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ALËŠA POPOVIČ

Dalla grande città di Rostov partirono un giorno, come due splendenti falchi, partirono due possenti bogatyri e cavalcarono per l'aperta ampia steppa. Il primo aveva nome Alëša, ma poiché era il figlio del vecchio pope Leontij della cattedrale di Rostov, tutti lo chiamavano Alëša Popovič. L'altro era il suo giovane amico Ekim Ivanovič.

Cavalcavano i bogatyri spalla a spalla, staffa contro staffa. Cavalcarono per l'aperta ampia steppa finché giunsero in un luogo dove tre ampie strade si diramavano e tra quelle strade si levava una grossa pietra iscritta.

- Ehi, tu, fratello Ekim Ivanovič, tu che sei esperto di lettere! - disse Alëša. - Guarda l'iscrizione sulla pietra, guarda e dimmi quel che vi sta scritto.

E balzò Ekim giù dal bravo cavallo e studiò l'iscrizione sulla pietra. - Dice solo che la prima strada conduce a Murom, la seconda a Černigov, la terza alla grande città di Kiev, dove risiede il gran principe Vladimir, piccolo sole.

- Meglio sarà per noi, allora, andare nella grande città di Kiev, dove risiede il grab principe Vladimir, piccolo sole - concluse il giovane Alëša.

Si accamparono lunga la strada, nei pressi del fiume Safat, e là rizzarono le tende. Il mattino successivo si destò Alëša assai presto, di buon mattino, si rivolse verso oriente e pregò Iddio. Mentre sellavano i bravi cavalli, pronti per partire, a loro si appressò un pellegrino.

- Ehi, voi prodi e bravi giovani! - chiamò. - Vengo or ora dall'aperta ampia steppa, dove ho appena incontrato Tugarin, il figlio del serpente! È alto ben più di un uomo, ha spalle larghe e poderose, il suo cavallo è come una belva feroce e dalla sua bocca divampano fiamme!

- Presto, viandante! - esclamò Alëša. - Dammi i tuoi abiti, e scambiali con i miei!

E Alëša si rivestì così degli abiti del viandante. Si mise il suo ricco mantello, il berretto greco sul capo, prese il suo lungo bastone da viaggio, solido e pesante. Quindi si pose di traverso sul fiume Safat, in attesa che Tugarin si mostrasse.

Tugarin comparve presto nell'aperta ampia steppa. La sua cintola aveva il diametro di una quercia, gli occhi gli distavano l'uno dall'altro un tiro di freccia, le orecchie erano lunghe due buoni palmi. Non appena vide da lontano la figura di Alëša, Tugarin emise un grido così forte che l'intero querceto ne tremò.

- Ehi tu, viandante! Hai visto per caso dei bogatyri russi, qua intorno? Con la lancia li infilzerò, li infilzerò con la lancia e nel fuoco li brucerò!

Rispose allora Alëša: - Ehi, Tugarin Zmeevič, figlio del serpente! Non sento quello che dici, fatti più vicino!

E s'appressò Tugarin Zmeevič, e Alëša lo colpì col bastone da viaggio, con tanta forza che gli sfondò il cranio. Piombò Tugarin sull'umida terra. Gli balzò Alëša sul nero petto e trasse il coltello.

- Ehi tu, viandante pellegrino! Ti riconosco adesso, sei il valente Alëša Popovič della grande città di Rostov! - esclamò Tugarin. - Non uccidermi, ti supplico. Anzi, affratelliamoci, io e te!

Alëša non prestò fede al nemico e gli mozzò il capo impetuoso.

E restituiti gli abiti al viandante e indossati di nuovo i suoi, Alëša Popovič ripartì per la grande città di Kiev, seguito dal fedele Ekim Ivanovič.

E giunti alla grande città di Kiev, legarono nel cortile i bravi destrieri ed entrarono nel salone del gran principe. S'inchinarono alle immagini sacre, alle quattro direzioni, e quindi al gran principe Vladimir e alla principessa Apraksija.

- O voi, robusti bravi giovani! - disse il gran principe. - Dite con quale nome vi chiamano. Secondo il nome vi sarà dato un posto, secondo i vostri padri vi si darà il benvenuto!

- Io sono chiamato Alëša Popovič. Sono il figlio del vecchio pope della cattedrale della grande città di Rostov.

- Benvenuto, allora, giovane Alëša! Per via di suo padre siedi nel posto migliore, nella panca di quercia davanti a me.

Ma Alëša preferì sedere in cima alla stufa, posto riservato ai mendicanti, da dove era possibile vedere tutto il salone senza doversi piegare all'etichetta.

Durante la cena si spalancarono le porte e la sagoma di un gigante irruppe nella sala. Alëša rimase stupito nel riconoscere Tugarin Zmeevič, il figlio del serpente, a cui lui stesso, non era trascorso nemmeno un giorno, aveva mozzato il capo impetuoso.

Tugarin sedette tra il gran principe Vladimir e la principessa Apraksija, e subito gli accorti cuochi gli portarono cibi prelibati e dolci bevande. Ma Tugarin non era certo raffinato: divorava pagnotte intere con un boccone e beveva coppe intere di birra. Nel frattempo, non trascurava di allungare le mani sulla principessa, di stringerla a sé e di baciarla sulle dolci labbra.

- O tu, grazioso gran principe Vladimir! - esclamò Alëša dall'alto della stufa. - Che razza di maleducato è entrato qui? Rozzamente siede alla tavola principesca. Alla principessa, il cane, mette le mani addosso, la bacia sulle dolci labbra. Di te, gran principe, si fa beffe!

Tugarin si impadronì di un arrosto, inghiottendolo intero, e Alëša non poté fare a meno di commentare: - Mio padre, il pope Leontij, aveva un cane che è morto soffocato da un osso. Spero che a Tugarin capiti lo stesso! - Poi, quando Tugarin bevve un intero secchio di birra: - Mio padre, il pope Leontij, aveva una vacca che è scoppiata per aver trangugiato un tino di birra. Spero che a Tugarin capiti lo stesso!

Tugarin allora lanciò contro Alëša un coltello affilato. Tuttavia mancò il bersaglio ed Ekim s'impadronì del coltello. - Glielo vuoi rilanciare tu, o Alëša, o lo farò io?

- Nessuno dei due, caro Ekim. Domani me la vedrò con Tugarin, un'altra volta, domani, nell'aperta ampia steppa mi batterò con lui per una grande posta. Non per cento grivne, non per mille, ma per il mio capo impetuoso!

Tugarin si alzò e uscì. Il suo cavallo aveva grandi ali artificiali, ritagliati nella carta, e quando Tugarin vi balzò in groppa, quello si levò in volo sotto il cielo.

Poi Alëša ed Ekim balzarono in groppa ai loro cavalli e cavalcarono nell'aperta ampia steppa. Quella sera, mentre riposavano nelle bianche tende, non dormì Alëša, ma pregava Dio dicendo: - Ti prego, o Signore, crea una tremenda nube, una nube con rovesci di pioggia!

Il giorno dopo, recatosi al luogo convenuto, vide Tugarin arrivare volando sotto il cielo, in groppa al suo cavallo: le grandi ali di carta erano spiegate. In quel momento Dio mandò l'acquazzone per il quale Alëša aveva pregato tutta la notte. Con le ali inzuppate e incapace di volare, il cavallo di Tugarin dovette scendere a terra.

Allora Alëša sguainò la spada e partì al galoppo.

Nel vederlo arrivare, si fece nero, Tugarin, come notte d'autunno. - O tu, giovane Alëša Popovič! Vuoi forse che ti bruci col fuoco? Col cavallo vuoi che ti calpesti? Oppure vuoi che t'infilzi con la lancia?

E gridò Alëša: - O tu, Tugarin Zmeevič, figlio del serpente! Non hai più una grande forza ora contro di me, non è vero, forse?

Vomitando fiamme, Tugarin incitò il cavallo al fine di schiacciare l'avversario. Ma quando i due destrieri furono vicini, Alëša si gettò sul fianco dell'animale, cosicché la sciabola del mostruoso predone non trovò la sua testa là dove si era avventata. Alëša non perse la sua occasione. Un attimo dopo balzò di nuovo in sella, mosse la sua sciabola d'acciaio ed a Tugarin mozzò il capo impetuoso. E crollò, la testa di Tugarin, sull'umida terra, come pentola di birra.

Questa volta Alëša fu più accorto. Non lasciò la testa lì dov'era caduta. La raccolse, e giunto nella grande città di Kiev, la gettò nel bel mezzo del cortile. Il gran principe Vladimir, piccolo sole, fece entrare Alëša nel salone e lo mise a sedere sulle tavole imbandite.

- O tu, Alëša Popovič il giovane! Mi hai procurato un'ora luminosa! Ti sia grato vivere a Kiev, servendo me, il principe Vladimir, ti darò tutti i doni che vuoi!

E da quel giorno Alëša Popovič entrò nel numero dei bogatyri del gran principe di Kiev.

 

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