Certamente aveva ricoperto un ruolo di una certa importanza nell’apparato scolastico in periodo sovietico. Lo documentavano le foto ingiallite che mostrava talvolta la sera, quando trascorreva le sue ore sulla tovaglia segnata di kasha, di mosche e zakuski.

Il sorriso e il florido seno dei trent’anni, che per metà non aveva più, confliggevano in quelle foto con il grigiore della sala in cui teneva una conferenza, ma ne esaltavano il ruolo di donna positiva e impegnata.

Ora le luccicavano gli occhi, e non solo di vodka, a ricordare quel passato di gioie e dolori, fors’anche di amori.

“Ho appreso a vivere semplice e saggia”. Recitava versi di Anna Achmatova…

L’ospite comprendeva solo metà delle frasi che la donna pronunziava, ma ciò non era importante, in quanto era incantato dalle cadenze affabulanti di quella voce nella lingua di Puskin e più che le parole, egli traduceva gli sguardi, le cadenze della mano, le allusioni del viso e tutto gli si svelava, magistralmente espresso.

Le era morto il marito da appena un mese, ma con Eltsin che non pagava le già misere pensioni e avendo ormai tutti dimenticato i suoi trascorsi meriti, l’anziana donna si era data da fare, offrendo disponibilità per ospitare turisti stranieri nella propria abitazione. Certo, percepiva appena dieci euro al giorno per una mezza pensione, a fronte del doppio che incassava l’agenzia organizzatrice del viaggio, ma erano pur tanti in una situazione in cui erano venute meno molte tutele dello stato sociale sovietico.

La casa sopravviveva tra fili elettrici penzolanti dai muri e incrostazioni di calcare e ruggine sui sanitari; non c’era nulla per oscurare le vetrate nelle notti di luglio e nella tappezzeria si adagiava una soffice polvere che attutiva i rumori del tempo e creava un’atmosfera tra Oblomov e Dostoevskij. Ma la donna padroneggiava alla perfezione le centinaia di libri accatastati per casa e, di tanto in tanto, ne prendeva qualcuno e leggeva.

“Non c’è nulla di cui serva parlare”, le diceva Mandelstam.

E Brodskij: “ L’uomo si trasforma in fruscio di penna sulla carta”.

Era proprio una babuska, dai modi suadenti ed esperti che, in una situazione in cui tanti altri si sarebbero lasciati andare, rimaneva attiva accogliendo quest’ospite che veniva dall’Italia, a cui chiedeva com’era laggiù il sole, la gente, l’arte e la frutta.

Pur non essendo previsto nel contratto di ospitalità, si prestava ad accompagnarlo, dalla Gavanskaia lungo lo Srednyi Prospekt, fuori dal Vasilevskij Ostrov, attraversando il Most Levtenanta Schmidta, sin verso la cattedrale di S. Isacco ed il Nevskij, in giro per la città, a piedi, con passo cadenzato ma instancabile, di chi ha subito e si è temprato per decenni alle fatiche ed ora non sopporta i falsi viatici della civiltà. Nei pressi della Fontanka, osservava con accondiscendente sorriso il suo ospite che comprava una bottiglia d’acqua minerale ad un chiosco, da sorseggiare per strada. Con quel che costava, lei ci avrebbe mangiato per un giorno!

Aveva peraltro una straordinaria capacità di trasformarsi dalla vecchietta un po’ sciatta di casa, ad un’elegante, anche se attempata signora, quando usciva. Occhiali appena schermati riparavano il suo sguardo dal sole, con un bianco cappellino di paglia che ne incorniciava il viso. Una signora di stile, che nella dignitosa gestione delle miserie quotidiane si faceva scrupolo di mettere anche il suo ospite al riparo da ogni inconveniente o spesa inopportuna che potesse capitare lungo il percorso.

Lei viaggiava gratis in metro e sui mezzi pubblici.

Lo riteneva giusto, - diceva - in cambio di quanto ogni anziano aveva dato nella vita lavorativa. E sosteneva che non dovesse pagare neanche il suo ospite: era pensionato anche lui, anche se con parametri occidentali; si trattava, del resto, di una forma di rispetto dovuta ad uno straniero!

Di conseguenza, lo pregava di non vestirsi alla maniera “occidentale”: meglio un po’ trasandato, magari qualche capo migliore lo tenesse in borsa per indossarlo successivamente sul Nevskij; sì, la barba che si era lasciato crescere, bianca ed incolta, andava proprio bene per lo scopo che si prefiggeva…

Al momento di salire su un tram, l’anziana signora consegnava al suo ospite una borsa di plastica, di quelle che ogni pensionato possedeva nell’era sovietica, per fare la spesa: una avos’ka, capiente ma di poco ingombro, a riquadri colorati e un po’ scuri.

Ogni pensionato ne aveva sempre una con sè, nei tempi in cui i prodotti scarseggiavano. All’improvviso si notava una fila di persone lungo un marciapiede: era arrivata la carta igienica o qualche altro articolo. E allora la mitica avos’ka si rivelava preziosa.

Ancora oggi tale borsa è rimasta un elemento simbolico nell’immaginario collettivo.

La nostra signora, poco prima dell’arrivo del tram, la tirava fuori da un’altra simile che aveva al braccio e la affidava al suo ospite. Gli suggeriva di salire, sedersi e tacere, tenendo la borsa in evidenza sulle ginocchia. Assolutamente vietato tenere in mostra la guida turistica: bisognava assumere un atteggiamento segnato dalla vita, con lo sguardo basso o perso nel nulla…La devocka addetta ai biglietti che andava su e giù lungo il mezzo, non si sarebbe fermata a chiederglielo di fronte a quel simbolo sacro.

E così sempre avveniva, durante le quotidiane corse sui mezzi pubblici, anche se limitate all’essenziale, solo per le distanze impossibili da coprire a piedi.

Nessuna mai chiedeva il biglietto all’ospite straniero che viaggiava sotto mentite spoglie. Ed una volta che una, più giovane delle altre, si accinse inavvedutamente a farlo, la signora, seduta in allerta accanto al suo ospite, intervenne decisa rimbrottandola per il fatto che non aveva notato che si trattava di persona anziana, di un reduce della Grande Guerra Patriottica, privo della parola in conseguenza di eventi bellici…

Già, perché prima di salire, premurosa, gli aveva intimato di non rispondere ad alcuna richiesta, facendo tutt’al più cenno di non intendere e non avere capacità di parlare.

Scenetta più o meno simile aveva organizzato per gli spostamenti in metropolitana. Gli aveva affidato la tessera del suo Kolja, suggerendogli di esibirla fuggevolmente all’ingresso, anche se conteneva la foto e le generalità del marito. Nessuno si sarebbe soffermato a guardare, bloccando lo scorrere nutrito e veloce dei passeggeri. C’era poi sempre la borsa in bella evidenza!…

Seduti nel metro, la signora e il suo ospite si sorridevano complici.

L’esperienza si poteva ripetere all’Hermitage o nelle escursioni a Peterhof o Tarskoe Selo, ove era pur vero che anche i russi pagavano, ma un prezzo nettamente inferiore a un turista straniero!…

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Margherita di Savoia, 9 agosto 2004


(*) Le foto delle babushke sono state "rubate" alla rete a cura della redazione di russianecho.net.

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