Anniversari: a cento anni dalla nascita di Orwell, a cinquanta dalla morte di Stalin.

“Non c’è crimine
che non possa essere perdonato
se compiuto dalla nostra fazione”

 

Tutti forse ne siamo ammalati. O lo siamo stati in qualche periodo della nostra vita. Il suo nome, quello della malattia, è “nazionalismo”. La malattia non ha la stessa valenza del termine come generalmente viene inteso. E’ una forma mentale patologica che ostruisce progressivamente i canali della ragione ed arriva a deformare completamente la realtà negandone l’evidenza. Uno scritto di George Orwell del 1945, Appunti sul nazionalismo (Notes on Nationalim)[1], cerca di isolarla, identificarla e prenderne in esame alcune manifestazioni.

La prima considerazione di Orwell è una precisazione. Il “nazionalismo” deve essere recisamente distinto dal patriottismo. Al di là della esattezza dei termini, il secondo per Orwell è “l’attaccamento ad un luogo particolare e ad un certo modo di vivere, che si reputa il migliore del mondo, senza volerlo imporre agli altri”. In questo senso il patriottismo è “per sua natura difensivo, sia militarmente che culturalmente”. Ben diverso è il “nazionalismo” che “si identifica con una singola nazione o altra unità mettendola al di sopra del bene e del male” e per essa si è pronti a “sacrificare la propria individualità”. La linfa del “nazionalismo” è il desiderio di prestigio, del potere, tanto e sempre di più.

I sintomi della malattia

Ad Orwell non interessano i “nazionalismi”, più visibili e riconosciuti, come poteva essere il nazismo, quanto quelli, più o meno celati, della sua epoca, propri di “tendenze e movimenti come il comunismo, il cattolicesimo politico, il sionismo, l’antisemitismo, il trotzkismo o il pacifismo”. In un’analisi lucida e ricca di esempi, Orwell scandaglia l’essenza del “nazionalismo”. L’ossessione, l’instabilità, l’indifferenza alla realtà e l’intolleranza sono alcune delle sue caratteristiche. Il “nazionalista” non può non rendere palese la sua fedeltà all’unità di appartenenza, è ossessionato da essa. Nel “nazionalista” la costante non è l’oggetto della sua irrazionale devozione, quanto lo stato mentale che lo anima e che lo spinge continuamente a cercare una “patria” che incarni, realmente o no poco importa, i luoghi della sua ossessione. Ecco allora un fanatico stalinista diventare un fanatico trotzkista , un comunista diventare un fascista o viceversa.
Tutti i nazionalisti sono incapaci di cogliere la somiglianza fra fatti simili: “un conservatore inglese difenderà l’autodeterminazione in Europa, mentre l’avverserà in India … . Le azioni non sono buone o cattive di per sé ma in relazione a chi le compie e non esiste quasi alcun genere di violenza – la tortura, l’uso di ostaggi, il lavoro forzato, le deportazioni di massa, l’arresto indiscriminato, la mistificazione, l’assassinio, le bombe sugli inermi – che non cambi significato morale se commessa dalla “nostra” fazione”.

Ma quelli con cui Orwell sembra prendersela di più sono i comunisti inglesi, o meglio tutti quelli che nella classe intellettuale inglese alimentavano il mito dell’Unione Sovietica in contrapposizione alla vecchia Inghilterra imperiale. Orwell non a caso si scaglia contro questa forma di “nazionalismo” che egli considera la più in voga[2] nel suo paese. Le malefatte di Stalin e del suo governo erano note: i processi sommari, i gulag, le “purghe”, eppure si continuava a mettere in secondo piano tutto questo, per continuare a credere acriticamente nell’Unione Sovietica come patria ideale. La seconda guerra mondiale non fa che accentuare l’atteggiamento di riguardo nei confronti di Stalin, trasformatosi in alleato, estendendolo anche all’area liberale. Paradossalmente in tempo di guerra e subito dopo verranno pubblicate in Inghilterra, senza problemi di censura, pesanti pamphlet antigovernativi o pacifisti e troveranno contrarietà quelle in odore di antisovietismo, che verranno giudicate anche dai conservatori inopportune. Fra queste “La fattoria degli animali” che Orwell accompagnò con una prefazione sulla libertà di stampa per denunciare questo clima di ipocrita ossequio e falsità.

Una forma del passato: lo stalinismo

Orwell anche nella sua ultima fatica “1984” non fece un gran servizio a Stalin che si può facilmente identificare col dittatore del romanzo, il Grande Fratello. Tuttavia l’obiettivo dello scrittore inglese, nel saggio da noi preso in considerazione, non è il culto della personalità e quindi apostrofare chiunque si erga a guida suprema; quanto stigmatizzare la schizofrenia del “nazionalista” che riesce a crearsi un mondo parallelo a quello reale dove tutto è possibile e le azioni non sono soggette alle regole e ai principi che egli stesso, al contrario, accetta nel mondo reale.
La responsabilità di tale deviazione Orwell la fa ricadere, non a torto, sulla classe intellettuale. Quella inglese viene definita nella prefazione alla Fattoria degli animali “impavida” e “disonesta”, aggiungendo che nel suo paese “sono i liberali che temono la libertà e gli intellettuali che vogliono infamare il pensiero” .

Certo lo stalinismo fu un fenomeno che travalicava i confini dei singoli paesi e l’Italia non ne fu immune. Tutt’altro. Il caso della rivista Il politecnico, diretta da Elio Vittorini, che non voleva suonare il piffero della rivoluzione o le vicende e l’opera di Ignazio Silone, emarginato ed ostracizzato da subito nella sinistra italiana, ne sono solo due esempi per antitesi. Non erano tollerate voci comuniste dissonanti, di chi credeva negli ideali socialisti, ma continuava a pensare con la propria testa. Gli altri, gli “anticomunisti” non facevano paura perché non minavano il castello delle illusioni, anzi lo rafforzavano e gli davano vigore assediandolo.

Il momento culmine di tale deriva “nazionalista” è la reazione alla morte di Stalin nel 1953. Tutto un popolo, che non ha confini geografici e finanche di partito, si sente orfano della propria illusione. Si stenta a credere oggi che in quel popolo ci potessero essere intellettuali del calibro di un Concetto Marchesi o due futuri presidenti della repubblica: Pertini e Saragat. Quest’ultimo disse del padre-padrone dell’Urss: “ è una figura gigantesca che scompare dalla scena del mondo”. A questi ultimi Orwell aveva già concesso le attenuanti affermando che il “nazionalismo” può essere “intermittente” e “limitato” nel tempo e comunque “abbracciato in perfetta buona fede”.
Bisognerà aspettare il rapporto Chrusciov al XX Congresso del PCUS, quando cominceranno ad essere resi pubblici gli orrori del defunto leader, perché molti inizino a guarire dalla morsa dello stalinismo. A cinquant’anni di distanza, ancora oggi in Italia in alcune sedi locali di partiti comunisti parlamentari si può vedere l’effige del “padre dei popoli”. Visitando una di queste sezioni il leader di Rifondazione Comunista ha invitato i militanti a rimuoverla facendo appello senza attenuanti ai crimini di cui questi si è macchiato. Quanto mai opportuno il suggerimento, si direbbe, e ciò non di meno, questi ed altri reperti “nazionalisti” potrebbero rimanere al loro posto a testimonianza di una speranza manipolata da chi ha voluto negare la verità alle masse in nome di una presunta superiorità civile e “politica” delle classi dirigenti.

La forma più attuale: l’americanismo

Lo stalinismo appartiene al passato ma non il “nazionalismo” che lo ha pervaso ed è straordinaria la possibilità, leggendo oggi il saggio di Orwell, di immediato riscontro e richiamo a quello che sembra il nazionalismo più in voga al momento: l’americanismo.
L’americanismo ha la caratteristica accentuata di essere una malattia che prospera e si alimenta di un’altra malattia[3], vera o presunta: quella dell’antiamericanismo. Anzi ha estremo bisogno di quest’ultima e pur di sopravvivere è capace di deformare completamente la portata della sua rivale e di appiopparla, diagnosticarla a chiunque presenti sintomi di pensiero autonomo e non manipolabile.
L’americanismo non nasce dopo l’undici settembre. Anche se dopo questa data si arricchisce di sentimenti, quali l’orrore e la pietà, che lo caricano di un’emotività mai avuta in precedenza (neanche durante la guerra fredda) e lo lanciano alla conquista, con tutti i mezzi, del consenso delle masse. Per molto tempo dopo l’attentato alle “Twin Towers” è stato difficilissimo negli Stati Uniti, ma anche altrove, in Occidente manifestare dissenso nei confronti della politica americana; chi lo faceva veniva accusato di schierarsi di fatto con i terroristi. L’America si è trasformata per qualche tempo in una sorta di icona delle più alte espressioni di civiltà e libertà raggiunte dall’uomo. La critica alla sua politica non era più paradossalmente espressione di libertà ma un’insolenza, una bestemmia.

Non sfugge l’analogia del clima politico di questo periodo con quello sopraccitato vissuto da Orwell, in cui l’oggetto di venerazione era l’Unione Sovietica di Stalin che aveva subito l’invasione hitleriana e aveva pagato un tributo di venti milioni di morti per liberarsi dall’occupante e dare un contributo decisivo alla caduta del nazismo.
Alla fine del 2001, la guerra in Afghanistan ha rappresentato la valvola di sfogo di questa ondata “nazionalista” ed ha trovato ben poca resistenza. La guerra contro l’Iraq invece, perché priva di qualsiasi immediato o diretto legame con l’undici settembre, ha trovato enormi resistenze nell’opinione pubblica mondiale e l’americanismo-malattia si è manifestato in forme estreme.

A svolgere il ruolo di untori della malattia ci hanno pensato i media. Pur essendo facilmente percepibile e dimostrabile che le ragioni della guerra erano altre da quelle dichiarate, giornali e televisione hanno generalmente voluto mantenere uno stato di incertezza nel loro pubblico e la sensazione di una partita aperta fra due parti, egualmente chiamate in causa a dividersi al 50 % le responsabilità del conflitto. Orwell descrive molto bene gli effetti di questa disonestà intrinseca dell’informazione: “ poiché niente viene quasi mai provato o smentito, la cosa più lampante può essere impunemente negata” (Nel nostro caso gli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti nel paese, scelto come bersaglio). Privi degli strumenti di difesa non è difficile rimanere vittime delle febbri “nazionaliste”: “non c’è limite – afferma Orwell – al numero di idiozie che si riesce ad ingoiare”.
Il periodo precedente allo scoppio della guerra ha rivelato un aspetto ancora più inquietante del morbo. Molti posti di fronte all’evidenza, hanno ammesso la non legittimità e ragionevolezza della guerra; tuttavia hanno argomentato che non bisognava opporvisi. Davanti alla risolutezza del governo americano – ha affermato il nostro capo del governo – era consigliabile recedere da posizioni di irritante opposizione. Come dire: “tutti i morti son morti: è vero; tutte le guerre sono sporche: è vero; ma una differenza ci deve pur essere”. E la differenza per il nazionalista inguaribile c’è e sta non nella motivazione, ma in chi le guerre le vuole e le fa. Orwell ce lo ripete:“non v’è delitto che possa essere perdonato, quando a commetterlo è la nostra fazione… . Anche se il crimine è privo di qualsiasi giustificazione, tuttavia non si riesce a sentire che è veramente iniquo. Quando si tratta di lealtà ad un’idea, anche la pietà viene meno”.

Prospettive e antidoto

Difficile fare previsioni sulla resistenza di quest’ultima forma di “nazionalismo”. Certo è che se dovessimo fare l’eguaglianza: potenza degli Stati Uniti = americanismo, dovremmo rassegnarci ad attese di cui è difficile scorgere la fine (“Il lungo secolo americano” è qualcosa di più di una teoria, è una strategia pianificatrice pensata, giustificata e messa in atto senza inibizioni). Tuttavia la fine dello stalinismo, che non è assolutamente coincisa con la fine della potenza dell’Unione Sovietica[4], dimostra che la malattia prescinde dalla rilevanza politica e sociale dell’unità di riferimento e che la malattia può essere vinta attraverso un processo di “smascheramento”. Denunciando, prima di tutto a se se stessi, le menzogne e i crimini celati dalla sindrome, senza per questo dover rinunciare alla passione civile e politica. Si può continuare ad essere dei convinti estimatori dell’America senza essere ammalati di americanismo. Non si tratta di inibire tendenze o preferenze ideologiche. Quanto di saperle riconoscerle e misurarle sempre con la realtà dei fatti per impedire che esse inficino ogni nostra azione o idea. Questo l’antidoto proposto nel saggio. Quello che Orwell chiama impegno morale e che lui provò a non disgiungere mai dalla sua attività di scrittore ed intellettuale.

Agosto, 2003

Giuseppe Iannello

[1] Di recente ripubblicato in italiano nella raccolta di saggi: G. Orwell Nel ventre della balena Tascabili Bompiani, 2002. Da segnalare nella stessa raccolta, per la lungimiranza di alcune osservazioni di carattere geo-strategico, lo scritto Verso l’unità europea (1947)

[2] Una forma di nazionalismo molto vicino al comunismo di allora, Orwell ritiene quella del cattolicesimo politico così come si era manifestato in Inghilterra fino a dieci anni prima. Orwell pone ad esempio paradigmatico di questa tendenza la figura e l’opera dello scrittore inglese G. K. Chesterton (1874-1936) che sacrificò sull’altare della fede “nazionalista” il suo talento e i suoi principi: “ogni libro che scrisse [negli ultimi venti anni della sua vita], ogni paragrafo, ogni frase, ogni avvenimento di storia, ogni frammento di dialogo, doveva dimostrare senza possibilità di errore la superiorità del cattolico sul protestante o pagano”, innestando anche un processo di idealizzazione di nazioni quali la Francia e l’Italia. Lui, contrario all’imperialismo del suo paese e fautore delle libertà democratiche in patria, tacque sulla politica coloniale dei due paesi latini e manifestò ammirazione per Mussolini.

[3] Un meccanismo analogo lo ritroviamo nel “nazionalismo” israeliano. Esso negando qualsiasi tipo di responsabilità storica e politica nel conflitto medio orientale attribuisce sempre all’antisemitismo ogni forma di ostilità nei suoi confronti, anche quella semplicemente verbale. L’antisemitismo diventa essenziale alla sua sopravvivenza perché ha il potere di trasformare l’aggredito in aggressore e l’aggressore in vittima.

[4] Se pur non indolore, la destalinizzazione coincise nell’Unione Sovietica con l’avvio di nuove e creative dinamiche sociali ed economiche all’interno, e all’estero con un ruolo da grande potenza che non si limitò più alla difesa dei propri interessi. La competizione con gli Stati Uniti diventò il propellente della sua politica. L’obiettivo: dimostrare la vitalità e la superiorità del proprio modello di sviluppo su quello delle nazioni cosiddette capitaliste. L’arrivo al potere di Breznev segnerà l’inizio della fine di questa fase di “disgelo” e di sviluppo delle potenzialità del paese e si opterà per una gestione del potere conservativa che aprirà la strada alla “stagnazione”.

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