente che anche loro si ritagliano una fetta della torta. Ne derivano: regolamenti di conti tra criminali, la spartizione dei territori ove si trova il petrolio. La guerra dura a lungo anche perché c’è un grande afflusso di danaro.

Quando mi recai in Cecenia per la prima volta, potei vedere quel che rimaneva di un convoglio destinato ai miliziani ceceni che era stato distrutto dalle artiglierie federali (eravamo a Etum-Kale, un territorio montuoso quasi al confine con la Georgia). Bene, si trattava di una settantina di cavalli la metà dei quali trasportavano sacchi pieni di dollari. Non so dire se si trattasse di danaro autentico o falso perché me ne andai rapidamente via di là. La cosa sicura è che in Cecenia girano moltissimi soldi...

Eppure anche questo aspetto a molti sembra non interessare granchè. A Londra avrebbero dovuto forse tenerne conto, prima di prendere certe decisioni...

- Cosa pensa delle donne cecene che si fanno saltare in aria? A noi ricordano le rivoluzionarie russe dell’inizio del XX° secolo...

- Sì, forse tra loro vi è qualche tratto in comune.

- Non le sembra che si tratti di un fenomeno tipico dei paesi asiatici?

- Non lo credo. Si sono viste cose simili in Irlanda (i militanti repubblicani dell’Ira), in Spagna (i baschi), a Panama, persino nel ricco Canada (i separatisti del Québec). Purtroppo anche questo fa parte della natura umana. Altro discorso è capire come si arrivi a concepire e mettere in atto un’idea così estrema: se sia una scelta in qualche maniera libera, oppure indotta dall’esterno. Quale che sia la confessione religiosa cui apparteniamo, non possiamo non attenerci all’assioma cristiano della sacralità di ogni vita.

Se non accettiamo questo postulato è il concetto stesso di umanità che prende a disgregarsi. Queste persone, viceversa, queste donne votate al suicidio scelgono di uscire dall’ordine naturale delle cose. Ne escono perché seguono una particolarissima preparazione psicologica. Sicuramente qualcuno si serve di loro...

- Non pensa anche lei che l’occultamento di un’informazione obiettiva favorisca non la paficazione bensì il suo contrario, l’infinito prolungarsi dei conflitti, col risultato che la gente si riduce a pura e semplice carne da macello, da “usarsi” nei modi più svariati?

- Sicuramente. Da noi molti politici adoperano i mass-media come un’arma, e invece non dovrebbe essere così. Ci si contrappone, ci si divide in bianchi e neri, si perde di vista l’obiettività e si punta a meri interessi di parte. Perciò io sostengo la necessità di una stampa indipendente che lavori in favore della normalizzazione, della stabilità, della pace.

Purtroppo però da noi in Russia si prospettano tempi duri per la libera informazione...

Ljudmila V. Korotkova

 

(traduzione dal russo di Gianni Piovano)
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