di Aliona Andreyeva, (traduzione di Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)


Articolo disponibile anche nell'originale versione in russo.

Chi ci salverà da noi stessi nell’epoca del consumismo, se non proprio noi medesimi? Chi ci ricorderà che è possibile rimanere stupiti non solo davanti ad uno schermo televisivo, ma anche uscendo di casa, dalla città, dal paese? Che il mondo è enorme e multiforme e che oltre alle “cinque stelle” internazionali, assolutamente identiche in ogni paese, esiste anche un altro tipo di hotel, di albergo, dalla parola “ospite” ( in russo “gostiniza” è albergo e “gost’” ospite )…

La notizia che in Sicilia avrei dovuto pernottare nell’albergo “Atelier sul Mare” non mi ha particolarmente entusiasmata. Infreddolita e assonnata ho guardato con aria indifferente quella chiave dalla strana forma, le pareti ed il soffitto tappezzati con carta di giornale, pietre dorate poste lungo il muro. Non avevo nemmeno la forza di leggere le prolisse iscrizioni in versi sulle pareti dell’ascensore.

Ho percorso a lungo tortuosi corridoi imbattendomi inaspettatamente in porte multiformi e multicolori. Una di queste porte era tridimensionale e spiccava dalla parete a mo’ di angolo; un’altra, di un colore azzurro cupo, l’aprii con la chiave.

Gran parte della stanza era occupata da un “nido”. Dopo aver girato intorno al “monumento”, circondato da una parete irregolare di uno spesso guscio in cemento, afflosciatami, mi misi ai margini seduta, a guardare la fluida irregolarità di quel materasso ovale con i bordi rialzati e la coperta bianca con le relative piume.”E’ il letto”, - decisi, siccome più che coricarsi non c’era altro da fare. La stanza era quasi vuota: un usuale tavolino con sgabello, il guardaroba – un incavo nella parete con tre appendiabiti dotati di ganci. Il pavimento giallo di ottone, le pareti bianche; porte a vetro si aprivano sul balcone.

Stesa nel nido sotto due coperte guardavo il soffitto, al suono di onde invisibili nell’oscurità. Si sentiva il respiro umido del mare anche dal terzo piano. Sembrava che al di là di quelle pareti di altezza diversa fossi sola al mondo. L’universo si contraeva fino alle dimensioni del nido.

Il mattino mi riserbò una sorpresa: la stanza da bagno aveva la porta a vetri, trasparente. L’acqua scorreva dall’alto, da un’enorme tinozza con i buchi, somigliante ad una mangiatoia per uccelli. Uno specchio angoloso riprendeva la forma di un guscio rotto.

In questo albergo non c’erano televisori con molti canali, condizionatori, bagni con idromassaggio e asciugacapelli alle pareti. Nelle stanze c’era il mobilio strettamente necessario. Mancava perfino il tradizionale bar. Le bevande erano servite nello scantinato, che a giudicare dall’insieme, era un tempo un garage. Il bar era vicino ad un tornio da vasaio e ad un tavolo ingombro di colori. Appesi alle pareti c’erano i più svariati piatti – essenzialmente con motivi astratti. In alcuni mi è sembrato di riconoscere dei gatti, in altri balenava una silhouette femminile in posa romantica, ancora un altro piatto ricordava disegni rupestri, nel centro di un altro si gonfiava una macchia viva di colore di uno spesso strato di smalto. Al primo piano non c’erano boutique sciccose, al posto delle quali giacevano sul pavimento enormi macigni tondeggianti mentre le pareti erano tappezzate di ritagli di giornali con i racconti sull’albergo- museo Atelier sul mare.

Nell’albergo ci sono 40 stanze in tutto, che si dividono in “standardizzate” e “artistiche”. Queste ultime sono solo 14, ma gradualmente diventano di più. Alcune di esse vengono restaurate prima che arrivi l’estate, le altre si possono visitare.

Nella stanza “terra e fuoco” il pavimento, le pareti e il soffitto sono ottenute con lastre piastrellate marroni curvo- concave e asimmetriche. In una enorme finestra doppia a tutta parete, le ante si aprono come un libro antico. Il letto di fronte alla finestra è come se pendesse nell’aria. In un angolo una sedia di acciaio, il cui schienale ipertrofico incurvandosi in modo bizzarro, sembra fuggire nell’infinito. Vicino al libro antico semiaperto un movimentato ed immobile paesaggio marino roccioso.

Nella stanza “mare negato” le pareti, sono ricavate da antiche porte di legno, che sembrano tutte uguali. Stando all’interno, si può abbastanza a lungo scuoterle una dopo l’altra, nel tentativo di capire come uscire, e imbattendosi invece nella porta del bagno, del balcone, di nessun luogo…Il letto è dotato di rotelle e può stare in qualsiasi parte della stanza. E’ questa l’unica camera col televisore, anzi, con sei televisori, che mostrano ininterrottamente lo stesso film- la risacca marina. Il mare è autentico, dietro la porta che conduce sul balcone, ma bisogna ancora trovarla!

Interessante la stanza “sogni tra segni”, nella quale la coperta del letto, una parete ed il soffitto rappresentano un lungo rotolo ricoperto di segni poco comprensibili di codici di scrittura: dai più antichi disegni rupestri a zeri e unità del computer,e incomprensibili segni del futuro. Rosso e nero su fondo bianco.

La stanza da bagno è semplicemente un capolavoro. Ruoti un rubinetto storto e dal lavabo, un frammento di roccia, l’acqua scorre come una cascata, e lo scarico, un’altra cascata, accompagna l’acqua nella cabina della doccia. La doccia- ancora una cascata. Le pareti sono ricoperte da scene di caccia primitiva.

Un’altra insolita stanza si chiama “ Trinacria” ( un antico simbolo della Sicilia, che ripete la forma triangolare dell’isola ). La porta tridimensionale triangolare con l’angolo d’ingresso a spinta si apre all’interno, svelando un passaggio. Un triangolo storto e rosso sbarra la stanza nel posto più inatteso: è l’enorme triangolo del letto. L’ombra gettata come un triangolo rosso rappresenta nel centro del letto il vulcano Etna che arde. Tutti i colori delle pareti, del soffitto e i dettagli richiamano per associazione il vulcano: il rosso – la lava rovente, il grigio – la lava raffreddata, il nero – la lava solidificata. La chiave per la porta, triangolare, gira con uno scricchiolio nel buco della serratura, anch’essa triangolare.

Nella stanza dalle pareti rotondeggianti e nere – “la torre di Sigismondo” – c’è un letto bianco e circolare del diametro di tre metri che praticamente occupa tutto lo spazio a disposizione. Il soffitto si apre in un quadrato a vista sulle stelle,dal movimento delle quali si evince che il letto ruota lentamente intorno al suo stesso asse. Guardando il cielo notturno nell’oscurità, si percepisce sé stessi come il “mare che contempla le stelle”.

La stanza del profeta, destinata a dare il tributo del rispetto all’esimio poeta, regista, narratore, drammaturgo e teorico Pierpaolo Pasolini, si può forse definire la più singolare del museo, così piena com’è di allusioni, sensi nascosti e significati misteriosi , la maggior parte dei quali sfugge se non si è preparati.

La porta della stanza si apre spingendola in avanti. Un lungo corridoio oscuro conduce in una minuscola anticamera con gli specchi, in cui ti vedi da tutti i lati. L’ingresso, irregolare come in una grotta, è di un marrone piuttosto scuro, con un’unica iscrizione in arabo lungo le pareti, citazione dal poema di Pasolini “Alla mia nazione”. Chi ha visto il film del regista “Il fiore delle mille e una notte” non si stupirà per l’interno di stile yemenita in argilla. Sottili fessure nelle pareti emanano una pallida luce. La stanza soffoca. E all’improvviso l’apertura di una enorme finestra a tutta parete, davanti alla quale c’è il mare con le scogliere, ricordo di Pasolini- il regista.

Il bagno richiama alla mente un autolavaggio. Pezzi di tubi metallici con fori dai quali sgorga o zampilla l’acqua. Sul soffitto- un’enorme turbina- ventilatore, affinché sia possibile lavare non solo il corpo con l’acqua, ma anche l’anima con l’aria fresca.

Tutto questo sembra incredibile, se non si conosce la storia della morte di Paolo Pasolini . L’omicida, dopo aver investito il poeta, portò l’auto in un lavaggio, per far sparire le tracce di sangue.

C’è anche una stanza comune, non artistica, una stanza con…un albero che cresce al capezzale del letto!

Dopo aver girato per corridoi tortuosi e aver visitato le stanze, la mia personale percezione della realtà - “Mi trovo in un albergo in Sicilia” - cominciò a fluttuare come gli orologi molli di Salvador Dalì . Questo non era un albergo ma nemmeno un museo: era il “Posto”, un luogo dal quale non volevo andarmene, che richiamava in me una vasta gamma di emozioni, dimenticate e inattese, vaghe ma nitide, indescrivibili e desiderabili.

Risultava che tale posto aveva una storia legata al nome di Antonio Presti, proprietario di una compagnia che produce cemento e calcestruzzo. Proprio lui ebbe l’idea e condusse la realizzazione dell’unico albergo- museo di arte contemporanea esistente al mondo. Presti è partito dalla considerazione che la tradizionale visita di un museo, durante la quale una persona nel migliore dei casi si ferma davanti ad un’opera mezzo minuto e una volta arrivato alla fine già ricorda a fatica quello che ha visto, non è sufficiente per comprendere ed accogliere interiormente l’arte contemporanea. Se invece proviamo “di gusto”, a vivere in una produzione artistica, a guardarla dal di dentro, annusarla, palparla, allora l’effetto sarà considerevolmente più intenso. Questa idea era innovativa ed insolita.

“L’eccentrico mecenate di tendenza positiva”, come viene definito dalla stampa, è in generale un grande ammiratore dell’arte, in particolare di quella contemporanea, e lui stesso possiede una vasta collezione. Antonio Presti già da molti anni presenta una serie di iniziative che vengono realizzate da lui e dai suoi collaboratori.; non c’è preoccupazione alcuna per l’accusa di “utopia”, della quale Presti da’ la seguente definizione: “Utopia – non è quello che è impossibile mettere in pratica nella vita, ma piuttosto tutto ciò la cui realizzazione è ostacolata dal sistema esistente.”

Uomo di cultura poliedrica e patriota della propria isola, Antonio Presti non cerca il guadagno facile, non ha fini di lucro, al contrario investe e da’ senza pretendere niente in cambio. Semplicemente ritiene che “la bellezza, l’arte e la cultura siano beni di prima necessità, destinati al pubblico e ai suoi bisogni; che debbano sempre essere pregni di un profondo senso etico. Solo così potranno attivamente avere la capacità di un cambiamento nella vita reale”.

Tutto ebbe inizio nel 1983, quando dopo la morte del padre Presti abbandonò gli studi universitari e fece ritorno a casa per proseguire gli affari. Forse proprio le riflessioni sulla vita e sulla morte, su ciò che ‘ importante e ciò che è marginale, confluirono nell’idea del “museo a cielo aperto” – Fiumara d’Arte, situata lungo il fiume Fiumara, “Sciumara” in dialetto siciliano. “Ho trovato il mio equilibrio, la mia pace, solo col progetto di Fiumara. Se non terminerò questo lavoro, chi verrà dopo di me lo farà” – disse Presti.

Se si arriva dal mare per la tortuosa strada lungo il fiume, allora inaspettatamente da dietro una curva appare una scultura astratta nera e bianca, che vagamente ricorda delle mani giunte. E’ questa una creazione di Pietro Consagra che si chiama “ la materia qui può non esserci” ed è dedicata alla memoria del padre di Antonio Presti – Angelo Presti.. Dopo troviamo “una curva gettata alle spalle del tempo”, di Paolo Schiavocampo, che può sembrare l’estremità della freccia del tempo, diretta attraverso un’inimmaginabile sinusoide dal passato al futuro. Zigzagando, la strada conduce al “labirinto di Arianna” con il portone rosa, attraverso il quale puoi nascere per la seconda volta, lasciando la conchiglia del labirinto, e dopo altre creazioni monumentali ti conduce alla “finestra nell’infinito”, per contemplare quietamente il tramonto sul mare.

In mezzo agli oggetti esposti del museo a cielo aperto – “la stanza di Barca d’oro” dello scultore giapponese Nagasawa. Una grotta con una barca d’oro rovesciata puntellata al soffitto, si trova sotto terra ed è sigillata. La stanza era stata pensata così fin dall’inizio. Nagasawa ritiene che anche senza sapere cosa c’è sotto alle proprie gambe, una persona che si trovi in questo posto deve avvertire qualcosa.

Ero a conoscenza della barca d’oro, pertanto non ho potuto avere conferma della veridicità di quanto affermato da Nagasawa, ma non è questo l’importante. Quello che conta è che Fiumara vive di vita propria sotto il cielo della Sicilia.

Certamente non ho abbandonato tutto e non sono rimasta a Castel di Tusa; sono tornata nella giungla asfaltata e conduco la mia “normale vita” di sempre. E poi, forse tutto questo e' stato soltanto un mattutino gioco d'immaginazione di una donna innamorata del mare. Comunque, so dove andare per inspirarmi e come scappare dalla " routine della vita": nell'utopia funzionante di Antonio Presti.

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