Abbiamo preso un volo alle 6 del mattino da Vienna per Bucarest e dopo circa due ore di volo atterriamo a Otopeni, l’aeroporto della capitale Rumena. Siamo un piccolo gruppo di turisti tedeschi (io compreso) e dobbiamo raggiungere il Delta del Danubio. E’ agosto e fa un caldo infernale.

Ancora due ore di viaggio più la differenza di fuso orario e arriviamo in pratica nel primo pomeriggio in Romania.

All’uscita dell’aeroporto ci aspetta la nostra guida rumena, una bionda transilvana, che ci indica col suo tedesco strascicato un angolo dell’aerostazione dove raccoglierci tutti, visto che aspettiamo altri che provengono dalla Germania con voli diversi. Poi potremo prendere l’autobus che ci porterà a destino. E sì, perché siamo proprio diretti alle foci del grande fiume europeo per poter ripercorrere all’inverso un pezzo della famosa Via dai Variaghi ai Greci come essa è descritta nelle Cronache Russe.

La compagnia è formata in gran parte da anziani ed ha solo due giovani, una ragazza di circa 24 anni di Monaco e un bimbo di 6 anni di Stoccarda. Il resto del gruppo siamo tutti ben stagionati e addirittura c’è qualcuno che non riesce nemmeno a camminare, malgrado abbia il bastone, e deve essere accompagnato.

La mia curiosità comincia a risvegliarsi e quindi devo fare conoscenza con i miei compagni di viaggio. Così chiedo le solite cose: Da dove venite? Perché fate questo viaggio? E’ la prima volta? Com’era il tempo in Germania? E altre domande simili. I tedeschi, sempre guardinghi a parlare con chi sembra straniero, ma parla la loro lingua senza esitazioni, mi chiedono a loro volta come mai mi trovo in una compagnia tedesca invece che italiana, forse che in Italia non se ne organizzano di questi viaggi? Ho pronta la mia spiegazione e così la conversazione comincia ad allargarsi. Ma non c’è più tempo. Ci viene detto che l’autobus è pronto a partire e che quindi è bene affrettarsi ad occupare i posti rispettivi.

TulceaUna volta a bordo la guida ci informa che la nostra meta è Tulcea. Qui la nave ci aspetta! Occorrono comunque circa cinque ore di viaggio perché le strade sono strette e non molto buone, ma, in compenso il paesaggio che vedrò è sicuramente di grande interesse per me che amo guardare l’ambiente per poi immaginarmi come vive la gente fra quelle piante e quei fiumi, in quel clima e con quelle condizioni economiche.

Naturalmente le prime ore, dopo la levataccia del mattino, passano sonnecchiando anche se la brava guida cerca di illustrarci col suo microfono come è la Romania e che cosa si sta facendo per portarla in Europa. Mi domando: ma lei che ne sa esattamente? Non è più una guida dell’organizzazione statale turistica ed è stata impiegata, come ci dice lei stessa, per accompagnarci benché non sia questo il suo lavoro perché studia all’università.

Intanto casa dopo casa, foresta dopo foresta il paesaggio scorre nel caldo soffocante, malgrado l’aria condizionata. Ogni tanto si fa una sosta per sgranchirci le gambe e per i nostri bisogni personali o per bere qualcosa e per mangiare un panino. E’ piacevole scambiare qualche parola coi rumeni dei ristoranti che ormai non sono più quelli di una volta che cercavano di rifilarti Lei falsi o aumentavano i prezzi non appena ti riconoscevano un turista. C’è un listino ben esposto e si paga quel che si deve col cambio ben fissato da Euro a Lei, senza discutere. E’ proprio quello che piace ai tedeschi, abituati alle cose fatte per bene.

Arriviamo a Tulcea ormai alle otto di sera anche se il sole è ancora alto e le zanzare cominciano a ronzare.

Prendiamo i nostri bagagli e via sulla scaletta della nave per prender possesso delle nostre cabine.

Ed ecco la prima sorpresa. Sulla porta di accesso a bordo c’é una graziosissima ragazza, Ljuda, vestita con l’abito tradizionale coloratissimo del sud della Russia, pardon!, dell’Ucraina che regge un piatto con un grosso pane e una ciotolina col sale. E’ la cerimonia del benvenuto in qualsiasi casa russa chiamato HLEBOSOLJE ossia Pane e Sale in cui viene offerto all’ospite quei due prodotti che nell’antichità erano considerati importanti per la sopravvivenza.

Si comincia dunque bene!

Ci vengono assegnate le nostre cabine e ognuno con le chiavi in mano si avvia per disporre le proprie cose e rinfrescarsi un po’!

Il capogruppo che ci ha atteso finora a bordo è Dieter, un uomo di circa 40 anni, molto cordiale anche se formale che ci dà alcune istruzioni sommarie su come comportarci a bordo e dove è il nostro posto a tavola etc. etc.

A cena comincio a far conoscenza con i commensali capitati con me. Ci sono due signore (entrambe divorziate) di Amburgo, c’è un insegnante di Stoccarda dalla figura allampanata e tutto ben lucidato come si addice ad un professore, c’è poi una coppia di Tubinga molto affabile con la quale subito stabilisco un feeling ironico-amichevole che ci farà stare in allegria per tutto il viaggio.

La cena è buona, almeno per me. I piatti sono più o meno quelli tradizionali della cucina russa “per turisti” a partire dalla zuppa per finire con un dolcetto e il tè.

I tedeschi bevono birra a tutto andare ed anch’io mi aggrego a loro dopo cena e ci ritroviamo tutti nel bar di poppa per il benvenuto da parte del Comandante. Lo champagne è servito, ma siccome siamo in tanti prima di brindare con il capitano uno per uno è ormai diventato caldo e senza più bollicine, ma sono gli inconvenienti soliti…

Domani mattina si parte.

Dopo colazione infatti, la nave è già in navigazione da qualche ora e cominciano le lunghe chiacchierate sul ponte più alto mentre guardiamo le acque della Sulina, un braccio del Danubio, che ci porterà verso il Mar Nero.

Danubio - il deltaIl paesaggio è incantevole e pressoché incontaminato, rare le sono le case lungo le rive e si vede solo qualche barca di pescatori occasionali. La vegetazione è fittissima, ma bassa, e se non fosse per i ragazzi che ci salutano ritti sulle rive, non si vedrebbe nemmeno la spiaggia sabbiosa delle rive del grande fiume!

Come faceva allora Svjatoslav a preferire questa regione invece della sua Kiev appollaiata sulle colline? E come si difendeva dalle zanzare, allora apportatrici non solo di fastidio, ma di choc anafilattici e di malaria? Nelle Cronache Russe si dice che qui si trovasse la famosa Isola Russa dove esistevano città e porti abitati dai kieviani e da altri Slavi come i Tiverzi e gli Ulici. Addirittura c’era un piccolo porto chiamato Piccola Kiev (Kievez) dove si dice che fosse morto combattendo Kii, il fondatore di Kiev! Svjatoslav prima di lasciare Kiev definitivamente aveva detto a sua madre Olga che preferiva questa isola perché qui si stava bene, nella sua Perejaslavez, e si potevano mangiare frutti dolcissimi e bere inebriante vino greco. Arrivava oro e argento e schiavi su questo Delta. Naturalmente i resti di questa città chissà dove sono andati a finire, coperti dalla sabbia che il grande fiume porta con sé fin qui. Dopo mille anni e dopo che il Delta si è ancora più esteso, riuscire a trovare i resti delle città russe è un’impresa difficile. Ci vorrebbe forse una prospezione differenziata con un aereo…

Comunque io ero ora qui e potevo immaginarmi le piccole barche russe che si muovevano lungo i bracci del fiume e i fuochi accesi lungo le rive per indicare la presenza del posto abitato e del molo dove approdare tranquillamente. Di questa stagione poi i Varieghi, ossia gli antichi Rus’, si affrettavano a chiudere i loro conti perché dovevano prendere la via del ritorno verso il nord onde evitare di rimaner bloccati dall’inverno.

Mi venne subito in mente che dovevo tenere qualche conferenza per i miei colleghi tedeschi sull’argomento che mi stava a cuore e così mi rivolsi a Dieter per avere il suo consenso. Per lui andava bene purché non intralciassi i programmi già fissati.

Era il paesaggio che mi ispirava. Riuscivo ad immaginare i Vareghi che viaggiavano in parte sulle navi e in parte a terra con animali o altri oggetti difficilmente trasportabili mentre la costa ucraina ormai si allontanava dalla mia vista. Sapevo che erano pronti a battersi per il bottino raccolto contro i nomadi che pattugliavano la costa e il timore di non fare in tempo ad arrivare a Chersoneso per riuscire a mettersi insieme agli altri nei convogli che risalivano il Dnepr diretti al nord. Doveva certamente metterli sempre più in allarme. In fondo erano abituati: Era il loro lavoro, la loro vita!

Ed ecco in fondo all’orizzonte mentre sul mare il traffico è aumentato, i picchi della Crimea che i Greci chiamavano Tauride. Oggi l’interno è abitato dai Tatari che reclamano un’indipendenza dall’Ucraina dalla loro capitale di Simferopoli. Insieme a loro però ci sono anche altri gruppi allogeni come i Caraiti di fede giudaica oltre ai Russi etc. Guai però ad immaginare i Tatari come tipi somaticamente diversi da noi! Il loro viso e le loro fattezze sono niente altro che quelle medie di tutti gli europei di queste parti e non si trovano occhi “mongolici”!

SebastopoliCome faccio a saperlo? Beh, perché appena sbarcati dopo una sommaria visita a Sebastopoli siamo andati Bahcisarai, la residenza dell’ultimo khan tataro di Crimea, prima della conquista russa del sec. XVIII. La residenza è ancora in restauro, ma dalla sua magnificenza si indovina il simbolo di potenza e di ricchezza che esso rappresentava per tutta la Crimea ai suoi tempi. E’ raffrontabile all’Alhambra in Spagna sebbene più limitato come monumento e in parte richiama Top Kapi di Istanbul.

Per me però il grande avvenimento non è incontrare i Tatari quando invece vedere Chersoneso dove i Vareghi approdavano prima di entrare nel liman che accoglie le foci dei due grandi fiumi, Dnper e Bug meridionale. Qui, a Chersoneso, se riuscivano all’andata primaverile, vendevano tutto e si godevano il tempo libero, altrimenti, dopo il trattato di amicizia con Costantinopoli, andavano in scorta con le proprie merci fino al Corno d’Oro nella grande città romana del Bosforo, dove sicuramente avrebbero venduto tutto quello che avevano.

Chersoneso però è notevole anche per un altro importantissimo evento: la grande svolta della storia del primo stato russo di Kiev quando nel 987 Vladimiro aveva preso ufficialmente la fede cristiana!

Le Cronache ci dicono che Vladimiro decise di entrare nel consorzio degli stati europei dominato da questa parte d’Europa da Costantinopoli con la sua Kiev e che l’Imperatore Basilio II gli mandasse sua sorella Anna come sposa… a patto che si facesse battezzare nella fede cristiana! Vladimiro lo fece proprio dove mi trovavo io adesso, dove c’è ancora la traccia della vasca dove fu immerso. Qui Anna arrivò da Costantinopoli e qui si sposarono prima di preparare la grande parata lungo il Dnepr che dovevano condurre i novelli sposi nella grande città per battezzare, com’era previsto, tutti i cittadini e fondare un nuovo centro cristiano con chiese e preti e vescovi per tutti i popoli dell’immensa Pianura Russa!

Chersoneso - resti archeologiciQui in Crimea, lungo la costa. c’erano anche le basi dei Genovesi, degli Amalfitani e dei Veneziani… Di qui (per colpa dei genovesi di Caffa) nel 1347 partì la grande ondata di peste che dimezzò la popolazione dell’Europa nel 1348 e prese il nome di Morte Nera!

Insomma un bel po’ di avvenimenti rivivevano davanti ai miei occhi, camminando per le strade degli scavi archeologici di Chersoneso in Tauride.

Riprendiamo il viaggio con la nostra nave perché ora siamo diretti verso Herson, città situata sull’istmo che unisce la Crimea al continente. Entriamo perciò nella laguna formata dalla terra che apportano i fiumi Dnepr e Bug e che è chiamata in turco (con parola derivata dal greco) liman. Questa laguna è piena di secche e isolette e una di questa dovrebbe essere la Bereznja dove i Vareghi si fermavano a sacrificare ai loro dèi per ringraziarli di aver concesso loro di giungere sani e salvi al Mare dei Russi come i Greci di quei tempi chiamavano questa parte di Mar Nero.

Ci assalgono volando da terra verso di noi i carabi del grano che neri svolazzano non appena si accende la luce di sera nella cabina. Non sono né pericolosi né fastidiosi e muoiono dopo qualche giorno, solo che te li ritrovi in ogni posto: nelle valige nelle scarpe nei vestiti. I delfini invece ci hanno dato il loro addio già prima di entrare nel liman e così le folaghe di passo. Continuano invece a seguirci i gabbiani…

A Herson c’è una breve sosta ed è possibile con una scorrazzata su una piccola barca a motore andare per le paludi e si approda su un’isola dove ci accoglie un mercatino per turisti dove, a parte il miele o il lino lavorato all’uncinetto e i soliti distintivi sovietici, altro non c’è. Siamo però invitati da un paio di famiglie del luogo che vivono giusto su queste visite ad un pranzo alla russa!

Sulla tavola c’è vodka fatta in casa a volontà e zakuski ossia vari stuzzichini di pesce di fiume soprattutto, qualche pezzo di lardo fresco e pelmeni ossia ravioli ripieni di formaggio o ricotta da mangiare col pane di segale. Siamo in pieno affresco turistico, comunque divertente! Malgrado i numerosi brindisi fatti dai nostri ospiti ucraini in nostro onore, nessuno (eccetto me) capisce granché di quel che si dice ed io mi diverto a far battute in russo, un po’ “montato” dalla vodka bevuta prima.

Da Herson via per Zaporozhe.

Qui ci viene proposto di andare allo spettacolo dei Cosacchi. La città è famosa per le sue epopee cosacche immortalate nel famoso romanzo Taras Bulba.

Secondo me però è uno spettacolo indecente in sé perché non è altro che una coreografia inventata al tempo dei sovietici per divertire i turisti e che non ha nessun legame col passato, se non la bravura dei cavallerizzi e dei prestidigitatori e il ciuffo sulla testa di qualcuno di questi artisti costretti a questo taglio di capelli ormai fuori tempo!

Andiamo all’isola di Hortiza probabilmente così chiamata perché dedicata a Hors, il dio slavo che abitava nel sole. Qui c’è un bellissimo museo con una raccolta di libri veramente notevole! All’entrata ascoltiamo la dolcissima voce accompagnata dalla bandura ucraina di una bionda giovane che canta canzoni d’amore in ucraino e in russo. Anche qui, a parte la bellezza fisica della cantante e la voce notevole, questo fa parte di una coreografia ricostruita senza spontaneità oltre alla necessità di raccogliere mance e vendere qualche CD.

Noto che alla discesa verso il museo il monumento dedicato agli eroi sovietici è stato praticamente rifatto e ammutolito per aver eliminato scritte e lapidi commemorative.

Zaporozhe - La diga sul DneprZaporozhe che vuol dire semplicemente Dopo-le-rapide è una città recente e fatta proprio per la manutenzione e la gestione della grande diga sul Dnepr che si trova a Dnepropetrovsk e che produce energia per tutta la regione.

La diga però, ma questo è solo un rammarico personale, ha coperto col suo lago artificiale i sette salti che i Vareghi dovevano passare con le loro navi prima di arrivare al tratto di corrente finale per il Mar Nero. Ricordo che Costantino VII Porfirogenito nei suoi scritti (De Administrando Imperio) nomina le sette rapide e con curiosità dice che esse avevano due nomi ciascuna: uno nella lingua dei Vareghi e l’altro in slavo. I nomi sono curiosi e non tutti facilmente interpretabili, se si pensa che all’Imperatore erano giunti oralmente e che questi li aveva dovuti adattare alla grafia greca. Ce n’è uno che si chiama ”Non Dormire!” sia in slavo che in norreno (la probabile lingua scandinava dei Vareghi), un’esortazione rivolta sicuramente ai piloti affinché non facessero capovolgere la barca con tutte le merci e con i preziosi schiavi, facendo perire questi ultimi nei gorghi del fiume. Eh sì! Nei gorghi… Mentre si naviga controcorrente ho notato bene come l’acqua del fiume che scorre ha una velocità abbastanza elevata quando fa i suoi gorghi dopo i pilastri dei ponti o inclina fortemente le boe.

La via per Kiev ormai è vicina… in linea d’aria! La nave fa fatica a navigare controcorrente e poi c’è la nebbia e ci sono le chiuse.

Abbiamo passato una chiusa di ben 30 m per passare dalla parte inferiore della corrente al livello della diga! Anche questo è uno spettacolo davvero impressionante!

Gli antichi mercanti di Kiev invece preferivano, non avendo le possibilità tecniche di costruire chiuse di queste dimensioni, alare le barche dalla riva sia tirandole a mano con le gomene con i cavalli che portavano a vendere sia, meglio di tutto, con gli sforzi dei giovani schiavi che venivano sollecitati con colpi di frusta (il knut) ben aggiustati sulla schiena. Colpi non molto forti naturalmente… per evitare di rovinare la preziosa merce “umana”! Ci sono dei bellissimi acquarelli di Gorelik che riproducono queste scene…

Dnepropetrovsk - Il mercatoCi siamo fermati a Dnepropetrovsk per visitare la città, capitale di provincia.

Fa senso vedere che i monumenti a Lenin sono ancora in piedi, ma giustamente, come ci spiega la guida, il governo ucraino non vuole e non può cancellare la storia e allora invece di sostituirli con qualche personaggio forzatamente inventato, è meglio lasciare Lenin là dov’è, visto che in ultima analisi non ha colpa di quello che è accaduto dopo solo sei anni di suo governo (arrivò in Russia nel 1917 e morì nel 1924) nelle mani del suo successore Stalin!

Nei successivi due giorni di pura navigazione nel mezzo della corrente il gruppo non fa altro che bere e mangiare e discutere di niente. Alla sera arrivano le notizie dall’Europa con l’Onda Tedesca (Deutsche Welle) e con queste ci divertiamo ad inventare ipotesi di come cambiare il mondo. Con l’equipaggio il contatto è minimo perché o filtrato dalle guide russe Larissa, Natascia e Olga oppure perché è impossibile parlare con loro che non conoscono il tedesco, se non per le frasi solite usate per servire a tavola!

Io sono troppo vecchio per fare amicizia con le ragazze e queste, anche se parlano volentieri con me in russo, alla fine non mi raccontano più di tanto!

E così ritorno al mio fantasticare e a rivivere la storia russa di mille anni fa!

La mattina è calda, ma non più afosa, com’è stato finora, e dopo una svolta ecco in lontananza luccicare le cupole d’oro della Cattedrale dell’Assunzione del Monastero delle Grotte di Kiev, nascosto fra gli alberi del bosco che lo circonda.

Kiev - CattedraleDi lì Ilarione, il primo Metropolita di lingua e cultura russa, aveva mandato il suo scritto sulla Beatitudine e la Misericordia. In quel complesso aveva vissuto San Teodosio delle Grotte che, non avendo potuto fare il viaggio di pellegrinaggio a Gerusalemme a causa della situazione di guerra in Terra Santa nel XII sec. aveva ricostruito secondo le sue conoscenze la nuova Gerusalemme proprio nel Monastero.

Addirittura in questo Monastero erano stati conservati i resti di Santa Eufrosina di Polozk finché, dopo varie peripezie, questi resti non sono ritornati nella chiesa costruita dalla stessa santa nel lontano nord bielorusso.

Finalmente poi si passa sotto il famoso ponte dei pedoni che unisce la città di san Vladimiro all’isola-parco che è lì di fronte e la nera statua del santo appollaiata su un dirupo e circondata da lussureggianti alberi appare con la croce nella mano come dovette apparire ai suoi concittadini nel 988 quando impose loro di farsi battezzare nella fede cristiana quello stesso primo agosto!

Infatti la nostra nave giunge in vista di Kiev proprio il 1° agosto che qui però, a causa dello sfasamento del calendario da giuliano a gregoriano di 13 giorni, sarà commemorata il 14 prossimo, proprio quando io sarò di ritorno a casa!

Ai piedi della statua c’è un arco con una croce sopra fatta costruire da un imperatore russo e di qua, all’approdo del cosiddetto Podol, avrebbe dovuto cominciare la processione che portò il santo sulla cima della collina quando approdò con tutto il seguito: sua moglie Anna, il vescovo Anastasio di Chersoneso e i preti e le reliquie che aveva sottratto alla chiesa di San Basilio!

Si era vestito a festa quel giorno e la gente di Kiev che lo guardava arrivare con la fila di navi non riconoscendolo aveva già creduto che fosse morto. Invece lui era vivo e la mattina seguente al suo arrivo mandò in giro gli araldi annunciando a tutti di recarsi alle prime ore dell’alba proprio lì dove c’é il parco odierno. Qui nudi avrebbero dovuto immergersi nelle acque del fiume e i preti greci li avrebbero battezzati tutti, bimbi, giovani e vecchi, uomini e donne e tutti avrebbero ricevuto un nuovo nome.

Eccomi dunque a Kiev, proprio al Podol dove c’è la stazione fluviale. A piedi sono andato alla vecchia piazza del mercato che doveva essere nel X sec. la più grande e la più importante. Oggi ospita vari grandi magazzini e un monumento ad un atamano ucraino. Dalle facce che vedo intorno a me però, la gente non deve essere cambiata molto…

Con la funicolare salgo alla città di Vladimiro…

E qui davanti ai miei occhi si spalanca l’enorme piazza compresa fra due templi. Uno di questi è stato ricostruito dopo le distruzioni inutili dei sovietici ed è la chiesa dell’Arcangelo Michele, mentre all’altro capo della grandissima piazza, la Cattedrale di Santa Sofia è ancora integra, malgrado sia stato trasformata in museo come il suo modello di Costantinopoli.

Qualche anno fa dalla parte di San Michele è stato innalzato un monumento al più famoso personaggio della storia di Kiev e di tutta la Russia, a Santa Olga. La statua è tutta bianca e la ricostruzione delle sue fattezze è tutta inventata dato che non ci sono ritratti di questa straordinaria donna del X sec.

Kiev - Santa SofiaFinalmente posso recarmi col gruppo a visitare Santa Sofia.

Che dire? A rivederla ricostruita nel suo modellino di legno curato dal prof. Vysotsky doveva essere un monumento imponente con le sue tredici cupole. Dodici distribuite su un quadrato centrale che circondavano la tredicesima, la più grande. Tutt’intorno c’era poi un porticato che oggi non c’è più.

Le cupole una volta erano semisferiche e la costruzione era stata fatta dai maestri bizantini per ordine del figlio di Vladimiro Jaroslav, detto il Saggio, intorno alla metà dell’XI sec. Era tutta in mattoni, dato che qui non si sapeva utilizzare la pietra, il durissimo granito sul quale Kiev si trova.

I mattoni però servivano per i primi metri della base e per le colonne portanti,. Dopo di che si usavano le anfore di coccio che erano più leggere e fungevano persino da risonatori per i cori liturgici che venivano celebrati nella grande chiesa.

Le pareti all’interno sono tutte affrescate e c’è anche rappresentato Jaroslav e la sua famiglia e persino la sua famosa bisnonna, Santa Olga, che guarda gli spettacoli dell’Ippodromo insieme a Costantino VII in occasione dell’ultima visita di costei nel 957 a Costantinopoli!

Su una delle pareti c’è persino la stipula di un contratto graffitata nell’intonaco mille anni fa! Questo era un uso (fortunatamente non molto diffuso) di quei tempi per cui una compravendita graffitata in una chiesa valeva più di una qualsiasi con tanto di sigillo!

Nell’altissima cupola centrale c’è in mosaico originale Cristo Pantocratore e sotto di lui la Vergine che Prega (Oranta in greco) ed infine, nei pennacchi di sostegno della cupola, i quattro evangelisti. Le scritte sono esitanti fra l’antico russo (paleobulgaro) e il greco.

Infine c’è il trionfo della scienza antropologica russo-sovietica: un busto che riproduce le fattezze di Jaroslav! Infatti mentre di Olga i resti umani non ci sono più, quelli di Jaroslav sono stati individuati (i sarcofaghi dei principi non portavano mai la scritta del nome del morto!) e il prof. Gherasimov sulla base delle descrizioni sommarie delle cronache e sul teschio ritrovato ha ricostruito le fattezze di questo principe di Kiev. Il bello è che quando l’antropologo aveva ricostruito il viso, non era ancora venuto alla luce l’affresco che riproduce Jaroslav e la sua famiglia e così, quando l’affresco riapparve restaurato, tutti si meravigliarono della rassomiglianza quasi perfetta fra il busto e il ritratto sulla parete! Bravo Gherasimov!

La chiesa aveva subito moltissimi rifacimenti nella sua lunghissima vita oltre che saccheggi e sequestri. Il primo a saccheggiare Santa Sofia era stato Andrea Bogoljubskii, figlio del fondatore di Mosca Giorgio Lungamano, che avrebbe voluto trasferire (ma non ci riuscì) la capitale della Rus da Kiev a Vladimir sulla Kljazma nel XII sec., non molto lontano da Mosca. Poi erano arrivati i Tatari e l’avevano completamente svuotata nel 1240! Anzi avevano distrutto quasi tutte le mura che Jaroslav aveva fatto costruire di cui oggi, miseri!, rimangono solo i resti della Cosiddetta Porta d’Oro!

Lascio la chiesa e scendo giù verso la Chiesa di Sant’Andrea costruita da Rastrelli, l’architetto di San Pietroburgo, a ricordo della leggenda di questo apostolo di Cristo che qui si era fermato e aveva predetto la nascita della… Santa Russia! Continuando giungo alla Piazza che oggi si chiama dell’Indipendenza. E qui mi trovo immerso nella storia contemporanea…

C’è un bel monumento ai fondatori della città: i tre fratelli Kii, Sc’cek e Horiv e la sorella Libed, una fontana e di qui inizia il corso principale di Kiev: il Kresciatik… e forse della nuova storia di questa antica e gloriosa città!

Cominciano le prime piogge….

Aldo C. Marturano © 2005

 

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