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Dall'ultimo libro di Giulietto Chiesa traiamo un brano di un’intervista che Zbignew Brzezinskj, già consigliere per la Sicurezza nazionale del presidente Carter, ha rilasciato nel 1998 a proposito dell’intervento sovietico in Afghanistan. Semplicemente stupefacente. L’intervento fu fortemente indotto, quasi voluto dagli americani, per trascinare i russi in una guerra logorante e asfissiante, perché anche loro avessero il loro Vietnam. E gli afgani? Si può mai pensare che non si siano tenute in considerazione le conseguenze che questo avrebbe avuto sulla popolazione, che non si sia voluto pensare alle distruzioni e alle milioni di vittime potenziali, così come poi è stato? Sì, si può! Gli afgani sono stati considerati solo alla stregua di pedine da sacrificare in nome della lotta all’Impero del Male.
Ciò nulla toglie all’ ignominia dell’invasione sovietica, ma certamente ne redistribuisce le responsabilità e fa tragicamente riflettere. Fa pensare a quello a cui mai vorremmo pensare, alla possibilità che si possano progettare e mettere in atto piani così sprezzanti della vita umana, della vita di interi popoli. Piani che la nostra mente attribuirebbe solo al Male puro e a menti da esso offuscate e che invece possono nascere nelle stanze di governi democratici, in nome di una superiore ragion di stato o di un ordine mondiale voluto dalla nazione più forte e/o da una lobby transnazionale.
Oggi gli Stati Uniti hanno posto solide basi militari in zone strategiche del pianeta prima a loro negate. I talebani, ex alleati, sono stati fatti fuori. Adempiuto al loro compito di pacieri sanguinari dopo la cacciata dei russi e anni di guerre interne, non garantivano più gli interessi americani, anzi remavano contro. L’Impero a stelle e strisce non poteva tollerare e non tollererà più: l’Afghanistan è solo l’inizio, ci ricordano con assillo da Washington.
Le tecniche usate dagli Stati Uniti per costruire il loro Impero del bene sembrano far impallidire per spregiudicatezza e sfacciataggine quelle usate, illo tempore, da Stalin e compagni per costruire l’Unione sovietica e il suo “luminoso futuro”. E, pur tuttavia, non dobbiamo dimenticare che ancora oggi “nel suo piccolo” anche la Russia è invischiata in una guerra sporca in Cecenia, che sicuramente né Eltsin né Putin, a ridosso delle loro passate campagne elettorali e presidenziali, hanno voluto evitare. Il nemico è sempre stato un buon amico per raccogliere voti.

Giuseppe Iannello

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